Dall’Argentina ai Paesi Baschi, dal Texas all’Arizona, fino all’Indiana, alla Cina e all’Italia. Storia del lungo viaggio di uno dei giocatori più romantici ed emozionanti che il basket sudamericano abbia mai conosciuto.

Se in un sondaggio si chiedesse di scegliere un solo fondatore della cultura iberica, e conseguentemente di quella hispanohablante, non pochi intervistati farebbero quasi subito il nome di Rodrigo Diaz de Vivar, conosciuto agli amanti della letteratura come El Cid Campeador.

El Cid è un personaggio semi-mitologico, campione della Reconquista spagnola contro il dominio arabo, che ha vissuto nel proprio viaggio di vita – e letterario – diversi momenti in cui alla fama sono subentrate l’invidia, l’ingiustizia e la sottovalutazione altrui.

È un lottatore tenace vessato dal caso, un simbolo della Castilla nel mondo.

Nel mondo della palla a spicchi, i giocatori dal percorso e dall’apprezzamento altalenante non si contano, ma, su tutti, uno solo ha avuto un viaggio così lungo e tortuoso da ricordare quello dell’eroe cavalleresco iberico: Luis Scola.

Buenos Aires: la nascita e l’infanzia

Per l’Argentina il 30 aprile non sarà mai un giorno come gli altri. È proprio in quella data, infatti, che nel 1977 si sono riunite le madri di Plaza de Mayo, ovvero l’associazione delle mamme di quei desaparecidos di cui il governo militare non dava notizia.

Esattamente tre anni dopo, con la dittatura che iniziava a perdere consenso, nasce a Buenos Aires Luis Alberto, figlio di Alicia Balvoa e Mario Scola.

Quale sarà lo sport del neonato sembra da subito non essere in discussione: papà Mario, infatti, è un giocatore semi-professionista con un passato da campione del Sudamerica con le nazionali giovanili. Nonostante la sua carriera non abbia avuto la svolta sperata, il genitore diventa l’ispirazione di Luis, che prova fin da subito ad imitare la perseveranza paterna, di cui rimarrà sempre stupito.

“Da bambino, trovavo straordinario che riuscisse ad andare a lavorare in banca per sette-otto ore, venisse a vederci a casa e poi partisse subito per andare ad allenarsi alle nove o alle dieci di sera. Viaggiava per tutto il paese per giocare tornei contro squadre delle zone più sperdute dell’Argentina. Guadagnava poco, ma non era il motivo per cui giocava; amava il Gioco.”

A portare Luifa nel mondo della palla a spicchi, però, non sarà Mario.

Lo zio materno, Jorge Becerra, lavora infatti per il settore giovanile del Ciudad de Buenos Aires, club abbastanza noto in città.

Il parente, vista la passione del bambino, decide perciò di approcciare il suo amico ed allenatore delle giovanili Adrián Amasino, chiedendogli di prendere in squadra il nipote

Il primo incontro tra Luis ed il suo nuovo allenatore è un perfetto specchio della mentalità e del talento del numero 4.

“Mi ricordo della prima volta che l’ho visto, era febbraio. Suo zio mi è venuto a parlare dicendo che volesse giocare. Non appena ha preso la palla, la prima cosa che ha fatto è stata tirare a canestro e muoversi. Da quel momento mi sono reso conto di trovarmi davanti ad un giocatore che sarebbe cresciuto molto.” (Adrian Amasino)

È nei cinque anni passati con la squadra che Luis apprende la costanza e la disciplina che tanto gli torneranno utili nella sua carriera.

Compie tre volte a settimana i 22 chilometri che lo separano dal centro sportivo senza mai opporre una lamentela e, dopo il proprio allenamento, rimane spesso in campo nelle due ore successive per poter sfidare i compagni delle categorie maggiori.


FOTO: La Nacion

Proprio nel mezzo di questo suo percorso giovanile, Luis ha un primo assaggio della pallacanestro dei grandi. Nel 1990, infatti, i mondiali FIBA sono organizzati in Argentina; a capo dell’ente federale preposto all’organizzazione c’è sempre zio Jorge, che concede a Luis di fare il raccattapalle lungo tutta la fase finale, permettendogli così di incontrare alcuni dei suoi idoli.

