Le Final Six di EuroLeague Women a Saragozza, vinte dal superteam del Fenerbahce, sono state un successo sotto diversi punti di vista. Ma il futuro della lega, e del basket femminile europeo, è un punto interrogativo.

Breanna Stewart torna in Europa per alzare la coppa più importante. Julie Allemand chiude un biennio stellare dall’Europeo vinto con la nazionale – il secondo di fila – e l’EuroLeague da MVP. Il Casademont Zaragoza entra tra le grandi d’Europa e, spinta dal tifo assordante dei tifosi di casa e da una straripante Carla Leite, ottiene la sua prima medaglia di bronzo dopo essere arrivata a un passo dalla finale. Il Pabellón Príncipe Felipe sempre sold-out.
Sono alcune delle storie che ci hanno portato le Final Six di Eurolega, giocate lo scorso aprile a Saragozza. La città, già preparata ad accogliere le sei migliori squadre del Continente dopo l’esperienza del 2025 (esperienza che si ripeterà nel 2027, prima di cambiare scenario), ha accolto migliaia di tifosi in festa per uno sport, il basket femminile, che è sembrato scoppiare di salute.
Non poteva capitare in una città migliore. A Saragozza si respira pallacanestro in ogni vicolo. Il Casademont è stato fondato nel 2002, dopo che il CB Zaragoza aveva ceduto i diritti per la massima serie maschile pochi anni prima, e nel 2020 ha creato anche la squadra femminile, che in pochi anni è diventata una delle principali forze del campionato. E il tifo di casa, per entrambe le squadre, non è mai mancato.
Il Príncipe Felipe, un moderno palazzetto da 10mila posti, ha fatto sold out in tutte le partite, e piena era anche l’area al di fuori, con una fan-zone creata apposta per l’occasione. Girando dentro e fuori al palazzetto, così come per le strade della città, si ha avuto l’impressione di assistere a un movimento in crescita, e pronto a guadagnare sempre più visibilità. In realtà, ci sono diversi nodi da sciogliere.
Le Final Six, tenutesi tra il 15 e il 19 aprile, sono arrivate poche settimane dopo lo storico accordo raggiunto tra la WNBA, il campionato professionistico americano, e la WNBPA, il sindacato delle giocatrici. Un accordo arrivato al foto-finish, giusto in tempo per l’inizio della stagione americana, dopo ore e ore di trattative estenuanti. Trattative sorte dopo mesi di rottura totale tra la commissioner della lega Cathy Engelbert e le giocatrici, soprattutto a seguito dello strappo di Napheesa Collier, vicepresidente del sindacato e tra le giocatrici più forti del mondo, con parole durissime rivolte proprio alla commissioner (di cui avevamo parlato qui).
«Le giornate erano lunghissime, stavamo al tavolo delle trattative dalle 10 del mattino fino alle 2 di notte» ha raccontato Stewie a Letizia Bimbo, che su Ultimo Uomo ha fatto un bel ritratto delle Final Six. «È un processo davvero lungo, che si basa sul cambiare continuamente singole parole, e non te ne rendi davvero conto fino a che non sei lì. All’inizio ho pensato che non ne saremmo mai giunte a capo, ma piano piano le cose hanno iniziato a muoversi e abbiamo visto la luce in fondo al tunnel. Sono molto fiera del nostro comitato, per aver tenuto duro ed essere riuscito a ottenere quello che volevamo».
Questo accordo, il CBA, che sancisce l’inizio di una nuova era per il basket e lo sport femminile in generale, ha portato a un aumento sostanzioso degli stipendi delle giocatrici, dai minimi ai supermax.
