Gara 2 deve essere presa come una lezione dai New York Knicks: non è più tempo di sperimentare, perché non si fotte con questi Atlanta Hawks.

New York Knicks, Jalen Brunson Gara 2
FOTO: NBA

Non si fotte con questi Atlanta Hawks. I New York Knicks, entrando nel proprio lussuoso spogliatoio del Madison Square Garden dopo la sconfitta di Gara 2, avrebbero dovuto iniziare a scrivere questa frase lungo tutto il muro come Bart Simpson a inizio sigla.

La squadra allenata da coach Snyder ha chiuso la stagione con 20 vittorie nelle ultime 28 gare, aveva già battuto New York nella Grande Mela a gennaio senza Trae Young, perdendo gli altri due precedenti con un margine complessivo di 6 punti, incluso il -3 di aprile. Il finire di Gara 1, dove gli Hawks hanno accennato una rimonta in una partita apparentemente già persa, doveva rappresentare un’avvisaglia per i Knicks. Non l’hanno ascoltata. E non solo, sono stati arroganti.

Gli Hawks hanno eseguito il proprio piano per tutta la gara: hanno attaccato Jalen Brunson su ogni singolo possesso nella metà campo difensiva. Lo hanno messo nel frullatore, a partire da CJ McCollum, in una versione stellare da 32 punti e 6 assist, con 3 dei 4 canestri finali di Atlanta per completare il sorpasso. Ma tutti hanno aggredito Brunson, che ha concesso 1.77 punti per possesso agli avversari sulle penetrazioni che ha difeso, una delle prestazioni peggiori della stagione (la 6°, per esattezza) per un difensore nel 2025/26.

Eppure, chiunque potrebbe rispondere che gli Hawks hanno mantenuto un offensive rating in queste due partite pari a quello dei Washington Wizards in stagione. Ma, punto uno, siamo ai Playoffs, si segna di meno per svariate ragioni che hanno a che fare con il pace e molto altro. Punto due, se i Knicks attaccano a propria volta male e non riescono ad ammazzare la partita, avere un target fisso in difesa finisce con il punirti nel clutch time. New York ha sia attaccato male, sia concesso agli Hawks di rientrare.

Il primo peccato capitale è anche merito di Atlanta, ma soprattutto colpa dei Knicks. Questi ultimi hanno attaccato di squadra per tre quarti, toccando con i titolari sempre un margine di vantaggio rassicurante. Poi, nel quarto periodo, è diventato solo e soltanto isolamento di Brunson, nonostante Karl-Anthony Towns fosse reduce da un terzo quarto quasi perfetto al tiro, con 14 punti in solitaria. Agli Hawks è bastato mescolare un po’ le carte in tavola ricorrendo a una vecchia strategia, ignorare Josh Hart e porre un’ala fisica su Towns (QUI un’analisi molto al dettaglio del problema), per rende le cose più che stagnanti.

Il risultato? Oltre alla sconfitta, il peggior quarto periodo stagionale per New York, che hanno chiuso la regular season come dominatori assoluti nell’ultima frazione. Brunson, clutch player per definizione, non ne è rimasto esente nonostante i canestri ovviamente segnati a causa del volume stratosferico e del mancato coinvolgimento dei compagni.

Come rimediare? Coinvolgendo, in primis, di più Towns, anche perché storicamente quando tocca tanti palloni la squadra poi tende a vincere, specialmente contro gli Hawks che, a parte Jonathan Kuminga, non hanno trovato soluzioni individuali. Poi, urlando a Towns che deve farsi vedere a propria volta, comprendendo prima l’andamento del possesso anche senza che Mike Brown si debba sgolare, e soprattutto prendendo posizione contro avversari più piccoli. Parliamo di un veterano con oltre dieci anni di esperienza e con due run alle spalle alle Conference Finals: non è che non sappia farlo – il terzo quarto parla da solo -, deve attaccare la spina.

A tal proposito, questo si allaccia al secondo peccato capitale: aver riportato in partita gli Atlanta Hawks. Come? In maniera inaccettabile, con una serie di errori di Mike Brown e del proprio staff imperdonabili in un contesto Playoffs. Quello davvero imperdonabile consiste nella gestione del timeout. Non sul possesso finale, perché i Knicks non ce lo avevano, a differenza di quanto si è sentito in giro.

Ben prima, a circa 3 minuti dal termine. A quel punto, New York aveva a disposizione un timeout definito “use-it-or-lose-it (o lo usi, o lo perdi), figlio della regola NBA per cui negli ultimi due minuti ogni squadra ha a disposizione solo due chiamate per fermare il gioco, mentre eventuali timeout in esubero vanno persi. Brown ha deciso di non chiamarlo, e fin lì può avere senso. Poi, però, ha fermato il gioco a 2:43 dal termine, appena dopo la scadenza, in un possesso dove i Knicks erano posizionati molto bene per segnare, con Brunson in penetrazione e Anunoby liberissimo in angolo. Brown non ha dato spiegazioni soddisfacenti in conferenza, anzi.