A testimoniare la sua presenza, però, ci sono solamente pochissimi scatti rubati, a causa di un incidente che ancora oggi fa restare Luis con l’amaro in bocca.

“Avevo chiesto foto a tutti, ma la luce ha rovinato la pellicola. Ancora non ci credo, si sono salvate soltanto una foto con Oscar e una con Drazen Petrovic”.

Ripreso il proprio percorso al Ciudad de Buenos Aires, Luis compie il definitivo salto di qualità; viene chiamato per la prima volta a rappresentare l’Argentina in un torneo internazionale e il suo nome riempie i taccuini di tutti gli scout del paese, tra cui quelli del Ferro Carril Oeste, storica società reduce da un decennio d’oro, con tre campionati vinti negli anni Ottanta.

A convincere definitivamente la dirigenza del Ferro è una portentosa schiacciata subita in campo aperto da parte di quel dodicenne magrolino già alto almeno un metro e ottanta.

Gli anni a Caballito sono avari di vittorie per i biancoverdi, ma formativi per Scola, che a soli quindici anni debutta nella Lega argentina.

I tre anni da professionista in patria bastano per far alzare molte sopracciglia dall’altra parte dell’oceano, dando a Luis la possibilità di fare il grande salto a soli diciotto anni.

La partenza: Spagna e consacrazione

Il Cid, da giovanissimo, era stato portato a combattere la potenza araba a molti chilometri da dove era nato, perché spesso e volentieri i predestinati devono trovare la propria fortuna lontano da casa. Retorica a parte, quella di Luis Scola in terra iberica è probabilmente una delle più repentine consacrazioni di cui si sia reso protagonista un atleta.

A portare un diciottenne ed imberbe Luifa in Europa è il Tau Ceramica, oggi Saski Baskonia; si tratta di un’entità forte, orgogliosamente basca, indipendentista, che però fino a quel momento ha portato a casa solo qualche trofeo di caratura minore.

Il roster per la stagione 1998/99, tuttavia, sembra essere di livello stellare: in panchina c’è un giovanissimo Sergio Scariolo, alla sua prima esperienza lontano dall’Italia, mentre in campo il reparto lunghi è composto da giocatori affermati come Stefano Rusconi o Voise Winters e da stelle in rampa di lancio come Jorge Garbajosa.

Non esattamente l’ambiente più propenso a dare minuti e possibilità di sbagliare ad un’ala forte adolescente venuta da lontano. Scola viene quindi mandato a farsi le ossa a Gijón, squadra della seconda serie iberica che da qualche anno lotta per le posizioni di vertice e la promozione nella massima serie.

A guidare il gruppo viene chiamato un giovanissimo coach di 29 anni con un passato da allenatore in Galizia: Ramón “Moncho” Lopez.

Luis – che nel frattempo sta accelerando le pratiche per prendere la cittadinanza spagnola ed avere un passaporto comunitario – è per molti commentatori troppo acerbo per ritagliarsi un ruolo di rilievo. Moncho, un altro definito troppo giovane per lasciare un’impronta a quei livelli, lega però da subito con il proprio numero 6, dandogli sempre più minuti e responsabilità. Un amore reciproco che lo stesso Luis ha confermato poco meno di un anno fa.

“Gli sarò sempre grato per aver creduto in me.”

La stagione regolare parte male, con 3 sconfitte nelle prime cinque partite – in un campionato da sole ventisei giornate – ma gli uomini di Lopez sanno fare gruppo, chiudendo l’annata con 17 vittorie e 9 sconfitte, abbastanza per qualificarsi, pur in maniera tirata, alla post-season.


FOTO: El Comercio

Nei playoff-promozione, tuttavia, la timida squadra da sei uscite con più di 90 punti subiti si trasforma, riuscendo a strappare un’insperata promozione nella massima serie.

Le Asturie impazziscono, ma la società – che non si aspettava un exploit del genere – ha più di una difficoltà nel racimolare le 400 milioni di pesetas (circa due milioni di euro) che servono per partecipare al campionato, arrivando solo per il rotto della cuffia ad ottenere un prestito-ponte con il principato asturiano stesso come garante.

