A 41 anni ha deciso di appendere le scarpe al chiodo uno dei giocatori più dinamici, imprevedibili e eccitanti che abbia mai calcato il parquet. Dai campi argentini, passando per l’Italia, fino alla NBA, ripercorriamo l’incredibile carriera di uno degli atleti più amati dai tifosi di tutto il mondo.

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In Texas Manu trova una squadra di valore, che la stagione precedente ha avuto un record di 58 – 24 ed è stata eliminata dai Lakers al secondo turno di Playoffs. Nonostante le abitudini di Popovich siano quelle di introdurre lentamente i rookies all’interno delle rotazioni, per valutarne anche l’affinità alla “Spurs culture”, Ginobili trova da subito minuti in campo.

Le sue prestazioni sono comunque interlocutorie, almeno nei primi mesi in USA. Intanto perché dopo i Mondiali non ha avuto il tempo di recuperare dall’infortunio alla caviglia e il suo gioco è ancora parzialmente limitato. A tal proposito fa specie un aneddoto raccontato da Tim Duncan, quando coach Pop gli riferiva che era in arrivo un argentino fortissimo. Tim non gli aveva creduto, pensando che il coach lo prendesse in giro. Quando poi Ginobili aveva fatto i primi allenamenti con la squadra, il caraibico era rimasto negativamente impressionato dal rookie (non a conoscenza dei suoi problemi fisici) e aveva chiesto allo staff tecnico: “Ma chi avete preso?!”.

Un altro ostacolo all’inserimento dell’argentino deriva dal fatto che il suo estro, la sua genialità e la sua imprevedibilità non si sposano sempre alla perfezione con la visione di pallacanestro di Gregg Popovich, molto più controllata e organizzata. A ogni “mascalzonata” mal riuscita, coach Pop gli urla dietro ogni tipo di offesa del vocabolario anglosassone.

Nonostante i citati problemi, Manu durante l’arco della stagione riesce a trovare il proprio ritmo e la giusta condizione. Il suo “tango argentino” si abbatte sull’NBA. Nonostante provi diligentemente a mettersi in mostra prima come difensore che per le sue doti offensive, nel rispetto di ruoli e gerarchie, Ginobili sciorina movimenti e giocate mai viste in America: semplicemente nessuno si aspetta, da un argentino magrolino venuto dall’Europa, penetrazioni al ferro chiuse con poderose schiacciate, cambi di direzione incontenibili e passaggi inimmaginabili. Riesce così a ritagliarsi una ventina di minuti di media sul parquet uscendo dalla panchina, venendo proclamato rookie del mese di marzo nella Western Conference, chiudendo la Regular Season con 7.6 punti a partita e 1.4 recuperi; alla viene incluso nel secondo quintetto dei rookies di quell’annata.

La stagione regolare di San Antonio si conclude in maniera estremamente positiva, col miglior record della Lega (60 -22) e dunque il vantaggio del fattore campo in tutti i Playoffs. Tim Duncan viene nominato MVP e Gregg Popovich Coach of the Year. Al primo turno gli speroni attendono i Phoenix Suns di Coney Island Finest, Stephon Marbury e del Rookie of the Year, Amar’e Stoudemire.

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I Playoffs 2003 sono i primi che presentano la serie al meglio delle 7 gare anche al primo turno, ma la sfida per gli Spurs, sulla carta, non sembra proibitiva, trattandosi del classico testa-coda. Invece San Antonio perde a sorpresa Gara 1 e deve comunque faticare per vincere la serie 4-2.

Gli Spurs al secondo turno eliminano i Lakers 4-2 e i Dallas Mavericks, nella finale della Western Conference, sempre con lo stesso punteggio.

In finale alla (allora) SBC Center arriva il flight circus dei New Jersey Nets.

La serie è molto equilibrata, con New Jersey che espugna il campo degli Spurs in Gara 2 e un Jason Kidd in formato MVP. Ginobili disputa una serie in crescendo: dopo un inizio altalenante, segna il canestro decisivo del +5 a 44 secondi dalla sirena di una fondamentale G3, e concluderà in doppia cifra le ultime tre partite della serie (8.7 in 28 minuti nelle Finals).

