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Dwight Howard è stato una figura divisiva all’interno della NBA.

 

Il Dwight di Orlando sembrava avere il mondo ai suoi piedi: una serie di Finals nei panni della stella indiscussa dei Magic, un sorriso contagioso, un appuntamento fisso all’All-Star Game e alla gara delle schiacciate. D12 era diventato la presenza fisica più dominante nella Lega dal ritiro di Shaq e sembrava destinato a diventare un vero e proprio Hall of Famer.

 

Nel caso in cui fosse necessario ricordare:
 

 

La scomparsa di Superman

 

Se dovessi fare clickbait per la storia della carriera dell’ex Orlando, farei seguire a quanto sopra un “non indovinerete mai cosa è successo dopo”. Per fortuna, cari lettori, non vi farei mai una cosa del genere.

 

Dwight ha dovuto fare i conti con una triste flessione nel suo gioco quando la Lega ha iniziato ad essere caratterizzata principalmente da giocatori small ball e da quando le spaziature in campo sono diventate più importanti, anche per i 5. Il suo ego si è così un po’ affievolito ed è inoltre incappato in infortuni che hanno minato la forza e l’esplosività che avevano caratterizzato i suoi giorni a Orlando.

 

Anche se la sua produzione è calata e il suo ruolo (nonostante le sue proteste) è stato dimensionato col tempo a Los Angeles, Houston, Atlanta, Charlotte e Washington, era chiaro che le squadre che cercavano di riempire un buco sotto ai tabelloni hanno trovato le sue capacità a rimbalzo, le sue percentuali al tiro e la sua protezione del ferro impossibili da ignorare, quando disponibili. Alla fine, è stato tragico che un giocatore in grado di dominare una serie di Finals sia diventato un’occasione da singola stagione per ogni front office.

 

Non solo il suo tipo gioco è stato rifiutato, ma i resoconti sulle sue tappe nelle varie squadre hanno sempre accennato al fatto che Dwight abbia avuto problemi con i compagni di squadra (e viceversa), e che abbia rifiutato di accettare veramente un ruolo più piccolo di quello che aveva goduto nei suoi primi anni di carriera. Questo alla fine è culminato in problemi di salute e problemi personali piuttosto insoliti, che hanno concluso la sua esperienza a Washington.

 

Allora, perché sono ottimista? Ora, questo dipende in larga misura da cosa s’intende come “successo” per l’attuale Dwight Howard. A questo punto della sua carriera, per me, “successo” sarebbe trovare un ruolo specifico ed essere in grado di contribuire positivamente in una squadra con i suoi innegabili doni che ancora possiede. Per diversi anni, noi (insieme ai front office della Lega) abbiamo aspettato che si liberasse dell’ego e accettasse la sua età, il suo stato fisico e l’attuale NBA.

 

Facendo un parallelo con la cultura pop che tanto mi entusiasma, la carriera di Dwight Howard assomiglia in realtà alla curva di popolarità del suo omonimo immaginario, Superman. Mentre la popolarità del personaggio svanisce e i fan apparentemente si allontanano dall’eroe di Metropolis, si decide infatti che, affinché Superman possa essere di nuovo rilevante, debba morire. Per fare un paragone, affinché Howard possa diventare di nuovo rilevante nella NBA, dovrebbe uccidere l’ego e la mentalità che lo hanno fatto apparire sempre come la star di qualsiasi squadra in cui ha giocato.

 

 

Il ritorno di Superman

 

Le prime notizie sono incredibilmente positive. Sembra infatti opportuno che Dwight cerchi di trovare la redenzione con i Lakers. È stato qui, dopo tutto, che Kobe Bryant lo ha notoriamente etichettato come “soft” – un’etichetta evocativa che, quando viene da qualcuno con tanti discepoli come Kobe, si cristallizza nella coscienza collettiva dei fan NBA. Non a caso, vestiva la stessa maglia del Black Mamba quando la sua carriera ha cominciato a deragliare dall’arco della Hall of Fame.

