La storia della corsa al doppio titolo dei leggendari Bad Boys.

Detroit, Michigan. Per anni il riferimento mondiale dell’industria automobilistica. Qui, nel 1908 nasce il colosso General Motors. Mentre a Dearbon, città facente parte dell’area metropolitana, nel 1903 Henry Ford fonda l’omonima casa automobilistica e crea la prima catena di montaggio.

Motor City, questo il soprannome della città, vede aumentare a dismisura la propria popolazione nella prima metà del ‘900, soprattutto per la grande richiesta di mano d’opera.

Tuttavia, negli anni 80 la situazione inizia ad essere ben diversa. Si avvertono i primi segnali di una crisi che esploderà a cavallo degli anni ’90 e inizio 2000.


Proprio in questo clima, non può che prendere forma una squadra che sarà il simbolo della gente di Motor City: una squadra che lotta, che soffre, che cade ma che sa rialzarsi fino a vincere due titoli NBA.

I Pistons bicampioni sono i figli diretti della gente di Detroit.

La storia della squadra inizia… in Indiana. Nel 1941, a Fort Wayne nascono i Zollner Pistons, facenti parte della National Basketball League. Vincono due campionati nel ’44 e nel ’45 per poi emigrare nella Basketball Association of America, perdendo l’appellativo di Zollner (il nome del proprietario).

Con la fusione tra NBL e BAA che porta alla nascita delle NBA, ci si rende conto che la piccola Fort Wayne inizia ad essere stretta per competere con i mercati delle grandi città americane che presentano squadre nella Lega.

Nel 1957 Zollner decide quindi di spostare la squadra nella vicina Detroit, mantenendo inalterato il nome, che ben si sposa con la fiorente industria automobilistica locale.   

Negli anni ’60 e ’70 la squadra non brilla certo per prestazioni memorabili, raggiungendo solo una manciata di volte i Playoffs.

La svolta arriva all’inizio degli anni ’80, sotto le redini del nuovo proprietario Bill Davidson: viene siglato un poco invidiabile record di 21 sconfitte consecutive a cavallo tra la stagione 1979/80 e 1980/81.

Le due annate si chiudono rispettivamente con solo 16 e 21 vittorie.

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Questi orrendi risultati portano buone chance per la lotteria del Draft 1981.

L’urna tuttavia sorride ai Dallas Mavericks , che con la prima chiamata scelgono Mark Aguirre.

La scelta n. 2 si rivelerà in realtà un punto chiave per la storia della franchigia. 

In prima battuta perché Aguirre vestirà con una certa importanza la casacca bianco-rosso-blu, ma soprattutto perché con la seconda chiamata arriva in Michigan il piccolo grande uomo originario di Chicago, Isiah Thomas.

L’ex Indiana University, dopo aver dominato al college, è pronto a prendere le chiavi dei Pistons per guidarli fuori dalla palude cestistica in cui risiedono da ormai troppo tempo.

In campo il suo gioco è immediatamente efficace, nonostante la limitata stazza fisica (1.85 m).

Viene convocato per l’All Star Game e guida la squadra a un notevole miglioramento (39-43) che le valgono il settimo posto nella Eastern Conference. Purtroppo all’epoca solo le prime sei squadre si aggiudicavano un posto nei Playoffs.

Oltre all’arrivo del nuovo leader della squadra, l’annata 1981/82 si rivela importante anche per due ulteriori aggiunte al roster: a novembre via trade arriva la guardia Vinnie Johnson, mentre a febbraio, da Cleveland, si unisce al gruppo il centro Bill Laimbeer. Il neo numero 40 dei bianco-rosso-blu è stato visto anche dalle nostre parti, a Brescia, ma soprattutto già conosce Isiah, avendolo brevemente avuto come compagno nella squadra nazionale in ritiro per le Olimpiadi di Mosca 1980, mai disputate da team USA per via del boicottaggio.

I tre nuovi costituiscono la solida base su cui costruire i Pistons vincenti del futuro, ma la strada è ancora lunga e gli interventi da eseguire ancora numerosi.

Non a caso anche la stagione 1982/83 si rivela una fotocopia di quella precedente, con un 37-45 che porta ancora alla settima piazza a Est e con la post-season da seguire in tv.

Serve il giusto direttore d’orchestra per guidare nel modo corretto i giocatori e, provvidenzialmente, nel 1983 diventa allenatore Chuck Jerome Daly.

