Boogie racconta la sua carriera costellata di infortuni, il rapporto con coach Malone, la disfunzionalità dei Kings e come sente di aver rivoluzionato il ruolo di centro.

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DeMarcus Cousins si guarda intorno, sugli spalti del Chase Center, dopo l’allenamento dei Denver Nuggets in preparazione a Gara 2 contro i Warriors, la sua squadra precedente con cui ha quasi vinto un titolo. A qualche metro di distanza, il coach dei Nuggets Michael Malone parla con i media.

Malone lo aveva già allenato a 150 km da lì, a Sacramento, e non è un mistero che tra i due si sia creato negli anni un legame. Il coach lo definisce “un giocatore eccezionale” sin da quando ha firmato per Denver il 21 gennaio, dopo che il suo accordo non garantito con i Milwaukee Bucks è giunto al termine. Denver ha firmato Cousins per il resto della stagione il 25 febbraio.

“È stato bello riunirsi con lui. Quando lo allenavo a Sacramento, un giorno gli ho detto che siamo molto diversi all’esterno, ma molto simili all’interno. DeMarcus è un ragazzo competitivo, vuole vincere, e si è sempre dimostrato all’altezza del compito. Sono contento di essere stato al suo fianco nel suo ritorno in NBA, in cui sta dimostrando ciò di cui è ancora capace.”

– Michael Malone

Il tempo ha sicuramento cambiato Cousins, visti soprattutto i gravi infortuni che ha subito; la rottura del tendine d’Achille, del crociato anteriore e del quadricipite lo hanno portato dall’essere una stella da max contract ad un role player che è stato tagliato e che ha perso milioni di dollari. Il 31enne ha una media in carriera di 19.6 punti, 10.2 rimbalzi e 3.0 assist, avendo segnato 22 punti di media o più per 7 stagioni.

Nei suoi 11 anni in NBA, comunque, Cousins non ha mai perso il suo desiderio di giocare, nonostante gli infortuni.

“Essere stimato è tutto ciò di cui mi importa. Non tutti sanno apprezzare la grandezza. Basta dire che ci sono persone che odiano Michael Jordan, persone che odiano LeBron James, Kevin Durant, Steph Curry, e la lista continua. A chi sa apprezzare la mia carriera, grazie. Al resto faccio il dito medio.”

In questo Q&A con Marc J. Spears (Andscape), il centro ha parlato del suo rapporto con Malone, del suo possibile futuro con i Nuggets, della confusione a seguito del taglio da parte dei Bucks a gennaio, della frustrazione causata dagli infortuni nel suo passato, dei suoi anni ai Kings e della sua volontà di giocare “fino a perdere le ruote”.

Qual è stata la tua mentalità durante la scorsa free agency? E come ti sei sentito quando non sei stato firmato da nessuno, fino all’offerta dei Bucks il 30 novembre?

Beh, onestamente, per come avevo giocato con i Clippers nei Playoffs 2021, nonostante i miei minuti limitati, pensavo che avrei ricevuto qualche offerta interessante. Avevo dimostrato di essere in salute, di poter aiutare la squadra e di poter scendere in campo in diverse lineup. Ma a quanto pare non è bastato.

Poi è arrivata Milwaukee, e credevo di aver trovato una casa. Andava tutto alla perfezione. Ed è una situazione in cui ancora non capisco molto bene cosa sia successo. Dicono che mi hanno tagliato per un fattore di flessibilità salariale… Non me la bevo. Quindi, non lo so.

Sono sempre stato convinto che tutto succede per una ragione. A Denver mi sto trovando bene ed è stata la scelta giusta per entrambe le parti. Qui apprezzano il mio valore.

Denver era interessata a te prima che accettassi di andare a Milwaukee?

Sì, Denver mi ha chiamato prima di Milwaukee. Mi sono allenato a Denver, poi Calvin Booth (GM dei Nuggets) è arrivato e mi ha fatto fare degli allenamenti a Las Vegas. Due giorni dopo è arrivato lo staff di Milwaukee e alla fine di un allenamento mi hanno detto che mi avrebbero offerto un contratto. Gli ho chiesto se fossero venuti perché avevano sentito che a Denver erano interessati a me, e mi hanno detto di sì, e che volevano arrivare ad un accordo in fretta. E così è stato, anche perché a Denver mi avevano detto che erano molto interessati, ma che non avevano un posto libero per me.

