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Nel 1997 Nike Basketball fece debuttare sul mercato delle particolari scarpe “performance”, le Nike Air Foamposite e Air Foamposite Pro. Quelle che forse ricorderete, nonostante il loro percorso non convenzionale, come le scarpe di “Penny” Hardaway.

La calzatura, disegnata da Eric Avar, in realtà era stata pensata per Scottie Pippen – già volto di altre linee Nike – ma questo binomio alla fine non si comporrà mai. Avar era infatti designer anche per la linea di Penny Hardaway, e in un incontro tra i due nel ‘97, fissato per lavorare allo sviluppo della Air Penny 3, la stella dei Magic notò per caso un “prototipo” Foamposite nel borsone di Avar. La discussione si spostò immediatamente sul quel modello e in pochi minuti Penny aveva già deciso che sarebbe stata la sua scarpa.

Non fu il primo a indossarla nel panorama nazionale. Prima di lui Mike Bibby, che il 23 marzo di quell’anno scese in campo con gli Arizona Wildcats e le “Royal Foamposites” ai piedi, in NCAA. Pochi giorni dopo toccò a Penny, il primo in NBA.

Fu una partenza in salita, però. La Foamposite “Neon Royal” debuttò nelle arene NBA affrontando immediatamente il primo incidente di percorso: venne giudicata dall’NBA non in linea con le norme relative alle possibili colorazioni. Nacque così la “Sharpie”, con l’aggiustamento – che diventerà un tocco di design – di Penny per renderle indossabili: un tratto di pennarello, a mano, strisce nere sulla tomaia blu. Prima “player exlcusive” di sempre.

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Inoltre, la vendita delle Nike Air Foamposite non andò così bene inizialmente. Anzi. Il prezzo (intorno ai 180$) era elevato per un prodotto con una tecnologia che non presentava particolarità esterne, come ad esempio il Max airbag o il Jumpman. La vendita, anche per questo, partì lentamente, dopo un processo di progettazione e produzione che era stato altrettanto lento – più di due anni.

Ma perché il prezzo era così alto? In larga misura per i costi di progettazione e produzione, e tra i secondi aveva particolare rilevanza quello dovuto allo stampo della scarpa. Sviluppato da Daewoo (compagnia sudcoreana specializzata in automobili ed elettronica) per Nike, aveva un costo di circa 750mila dollari per ogni taglia da mettere sul mercato.

Alti costi di produzione, prezzo di vendita elevato e reazione fredda del mercato: i modelli in circolazione diventarono sempre meno. E come talvolta succede, questo contribuì a trasformarli in qualcosa di esclusivo e richiesto. Nike ritrovò così, quasi per caso, fiducia nel progetto Foamposite, una scelta che nella sua “sophomore season” pagò i dividendi sperati.

Nel 1998, infatti, la rinnovata popolarità di queste scarpe portò un paio di Foamposite Pro sul parquet dell’All-Star Game, ai piedi di Tim Duncan. Il primo di tanti. Nello stesso anno uscì il film “He Got Game” di Spike Lee, in cui Ray Allen indossò proprio un modello Foamposite.

L’Air Foamposite divenne in poco tempo un must have, sia in campo che fuori. E il resto è la storia che la rende, oggi, un grande classico.

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Si ringrazia Filippo Tardelli per il contributo.