Il prestito di Scola, dopo un’intensa trattativa tra le due società, viene rinnovato: Luifa esordirà in una grande lega cestistica a Gijón.

Le difficoltà economiche, tuttavia, non permettono di dare a Lopez una squadra competitiva per la categoria: oltre a Luis, le stelle sono il centro Terquin Mott – alla prima esperienza in un grande campionato – e l’ala piccola Glen Whisby, reduce da una buona stagione a Cantù. I 18 a sera di Mott, uniti ai quasi 15 punti in 29 minuti di media di Luifa, basteranno appena per la salvezza, raggiunta nonostante le 10 sconfitte nelle ultime 15 partite di stagione regolare.

Nonostante la deludente stagione di squadra, Scola si è ormai distinto anche in Europa ed è quindi pronto, dopo due stagioni di rodaggio, ad iniziare la sua avventura a Vitoria.

Baskonia: Eurolega e successo

L’arrivo di Luis in Euskal Herria – il nome che i baschi danno alla propria terra – coincide con l’avvento al Tau di quello che diverrà probabilmente il più grande allenatore della storia del club: Dusko Ivanovic.

Luis sembra nato per giocare la sua pallacanestro: agile, duttile, tecnico, resiliente.

Tra i due nasce un rapporto professionale e umano strettissimo, tanto da diventare la base del successo della squadra.

“Dusko mi ha aiutato moltissimo, ho imparato molto. Sono cresciuto in molte cose, sono evoluto come giocatore.”

Nonostante sulla carta Luifa sia arrivato per fare la riserva al connazionale Fabricio Oberto, il montenegrino mostra fin da subito di avere grande fiducia in lui, mandandolo in campo per 29 minuti nella prima sfida di campionato.

Proprio questa prima uscita ufficiale in maglia Tau, per un caso della Vita giocata contro Gijón, potrebbe essere usata come manifesto della pallacanestro scoliana: 23 punti, 11-15 dal campo, 6 rimbalzi, 2 rubate, 1 stoppata, 27 di valutazione. Vitoria, entrata all’arena con molte incertezze, ha trovato un idolo.

La stagione sarà travolgente da ogni punto di vista: la squadra, grazie anche agli acquisti Stombergas e Alexander, passa da 21 a 27 vittorie in stagione regolare nella Liga, e arriva fino alla finale di Eurolega, persa contro la Virtus Bologna di due personaggi che ritorneranno prepotentemente nella vita e nella carriera di Luifa: Emanuel Ginobili ed Ettore Messina.

Per rincontrare il Narigón di Bahia Blanca e San Antonio, in realtà, Luis non dovrà aspettare molto. In estate, infatti, Scola viene convocato per la prima grande competizione internazionale della sua carriera: la FIBA Americas Cup che l’Argentina, proprio come quel mondiale del 1990, gioca in casa. Sarà un trionfo: nove vittorie, titolo, finale contro un Brasile tenuto a 59 punti e Manu MVP del torneo.

A posteriori, l’embrione della Generación Dorada inizia a formarsi proprio in quel torneo, in cui Luis è uno dei protagonisti.

In terra basca torna quindi un giocatore più completo, più maturo, disciplinato da un anno intero di duri allenamenti di Ivanovic e abituato a vincere.

Non è un caso, che delle sette passate a Vitoria, la stagione 2001/02 sia la più positiva, per Scola e per il gruppo.

Che qualcosa sia diverso si vede già dalla offseason, in cui i faraonici introiti della precedente finale di Eurolega vengono reinvestiti per portare a Vitoria altri due campioni argentini come Hugo Sconochini e Andres Nocioni.

La squadra arriva quindi ai Playoffs da testa di serie numero 4, affrontando al primo turno Valencia, sconfitta in 4 gare. Le semifinali, invece, vedono come avversario il più quotato Barcellona, che gode del fattore campo.