Milwaukee è arrivata e ha concluso l’accordo velocemente. Hanno messo le carte in tavola, dicendo che avevano bisogno di me. Parlavano addirittura di qualcosa a lungo termine; ecco perché, come ho detto, tutta questa situazione non ha alcun senso. Sembrava tutto a posto. Vincevamo. Ho dimostrato di essere in salute. Mi adattavo perfettamente al sistema. Producevo i miei numeri. Tutto funzionava. Non capisco cosa sia successo.

Il giorno in cui mi hanno tagliato mi ero infortunato al polpaccio. Non mi ero nemmeno fatto la doccia, non hanno neanche aspettato che mi togliessi la divisa per dirmelo...

È quel lato del business che la gente non può comprendere. Le squadre NBA sono fottutamente brutali. E la parte più strana, quella che fa più schifo, è che possono usare qualsiasi scusa vogliano. Possono dare ai media e al pubblico qualsiasi scusa, anche lontana dalla realtà. Mentre tu sai che è una cazzata.

Hai considerato di ritirarti dopo che i Bucks ti hanno tagliato?

No, anche perché Denver ha chiamato subito. Sono tornato a casa per un giorno, e hanno chiamato. Non ho neanche avuto il tempo di parlare e di arrabbiarmi per quello che era successo a Milwaukee, che dovevo già iniziare con la riabilitazione del polpaccio. Non ho avuto il tempo di starci male perché dovevo lavorare per farmi trovare pronto dai Nuggets.

Forse mi sbaglio, ma sembra che tu e Michael Malone abbiate una connessione che non hai mai avuto con nessun altro coach. Perché?

È quella più documentata. L’ho avuta anche con altri coach, ma questa è quella più documentata. Detto questo, Mike sa chi sono: lui non si beve la stronzata della reputazione. Ovviamente, ha parlato di me ai Nuggets e si è esposto per permettermi di trovarmi in questa posizione. Ha spinto affinché accadesse. Lui mi conosce.

Mi conosce da quando ero un ragazzo. Siamo rimasti in contatto dopo la nostra prima esperienza da giocatore e coach a Sacramento. Ogni volta che succedeva qualche incidente o trovavo un ostacolo, Mike si faceva vivo. Se venivo tagliato, scambiato, se mi infortunavo, Mike mi chiamava. E se lui raggiungeva qualche traguardo, ero io a farmi vivo. È un rapporto genuino.

Hai avuto successo quando giocavi per Malone a Sacramento, fino a che nel 2014 è stato licenziato dopo una serie di sconfitte, mentre tu eri fuori a combattere la meningite. Cosa ti ricordi del suo licenziamento e che effetto ha avuto su di te?

Ho pensato che fossero pazzi… e ora si vede. Non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Al tempo sapevo che Mike era un ottimo allenatore. Infatti, ha cambiato squadra ed è stato un successo. Quando era con noi a Sacramento, era un vincente. La scelta di licenziarlo non aveva nessun senso e mai lo avrà. Se non l’avessero licenziato, le cose a Sac non sarebbero andate così male.

Pensi che saresti rimasto più a lungo a Sacramento se non l’avessero licenziato?

Assolutamente, e avremmo vinto. Probabilmente avrei concluso la mia carriera lì con Mike. Non ci penso più tanto però: mi sono spostato qua e là e ho avuto altre cose per la testa. Se perdessi tempo a pensarci, probabilmente non sarei dove sono ora. Ho dovuto investire molto tempo e concentrazione nel rimediare ai miei errori, prendermi cura del mio corpo, cercare di tornare in forma. Perché pensare a Sacramento? Facevano schifo prima che arrivassi. Facevano schifo mentre ero lì. Fanno schifo ora.

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Avevi 21.1 punti e 10.8 rimbalzi di media nelle tue sette stagioni a Sacramento, dopo che ti hanno selezionato con la quinta scelta nel 2010. Ti piacerebbe vedere ritirata la tua canotta numero 15 lì?

Ho investito tanto tempo e ho lavorato duramente, ho fatto tanti record lì. Onestamente credo di essere il miglior giocatore ad essere passato per Sacramento.

La presenza di Mike ti ha aiutato ad adattarti quando sei arrivato a Denver?

Ovviamente, la parte più difficile è integrarsi nel sistema, conoscere i ragazzi, imparare i loro movimenti, il mio ruolo. Una volta fatto questo, tutto il resto è andato alla grande. So cosa aspettarmi da Mike, e lui sa cosa aspettarsi da me quando metto piede in campo. Se c’è un problema, Mike è molto diretto nel dirmi cosa devo fare meglio.

