
Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Ethan Sands e pubblicata su Cleveland.com, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.
La notizia che Kenny Atkinson sarebbe diventato il nuovo Head Coach dei Cleveland Cavaliers risale al 24 giugno 2024. Appena quattro giorni dopo, quando l’affare è stato ufficializzato, coach Atkinson non si trovava a Cleveland. Si trovava infatti a Los Angeles. Non per una conferenza stampa, né per un evento estivo, ma per incontrare Donovan Mitchell. Prima di muovere i suoi primi passi da Head Coach alla Rocket Arena, Atkinson si è seduto ad un tavolo con l’uomo-immagine della franchigia. Mitchell stava tenendo il suo annuale Spida Elite Camp, ma quando gli allenamenti sono terminati e la palestra è divenuta più quieta ha avuto inizio il lavoro vero e proprio. Dopo il pranzo, Mitchell ha fornito ad Atkinson degli sketch dettagliati su come condurre i Cavaliers. Non solo nomi o ruoli, comprendeva tutto della gente, abitudini, tendenze, motivazioni.
Con Kenny Atkinson alla guida e Mitchell a dettare il tono, i Cavs si sono proiettati in una nuova Era basata su una moderna fase offensiva, versatilità e, cosa più importante, la leadership. “Ha una grande consapevolezza riguardo a dove sia giunta la squadra”, ha rivelato Atkinson.
“La mia prima impressione, o qualcosa di simile, avuta su di lui è venuta fuori dalla roster e dalla sua comprensione del valore di ognuno all’interno della squadra. Sembrava quasi di ottenere un report perfetto scritto da ChatGPT su ogni elemento della squadra.”
“Ho pensato qualcosa come: ‘Oddio, questo ragazzo conosce e comprende ogni giocatore, non è solo esperto delle questioni legate al parquet, ma anche dei fattori off-court’. Non potrò mai dire abbastanza riguardo la sua leadership quest’anno.”
Coach Kenny Atkinson
Ora i Cavaliers sono diretti ai Playoffs con la prima testa di serie e il secondo miglior record della storia della franchigia (64-18), e con in testa il chiodo fisso di dimostrare a tutti che quest’anno non sarà come lo scorso. E tutto ha ed avrà inizio con Mitchell. Accedendo alla post-season l’anno scorso, Donovan stava lottando con dei problemi al ginocchio, ma la sensazione che i Cavs avessero bisogno di lui per assicurarsi il quarto posto nella Eastern Conference lo ha spinto a scendere in campo. Anche se ciò si sarebbe tradotto in un andirivieni continuo, dentro e fuori. Questo mindset lo ha condotto, in parte, a dover affrontare un altro infortunio al polpaccio, stavolta incorso all’altra gamba, dovuto alla compensazione del peso imposto a quella già infortunata, che gli è costato la presenza sul parquet nelle ultime due sfide stagionali.
Quest’anno, dopo una caduta subita contro i Sacramento Kings alla fine della Regular Season, non c’era alcuna fretta di tornare in campo. Anche se il primo posto non era ancora assicurato ufficialmente, Mitchell ha comunque potuto rimanere fuori dai giochi per riposare senza timori, per permettere alla sua caviglia di riposare ed essere al top quando il livello dell’intensità di gioco sarà più elevato. Prima di firmare il suo prolungamento contrattuale di 3 anni e $150.3 milioni la scorsa estate, prima di giocare anche solo un minuto, era già al comando. Quell’incontro e conversazione hanno solo dimostrato quanto tenesse alla squadra. La leadership di Spida ha aiutato Coach Atkinson ad iniziare nel modo giusto con ognuno dei suoi giocatori. Quel pranzo con Mitchell ha costituito una sorta di segnalibro per Coach Atkinson.
Donovan Mitchell è coinvolto in ogni discussione che comprende tutti i giocatori del suo calibro: All-NBA, All-Star ed MVP. Ma qual è il premio che più gli si addice? Probabilmente il Teammate of the Year. Fino al 2013 non esisteva neppure un premio simile. Il Twyman-Stokes Teammate of the Year Award premia il giocatore che si è comportato da miglior compagno di squadra basandosi su giocate altruiste, sulla leadership messa in mostra in campo e fuori dimostrandosi esemplare nei confronti di altri giocatori della NBA, e infine la dedizione alla causa della squadra. Donovan è uno dei 12 candidati al premio dopo le prestazioni offerte nella Stagione 2024/25, e probabilmente sarebbe l’esemplificazione e spiegazione perfetta per lo stesso premio. Gli altri candidati al premio sono Steven Adams dei Rockets, Jalen Brunson dei Knicks, Stephen Curry dei Warriors, Tobias Harris dei Pistons, Al Horford dei Celtics, Jaren Jackson Jr. dei Grizzlies, James Johnson dei Pacers, DeAndre Jordan dei Nuggets, Brook Lopez dei Bucks e infine Jaylin Williams dei Thunder.