Riassumendo i punti principali: il salary cap è passato da 1.5 milioni di dollari a 7, e i contratti supermax ammontano ora a 1.4 milioni, rispetto ai circa 270mila dell’accordo precedente; i massimi salariali del passato sono diventati i minimi, che vanno da 270 a 300mila. La prima scelta al draft ora entra in WNBA guadagnando 500mila dollari il primo anno. Caitlin Clark e Paige Bueckers, le ultime due prime scelte prima del rinnovo del contratto collettivo, hanno guadagnato nel loro anno da rookie rispettivamente 76 e 78mila dollari. Le prime scelte, ovvero le prime 15, avranno anche un contratto garantito, e non potranno quindi essere escluse dalla squadra in qualsiasi momento della stagione, come accadeva fino all’anno scorso.
Inoltre, tutti i contratti sono destinati a salire nei prossimi anni fino al 2032, l’ultimo anno del CBA appena entrato in vigore. Per la prima volta nella storia dello sport femminile professionistico americano, è stato firmato un accordo sulla base di un modello che prevede la condivisione dei ricavi del campionato. Per la prima volta, dunque, le giocatrici beneficeranno (circa il 20%) direttamente del fatturato del campionato in cui giocano.
È una grande notizia per chiunque. Anche per quelli che, tutt’ora, ignorano lo sport femminile, e che potrebbero riconoscere che lottare per i propri diritti serve a migliorare la propria condizione lavorativa e sociale.
Lo è un po’ meno, tuttavia, per il basket europeo. Alle Final Six, a cui ha partecipato anche la Reyer Venezia per la prima volta nella sua storia, hanno giocato diverse giocatrici, americane e non, che di lì a poco avrebbero preso il volo per gli Stati Uniti. Sono anche, nella maggior parte dei casi, le giocatrici migliori.
Al di là del caso peculiare e poco rappresentativo di Breanna Stewart – tornata al Fenerbahce dopo tre anni solamente per le Final Six, sfruttando un regolamento sui tesseramenti diciamo piuttosto elastico, ha giocato in totale 51 minuti in maglia gialloblu, e ha contribuito ben poco alla vittoria finale -, molte delle atlete che hanno calcato il parquet del Pabellón potrebbero aver giocato i loro ultimi minuti nel basket europeo.
Il nuovo CBA, che regola anche le date del campionato nordamericano, prevede un allungamento della stagione, e rende quindi più difficile per le giocatrici saltare da una parte all’altra del Continente, come hanno sempre fatto. La Lega di Cathy Engelbert ha sempre visto di cattivo occhio la partecipazione delle giocatrici ad altri campionati. Finora, però, c’erano evidenti esigenze salariali: le giocatrici in WNBA guadagnavano al massimo (cioè in pochissimi casi) 270mila dollari, e nella maggior parte dei casi molto meno. Andare in Europa durante la lunga offseason – così come in Australia, Cina o Corea, tutti campionati in cui vigono regole molto più lasche sugli ingaggi – era una necessità, non un capriccio.
Se la partecipazione ad altri campionati non è vietata, la priorità va data comunque alla W. Il che non può che creare alcune frizioni e situazioni spiacevoli, soprattutto per quei campionati, come quello spagnolo, che organizzano i playoff dopo le finali di Eurolega.
Emblematico è il caso di Carla Leite. Un’eroina del Pabellón che ha dimostrato un carattere da leonessa lanciando a terra la maschera protettiva dopo il primo quarto delle semifinali, perse contro il Galatasaray dopo aver sfiorato una rimonta impossibile. Dopo essersi presa con forza il premio di MVP nel derby per il bronzo contro Girona, chiuso con 20 punti e 6 assist, la mattina successiva ha pubblicato un video sui social per annunciare la partenza immediata per Portland, abbandonando le compagne prima dei playoff domestici.
Tutto previsto, nulla di irregolare: le Portland Fire avevano appena inaugurato il training camp in vista della loro prima stagione in WNBA. Ma è stato un finale amaro, la chiusura grossolana di un rapporto altrimenti indelebile.