È stato assistente allenatore dei 76ers di Doctor J e ha una spiccata abilità nel saper tirare fuori il 100% dai propri uomini in campo.

Non a caso Detroit conquista i Playoffs trovando sulla strada i New York Knicks del re, Bernard King.

La serie viene vinta 3-2 dalla squadra della Grande Mela, ma in Michigan hanno capito che la strada imboccata è quella giusta, specialmente perché Isiah Thomas, inizia a dominare la Lega.

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Esempio concreto la decisiva Gara 5, dove il numero 11 segna 16 punti nell’ultimo minuto e mezzo dei tempi regolamentari.

Se l’annata successiva è una conferma di quanto già fatto di buono, la stagione 1985/86 presenta un nuovo importante passo nell’ascesa verso l’Olimpo NBA.

Per prima cosa, dal Draft con la diciottesima chiamata viene scelto Joe Dumars da McNeese State.

Inoltre, via trade arriva Rick Mahorn, ala proveniente da Washington.

Nonostante il record a fine stagione rappresenti un piccolo passo indietro a livello di risultati di squadra, l’annata rappresenta un  punto chiave: Thomas continua la propria maturazione tecnica, chiudendo con una doppia doppia di media da 20,9 punti e 10,8 assist, oltre all’ennesima inclusione nel primo quintetto NBA.

Inoltre, dopo cinque proficui anni, viene ceduto a Utah Kelly Tripucka, la guardia che in maglia Pistons aveva viaggiato a oltre 20 punti di media.

La mossa ha come scopo quello di dare spazio al rampante Joe Dumars in quintetto base, oltre che a ricevere un importante giocatore come Adrian Dantley.

Il Draft 1986 porta in dote John Spider Sally al primo giro e un giocatore piuttosto enigmatico, proveniente dalla piccola Southeastern Oklahoma State, Dennis Rodman. Per descriverlo non basterebbe un enciclopedia, ma Daly vede in lui un elemento fondamentale per il suo scacchiere, soprattutto per la mole di rimbalzi catturati al college.

I risultati gli danno ragione, perché nel 1986/87 la squadra ottiene un ottimo record di 52-30 e il terzo posto a Est.

Ma che squadra sono questi Detroit Pistons? Oltre al leader Thomas, Adrian Dantley è il top scorer, mentre Dumars e Laimbeer contribuiscono ulteriore pericolosità offensiva. Il numero 40 garantisce anche fisicità e rimbalzi.

La panchina è un altro elemento di primaria importanza: guidata da Vinnie Johnson (soprannominato “the microwave”, per la capacità di accendersi in un lampo e contribuire da subito alla causa), è rimpolpata da Mahorn, Salley e Rodman.

Così strutturata, la squadra di Motor City supera agilmente i primi due turni contro Washington e Atlanta e si prepara ad affrontare le finali di Conference contro i dominatori dell’est, i Boston Celtics.

Nonostante i favori del pronostico siano a vantaggio di Larry Bird e compagni, le prime quattro partite sanciscono un grande equilibrio, col fattore campo sempre rispettato.

La svolta della serie arriva in Gara 5, in un finale da antologia.

Boston è sotto di 1 con 10 secondi da giocare. Isolato in ala a sinistra, Bird si butta dentro per cercare il sorpasso. La difesa di Detroit collassa magistralmente sulla palla e Rodman stoppa il tiro, con la rimessa che è per Detroit.

Sembra fatta, ma succede l’impensabile.

“Aaaaaand now there’s a steal by Bird…”  urla nel microfono lo storico commentatore Johnny Most. Il 33 intercetta la rimessa di Thomas ed effettua l’assist a Dennis Johnson.

Game, set and match Boston.

La mazzata psicologica è travolgente per Isiah e compagni. Nonostante si arrivi a Gara 7 nella serie, il contraccolpo è ingestibile per i bianco-rosso-blu e la corsa al Titolo si ferma nuovamente.

Nonostante la grande delusione, Coach Daly ha capito di avere finalmente in mano gli elementi giusti per il Titolo. Deve tuttavia riuscire a tirare fuori il loro meglio.

Il primo aggiustamento è difensivo. Per poter arrivare all’anello ogni componente del roster deve dare il massimo per limitare le sicurezze offensive avversarie.

La durezza buttata in campo dalla squadra del Michigan passerà alla storia. Per loro viene coniato il soprannome di Bad Boys, visto il “vigore” con cui applicano i dettami del coach.

