Dai “Bad Boys” di fine anni ’80 fino ai dominatori del 2004, come la città di Detroit ha raggiunto il Titolo con due squadre tanto differenti ma con numerosi punti in comune.

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Detroit, Michigan. Per anni il riferimento mondiale dell’industria automobilistica. Qui, nel 1908 nasce il colosso General Motors. Mentre a Dearbon, città facente parte dell’area metropolitana, nel 1903 Henry Ford fonda l’omonima casa automobilistica e crea la prima catena di montaggio.

Motor City, questo il soprannome della città, vede aumentare a dismisura la propria popolazione nella prima metà del ‘900, soprattutto per la grande richiesta di mano d’opera.

Tuttavia, negli anni 80 la situazione inizia ad essere ben diversa. Si avvertono i primi segnali di una crisi che esploderà a cavallo degli anni ’90 e inizio 2000.

Proprio in questo clima, non può che prendere forma una squadra che sarà il simbolo della gente di Motor City: una squadra che lotta, che soffre, che cade ma che sa rialzarsi fino a vincere due titoli NBA.

I Pistons bicampioni sono i figli diretti della gente di Detroit.


La storia della squadra inizia… in Indiana. Nel 1941, a Fort Wayne nascono i Zollner Pistons, facenti parte della National Basketball League. Vincono due campionati nel ’44 e nel ’45 per poi emigrare nella Basketball Association of America, perdendo l’appellativo di Zollner (il nome del proprietario).

Con la fusione tra NBL e BAA che porta alla nascita delle NBA, ci si rende conto che la piccola Fort Wayne inizia ad essere stretta per competere con i mercati delle grandi città americane che presentano squadre nella Lega.

Nel 1957 Zollner decide quindi di spostare la squadra nella vicina Detroit, mantenendo inalterato il nome, che ben si sposa con la fiorente industria automobilistica locale.

Negli anni ’60 e ’70 la squadra non brilla certo per prestazioni memorabili, raggiungendo solo una manciata di volte i Playoffs. La svolta arriva all’inizio degli anni ’80, sotto le redini del nuovo proprietario Bill Davidson: viene siglato un poco invidiabile record di 21 sconfitte consecutive a cavallo tra la stagione 1979/80 e 1980/81. Le due annate si chiudono rispettivamente con solo 16 e 21 vittorie.

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Questi orrendi risultati portano buone chance per la lotteria del Draft 1981. L’urna tuttavia sorride ai Dallas Mavericks, che con la prima chiamata scelgono Mark Aguirre.

La scelta n. 2 si rivelerà in realtà un punto chiave per la storia della franchigia. In prima battuta perché Aguirre vestirà con una certa importanza la casacca bianco-rosso-blu, ma soprattutto perché con la seconda chiamata arriva in Michigan il piccolo grande uomo originario di Chicago, Isiah Thomas.

L’ex Indiana University, dopo aver dominato al college, è pronto a prendere le chiavi dei Pistons per guidarli fuori dalla palude cestistica in cui risiedono da ormai troppo tempo.

In campo il suo gioco è immediatamente efficace, nonostante la limitata stazza fisica (1.85 m). Viene convocato per l’All Star Game e guida la squadra a un notevole miglioramento (39-43) che le valgono il settimo posto nella Eastern Conference. Purtroppo all’epoca solo le prime sei squadre si aggiudicavano un posto nei Playoffs.

Oltre all’arrivo del nuovo leader della squadra, l’annata 1981/82 si rivela importante anche per due ulteriori aggiunte al roster: a novembre via trade arriva la guardia Vinnie Johnson, mentre a febbraio, da Cleveland, si unisce al gruppo il centro Bill Laimbeer. Il neo numero 40 dei bianco-rosso-blu è stato visto anche dalle nostre parti, a Brescia, ma soprattutto già conosce Isiah, avendolo brevemente avuto come compagno nella squadra nazionale in ritiro per le Olimpiadi di Mosca 1980, mai disputate da team USA per via del boicottaggio.