Imporre il proprio gioco in Gara 1 diventa quindi fondamentale per gli uomini di Ivanovic, che riescono a vincere la partita 80-71 grazie al fondamentale apporto del trio Nocioni-Sconochini-Scola (autore di 16 punti) e alla stella Dejan Tomasevic, autore di una prestazione da 17 punti, 11 rimbalzi e 3 palle rubate in 39 minuti.

Persa malamente Gara 2, i biancorossi riescono a chiudere agevolmente la serie con le successive due sfide casalinghe, avanzando alla seconda finale della sua storia. L’avversario, la sorpresa Uncaja Malaga degli ex Scariolo e Garbajosa, non appare all’altezza di un gruppo così rodato e completo.

Il 18 giugno 2002, quindi, tanto il Baskonia quanto Luis Alberto Scola Balvoa sollevano il proprio primo campionato spagnolo.


FOTO: Basketfinals.com

La rovente estate del 2002, in realtà, non termina per il numero 4 unicamente con la vittoria del campionato.

Il 26 giugno dello stesso anno, appena 8 giorni dopo la gara decisiva per la Liga, Luis viene infatti scelto con la 55esima chiamata al Draft NBA. A selezionarlo sono i San Antonio Spurs due volte campioni NBA, desiderosi di tentare un’operazione simile a quella Ginobili.

Nonostante la possibilità di giocare negli Stati Uniti sia da sempre il sogno di Luifa, una chiamata al secondo turno significa un contratto non garantito e la possibilità di finire nell’allora scalcinata Lega di Sviluppo.

La scelta, pur sofferta, è quindi quella di restare a Vitoria, dove è ormai l’idolo indiscusso della tifoseria.

Le annate successive sono avare di trofei per il Tau, nonostante la squadra continui di anno in anno a rinforzarsi. A consolare Luis, tuttavia, ci penserà sempre la nazionale argentina, che sta per vivere uno dei momenti più fortunati della propria storia.

Vamos, Vamos Argentina

Da buon eroe cavalleresco, uno degli insegnamenti veicolati dal Cid è certamente quello della difesa della patria – tanto che la sua figura viene talvolta storpiata in chiave razzista. Il grande nazionalismo diffuso nell’intero mondo ispanico, quindi, affonda le sue radici proprio in questa figura letteraria, che sarebbe probabilmente affascinata dallo spirito di fratellanza e di unione posseduto da tutte le nazionali argentine, a prescindere dalla disciplina.

La nazionale di pallacanestro, però, non ha sempre goduto della grande passione che oggi siamo abituati ad ammirare. L’Argentina è da sempre un paese tendenzialmente calcistico e rugbistico e gli spilungoni della palla a spicchi venivano trattati come atleti di serie B, tanto che la mancata qualificazione alle Olimpiadi di Sidney fu salutata da un misto di indifferenza e appagamento immotivato.

La già citata vittoria del 2001 e il successivo argento ai mondiali del 2002, tuttavia, avevano fatto levare gli occhi di tutto il paese verso il parquet. L’Argentina che parte per Atene 2004, perciò, nonostante i dubbi della vigilia, è la prima squadra a sentire di avere il favore del Paese.

L’esito della spedizione è noto a tutti, con la clamorosa vittoria sugli USA di Larry Brown in semifinale – prima sconfitta americana alle Olimpiadi dalla famosissima finale del 1972 – ed il trionfo nella finale contro gli Azzurri di Charlie Recalcati. Ad intrigare i tifosi e gli amanti del Sud America di tutto il Mondo, però, non sono i tabellini, ma le condizioni che hanno reso possibile un upset così inaspettato.

A spiegarle, fortunatamente, ci ha pensato proprio Luifa, in un meraviglioso pezzo scritto per The Players’ Tribune.

“Il nostro obiettivo per le Olimpiadi del 2004 era arrivare tra i primi 12, vincere l’oro era fuori discussione. Gli Stati Uniti avevano vinto tutte le partite olimpiche dal 1972, non credevamo di poter vincere, nonostante li avessimo battuti ai Mondiali in casa loro del 2002. […] L’Argentina non ha la popolazione di altre grandi potenze sportive, ma abbiamo un paio di vantaggi.