Non esistono statistiche a quantificare la leadership, non esiste un Efficiency Rating per l’affidabilità e neppure una colonna analitica per la presenza in campo. Basta osservare qualsiasi calca mediatica nello spogliatoio dei Cavs: praticamente al fianco di ogni gruppo di telecamere o microfoni, eccolo lì – appena di fianco, senza attirare troppo l’attenzione ma abbastanza vicino da poter cogliere le domande e introdursi nel discorso. Se un compagno di squadra mette in mostra un’ottima prestazione, ecco la voce di Mitchell irrompere con un nugolo di complimenti – o qualche commento giocoso. Non lo lascerebbe da solo, col rischio di sottovalutarsi. Non sotto la sua giurisdizione. E quando non si trova in campo – ha messo a referto il minor totale di minuti a riposo in 8 anni di carriera NBA – non si nasconde nelle retrovie. Non mette il broncio, ma diviene il primo tifoso, anche indossando sneakers e felpa. È il primo a saltare dalla panchina per festeggiare un canestro importante, la voce più alta nel chiamare una rotazione o una giocata difensiva, l’uomo che dà la scossa e mette in evidenza la prestazione extra di un compagno quando per gli altri passa inosservata. Poi, c’è stata anche la prestazione del 2 aprile contro i Knicks: Jarrett Allen ha stoppato Karl-Anthony Towns al ferro con così tanta intensità da far sembrare che l’intero palazzetto potesse spostarsi. Un’azione da rivedere in replay per anni ed anni. E mentre i Cavs aumentavano il passo per coprire il rettangolo di gioco, Allen è rimasto lungo la linea di fondo, incastrato tra fili ed equipaggiamento dei cameraman, sorridente dopo aver mostrato la movenza tipica di Dikembe Mutombo, agitando il dito indice. Nessuno lo ha notato a parte Donovan Mitchell: è saltato via dalla panchina, scavalcando la linea di gioco, per rimettere Allen in piedi e spingerlo di nuovo in campo a giocare. Non a favore di telecamera o per ricevere elogi: si è trattato di mero istinto.
Le stelle dell’odierna NBA impongono una spinta a dover fare sempre di più: ad andare avanti, dare forza, essere una motivazione. Mitchell, invece, ha fatto l’opposto: si è concentrato sull’aiutare i compagni di squadra a tirare fuori il meglio di sé stessi. E nel farlo ha dato vita ad ancor più gioia, spinto maggiormente lo sviluppo e la crescita ed ispirato maggior credo nel roster. L’incontro per pranzo con Coach Atkinson è stata una formalità. Non si trattava di giochi di potere, né di stabilire i rispettivi ruoli. Mitchell era già riuscito a visualizzare ciò che la squadra avrebbe potuto raggiungere. Ciò che avrebbero dovuto raggiungere. Ma, cosa ancor più importante: sapeva che non sarebbe dipeso soltanto da lui. Questo cambiamento non è stato imposto, ma è giunto naturalmente. “Mi ha dato le risposte. Sapeva già quale sarebbe stato il prossimo step,” ha affermato Atkinson riflettendo sul loro primo incontro.
“Non posso prendere meriti per avergli detto ‘Hey Donovan, ci serve cambiare questo e quest’altro atteggiamento, vai e fai quel che serve.’ È stato lui a dire ‘Hey, so cosa ci serve e cosa dobbiamo fare.’ Era già alla guida di tutto.”
Coach Kenny Atkinson
Cioè che Donovan Mitchell aveva compreso è davvero molto semplice: meno equivale a meglio. Non sarebbe stato lui l’uomo a condurre i Cavaliers alla magnificenza, ma quello che l’avrebbe creata e costruita.