94 feet defense”, grande pressione, volontà di spezzare il ritmo avversario. Questi i concetti applicati, oltre all’utilizzo del fisico non sempre nello spirito del gioco.

È un errore considerare questa squadra come solo difensiva, perché anche il suo uomo considerato più sporco, Bill Laimbeer, mostra notevoli abilità offensive.

Inoltre la squadra è costantemente nelle Top 10 della Lega per punti segnati.

I Pistons affrontano la stagione 1987/88 con voglia di rivincita, chiudendo con un notevole 54-28 e con ben sette uomini in doppia cifra di media per punti, a dimostrazione del grande equilibrio nel roster. 

Superato il primo turno contro Washington con una certa sofferenza (3-2), le semifinali di Conference mettono in campo quella che diventerà una rivalità fratricida: a sfidare i Bad Boys ci sono i Chicago Bulls di Michael Jordan.

Nel 1988 His Airness è una superstar che sta rapidamente scalando posizioni per diventare il leader assoluto della Lega. Realizza oltre 35 punti a sera, è ovviamente il pericolo pubblico numero uno di Chicago.

I Pistons sanno che fermare lui vuol dire ingolfare l’intero attacco di coach Collins.

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Ecco perché la solita, per quanto prolifica, difesa di Detroit non è sufficiente. Serve un ulteriore passo in avanti.

L’idea viene proprio al diabolico prodotto di Indiana University, che parla con lo staff tecnico e conia quelle che sono passate alla storia come Jordan Rules.

Tali regole consistono in una vera aggressione fisica nei confronti di Jordan, l’idea è sempre quella di impedirgli di arrivare facilmente al ferro, colpendolo anche duramente ogni volta che entra in area.

In pochi sanno però che le Jordan Rules prevedono un complesso aspetto tecnico difensivo, che richiede gran lavoro da parte dei giocatori in campo.

A spiegarlo è lo stesso Daly in un’intervista a Sports Illustrated: i concetti chiave sono che se Jordan riceve in punta, viene mandato a sinistra e raddoppiato, se riceve in ala a sinistra viene immediatamente raddoppiato prima ancora di mettere palla a terra, se riceve in ala a destra, il raddoppio arriva ma più lentamente. L’idea è difendere in maniera diversa in vari punti del campo per non dare al 23 punti di riferimento. Se riesce a entrare in area il raddoppio scatta coi lunghi e con metodi poco ortodossi.

In qualunque situazione va bloccato.

Le regole funzionano, i Bulls sono eliminati 4-1 e ad attendere la squadra del Michigan in finale a Est c’è la rivincita coi soliti Celtics.

Ancora una volta lo scontro è durissimo, ma questa volta la vendetta è compiuta.

Boston è eliminata per 4-2 e i Pistons raggiungono l’agognata finale.

Gli avversari della Western Conference sono i dominatori della Lega negli anni 80, insieme a Bird e compagni: i Los Angeles Lakers di Magic Johnson e dello Showtime.

La sfida è subito intensa, con la squadra di Motor City che non soffre il debutto al ballo finale. Espugnano il Forum in Gara 1 e vanno addirittura in vantaggio nella serie per 3-2.

La decisiva Gara 6 è forse una della più grandi per Isiah Thomas.

L’ex Hoosiers segna 14 punti consecutivi nel terzo quarto, ma durante un contropiede atterra su Michael Cooper, slogandosi gravemente la caviglia.

Sembra finita ma dopo pochi minuti rientra nuovamente sul parquet, zoppicando vistosamente.

Su un solo piede riprende il lavoro interrotto e chiude la gara con 43 punti.

Il cuore enorme messo in campo dal numero 11 non è sufficiente. I Lakers vincono la partita e pure la decisiva Gara 7 e portano a casa un nuovo Larry O’Brien Trophy.

Una ulteriore, enorme delusione colpisce i bianco-rosso-blu a un passo dall’obiettivo.

Tante delusioni tuttavia, possono affossarti definitivamente o darti l’energia e la cattiveria per tornare più forte di prima.

Per una squadra soprannominata Bad Boys escludete pure la prima opzione!

La Regular Season 1988/89 sancisce la consacrazione. A febbraio, uno scontento Adrian Dantley viene spedito a Dallas in cambio di Mark Aguirre.

