Dopo anni di rumors, l’era dei Jays è finita a Boston. Comincia una storia del tutto nuova per i Celtics.

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Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Robby Fletcher e pubblicata su Celtics Blog, tradotto in italiano da Edoardo Viglione per Around the Game.
È Gara 7 e i Celtics scelgono di giocare con un quintetto small. Jayson Tatum è fuori per un problema al ginocchio, Nikola Vučević non vede il campo e Jaylen Brown si ritrova accoppiato con Joel Embiid in post basso.
Non si tratta di una situazione costruita con raddoppi o aiuti aggressivi. Brown è lasciato completamente da solo contro un ex MVP da quasi 130 chili. Mancano nove minuti alla fine del terzo quarto quando Baylor Scheierman accenna un breve aiuto, ma Embiid non si scompone. Canestro facile.
Tre minuti più tardi, l’uno contro uno è ancora più evidente. Ricevendo nei pressi del gomito, Embiid si prende tutto lo spazio necessario. Brown batte con forza le mani, prova a mettergli pressione e continua a portare le mani sulla palla mentre il lungo dei Sixers finta, attacca il centro dell’area e conclude con un altro gancio. Altri due punti.
I due si ritrovano faccia a faccia altre due volte nell’ultimo quarto. Philadelphia cerca quel mismatch a ogni possesso, e fino a quel momento la scelta ha sempre pagato. Nella prima occasione Brown fa tutto il possibile per impedire il passaggio in post, ma Embiid riesce comunque a conquistare la posizione interna. Sembra l’ennesimo appoggio semplice al ferro, quando Brown arriva all’ultimo istante e inchioda il pallone contro il tabellone, spedendolo direttamente nelle mani di Derrick White.
Succede ancora nel momento più delicato della partita, con le due squadre distanziate di un solo punto. Embiid riceve spalle a canestro contro Brown in post basso, ma il numero 7 dei Celtics non arretra di un centimetro. Pur concedendo parecchi chili e centimetri, riesce a tenere la posizione, impedendogli di arrivare fino all’area del semicerchio. Embiid è così costretto ad accontentarsi di un gancio che si spegne appena sul primo ferro. (Questa volta un aiuto in extremis di Neemias Queta arriva, ma l’azione difensiva è tutta di Brown).
In quel momento nessuno poteva immaginarlo, ma quella sarebbe stata l’ultima partita di Jaylen Brown con la maglia dei Celtics. L’ultimo capitolo di un’avventura durata dieci anni, prima del trasferimento verso una delle rivali storiche di Boston. Una squadra che, in un modo o nell’altro, ha contribuito a scrivere anche parte della sua storia nei playoff.
Ora che il quadro è completo, si può osservare l’intero percorso di Brown ai Celtics con una prospettiva diversa. Ha combattuto per Boston, proprio come aveva promesso la sera del Draft. Lo ha fatto anche quando significava uscire sconfitto nei momenti più importanti, anche quando, insieme a Jayson Tatum, si è trovato a sostenere il peso delle critiche rivolte a una coppia che, secondo molti, non avrebbe mai potuto funzionare davvero.
E lo ha fatto perfino quando si è ritrovato completamente da solo a difendere un realizzatore dominante come Joel Embiid in Gara 7. Perché c’è una costante che ha accompagnato tutta la carriera di Jaylen Brown ai Celtics: non si è mai tirato indietro davanti ai momenti che contano. Né davanti alle responsabilità, né davanti alle conseguenze che quei momenti inevitabilmente portano con sé.
La sera in cui i coriandoli caddero sul parquet del TD Garden, celebrando il primo titolo NBA dei Celtics dal 2008, Brad Stevens parlava con il tono di chi aveva finalmente visto confermate le proprie convinzioni. La coppia che aveva allenato, quella che aveva difeso per anni tra voci di mercato e continui inviti a separarla, aveva appena conquistato il titolo NBA.
“Le critiche erano stupide”, disse. “Tatum e Brown avevano già ottenuto più di quanto la maggior parte dei giocatori riesca a fare a 25 o 26 anni. Tutta quella pressione esisteva perché ogni anno giocavano a maggio e a giugno. Preferisco essere in corsa e vedermi strappare il cuore piuttosto che fare schifo. E quei due sono stati fortissimi per tanto tempo”.
Fa quasi fatica credere che, appena due anni dopo e dopo estati intere trascorse tra ipotesi di scambi che coinvolgevano alcuni dei nomi più importanti della lega (Paul George compreso), Brad Stevens abbia infine accettato una proposta che, vista dall’esterno, sembra restituire ben poco per un All-Star reduce dalla miglior stagione realizzativa della carriera. Alla fine è successo. Ed è successo solo per questo?
Paul George, reduce sì da un’ottima stagione e da playoffs ancora migliori, accompagnato da due scelte al primo giro e due al secondo, difficilmente rappresenta il valore che ci si aspetterebbe dopo trattative che, secondo quanto riportato da ESPN e Shams Charania, hanno coinvolto «otto-dieci squadre» – un punto che abbiamo toccato anche QUI. Alla fine è successo. Ed è successo davvero per questo?
È difficile credere che un percorso di trattative iniziato attorno a Giannis Antetokounmpo si sia concluso in questo modo. E soprattutto con i Philadelphia 76ers. Probabilmente non esisteva nessuno che, anche solo poche settimane fa, avrebbe immaginato uno scenario del genere. E se qualcuno lo avesse fatto, avrebbe avuto informazioni privilegiate oppure doti da veggente.
È impossibile pensare che questo rappresenti davvero l’ultimo capitolo dell’estate dei Celtics. Dopotutto la free agency è iniziata soltanto da due giorni ed è difficile immaginare che tutto si esaurisca con una sola operazione. Ma basta guardarsi intorno per chiedersi quali margini esistano davvero, sia attraverso un eventuale nuovo scambio che coinvolga Paul George, sia sacrificando Derrick White e/o Sam Hauser.
George e quattro scelte hanno portato in dote un talento da All-NBA, certo. Ma con 36 anni sulle spalle, un contratto pesantissimo e una player option ancora da esercitare, quali sono davvero le mosse che possano mettere Boston in una posizione sensibilmente migliore per competere nell’immediato rispetto a quella in cui si sarebbe trovata semplicemente trattenendo Jaylen Brown e cercando di costruire ancora attorno a lui?
Forse tutto questo porterà ai pacchetti costruiti attorno a Portland o New Orleans di cui si parla ormai da settimane, arricchiti ora da ulteriore capitale al Draft. Forse riporterà in vita quella trattativa per Kevin Durant che era stata ipotizzata già nel 2023. Oppure potrebbe essere il primo tassello di un’operazione destinata a portare Anthony Davis e LeBron James a Boston, in quello che sarebbe uno degli scambi di maglia più incredibili e difficili da immaginare nella storia recente della NBA.
Cosa farà Brad Stevens da questo momento in avanti? Semplicemente, non si può sapere. Qualunque sia il piano, però, valeva davvero la pena arrivare a questo punto mentre Jaylen Brown va a occupare un posto nel quintetto dei 76ers accanto a Tyrese Maxey, VJ Edgecombe e Joel Embiid? Una squadra che Boston dovrà affrontare più volte durante la stagione e, potenzialmente, anche in una serie di playoffs.
Philadelphia è diventata più forte. I Celtics possono dire lo stesso?