Per Darius Garland questa stagione sarebbe stata percepita come un crocevia, uno snodo fondamentale. Proveniva da una grave frattura alla mandibola, dalla perdita della nonna e da una mole incredibile di rumors e voci. Quando le stesse voci hanno riportato la possibilità che Garland potesse cambiare aria se Mitchell avesse prolungato il contratto, sarebbe stato più facile non ascoltare e voltarsi dalla parte opposta. Non Mitchell: lui ci si è buttato a capofitto. Non solo sostenendo Darius Garland, ma dandogli valore e merito. La scorsa estate è stata piena di conversazioni per Donovan, l’ultima delle quali è stata sostenuta proprio con il compagno di reparto ed All-Star. Si sono seduti, solo loro due, sostenendo una discussione che spesso le star tendono ad evitare. Diretti e sinceri. Quel tipo di conversazione “da uomo adulto”, che non è un incontro tra ego, ma di visioni. Garland ha parlato dei propri obiettivi, dei suoi intenti, del suo desiderio di tornare a giocare ai livelli All-Star, che secondo altra gente non sarebbe più riuscito a raggiungere. E della voglia di riscrivere la lista di guardie che lo hanno sopraffatto o che avevano rilasciato commenti sulla sua situazione dello scorso anno.
Mitchell lo ha ascoltato, prendendo nota. Ha quindi ceduto il pallone con maggior frequenza quando richiesto dai match-up. Non perché non riuscisse a sostenere le sfide, ma perché Garland ne aveva bisogno. E quindi, nei momenti in cui in passato Mitchell avrebbe spinto sull’acceleratore, sfidando un’area affollata nel crunch-time, Donovan ha avuto fiducia nel suo compagno, affidandogli il timone della nave per condurla in porto. Ed improvvisamente Darius è tornato a sfidare il cuore delle difese avversarie, senza alcuna smorfia. Il sorriso è di colpo tornato sul suo viso – quel sorriso elettrizzante e contagioso che mostra a tutti prima o dopo un canestro eccezionale. E Donovan Mitchell ha sempre continuato a sostenerlo. Inoltre, quando tutto l’ambiente ha avuto bisogno di un reminder, Mitchell non ha esitato a farlo – riportando tutti con la mente al training camp. “Questo è il Darius che conosciamo,” ha commentato Donovan parlando del collega, dopo una prestazione esaltante d’inizio stagione.
“Dopo tutto, sta solo giocando il suo miglior basket dopo un anno in cui è stato scritto di tutto su di lui, per motivi non validi. Chiaramente non giocava ai suoi livelli, a quelli a cui era capace di spingersi. Ma penso che tutti possiamo dire di esserci innamorati della sua storia, specialmente i tifosi di Cleveland. Ci sentiamo come: ‘Okay, abbiamo già visto qualcosa del genere.’ Penso che sia sempre una cosa grandiosa.”
Donovan Mitchell
Anche quando era difficile da vedere da sé, Mitchell non ha mai permesso che Garland dimenticasse la sua vera natura. Ma, senza alcun dubbio, l’aspetto più importante di questa stagione è stato spingere Evan Mobley alla sua miglior versione. Perché i Cavs ne avevano bisogno, specie nel corso dei Playoffs. Mobley ha mostrato sprazzi della sua grandezza durante Gara 5 delle Eastern Conference Semifinals, durante le quali Mitchell era k.o. per l’infortunio al polpaccio. Evan ha terminato la sfida con 33 punti a referto, ma ciò che ha cambiato davvero le cose è accaduto dopo la fine della sfida. Mitchell ha portato Mobley in disparte, per dirli che QUELLA sua versione sarebbe stata essenziale per i Cavs per raggiungere il top. Non si trattava di semplici adulazioni, e tutto ciò è divenuta una vera e propria missione. Quest’anno Mitchell reso un vero e proprio dato di fatto il sostegno fornito a Mobley, sia in senso figurato che letterale. Atkinson ha rivisitato le rotazioni per metterlo in risalto, cambiando gli accoppiamenti previsti dalle tattiche e schemi di Coach J.B. Bickerstaff che prevedevano Mitchell affiancato ad Allen e Garland a Mobley. Spida ha raggiunto la quota di 1,718 minuti sul parquet al fianco di Mobley, alle spalle soltanto del duo composto da Allen e Garland, che registra 1,997 minuti totali.
Ciò ha dato spazio d’azione a Mobley, ma ancor meglio, gli ha dato modo di poter crescere e sviluppare il suo stile di gioco – con Donovan Mitchell sempre lì, pronto a spronarlo ed aiutarlo. Che fosse per via di una lettura sullo short roll, di un passaggio millimetrico verso lo spazio vuoto, o semplicemente cedendo il passo a Mobley per permettergli di dare il La all’azione offensiva, Mitchell ha aggiustato il suo stile di gioco per migliorare quello dei compagni. Ha visto qualcosa in Evan Mobley, qualcosa che gli ha ricordato di sé stesso qualche anno fa. Mitchell ha accolto il suo nuovo ruolo: quello del veterano che sa bene come gestire le situazioni, senza perdere di mano la sfida. “Vedo Evan percorrere gli stessi miei passi ad inizio carriera, provando ad essere più aggressivo o coinvolto nel gioco. Io ricopro il ruolo avuto dai veterani quando ero più giovane, adesso sono io il Joe Ingles o Ricky Rubio,” ha affermato Mitchell. “Mi fa sentire un po’ più vecchio nei confronti degli starter. Ma.. Ovviamente è gratificante.. Sono felice di poter continuare a vincere.”.