 

Dopo un’estate in cui ha perso una notevole quantità di peso, l’ex Magic ha dimostrato un impegno tangibile nel mettersi in condizione e per essere il miglior giocatore possibile nel ruolo che i Lakers hanno pianificato per lui. Entrando nel circo che segue LeBron James ovunque si fermi, e uno dei più importanti talenti del campionato come Anthony Davis, Dwight ha il pubblico pronto a testimoniare la sua resurrezione, ma anche la consapevolezza che non sarà mai protagonista in questa squadra.

 

Per la sua carriera, che ha raggiunto il nadir a Washington, Howard ha premuto il pulsante di reset. Un nuovo approccio al mettersi in condizione, un nuovo management team intorno a lui, una nuova mentalità. Vedendo le immagini di come Howard ha iniziato la stagione, la trasformazione fisica che il suo estenuante regime di allenamento e di alimentazione hanno portato sono semplicemente stupefacenti. Sembra più leggero e mobile che in qualsiasi fase della sua carriera.

 

Discutendo con ESPN sulla sua mentalità all’inizio della stagione, ha rivelato come è stato ispirato dal sacrificio di Wilt Chamberlain sul finale della sua carriera.

 

«Per noi è difficile sacrificare molto tempo, perché vogliamo essere quella persona, quando l’unica cosa che conta è ottenere un altro trofeo. E quando Wilt ha deciso “Ehi, ho fatto tutto a livello di score, ho fatto tutte le altre cose, lasciatemi fare quello che questa squadra mi sta chiedendo di fare”, ha avuto una delle migliori stagioni della sua carriera. Ha vinto un campionato. Voglio avere lo stesso approccio, far emergere la volontà dentro di me e aiutare questa squadra a vincere».

 

Ma non è stata solo la trasformazione fisica di Howard a impressionare i tifosi dei Lakers (e non). Proprio quando la campana di morte per Superman stava iniziando a squillare e i cittadini di Metropolis avevano perso la speranza, Superman è tornato in vita. Più veloce di uno Speeding Bullet.

 

 

 

E più potente di una locomotiva.

 

In grado di saltare gli edifici più alti con un singolo salto.

 

Nelle prime sei partite ha giocato oltre 21 minuti a match partendo dalla panchina, fornendo energia, inseguendo ogni rimbalzo offensivo e adottando un Mutombiano “not in my house” nella protezione del canestro. Inoltre, sembra che si stia davvero godendo il successo dei suoi compagni di squadra.

 

Dwight sta tirando col 79.2% dal campo, che sarebbe superiore al record di tutti i tempi in una stagione stabilito dall’ispirazione di Howard, Wilt Chamberlain (72.7% nel 1972/73). Considerando i suoi minuti limitati e il suo ruolo, è notevole che Dwight stia anche strappando 8.2 rimbalzi e stoppando 2.3 tiri a partita (che sarebbe il suo miglior dato statistico dal 2012/13).

 

Per qualcuno che ha avuto i suoi problemi, personali e nella NBA, non mi sono piaciuti i molti commenti odiosi e ignoranti che ho letto durante la scorsa stagione. E nonostante molte prove durante gli scorsi anni indichino che forse sono a caccia di un sogno impossibile, sì, sono qui per la rinascita di Dwight Howard.

 

Una citazione cinematografica che mi è sempre rimasta impressa è tratta da Kill Bill di Quentin Tarantino:

 

«Superman non è diventato Superman. Superman è nato Superman. Quando Superman si sveglia la mattina, è Superman. Il suo alter ego è Clark Kent. Il suo vestito con la grande S rossa, questa è la coperta in cui è stato avvolto da bambino quando i Kent lo hanno trovato. Quelli sono i suoi vestiti. Quello che Kent indossa – gli occhiali, l’abito da lavoro – è il costume. Questo è il costume che indossa Superman per fondersi con noi. Clark Kent è come Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent. E’ debole… non è sicuro di sé stesso… è un codardo. Clark Kent è la critica di Superman su tutta la razza umana».

 

Forse Dwight Howard ha sempre avuto questo in lui. Con le persone giuste intorno e il giusto clima in squadra, Superman può essere sé stesso. Collocato in un ambiente tossico e circondato da ego concorrenti, invece, diventa Clark Kent. Per adattarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Questo articolo, scritto da Nick Whitfield per Double Clutch e tradotto in italiano da Federico Molinari per Around the Game, è stato pubblicato in data 7 novembre 2019.