L’aggiunta di Deandre Ayton è una scommessa necessaria per i Lakers, in assenza di meglio, ma può risolvere problemi come crearne di nuovi.

Ayton Los Angeles Lakers

Quando è arrivata la notizia del buyout di Deandre Ayton, c’è chi ha subito maliziosamente pensato “questo trasuda Los Angeles Lakers da tutti i pori”, e chi mente. Si tratta proprio del nome ideale per il mercato angeleno, una prima scelta assoluta dal talento smisurato ma eccessivamente pompato sin dall’inizio della carriera e per la quale la pallacanestro finora è sempre passata solo in secondo piano. Il suo agente, Bill Duffy, è inoltre lo stesso di Luka Doncic, quindi Bingo!

Il fit, come si può notare, si presenta perfetto, e mettendo da parte il sarcasmo esistono tutti i presupposti affinché si dimostri tale persino sul parquet. Aggiungendo, prima di dilungarsi, che acquisirlo a cifre così ridotte e come un free agent a seguito del buyout – dunque senza sacrificare asset – rappresenta senza dubbio un affarone per i gialloviola.

Soprattutto considerando che si trattasse di una firma più che necessaria, vista la moria di lunghi tra i free agent rimasti e i tanti movimenti nel reparto – Myles Turner ai Bucks, Clint Capela ai Rockets, Valanciunas scambiato ai Nuggets, Brook Lopez ai Clippers, Day’Ron Sharpe che resta ai Nets e via dicendo.

Una scommessa che valeva la pena di effettuare, supportata dal prezzo scontato e dal talento cestistico di Ayton, che non si può assolutamente mettere in discussione. Una scommessa necessaria, che come ogni scommessa richiede però un’attenta analisi dei rischi e dei benefici.

Pro: giocherà per il nuovo contratto

Per come è strutturato questo nuovo contratto, anche quella di Deandre Ayton è una mezza scommessa su sé stesso. Dopo il buyout con Portland, per la stagione a venire non ha perso molto: $35.6 milioni il contratto originale, ma $25.6 milioni quelli che gli daranno i Trail Blazers e $8.3 milioni quelli garantiti dai Lakers. A cambiare decisamente le cose è la player option per il 2026/27.

Il lungo bahamense, per ottenere stabilità economica a lungo termine, adesso ha necessariamente bisogno di mettersi in mostra il più possibile. Questo per lui è praticamente un contract year, pertanto non può permettersi errori che possano scoraggiare i gialloviola o altri eventuali fruitori dal proporgli future offerte più lunghe e onerose. In sostanza, meglio giocherà, più guadagnerà.

Nel migliore dei casi per i Lakers, metterà su una grande annata e non ci saranno problemi ad avanzare un nuovo accordo duraturo a cifre più elevate. Nel peggiore, farà male e accetterà la player option, rimanendo un altro anno e facendo ripartire i “se” da zero. In uno dei casi plausibili, infine, si farà il culo in questa stagione ma firmerà comunque con un’altra squadra nell’estate 2026, garantendo prestazioni di alto livello giusto in quella che potrebbe rivelarsi l’ultima annata di LeBron James da Laker.

Per quanto il rischio di perderlo così, dopo un anno, esista, i gialloviola devono farselo andare bene. E possono riuscirci benissimo, dato che non hanno speso sostanzialmente nulla per la firma – teoricamente si parla dello spazio aperto dalla partenza di Dorian Finney-Smith, ma questa è una cosa indipendente dalla firma Ayton.

Se queste sul contratto dovessero sembrare semplici supposizioni a vuoto, si consiglia di recuperare l’intervista per ESPN nella quale il bahamense, prima della selezione come prima scelta assoluta al Draft 2018, rispondeva così a chi gli chiedeva quali fossero i fattori per definire il successo in NBA: “Sicuramente arrivare al mio secondo contratto: questo è il mio successo”.

Contro: giocherà solo per il nuovo contratto?

Certo è che, per quanto possano costituire universalmente il motore di ogni azione umana in questa società, i soldi non possono neanche rappresentare la sola motivazione per giocare a pallacanestro. Non perché sia discutibile, parliamo di atleti professionisti in una Lega che incarna e affonda le proprie radici nel capitalismo, ma perché verrà richiesto di vincere, non di guadagnarsi il rinnovo.

Il che significa mettersi al servizio della squadra, non accumulando numeri vuoti per poi sparire nei momenti importanti o concedersi passaggi a vuoto facendo pieno affidamento sui compagni. Ayton dovrà tirare fuori quello spirito competitivo che nel 2021 lo ha portato ad imporsi come uno dei tre giocatori più importanti di un nucleo arrivato a due vittorie dal titolo – e non necessariamente il terzo.

Sarà necessario ingoiare il boccone quando verrà richiesto di bloccare in un certo modo e posizionarsi in un altro, di prendersi alcuni tiri e di rifiutarne altri, di difendere aggressivamente e di non comportarsi da spettatore non pagante.