I tre nuovi costituiscono la solida base su cui costruire i Pistons vincenti del futuro, ma la strada è ancora lunga e gli interventi da eseguire ancora numerosi. Non a caso anche la stagione 1982/83 si rivela una fotocopia di quella precedente, con un 37-45 che porta ancora alla settima piazza a Est e con la post season da seguire in tv.

Serve il giusto direttore d’orchestra per guidare nel modo corretto i giocatori e, provvidenzialmente, nel 1983 diventa allenatore Chuck Jerome Daly. È stato assistente allenatore dei 76ers di Doctor J e ha una spiccata abilità nel saper tirare fuori il 100% dai propri uomini in campo.

Non a caso Detroit conquista i Playoffs trovando sulla strada i New York Knicks del re, Bernard King.

La serie viene vinta 3-2 dalla squadra della Grande Mela, ma in Michigan hanno capito che la strada imboccata è quella giusta, specialmente perché Isiah Thomas, inizia a dominare la Lega.

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Esempio concreto la decisiva Gara 5, dove il numero 11 segna 16 punti nell’ultimo minuto e mezzo dei tempi regolamentari.

Se l’annata successiva è una conferma di quanto già fatto di buono, la stagione 1985/86 presenta un nuovo importante passo nell’ascesa verso l’Olimpo NBA.

Per prima cosa, dal Draft con la diciottesima chiamata viene scelto Joe Dumars da McNeese State.

Inoltre, via trade arriva Rick Mahorn, ala proveniente da Washington.

Nonostante il record a fine stagione rappresenti un piccolo passo indietro a livello di risultati di squadra, l’annata rappresenta un punto chiave: Thomas continua la propria maturazione tecnica, chiudendo con una doppia doppia di media da 20,9 punti e 10,8 assist, oltre

all’ennesima inclusione nel primo quintetto NBA.

Inoltre, dopo cinque proficui anni, viene ceduto a Utah Kelly Tripucka, la guardia che in maglia Pistons aveva viaggiato a oltre 20 punti di media.

La mossa ha come scopo quello di dare spazio al rampante Joe Dumars in quintetto base, oltre che a ricevere un importante giocatore come Adrian Dantley.

Il Draft 1986 porta in dote John Spider Sally al primo giro e un giocatore piuttosto enigmatico, proveniente dalla piccola Southeastern Oklahoma State, Dennis Rodman. Per descriverlo non basterebbe un enciclopedia, ma Daly vede in lui un elemento fondamentale per il suo scacchiere, soprattutto per la mole di rimbalzi catturati al college. I risultati gli danno ragione, perché nel 1986/87 la squadra ottiene un ottimo record di 52-30 e il terzo posto a Est.

Ma che squadra sono questi Detroit Pistons? Oltre al leader Thomas, Adrian Dantley è il top scorer, mentre Dumars e Laimbeer contribuiscono ulteriore pericolosità offensiva. Il numero 40 garantisce anche fisicità e rimbalzi.

La panchina è un altro elemento di primaria importanza: guidata da Vinnie Johnson (soprannominato “the microwave”, per la capacità di accendersi in un lampo e contribuire da subito alla causa), è rimpolpata da Mahorn, Salley e Rodman.

Così strutturata, la squadra di Motor City supera agilmente i primi due turni contro Washington e Atlanta e si prepara ad affrontare le finali di Conference contro i dominatori dell’est, i Boston Celtics.

Nonostante i favori del pronostico siano a vantaggio di Larry Bird e compagni, le prime quattro partite sanciscono un grande equilibrio, col fattore campo sempre rispettato.

La svolta della serie arriva in Gara 5, in un finale da antologia.

Boston è sotto di 1 con 10 secondi da giocare. Isolato in ala a sinistra, Bird si butta dentro per cercare il sorpasso. La difesa di Detroit collassa magistralmente sulla palla e Rodman stoppa il tiro, con la rimessa che è per Detroit.

Sembra fatta, ma succede l’impensabile.