Una retrospettiva sulla fallimentare scelta di Milicic al Draft del 2003, tra suggestioni, voci e falsi miti.

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A cavallo del nuovo millennio, nella NBA si diffonde la convinzione che il basket internazionale sia finalmente degno di attenzione: giocatori europei e non solo possono essere armi importanti anche nel sistema statunitense.Una convinzione sacrosanta, non c’è che dire, ma di per sé non sufficiente a salvarsi dai disastri.Nello specifico, l’ascesa di Nowitzki ha illuso orde di GM che ogni giocatore del vecchio continente che si avvicinasse o superasse i 7 piedi potesse, con un po’ di duro lavoro, diventare un’arma letale in grado di cambiare le sorti di ogni franchigia.

Gli esempi sono tantissimi.

Draft 1999: Aleksandar Radojevic viene scelto alla dodici, salvo giocare tre sole partite in due anni prima di tornare in Europa. Tre scelte dopo di lui viene selezionato Frédéric Weis, tristemente noto per la schiacciata di Vince Carter alle Olimpiadi, che mai toccherà un parquet NBA.

Nel 2000 è la volta di Dalibor Bagaric, anche lui scelto al primo giro dai Bulls, coi quali in tre stagioni non supererà i 2.6 punti di media a gara.

Nel 2002 Nikoloz Tskitishvili, oggetto non identificato in forza alla Benetton Treviso, viene scelto alla quinta chiamata assoluta dai Denver Nuggets e, nonostante abbia pascolato qualche stagione sui parquet americani, sfido chiunque a ricordarlo autore di una qualunque prestazione degna di nota.E poi c’è il Draft 2003.

Sull’onda di quanto detto, quell’estate si registra un allora record di 21 international players scelti tra primo e secondo giro; uno di essi è dato quasi certamente tra le prime tre chiamate assolute. La prima è già assegnata: LeBron James andrà a Cleveland e cambierà per sempre l’aspetto della Lega. Poi tutto può succedere.

Facendo un salto in avanti di oltre 15 anni, quattro dei primi cinque giocatori scelti in quel Draft sono potenzialmente tutti futuri hall of famer. L’altro è diventato un contadino.