Specialmente visti i precedenti, cioè tutto il dramma della stagione 2021/22 a Phoenix, quando i Suns e il giocatore si sono scontrati sul (mancato) rinnovo contrattuale. Quanti si ricordano quella geniale trovata di presentarsi alla facility della squadra con la canotta del compagno Elfrid Payton, cognome che si può scomporre in “Pay” e “Ayton”, cioè “pagate Ayton”?

Pro: il talento non si discute

Prendendolo così, in una palestra vuota, nessuno oserebbe argomentare contro le doti del Bahamense. La mobilità laterale, combinata all’elevazione, già di per sé lo rendono un’arma versatile sui due lati del campo: in difesa può cambiare su tutti, anche in isolamento, agendo da marcatore primario su lunghi e in generale profili più fisici d’élite da Nikola Jokic a Giannis Antetokounmpo, che sia incontrandoli in area o contenendone il post; offensivamente, è un lob threat pericoloso e un ottimo bloccante, con eccellenti numeri anche a rimbalzo offensivo.

Poi, però, ci sarebbe pure il tocco. Non ha mai sviluppato un tiro da tre punti con volume, ma naviga costantemente oltre il 90esimo percentile (anzi, flirta con il massimo) per conclusioni tentate dal mid-range, sia esso più nella zona del “floater”, sia più nelle vicinanze del perimetro. E le percentuali di conversione sono ottime, oltre il 70esimo percentile – 44% per i “long Two”, 51% per i tiri dallo short-midrange nella passata stagione. Un’arma persino in post, e che di conseguenza apre un mondo.

Quelle mani, unite alla mobilità sopra la media, ai solidi blocchi e alle conseguenti abilità sul roll/pop lo rendono uno dei migliori finalizzatori – negli Stati Uniti li chiamano “play finisher”, giocatori capaci di convertire il vantaggio già creato, di chiudere l’azione – della Lega all’interno del perimetro.

Negli ultimi due anni ai Trail Blazers non è mai stato circondato di playmaker o creator capaci di valorizzarlo, i quali non dovrebbe avere problemi a trovare però ai Lakers. Doncic e LeBron sono maestri nello sfruttare i lunghi che sanno bloccare e rollare con i tempi giusti, ma nel caso di Ayton quel tocco lo rende anche una minaccia da armare in post, o comunque con ricezioni profonde che i due playmaker possono garantire.

E poi, come detto, c’è la fase difensiva. Sia chiaro, non ci sarà da aspettarsi il centro dei Suns del 2021, quello capace di arginare Nikola Jokic e di agire da marcatore primario, con più successo di quanto suggeriscano i numeri a prima vista, su un Giannis Antetokounmpo in versione divinità olimpica alle Finals. Ma qualcosina di buono si è vista eccome.

Un solido rimbalzista e rim protector, talmente mobile e versatile da poter cambiare a piacimento anche sul perimetro e da agire anche in aiuto… difficile chiedere di più a un lungo acquistato a meno della piena MLE. Anzi, si tratta di vera e propria manna dal cielo per una difesa che ha sì faticato in primis a contenere le penetrazioni perimetrali nel primo turno contro i Timberwolves, ma che mancava anche di personale in aiuto in area.

Con un buon comunicatore accanto come LeBron James e con un minimo di istruzioni da parte di coach Redick, per quanto il roster non sia dotato di grandi difensori, un Ayton concentrato potrebbe rivelarsi un’ancora di discreto livello.

Contro: l’interruttore spesso indica “off”

Si torna sempre lì, la testa fa la differenza. Una run Playoffs avvenuta cinque anni fa non giustifica un lustro di “ball watching” e di scarso impegno. E non si parla di quelle clip virali dove viene catturato a osservare il proprio uomo prendere i rimbalzi, ma di tutta la pigrizia generalizzata che traspare anche da alcuni report che non hanno a che fare con il campo.

In queste stagioni a Portland se ne sono lette di ogni, dalle cattive prestazioni provocate dall’incapacità di dormire a causa dell’assenza del giusto materasso fino alle partite mancate per la strada congelata nel vicinato. Per quanto possano sembrare cazzate, si sono rivelate abbastanza in linea con le sue tendenze a non impostare l’interruttore su “on”.

Ovviamente, ai Trail Blazers dell’ultimo biennio gli stimoli mancavano, così come l’ultimo periodo a Phoenix non è facile da valutare, tra frizioni con allenatore e dirigenza, ma dal lato opposto bisogna anche considerare che esiste un motivo per cui sia finito a svernare nel deserto di Portland.

Adesso, a Deandre Ayton serve un reset mentale prima di ogni altra cosa, che deve entrare nell’ordine di idee che in quel di LA tornerà a lottare sia per uno stipendio, sia per vincere. Magari il fatto di non avere a che fare con le strade congelate dell’Oregon potrà aiutarlo a concentrarsi fin da subito.