Ora che gli stipendi sono aumentati parecchio, il futuro di molte delle giocatrici viste a Saragozza è un’enigma. Ma non è un’assoluta novità. Dall’inaugurazione nel 2025 di Unrivaled, la lega 3×3 fondata da Collier e Stewart che si gioca a Miami da gennaio a marzo, molte sportive hanno deciso di rimanere negli Stati Uniti e giocare in una lega con buoni stipendi e ottime strutture, anni luce avanti a quelle messe a disposizione dalla gran parte dei team europei.
Non sappiamo ancora quanto durerà il progetto Unrivaled, anche se nella passata edizione ha inaugurato le prime trasferte a Brooklyn e Philadelphia con ottimi risultati. Ma sappiamo che, per il momento, sono molte le atlete che lo scelgono a scapito della Spagna, dell’Italia o della Turchia.
Oltre a Unrivaled si è aggiunta peraltro una nuova lega, itinerante e dalla struttura ancora poco chiara. Si chiama Project B, si definisce una startup di basket e annovera, tra investitori e advisor, un eterogeneo gruppo di ex sportivi come Candace Parker, Novak Djokovic, Steve Young e Cheryl Miller.
È itinerante perché non ha una sede fissa, ma prevede di svolgersi tra Asia, Europa e Sud America: verrà inaugurata a Valencia tra il 12 e il 21 marzo, e a Tokio tra il 26 marzo e il 4 aprile 2027.
Ovviamente non sono mancate, e non mancano, gli scetticismi e le critiche. Come primo dubbio da fugare, i rappresentanti della lega hanno tenuto a ricordare che il campionato non si sovrapporrà alla WNBA, giusto per placare gli animi ai piani alti della 6th Avenue di New York. Si sovrapporrà ai campionati europei, che quindi perderanno la possibilità di avere le sportive impegnate nella nuova lega. E nel progetto ci sono già alcune giocatrici del Vecchio Continente come Awa Fam, Justė Jocytė, Janelle Salaün e Leonie Fiebich.
Il punto più dolente del nuovo progetto sono i fondi. Project B è stata fondata da due investitori provenienti dal mondo delle Big Tech, Grady Burnett (ex di Google e Facebook) e Geoff Prentice, cofondatore di Skype. Ma tra i partner compare anche un’agenzia, Sela, legata al PIF (Public Investment Fund), il fondo sovrano saudita direttamente controllato dalla monarchia assoluta di Mohammad bin Salman.
Non è questo il contesto per addentrarci nelle attività della corona saudita; ci sono già ottimi libri che raccontano i suoi ingenti investimenti nel mondo dello sport e dell’intrattenimento con relativo sportwashing, come Engulfed: How Saudi Arabia Bought Sport, and the World di James Montague.
Quello che ci interessa è capire come si è approcciato il mondo del basket a questo tema. Project B ha intenzione di investire anche nel maschile, con i primi annunci attesi a breve. Ma mentre la pallacanestro maschile ha già accolto a braccia aperte e senza grandi patemi investimenti provenienti da paesi quantomeno controversi, nel basket femminile la questione è più spinosa.
La prima giocatrice a essere annunciata è stata Nneka Ogwumike, presidente del WNBPA e da sempre apprezzata universalmente per il suo impegno fuori dal campo e per non aver mai fatto mancare il suo contributo a cause importanti, come quando nel 2024 prese il controllo di More Than a Vote, un’associazione no-profit impegnata nel garantire il voto ai cittadini afroamericani e a chiedere una riforma della giustizia più equa.
Torneremo a parlarne, soprattutto qualora Ogwumike o qualsiasi altra giocatrice volesse esprimersi a riguardo. Per ora ci limitiamo a riportare quanto detto dagli organizzatori di Project B, ovvero che «non abbiamo ricevuto un dollaro dall’Arabia Saudita».
Sela è un event partner della lega, ha spiegato Barnett a Front Office Sports. «Abbiamo partnership con molte aziende in tutto il mondo. Sela è uno dei partner per gli eventi a cui versiamo un corrispettivo economico. Non riceviamo alcun finanziamento da loro. Si tratta di una società con sede a Londra, che ha organizzato numerosi eventi a livello globale, compresi i più recenti grandi incontri di pugilato, l’America’s Cup e molte altre manifestazioni sportive internazionali. È partner globale di numerose organizzazioni in tutto il mondo».
