A 13 mesi di distanza da quella che era stata la blockbuster trade dell’anno nel 2021 (Rockets-Nets), la sessione di mercato appena conclusa ha ancora lo stesso protagonista. James Harden, passato ieri dai Brooklyn Nets ai Philadelphia 76ers in uno scambio così strutturato:

76ERS RICEVONO: James Harden, Paul Millsap

NETS RICEVONO: Ben Simmons, Seth Curry, Andre Drummond, 2022 first-round pick (diritto di rinviarla al 2023), 2027 first-round pick (protetta 1-8, altrimenti ancora protetta 1-8 nel 2028, altrimenti due second-round picks nel 2029 + $2M cash)

Alla fine, insomma, Daryl Morey ce l’ha fatta. La tanto chiacchierata reunion con il Barba è arrivata, e quella di Simmons non è stata una svendita. Per i Sixers, dunque, è una vittoria.

In situazioni “normali”, sarebbe ragionevole considerare Sean Marks (GM Nets) il “vincitore” di questo deal, per il ricco trade package ottenuto in cambio di Harden; considerando le particolarissime circostanze di questo affare e nella fattispecie del rapporto Simmons-Sixers, però, si tratta indubbiamente di una svolta positiva per entrambe le organizzazioni.

La scelta di Brooklyn di liberarsi ora di Harden lascia trasparire abbastanza chiaramente quanto i problemi interni allo spogliatoio (o in generale, all’ambiente) fossero ingombranti e arrivati a un punto di non ritorno.

Oltreoceano chiamano questo genere di situazioni “win-win”: nessun vinto, tutti vincitori. Simmons e Harden inclusi. Almeno, all’apparenza.

Partendo da Ben Simmons, dunque, ecco qualche considerazione su ciascuna delle quattro principali parti coinvolte nella maxi-trade di ieri.