I Pistons dominano la Lega, chiudendo con un record di 63-19 e il solito grande gioco corale.

A spronare la nuova rincorsa arriva anche la nuova casa della squadra: tanti saluti al vecchio Pontiac Silverdome, apre i battenti il nuovo Palace di Auburn Hills.

Nei Playoffs sono un vero caterpillar, spazzando via Celtics prima e Bucks poi.

La finale della Eastern Conference prevede ancora lo scontro con MJ. Ancora una volta le Jordan Rules si rivelano tremendamente efficaci: nonostante i Bulls vadano pure in vantaggio per 2-1, tre vittorie consecutive della squadra del Michigan chiudono i conti in Gara 6.

Nell’anima dell’intera città di Detroit brucia il fuoco della vendetta, in finale ci sono nuovamente i Los Angeles Lakers.

È  troppo grande la sete di vittoria che hanno i Pistons.

I ragazzi di Pat Riley sono tuttavia una brutta copia dei campioni 1988. Byron Scott si infortuna prima di Gara 1 e Magic deve alzare bandiera bianca dopo solo cinque minuti di Gara 3, per un infortunio tendineo.

Gara 1 al Palace vede i californiani in difficoltà per lo squilibrio nelle rotazioni creato dalla assenza di Scott e specialmente il backcourt casalingo ha vita facile.

In Gara 2 i campioni in carica ritrovano ritmo e guidano la partita, con Detroit che prova a rimanere a contatto, trascinata da un super Joe Dumars (24 dei 33 punti finali segnati nel primo tempo).

L’infortunio di Magic è la mazzata per i giallo-viola, anche se vengono sconfitti di misura (108-105).

Si vola al Great Western Forum e l’aria di casa spinge gli orfani di Magic. James Worthy è incontenibile con 26 punti e Jabbar pare essere uscito dalla fontana di “Cocoon”, perché a 42 anni contribuisce con 24 punti e 13 rimbalzi.

Negli ospiti, Rodman porta in dote 19 rimbalzi, ma l’eroe della serata è ancora Dumars.

Segna 31 punti ed è autore della giocata della gara. Sotto di 3 a nove secondi dalla fine, Los Angeles costruisce una perfetta rimessa per liberare in angolo David Rivers per la tripla del pareggio, ma non ha fatto i conti col numero 4.

Detroit sul 3-0 e la grande convinzione che il titolo sia già in viaggio per il Michigan. I Lakers tuttavia non accettano di abdicare facilmente e iniziano Gara 4 con determinazione, guidati da un enciclopedico Worthy.

Sotto per 23-35 alla fine del primo quarto, i Pistons non si fanno travolgere dell’euforia giallo-viola e lentamente ricuciono il gap.

È un testa a testa fino alla fine, dove i ragazzi di coach Daly ottengono l’allungo decisivo. L.A. alza bandiera bianca togliendo Jabbar, all’ultima partita della carriera,  per la standing ovation finale.

Detroit vince il primo titolo della storia della franchigia e può partire il tripudio.

Joe Dumars viene giustamente eletto MVP delle Finals. Il prodotto di McNeese State è letteralmente esploso nella serie finale.

Se nello sport vincere è estremamente difficile, ripetersi è un’impresa titanica.

Nella stagione 1989/90, la squadra di Motor City vuole difendere con le unghie e coi denti l’anello conquistato in California.

Il primo ostacolo verso la riconferma si chiama NBA. Due nuove squadre, i Minnesota Timberwolves e gli Orlando Magic, entrano a far parte della Lega.

 Per regolamento le nuove arrivate ottengono giocatori dall’Expansion Draft, dove le franchigie NBA proteggono otto propri giocatori, lasciando gli altri liberi di essere acquisiti.

Incredibilmente Rick Mahorn non viene vincolato e Minnesota lo seleziona all’istante.

La perdita della power forward titolare non sconvolge più di tanto Chuck Daly, che decide di attuare una mini rivoluzione del quintetto. Per prima cosa, accanto a Laimbeer sotto canestro decide di inserire un altro centro, James Edwards, rendendo ancora più grosso e fisico il team.

Per lo spot di ala piccola decide di modificare lo starting five a seconda della situazione e dell’avversario, alternando il solito Aguirre con Dennis Rodman.

Il back court è ormai considerato il più forte della NBA, con Thomas e Dumars.