Un po’ più accettabile, ma del tutto non necessario, l’esperimento dei quintetti senza né Brunson, né Towns, ricollegandosi al tema dei pochi tocchi garantiti a KAT. Quest’ultimo, ormai da due anni, domina come guida della second unit, perché è un punto di riferimento offensivo di alto livello, soprattutto se viene circondati di tiratori come Shamet e McBride, o di ali versatili come Bridges e Anunoby. Può convivere perfino con Mitchell Robinson alla grande, essendo la mano di KAT da fuori morbidissima e sapendo il dominicano mettere palla a terra. Quei minuti, ad aprile, sono spariti del tutto inspiegabilmente.

Questo può avere senso in stagione per non superare i 30/35 minuti di gioco. Ma in una partita del genere, dove Towns stava dominando e ha chiuso con 33 minuti, altri cinque giri di orologio a inizio secondo o quarto periodo non avrebbero fatto male. Anche perché è lì che i Knicks prima sono stati ripresi, poi hanno cazzeggiato anziché ammazzare la partita.

Partiamo dal secondo quarto. Sul +10 e in pieno controllo, New York ha sperimentato senza alcun senso logico un quintetto senza Brunson né Towns, concedendo un parziale di 13-2 in meno di quattro minuti. La lineup McBride-Shamet-Anunoby-Clarkson-Robinson ha giocato in stagione un totale di 16 minuti su 82 partite. Si comprende subito il problema di questi cinque: manca del tutto un connettore, e soprattutto un minimo di creazione per i compagni palla in mano, nonostante tutti siano ottimi gregari se innescati. La prima soluzione, l’inserimento di Josh Hart, sarebbe stata funzionale molto prima, e infatti ha fermato l’emorragia.

Se errare è umano, perseverare è invece diabolico. Ancora doppia cifra di vantaggio (+12), ancora controllo a inizio quarto periodo. Ancora un quintetto senza Towns né Brunson, ancora una lineup – Alvarado e Bridges al posto di Shamet e Clarkson, paragonandola al secondo quarto – addirittura mai testata in stagione. Ancora parziale Hawks, che rientrano a -6 in tre minuti prima che una tripla di Anunoby interrompa l’inevitabile e si chiami timeout nel possesso successivo.

“Ok, +9 non è male”, direte voi. Nel pratico, sì, hai concesso riposo alle due stelle e hai perso solo tre punti, ha senso. Ma non c’è alcun motivo per non lasciare in campo Towns o Brunson, anche con quattro falli, cinque minuti extra, magari dividendo i minuti per far avere comunque riposo a entrambi. A inizio quarto periodo, con KAT on fire e quel vantaggio, cinque minuti in campo avrebbero probabilmente garantito a New York un ulteriore vantaggio che avrebbe messo la parola “fine” sulla gara.

A quel punto, bastava far uscire Towns, come SEMPRE fatto in stagione, lasciando in campo Brunson con Mitchell Robinson fino agli ultimi tre o quattro minuti, dove KAT sarebbe arrivato riposato e capace di rientrare, al bisogno. In questo modo, seguendo l’andamento delle due partite, Gara 2 si sarebbe chiusa prima, esattamente come Gara 1, senza correre rischi inutili. O magari no, ma ci sarebbero comunque state soluzioni reali e testate nel corso delle 82 partite precedenti. Sono stati solo 290 nell’arco di tutta la regular season i possessi competitivi giocati da New York senza le due stelle.

Non serve spiegare ulteriormente perché i Knicks, nonostante i meriti degli Hawks, siano gli artefici della propria disfatta, aggiungendo al computo di una serata horror anche il 17 su 27 dalla lunetta, con uno 0 su 2 di Anunoby sul finale che in una sconfitta di appena un punto pesa enormemente.

Questo è stato un cazzotto allo stomaco, sinistramente simile a quello di Gara 1 delle passate Conference Finals contro gli Indiana Pacers, che pone i New York Knicks in una posizione di svantaggio al momento nella serie, avendo perso una delle partite casalinghe. Lo stesso accadde con i Pistons al primo turno dei passati Playoffs, e risposero con due vittorie “cazzute”, in partite punto a punto. Adesso, probabilmente, servirà fare lo stesso, ma senza cazzeggiare in quelle serate da chiudere per tempo, come era Gara 2.

Anche perché questi Hawks non sono gli sbarbatelli Pistons alla prima esperienza, sono pieni di veterani e non hanno nulla da perdere, si trovano in una fase di retooling dove ogni sconfitta o vittoria ai Playoffs è solo un’aggiunta a un traguardo già straordinario. Tutto è nelle mani dei Knicks, e non possono permettersi di buttarlo via.