Gli Spurs portano a casa il loro secondo titolo della storia, vincendo (manco a dirlo) 4-2 e Tim Duncan viene eletto MVP. Per Manu uno splendido titolo conquistato nella propria stagione di esordio e i primi Playoffs chiusi con 9.4 punti, il 46,2% da 2 e il 38,4% da 3 in 20.7 minuti.

In estate gli Spurs sono alle prese col rinnovo del contratto di Stephen Jackson. Il giocatore chiede cifre che il GM R.C. Buford reputa troppo onerose; inoltre, la stagione positiva di Ginobili e il potenziale intravisto nell’argentino, fanno sì che non ci si voglia troppo svenare per confermare Jackson. Fatto sta che “Jack” passa ad Atlanta e Manu vede spalancate le porte per un minutaggio molto più alto.

La stagione 2003-04 vede una San Antonio con aggiunte importanti, anche se non estreme, nel roster, con l’arrivo di Robert Horry, Radoslav Nesterovic e Hidayet Turkoglu. Manu continua la propria maturazione tecnica, guadagnando sempre più minuti in campo e incrementando le proprie cifre, che in Regular Season saranno di 12 punti col 41,8% dal campo, 4.5 rimbalzi e 3.8 assist. Un miglioramento costante al tiro da fuori unito alla proverbiale faccia tosta di andare a sfidare dentro l’aerea “cristoni grandi e grossi tutte le sere” (cit. Kereem Abdul Jabbar ne “L’aereo più pazzo del mondo”).

La stagione per San Antonio si chiude con un record di 57 – 25 e il terzo posto nella Conference. I Playoffs però si fermano al secondo turno (4-2), contro i nuovi Lakers del quartetto O’Neal/Bryant/Malone/Payton. Per Manu un ulteriore passo in avanti nelle cifre della post season con 13.0 punti, 5.3 rimbalzi e 3.1 assist in 28 minuti.

L’estate del 2004 si rivelerà un punto di svolta della carriera dell’argentino.

In primis per il matrimonio con la sua fidanzata, Marianela Oroño, conosciuta ai tempi dell’Estudiantes. Inoltre, dal 13 al 29 agosto si tengono, ad Atene, i giochi della 28° Olimpiade. Per l’Argentina ci sono grandi aspettative dopo l’argento conquistato ai Mondiali 2002. Confermato lo zoccolo duro del gruppo, con aggiunte importanti come Walter Herrmann e Carlos Delfino. Un gruppo straordinario, che farà la storia del basket albiceleste. Nonostante altre grandi favorite come la Serbia e Montenegro (ex Jugoslavia), la Lituania e, ovviamente, gli Stati Uniti, i ragazzi di coach Ruben Magnano sanno che quella è per loro una grande occasione di entrare nell’olimpo, nell’elite del basket mondiale.

Si allenano duramente fin dal primo giorno e Ginobili, leader indiscusso della squadra, tira il gruppo, dando l’esempio. Come nel primo giorno di training camp della Seleccion: dato che in Argentina non hanno certo le facilities extra lusso stile USA, la squadra scopre che il riscaldamento della palestra di allenamento non è funzionante e nemmeno l’acqua calda delle docce. Siamo nell’emisfero sud, quindi in pieno inverno. Molti giocatori sono titubanti, Manu non ha alcuna esitazione: si “imbacucca” dalla testa ai piedi e comincia a correre intorno al campo, con la classica nuvoletta di vapore che esce dalla bocca a ogni respiro. Gli altri giocatori, vedendo il loro leader iniziare l’allenamento nonostante le condizioni avverse, non possono tirarsi indietro. Quell’episodio è il primo mattoncino per la conquista di un trionfo storico.

Ai Giochi, per l’Argentina subito un test probante, il rematch della finale mondiale contro la Serbia e Montenegro. Ed è subito Ginobili show, col Narigon che segna un assurdo canestro in tuffo per la vittoria sulla sirena.