Quella di Simone Fontecchio non è una questione solo di “gaussiana”, come ha giustamente detto Flavio Tranquillo, ma di convinzione, fiducia e soprattutto modalità di utilizzo.

“Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri” è la traduzione della celeberrima frase che rimpiazza I sette comandamenti in The Animal Farm, opera satirica altrettanto conosciuta di George Orwell. Sebbene nel libro si tratti di una sequenza di parole intrisa di ipocrisia che, senza spoiler, tradisce quelli che un tempo erano gli ideali della rivoluzione, assumendo di conseguenza connotazione negativa agli occhi del lettore, in questo caso sarà utile – slegata dal contesto di origine – a spiegare un concetto molto semplice.
L’Italia non ha una superstar, non ha Nikola Jokic, Luka Doncic, Giannis Antetokounmpo o chi volete voi. Ha un organico compatto, coeso, con un livello medio abbastanza alto e dove esistono sì gerarchie, con giocatori indispensabili ma senza una vera e propria élite capace di funzionare senza che anche la “classe operaia” renda alla perfezione. Quando entrano in campo, tutti sono uguali, tutti devono ricoprire senza intoppi il proprio ruolo per fare in modo che la squadra risulti competitiva, non c’è margine per eccezioni, non c’è margine per una brutta partita tanto di Nicolò Melli quanto di Matteo Spagnolo, se l’obiettivo è provare a vincere Eurobasket. E poi c’è Simone Fontecchio.
Il nuovo giocatore dei Miami Heat non è un talento mai visto prima, non è speciale se rapportato ai nomi dei supertop citati all’inizio del precedente paragrafo. Nasce come role player di altissimo livello, viene adattato a prima opzione offensiva a causa di quelli che sono gli attuali bisogni (e l’attuale talento) della Nazionale, in un mondo ideale può contribuire alla vittoria con la solita, altissima efficienza, ma senza doverne sparare quaranta. Però, in questo sistema, dove è l’organico che conta ancora prima che il singolo, dove bisogna sempre costruire qualcosa di squadra a metà campo in assenza di talento individuale, Fontecchio non può che essere quello “più uguale degli altri”. In questo caso, non detto dispregiativamente.
Che sia “uguale” agli altri, che non faccia parte di una super élite, lo si vede dalle prestazioni contro la Grecia o anche contro la Georgia: 18 punti complessivi con 5/21 totale dal campo e una sola tripla a segno su 10 tentativi. Ma non solo dai numeri, si è capito anche dal fatto che molti di questi tiri siano arrivati in situazioni scomode, di gioco rotto, principalmente forzature dove gli veniva richiesto di creare qualcosa, di trasformare in un prelibato piatto da Stella Michelin la proverbiale patata bollente. E questo soprattutto nei primi minuti – ricordiamo, tra l’altro, delle prime due partite – influenzandone il ritmo generale.
Normale che sia così, se l’attacco proprio non gira si cerca il miglior scorer, il miglior talento offensivo, e si prega. Ma Fontecchio non è quel tipo di giocatore, uno Shot Maker elitario, come si direbbe in terra americana. Non crea spesso vantaggio palla in mano, ma non può nemmeno segnare di punto in bianco in testa a tutti, non può essere una prima opzione offensiva da palla morta. Deve essere innescato, far parte del flow dell’azione. Ed è qui che è “più uguale degli altri”: nessuno, nell’Italia, è bravo come lui nel gestire il vantaggio o attaccare il closeout.
Per questo motivo, come ha ben spiegato anche Danilo Gallinari dopo la sconfitta con la Grecia, c’è bisogno che sia la squadra a trovare una soluzione per aiutarlo a produrre e non viceversa. Non è un semplice tiratore, non è una questione solo di “gaussiana”, di varianza o probabilità come ha provato giustamente a spiegare in telecronaca su Sky Flavio Tranquillo. Non si devono valutare le prestazioni giocatori di sistema come Fontecchio in a vacuum, cioè eliminando il rapporto di causa-effetto o il contesto. Anche perché non è un semplice tiratore, né tantomeno uno che vive di sporadiche strisce positive.
C’è una sostanziale differenza tra l’iniziare la partita con due tiri liberi a segno dopo che la squadra ha mosso la difesa della Bosnia e fare a sportellate contro la fisicità della Grecia, ed è il ritmo. Fontecchio, a Eurobasket, può e deve far valere le proprie doti fisiche andando dentro, e infatti quella di ieri è stata la partita dove più volte ha tirato da dentro, con 6 su 10 da due punti – e ricordiamo anche 4 su 5 contro la Georgia, dove è mancato il tiro pesante (in questo caso sì) per pure questioni di probabilità.
Se Fontecchio riceve dinamicamente, se non gli si chiede passivamente e pigramente di creare qualcosa da zero, può essere sempre quello della Serbia in World Cup o quello dei record contro la Bosnia, ma la costruzione di squadra è una condicio sine qua non. Anche guardando alla prestazione mostruosa di ieri, se si toglie quel fadeaway con il quale ha iniziato la partita che non può essere ripetibile ad ampio volume, la qualità dei tiri è altissima. In ordine:
- schiacciata bimane liberando il lato forte contro una difesa non totalmente schierata
- fadeaway, come detto, non ripetibile sul lungo periodo
- tripla uscendo dal blocco di contenimento di Diouf sul lato debole
- tripla dall’angolo in spot-up dopo un penetra-e-scarica di Thompson
- penetrazione in fase di semi-transizione sfruttando il blocco drag di Diouf
- taglio backdoor liberando il lato forte – perché se inizia a entrare il tiro è normale che la difesa si preoccupi di più e provi ad anticipare
- tripla in transizione
- penetrazione di forza sempre in transizione
- tripla dall’angolo in catch&shoot
- ancora transizione
- pick&roll da portatore con Diouf
- tripla dall’angolo in catch&shoot
- tripla dopo il consegnato di Pajola
E sono escluse le situazioni che hanno portato ai liberi. Come si può notare, sono tutte conclusioni “di ritmo”, assolutamente replicabili, ma nessuna di esse prevede una creazione di vantaggio dal palleggio tirando in faccia al difensore in stile Doncic, o sportellate violente come se fosse Giannis Antetokounmpo. C’è sempre un’impostazione per garantirgli il ritmo, e se a Fontecchio garantisci ritmo succedono cose buone, entrano i tiri e di conseguenza si aprono ancora di più gli spazi. La filosofia della Nazionale nella gestione Pozzecco e dello staff tecnico guidato da Edoardo Casalone.
L’Italia non va tanto lontano dove la porta Simone Fontecchio, non è quello che gli viene richiesto. Anzi, è quasi l’opposto, è un ingranaggio che gira se lo fanno anche tutti gli altri, difficilmente riuscirà da solo a far funzionare l’intera macchina. Non è il giocatore più talentuoso di Eurobasket, non è il secondo, non è il terzo e via dicendo, ma può essere il primo tra i pari in questa nazionale. Deve esserlo, e “gli altri” devono permettergli di esserlo, come si chiede una squadra, ancora di più a questa Italia.