Le grandi novità non rallentano i bianco-rosso-blu, capaci di strisce di 13 e 12 vittorie consecutive e un record finale (59-23) che li vede al primo posto a Est e secondi nella Lega, dietro ai soliti Lakers.

Ben tre Pistons vengono convocati per l’All Star Game di Miami: oltre ai pronosticabile Thomas e Dumars, viene anche chiamato Rodman.

Ancora una volta, nella battaglia dei Playoffs, i Bad Boys hanno vita piuttosto facile nei primi due turni, con rispettivamente Pacers e Knicks come vittime sacrificali.

La finale a Est vede ancora i nuovi e arrembanti rivali, i Chicago Bulls.

La squadra dell’Illinois ha cambiato allenatore, inserendo l’esordiente Phil Jackson. I tori sono in costante crescita e presentano un team che non conta più solo sullo strapotere di Jordan, ma anche sui vari Pippen e Grant.

La sfida si rivela più accesa e combattuta che mai.

I Pistons rispolverano le Jordan Rules, che stavolta sono ancora più estreme, data la posta in gioco.

Le due squadre si equivalgono, sul parquet prevale un grande equilibrio.

Alla fine vince il fattore campo.

Nella decisiva Gara 7 al Palace, i padroni di casa sono perfetti difensivamente, costringendo i Bulls a soli 74 punti e a un mediocre 31,1% dal campo.

Si torna nuovamente in finale ma gli avversari di turno sono un’autentica sorpresa.

I favoriti Lakers sono inaspettatamente usciti al secondo turno, il team campione della Western Conference è Portland.

I Trail Blazers sono guidati dalla star Clyde “the Glide” Drexler e da ottimi giocatori come Terry Porter e Jerome Kersey. Da notare la presenza, anche se con un ruolo marginale, del compianto Drazen Petrovic.

La sfida si rivela molto equilibrata. I Bad Boys vincono Gara 1 di misura al Palace, guidati da Thomas. Nel secondo match della serie, Portland gioca estremamente bene, acquisendo un buon vantaggio.

Laimbeer guida i suoi con 19 punti negli ultimi 17 minuti (incluse 6 triple) e la partita va ai supplementari.

Il punteggio rimane sul filo, finché Drexler non porta in vantaggio i suoi e il tiro della vittoria dei padroni di casa viene stoppato.

Con la perdita del fattore campo e un infortunio alla caviglia che tiene fuori Rodman, Gara 3 sembra in salita per Detroit.

Un super Joe Dumars guida i suoi al vantaggio nella serie con 33 punti.

Gara 4 è una partita chiave.

Il match viaggia sul filo per tutta la sua durata. Gli ultimi due minuti sono un’autentica alternanza tra le due squadre.

Con 6 secondi sul cronometro i Blazers riescono a tornare a -1, ma un rapido contropiede degli ospiti fissa il punteggio sul 112-109 Detroit con soli 1.8 secondi da giocare.

Danny Young riceve la rimessa, fa tutto il campo in palleggio e lascia partire un runner da oltre 10 metri, segnando il canestro del pareggio sulla sirena. Oppure oltre?

Siamo nel 1990 e l’Istant Replay è pura fantascienza. Dopo qualche momento di concitazione, gli arbitri annullano la tripla.

Detroit si porta sul 3-1.

Gara 5 vede i Bad Boys distratti e tutto fa presagire che la serie non sia finita. Ma i Blazers non hanno fatto i conti con Vinnie Johnson.

The “Microwave” guida la rimonta dei suoi, segnando 9 punti consecutivi nel parziale che riporta gli ospiti in partita e ulteriori 7 punti negli ultimi 2 minuti di gioco, compreso il jumper decisivo a 7 decimi dal termine.

I Pistons vincono il secondo titolo consecutivo entrando di diritto nel firmamento NBA.

Isiah Thomas viene eletto giustamente MVP delle Finals, per aver segnato 27,6 punti con un fantascientifico 68,8% da oltre l’arco.

Negli anni successivi, la squadra non riuscirà a ripetersi, bloccata dall’ascesa dei Bulls e dall’età dei vari protagonisti, che porterà la dirigenza a puntare alla ricostruzione totale del roster.

Sacrificio, resilienza e duro lavoro: marchio di fabbrica dei Bad Boys e cuore pulsante dei cittadini di Motor City. Una città con immensa voglia di rivalsa, una squadra pronta a tutto questo.

Un’impresa che resterà nella storia di Detroit.

Per sempre.