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Darryl Dawkins veniva da Lovetron, dal pianeta Lovetron. O almeno così diceva, in una delle sue più tipiche boutade. E, quasi come fosse una delle sue innumerevoli burle, vi è di nuovo prematuramente volato, a soli 58 anni. Un giorno di fine estate del 2015. Troppo presto.

Era un grande fenomeno Darryl, o Sir Slam, o Double D, alcuni tra i suoi più conosciuti e tutti auto-dedicati soprannomi, salvo quello più celebre, Chocolate Thunder, coniato per lui da Stevie Wonder.

Un fenomeno precoce, tra i primi infatti a saltare tra i professionisti direttamente dall’high school, nel 1975, a 18 anni, quando per farlo dovevi dimostrare di averne bisogno economicamente e “iscriverti” alle liste di indigenza. A sceglierlo furono i Sixers, di Cunningham, Collins e dell’altro rookie Joe Bryant, non ancora di Dr. J.

Precoce e immaturo, ma con un fisco da far spavento, quando il grande Walt Frazier lo vide all’esordio disse: “scommetto che i suoi insegnanti lo chiamavano Mr. Darryl”. Tutti gli altri avrebbero invece scommesso su una carriera travolgente, da nuovo Wilt Chamberlain, ma Darryl non mantenne del tutto le promesse.

Cominciò in sordina, poi inanellò, tra il ’79 e l’82, tre stagioni eccellenti, nessuna delle quali vincenti, con due sconfitte in Finale, con i Lakers degli incontenibili Magic e Jabbar. I Sixers lo scaricarono allora ai Nets, con una mossa che anticipava lo scambio di Caldwell Jones per far arrivare Moses Malone, che avrebbe portato Phila all’agognato anello del “Fo’ Fo’ Fo'” nel 1983.

Dai Nets in poi, un neppure troppo lento declino, segnato da tanti infortuni e un finale di carriera in Italia, tra Torino, Milano e Forlì. Dopo, una vita fatta di comparsate, più o meno riuscite, ai margini del basket dorato targato NBA, nella quale avrebbe voluto tornare da allenatore.

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Ma Chocolate Thunder non è stato una delle tante stelle cadenti del firmamento professionistico americano. No, Darryl è stato un fenomeno anticipatore anche in questo. Tra i primi a capire l’importanza del marketing e dell’autopromozione, fu capace di costruire un personaggio, indimenticabile, su se stesso. Peccato eccedesse troppo in guasconate un po’ infantili, altrimenti sarebbe stato perfetto.

Fu il primo grande, vero, re delle schiacciate, alle quali, come a se stesso, dava dei nomignoli: rim-wrecker, go-rilla, in your face disgrace e così via. Il nome più bello dedicato ad una slam dunk fu a quella poderosa e incontenibile che nel 1979 gli fece mandare in frantumi il suo primo tabellone, che recitava: the Chocolate Thunder Flying, Robinzine Crying, Teeth Shaking, Glass Breaking, Rump Roasting, Bun Toasting, Wham Bam, Glass Breaker I Am Jam. Il futurismo fatto basket. Altri tabelloni frantumati seguiranno e così l’NBA introdusse prima delle sanzioni e poi i canestri sganciabili. Sarà ricordato anche per questo.

Sarà poi ricordato come uno dei simboli del passaggio della NBA da lega in crisi dei ’70 a fenomeno globale degli ’80 e seguenti, e ancora imperituramente da coloro che si avvicinarono alla NBA in quegli anni e anche un po’ per merito suo furono folgorati dal basket americano e dai Sixers.

Nel privato Darryl era un marito modello e un padre premuroso, il classico giocherellone per il quale i pargoli impazziscono. Lui era il grande e grosso super-papà-eroe, specialmente per Tabitha, avuta dalla moglie Janice in una precedente relazione e affetta dalla sindrome di down. Immaginateli insieme, un gigante ebano di due metri e dieci, sempre col sorriso stampato in bocca, con una dolce creatura bianca di un metro e quaranta, con occhi solo per il papà.

Tanto capace di lasciare attoniti compagni e allenatori con atteggiamenti al limite del puerile, quanto abile intrattenitore, con la battuta sempre pronta tipo: “lo sai dove è stata firmata la Dichiarazione d’Indipendenza? Sicuramente in fondo alla pagina”. Beh, ecco, se ne sentono di meglio in giro. Pochi invece erano migliori del grande Dawkins.

Continua a volare là in alto sul pianeta Lovetron, incomparabile Darryl.