Mobley ha tramutato quelle speranze in fatti, presenza in campo, ed infine nella sua prima presenza All-Star. Proprio al fianco di Mitchell e Garland. Quindi, non si è trattato solo di un nodo cruciale per il suo talento, ma anche per una sua trasformazione. Ed una frase rimane impressa. “Si è trattato per lo più di continue sfide per abituarci ai Playoffs,” ha affermato Mobley parlando dell’aumento di responsabilità di Mitchell.
“Sento che la sua fiducia nei miei confronti mi aiuta ad aumentare la consapevolezza nei miei mezzi, oltre che quella della squadra. Penso sia uno dei migliori compagni di squadra che abbia mai avuto.”
Evan Mobley
E poi c’è anche Allen. Per lui nessuna selezione All-Star, nessun titolo di giornale, solo la fiducia dei compagni. Osservando la scorsa stagione, Allen è stata la costante quando Garland e Mobley erano fuori per infortunio. Almeno fino a quando una costola incrinata non l ha messo fuori dai giochi alle Eastern Conference Semifinals. Ma quest’anno Allen ha settato un nuovo obiettivo: la presenza perfetta. Giocando per 82 partite stagionali il suo stile di gioco si è evoluto, divenendo uno dei giocatori più affidabili. Essendo lì, per la sua squadra, senza alcuna esitazione. “Donovan è l’uomo perfetto per guidare una squadra,” ha detto Allen parlando di Mitchell.
“È una persona molto gradevole. Seguirlo è molto facile e naturale. È il primo a chiedere scusa quando commette un errore, ed è anche quello che ci spinge a dare il meglio di noi stessi.”
Jarrett Allen
Anche in una NBA stracolma di talento l’affidabilità fa la differenza. Dal primo all’ultimo uomo delle rotazioni, ogni uomo ha anni di esperienza alle spalle. Mitchell non si è solo limitato a passare la palla con più frequenza, ma anche a passare il testimone: ha creato lo spazio necessario ai giovani per poter crescere, fallire, trovare la loro via. Questo tipo di leadership non viene messa in mostra solo durante le partite. Si vede negli scherzi di squadra, nei reminder sugli infortuni, le presenze durante i giorni liberi, le cene di squadra e gli eventi in comunità. Ed è qui che sono state costruite le fondamenta della squadra.
Leadership non è sempre sinonimo di dominio. A volte vuol dire anche rinunciare a qualcosa. A volte il miglior giocatore in squadra è quello che vuole essere meno forte di quanto sia. Basta chiedere a Donovan Mitchell se sia pronto a farlo ancora. E la risposta sarebbe: senza alcuna esitazione. Perché per lui questa è la miglior versione di sé stesso.
“Per la prima volta nella mia carriera, si, rientro nei discorsi validi per l’MVP, ma ho un approccio diverso. Ho una visione differente su varie cose. E questo è ciò che un leader, o un giocatore come me dovrebbe fare: trovare i modi di influenzare le partite per vincere.”
“All’inizio era tutto diverso, ma adesso è il mio obiettivo. Come posso fare ad aiutare la squadra? Perché quando si aiuta la squadra a vincere, qualsiasi altra cosa perde di significato.”
Donovan Mitchell
Questo è ciò che ha reso la leadership di Donovan Mitchell tanto importante. Ogni azione è pensata e ragionata per un fine, anche se è il processo a trarne i veri benefici ed il risultato è meno evidente. Ma i Playoffs richiederanno ulteriori migliorie individuali per rafforzare la squadra a concentrarsi maggiormente sul risultato.
Ancora una volta, non bisogna aspettarsi che Mitchell cambi il suo modo di essere per via dei riflettori puntati su di lui, o per via del palco scenico più ampio. Continuerà ad aver fiducia nei suoi compagni, come ha fatto per tutta la stagione. Semplicemente: è il miglior giocatore dei Cleveland Cavaliers. Ma potrebbe anche essere il miglior compagno di squadra che si possa avere nel basket.