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Karl-Anthony Towns è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita!” è una citazione letterale da Forrest Gump, e se pensate che non sia vero avete ragione. Per chi avesse poca familiarità con il giocatore, basti sapere che si tratta di un grande talento incompiuto, con una carriera probabilmente migliore di quella venduta dai media, nascosta dietro l’anonimato prolungato di Minneapolis, ma incapace di raggiungere le vette sperate al suo ingresso nella Lega. Per certi versi, è giusto dire che Gara 3 contro gli Indiana Pacers sia la sua legacy game, una prestazione da tramandare ai posteri per raccontare la sua persona.

Problemi di falli a inizio partita, come gli capita da sempre – 3.5 la sua media in stagione, primo posto alla pari con Jaren Jackson Jr. – due dei quali commessi in attacco, anche questo tallone d’Achille. Uno con un blocco in movimento, come ne ha fatti mille in carriera prima di smettere del tutto di bloccare, assenza del fondamentale che gli impedisce fra le altre cose di collaborare al meglio con una macchina da pick&roll come Brunson. Un altro fallo, sempre nei primi minuti, trovandosi in post contro un difensore più piccolo e leggero, Haliburton, allacciandogli il braccio senza alcuna necessità. Challenge di Carlisle e, da fallo avversario+canestro, fallo in attacco+panchina, aprendo il campo alla run degli Indiana Pacers. Aggiungiamo il solito spaesamento difensivo (anche se decisamente meglio di Gara 2) assieme a tiri pigri o rivedibili, senza rientrare contro uno degli attacchi più repentini della Lega da rimbalzo difensivo, e si otterrà la classica partita nella quale Towns deve fare solo una cosa: sedersi in panchina e respirare. Poi, però, il miracolo.

Nel momento della massima disperazione per i New York Knicks, sotto 2-0 e -10 in trasferta entrando nel quarto periodo, con Jalen Brunson fuori per falli, KAT ha segnato o assistito 22 dei 24 punti dei suoi nei primi 8 minuti di quarto periodo, esplodendo con un 6 su 8 al tiro, 3 su 4 da tre punti e 5 su 6 ai tiri liberi. Prima di allora, aveva 4 punti con 2/8 dal campo, con 4 palle perse e 4 falli. Una faccia totalmente diversa, un cioccolatino di tutt’altro sapore non tra una gara e l’altra, ma da un minuto all’altro.

Una instabilità che non può che fare incazzare ancora di più chiunque apprezzi Towns e quella rapidità di piedi così inusuale per un lungo, le mani da pianista, le letture talvolta sconvolgenti come passatore. Fa incazzare perché i piedi li muove spesso in una sola metà campo, nonostante abbia i mezzi per resistere su ogni tipo di cambio (e lo ha dimostrato contro i Celtics), perché quelle mani da pianista le usa per triple contestate dal logo in momenti in cui potrebbe ammazzare diversamente la partita, perché a quelle letture rapide alterna dormite sui raddoppi o passaggi inusuali che lanciano i contropiedi avversari.

La narrativa tossica creata dall’addio al tempo di Jimmy Butler e dai racconti verosimili su scene di supremazia totale in un celebre allenamento, che solo Jeff Teague – adesso podcaster in rampa di lancio grazie proprio ai suoi comici racconti – sembra ricordare con perizia di particolari, ha spostato il focus su difetti del tutto inesistenti, ignorando quelli reali: Towns non è soft, non è vero che gli piace nascondersi nei momenti importanti (molti si stupiranno dei suoi numeri nel quarto periodo in questi Playoffs), è molto semplicemente instabile e limitato. Tanto (TANTO) mentalmente, se si parla però di interpretazione del momento e non di timore, quanto tecnicamente, perché gli mancano basi che non ha mai imparato/voluto imparare o che nessuno gli ha insegnato.

Non sa guadagnarsi la posizione profonda in post basso, non sa sfruttare al meglio il perno nonostante i piedi velocissimi, allarga troppo spalle e gomiti quando è di schiena rispetto al canestro, non sa bloccare perché allarga troppo piedi e anche o tende a spostarsi verso il portatore, non ha la minima idea di come scivolare senza commettere fallo, non alza mai le mani per contestare i tiri al ferro, cerca la palla anziché un modo per alterare le conclusioni etc. etc. etc. Ma soprattutto non è capace di mantenere alta l’attenzione per tempi prolungati, tende a piacersi troppo e a non comprendere l’inerzia della gara.

Questi i limiti che gli impediscono di essere un supertop NBA e un giocatore costantemente dominante, questi i limiti che rendono ogni sua prestazione un jolly, un dado tirato per aria, un cioccolatino scelto alla cieca. E chi dice il contrario semplicemente ha visto qualche video YouTube o meme e nemmeno una singola partita in carriera di Towns.

Basti vedere Gara 7 contro i Denver Nuggets dello scorso anno, la più importante nella sua carriera e forse nella storia dei Timberwolves, giocata con attenzione in attacco e (udite udite!) in difesa – perché quando è connesso sa fare anche quello, altro punto che fa incazzare. E subito dopo le abominevoli Conference Finals contro i Dallas Mavericks, nelle quali ha anche beffardamente deciso di vincere Gara 4 una volta che la serie era finita.

Basti vedere le partite decise nel clutch time contro i Detroit Pistons al primo turno o alcune stretch dominanti contro i Celtics per riacciuffare gli ampi svantaggi, e nella stessa serie intere gare con atteggiamenti passivi e decine di minuti trascorsi a scansare il pallone. Basti vedere la Gara 1 perfetta sulle due metà campo contro i Pacers nonostante la sconfitta e poi la Gara 2 dove è stato il principale target dell’attacco di Indiana.

Basti vedere, come detto, Gara 3 nella sua interezza, il manifesto di una carriera. Tutti limiti palesi alternati a dimostrazioni di doti straordinarie, un bipolarismo da Dr. Jekyll e Mr. Hyde che ha reso facile mascherare tutto questo dietro a problemi caratteriali inesistenti o irrilevanti, alla sua goffaggine e alla voce buffa o effemminata (siamo ancora qui nell’Anno del Signore 2025).

Karl-Anthony Towns è come una scatola di cioccolatini, e i New York Knicks devono solo sperare che ne capiti uno particolarmente buono in Gara 4.