Ora sei il backup di Nikola Jokić. Senti di guardarti un po’ allo specchio, quando lo vedi giocare? Rivedi un po’ un giovane Cousins in lui?

Assolutamente. Non per togliere il merito a nessuno, Jokic è unico. Ma quando si tratta dei lunghi del giorno d’oggi, che tanto elogiamo, credo di esserne il padrino. E non me ne danno il merito, ma va bene. Me lo do io da solo. So ciò che ho fatto per il basket. Sono il primo lungo ad aver avuto delle triple doppie. Il primo a tirare da tre. Facevo registrare triple doppie quando ancora c’erano due lunghi nel pitturato.

Se potessi tornare indietro e cambiare qualcosa, cosa cambieresti che potrebbe aver cambiato la percezione che la gente ha di te oggi?

Non avrei fatto il workout prima del Draft con Sacramento.

Perché?

Cos’ha fatto per me Sacramento? A parte aver detto il mio nome il giorno del Draft. Ho fatto più io per loro di quanto loro abbiano fatto per me. Dico solo la verità. Ho avuto due owner, tre GM, e sette coach diversi in sette anni. Sono rimasto lì per sette anni. Ripeto, tre GM, due owner e sette coach. Non c’è molto altro da dire.

Com’è stato per te passare dall’essere una stella ad un role player? È stata dura?

In realtà no. Anche se hai avuto un certo ruolo per tutta la tua carriera, devi saper accettare che il tuo ruolo ora è limitato, devi comprendere le circostanze e il percorso che hai fatto. È giusto? No. Ho visto un sacco di altre stelle infortunarsi e avere comunque delle opportunità, guadagnare tanti soldi. Ma le cose stanno così. Non posso dare importanza a ciò su cui non ho il controllo. È solo uno spreco di energie.

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Ci pensi spesso a quanto quella rottura del tendine d’Achille ai Pelicans abbia condizionato la tua carriera?

Non posso. Se mi fermassi a pensarci, non potrei andare avanti nella vita. Non c’è nulla che io possa fare, è successo. L’unica cosa da fare è cercare di andare oltre.

Cos’hai pensato nel vedere Klay Thompson superare infortuni simili ai tuoi e tornare in campo con Golden State?

È stata praticamente la stessa cosa, ma al contrario. Ovvio, mi è dispiaciuto molto per Klay. Io e lui abbiamo parlato spesso. Penso che da un punto di vista dell’organizzazione, ora capiscono un po’ di più ciò che ho passato io, avendo visto cos’ha dovuto affrontare Klay, un ragazzo al quale riservavano attenzioni particolari. È stato molto frustrante per me tornare e dover trovare la mia strada. Avendolo sperimentato una seconda volta con un ragazzo così importante per loro, forse ora se ne rendono conto.

Come hai superato tutto questo a livello mentale?

Sono passato per un sacco di merda nella mia vita, fin da quando indossavo un fottuto pannolino. Le avversità sono tutto quello che so, mi sono costruito un’armatura per essere sempre pronto alla prossima. Sono un combattente. Non abbasso mai la guardia. Non mi piego. Combatterò fino all’ultimo respiro.

Cosa pensi dei soldi che hai perso a causa degli infortuni?

Fa schifo. Decisamente. Ma se non ce li hai in mano, come fai a perderli? Non puoi perdere qualcosa che non hai mai posseduto.

Per quanto ancora hai intenzione di continuare a giocare?

Spremo il limone. Continuo a guidare fino a perdere le ruote. Penso di avere ancora molto nel serbatoio. È tutta una questione di opportunità e di chi vorrà darmele.

Pensi che ti verrà data un’altra opportunità ai Nuggets dopo questa stagione?

Non è una domanda per me. Mi farebbe molto piacere. Dipende tutto da Tim Connelly, Booth e Mike. Io lo spero.

Cosa fai quotidianamente per prepararti a livello fisico?

Sto bene. È un buon momento. Nelle ultime due stagioni non ho avuto problemi. Ovviamente non posso fare quello che facevo una volta. Sto cercando di tornare sempre più in forma.

Pensi di avere i numeri per entrare nella Hall of Fame?

Vlade Divac è nella Hall of Fame.

Ti sto chiedendo di te.

Vlade Divac è nella Hall of Fame. Guarda le sue statistiche, e guarda le mie. Non aggiungo altro.