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It’s always sunny in Philadelphia, recita il titolo di una serie cult ambientata – manco a dirlo – nella città dell’Amore Fraterno. Naturalmente, non è vero. Fa spesso freddo e piove e, nonostante la grande passione, pure sul versante sportivo, non ne va dritta una che una. Ma, sì c’è un “ma”, Babbo Natale quest’anno è arrivato in anticipo. Come da manuale è grande e grosso, ha la barba un po’ incolta e…

Si fa chiamare Daryl Morey.

Non Santa, proprio Daryl. Non viene dalla Lapponia, ma da Houston. A Philly va bene così.

Il 2020 è stato brutto per tutti, OK, per i Sixers pure di più. Dopo aver chiuso il 2019 con l’illusione di avere una squadra da titolo, si sono ritrovati nell’anno nuovo alle prese con un roster disfunzionale, un coach confuso, un GM depresso e via andare. Blackout a marzo, ad agosto si entra in bolla, si rompe Simmons, si rompe il giocattolo. Quattro schiaffoni dagli odiati Celtics, tutti a casa molto presto. Meritatamente.

Poi certo, andare a casa con la prospettiva degli zilioni di dollari da dare a Al Horford e Tobias Harris, senza lo straccio di un tiratore, con due stelle in crisi d’identità. Roba da star male. Chiamate il Dottore, allora.

Entri Doc Rivers.

Di Doc ce n’è solo uno a Philadelphia, si levano mille voci dalla città. OK calmi, lo chiameremo solo Glenn, ma ripartiamo da lì. Che poi cambiare l’head coach, per primo, non sembrava nemmeno il giusto ordine delle cose. E infatti.

Dicevamo appunto di Daryl Morey. A sorpresa, ma forse neanche troppo, il GM più chiacchierato – ma anche tra i più vincenti – dell’universo NBA, decide di dire addio ai Rockets e (forse) al suo totem James Harden. Una parabola si è chiusa. Avanti un’altra.

I padroni del vapore dei Sixers – Harris e Blitzer – vieppiù criticati, colgono la palla al balzo, decidono che il progetto va rifondato, che il Processo va rianimato, forse riesumato. Magari nella versione Process 2.0. Quella di Daryl, il Maestro di Sam Evil Hinkie. L’altro lato della Forza.

Quindi a Doc, si aggiunge Daryl, si era già aggiunto Dave Joerger, arrivano Sam Cassell e Dave Burke. Lo staff manageriale viene rafforzato e resta pure Elton Brand. Guarda e impara, amico mio.


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Ritorna il sole a Philadelphia.

Miracoli non se ne possono fare, sia chiaro. Con quei salari lì, con quell’assortimento di giocatori lì, l’antitesi del moderno spirito del gioco. Ma Daryl non è solo MoreyBall, non è solo statistica e tiro da tre. È soprattutto un instancabile ricercatore della pedina giusta, dello scambio possibile, dell’architettura di mercato che lo porti, passo passo, là dove vuole arrivare, partendo da quello che ha a disposizione.

Sotto questo segno le prime mosse. Muovere Al Horford – onore al gran giocatore, sia chiaro – il suo contratto, il suo equivoco tecnico a Phila, anche a costo di qualche sacrificio. Tradotto, il sacrificio è una prima scelta del 2025, più una seconda per Danny Green. Un big, per un tiratore. Buona la prima.

Poi mano all’altro uomo giusto nel posto sbagliato. Josh Richardson, gran talento, ma poca inventiva e tiro intermittente, troppo per una squadra priva di creatori dal palleggio e povera di spaziatori attorno a Joel e Ben. Morey lo scambia a Dallas, insieme ad una seconda scelta, per Curry, Seth Curry. Il fratello meno celebre, ma quasi altrettanto micidiale dalla lunga, una sentenza nel catch-and-shoot, uno che non scende sotto il 40% dall’arco da quando andava all’asilo. Acqua fresca nel deserto di Philadelphia.

Poi al Draft, con la 21 ancora in mano, Morey e i suoi pescano pure – quasi inaspettatamente – il promettente Tyrese Maxey, da Kentucky, mancata Lottery pick, chissà forse, per il futuro scorno di molti.

È tanto, è poco, è almeno qualcosa per ricominciare, per rimettere un po’ di tessere al posto giusto, in un mosaico sbilenco. Un mosaico che è tutto fuorché un’opera compiuta.

I Sixers ad oggi hanno due All-Star che, agli occhi di molti, sembrano essere una strana coppia, e Lemmon & Matthau non c’entrano niente. Le stats in realtà dicono che i due in campo assieme farebbero anche faville, se solo fossero meglio accompagnati. Certo un Ben Simmons che staziona sul dunker spot, crea un fenomenale ingorgo con quel demiurgo del post che è Ben Embiid. Soprattutto negli attacchi a difesa schierata, in mancanza di reali minacce alternative dalla distanza.


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Phila continua e continuerà a mancare di un creatore di opportunità dal palleggio, qualcuno che semini imprevedibilità in un set da PnR, come in iniziative da isolamento. Curry potrà senz’altro fungere da play secondario, ma è ancora da dimostrare che possa mantenere la stessa pericolosità anche con un utilizzo maggiore.

Doc Rivers dovrà poi lavorare su Tobias Harris, per riportarlo ai fasti dell’epoca nella quale i due si intendevano bene ai Clippers; così come dovrà capire se da Shake Milton possa scaturire, non dico un Lou Williams, ma almeno un back-up combo di livello discreto.

Poi il reparto big. Dove Embiid sarà l’alfa e l’omega, dove si spera che Dwight Howard abbia ancora qualcosa nel serbatoio, ma dove non si vede uno stretch player, capace di impensierire le difese quando Jo-Jo si siederà in panca, se non sul divano di casa.

È tornato il sole a Philadelphia, ma l’estate, vista da dicembre, è ancora lontana, molto lontana.