In Europa
Tornando nel nostro Continente, nelle settimane a seguito della fine dei vari campionati nazionali sono uscite alcune notizie che ci permettono di avere un primo quadro del basket che verrà. Al momento non sembra esserci una vera fuga dalle squadre europee, nonostante il nuovo CBA. Sicuramente c’è la concorrenza agguerrita di Project B e soprattutto Unrivaled, che si è già presa Bridget Carleton, ala canadese che negli anni scorsi ha girato i principali campionati europei; la coppia-rivale Gabby Williams e Marine Johannès, che si sono sfidate in finale di Eurolega, e Jessica Shepard, che quindi non tornerà a Schio.
Il Galatasaray sta portando avanti un mercato aggressivo per tornare sul tetto d’Europa, dopo la sconfitta in finale ai danni dei rivali dalla sponda opposta del Bosforo.
Il Fener perderà Williams, Stewart e Uzun, che andrà proprio al Gala, ma punta a un grande colpo dalla WNBA. Il club non ha certo problemi di soldi e promette di portare un grande nome a Kadıköy per difendere il titolo nazionale ed europeo.
E Carla Leite? Ha firmato per il Mersin, andrà a giocare nell’Anatolia meridionale. Le squadre turche sembrano essere le uniche in grado di attrarre le giocatrici della WNBA. Nessuno stravolgimento rispetto agli anni scorsi, dunque.
Chi potrebbe avere più ricadute è il campionato italiano. Non si può dire che dipenda dalle giocatrici della WNBA; negli ultimi anni le uniche squadre in grado di attrarre giocatrici di quel calibro sono state Schio e Venezia. Ma è anche vero che quelle poche giocatrici alzano il livello della lega.
Al momento, sappiamo che Jessica Shepard – protagonista in W a Dallas, dove ha firmato un contratto da un milione di dollari – non tornerà nell’Alto Vicentino, ma Schio è riuscita comunque a confermare Cecilia Zandalasini, María Conde, Kitija Laksa, Costanza Verona (tutte e quattro attualmente impegnate nella lega americana), e a farsi un bel regalo con la firma di Mariam Coulibaly, post player reduce da una stagione da MVP in Spagna con l’Uni Girona.
L’altro big team italiano, Venezia, dopo la storica stagione europea terminata a Saragozza con la sconfitta a testa alta contro Girona e la finale scudetto persa contro Schio, cambierà il reparto lunghe tra cui Kaila Charles, che alle Golden State Valkyries guadagnerà 1,2 milioni in due anni, Fassina e Nicolodi, ma è riuscita a tenere Dojkic e ha aggiunto Alyssa Ustby da Roseto, tra le migliori giocatrici nella stagione passata (per seguire le novità di mercato della Lega Basket Femminile, questo articolo di Passo e Tiro è costantemente aggiornato).
Insomma, per rispondere alla domanda che ha aperto questo articolo: non sembra di essere davanti a un movimento sismico. C’è sicuramente un calo di giocatrici disponibili durante l’offseason, ma è un cambiamento graduale, già in corso almeno dalla nascita di Unrivaled, proseguirà con Project B, che tuttavia al momento rimane un campionato molto ristretto e la cui sostenibilità sarà da valutare nei prossimi anni.
Quel che è certo è l’entusiasmo delle tifose spagnole, francesi, turche e italiane alle Final Six di Saragozza. Un entusiasmo che non si può creare in vitro, e che non nasce e muore nell’arco di qualche mese. Ci sono squadre europee che, seppur con fatica e spesso in direzione ostinata e contraria a gran parte del mondo mediatico, quello che ignora questo sport se non nei suoi lati più pruriginosi, vogliono ancora investire nella pallacanestro femminile e vogliono tornare a riempire il Príncipe Felipe il prossimo anno.