Innanzitutto, da noi esiste unicamente il basket organizzato, 5 contro 5. Non puoi giocare 1 contro 1 o 3 contro 3, dal primo momento in cui giochi sei orientato verso il basket di squadra. Secondo, siamo appassionati, ma non siamo appassionati di vincere o di segnare 40 punti. Quella è la parte divertente, essere forti in uno sport è divertente. I momenti più importanti per la crescita sono quelli meno divertenti. E noi siamo appassionati del processo.”

La Chiamata: NBA e successo USA

Tornato dalla fortunata spedizione ateniese, Scola guida il Tau a 3 qualificazioni di fila alle Final Four di Eurolega. La vittoria della coppa più importante non arriverà mai, ma Scola, influenzato dal proprio allenatore e dai recenti successi, impara in queste stagioni cosa significhi la reale ossessione per la vittoria.

“Questa cosa per noi è come una droga. Prima vogliamo qualificarci alle Top-16, poi vuoi entrare nei Playoffs, poi vuoi arrivare alle Final Four. Quando arrivi alla fine alle Final Four parti unicamente per vincere. E se riesci a vincere l’Eurolega vuoi subito vincere il campionato. Il nostro desiderio di vincere è costante”.

La garra mostrata in campo in questa ostinata ricerca del successo piace ad una NBA che sta piano piano portando al proprio cospetto tutti i vincitori dell’olimpiade greca. A posare gli occhi su Luis sono in particolar modo gli Houston Rockets del nuovo coach Rick Adelman.

I texani, che si sono aperti al basket d’oltreoceano portando in NBA Spanoulis e scegliendo Yao Ming nel 2002, stanno cercando il pezzo mancante per competere definitivamente per un Titolo che non appare troppo lontano.

Il 14 luglio 2007, in uno scambio che porta a San Antonio proprio Spanoulis e una scelta al secondo turno del 2009, la franchigia di H-Town si assicura i diritti del lungo argentino, che di lì a poco inizierà la propria avventura nella Lega migliore del mondo.


FOTO: ESPN

Lascia Vitoria dopo sette anni da miglior realizzatore, secondo miglior rimbalzista e terzo giocatore più presente della storia del Baskonia.

A risaltare, oltre ai numeri, è la simbiosi con la gente del luogo. Per 7 anni Luis ha incarnato l’ossessione basca di venire riconosciuti sulla mappa della penisola iberica e l’amore per il lavoro della comunità. Quello sbarbato arrivato nel País Vasco da diciottenne argentino, lo lascia da ventisettenne perfettamente euskadì, come dimostrano le parole d’addio.

“Mi hanno fatto sentire a casa e non ho parole per ringraziarli; quando giocavo, mi faceva piacere pensare che il mio modo per dire loro grazie fosse lavorare duro giorno dopo giorno.”

Josean Querejeta, presidente del club seduto al suo fianco, non può dire altro che non sia:

“È il miglior giocatore della storia di questo club.”

Arrivato oltreoceano, Scola appare da subito come perfettamente integrato negli schemi di coach Adelman: il nativo di Lynwood, infatti, apprezza la pallacanestro tecnica e di read-and-react, un gioco che un figlio cestistico di Ivanovic non può che comprendere alla perfezione.

“L’attacco qui è divertente. Muoviamo molto la palla. Dobbiamo essere creativi e, se siamo intelligenti, avremo molte opportunità.”

Il primo anno viene chiuso con 55 vittorie e la quinta piazza a Ovest. Il percorso ai Playoffs sarà però breve, con la seconda sconfitta consecutiva al primo turno per mano di Utah. Luifa, tuttavia, vivrà un’ottima stagione d’esordio, con 39 partenze in quintetto su 82 partite giocate e 10.3 punti a serata che gli varranno la chiamata nel miglior quintetto Rookie.

Alla fine della stagione, poi, porterà a casa la seconda medaglia olimpica a Pechino, grazie al terzo posto ottenuto alle spalle di USA e Spagna.

Gli anni successivi vedono un lento declino tanto dei Rockets, che perdono nel 2010 la stella Tracy McGrady, quanto di Adelman, che subirà feroci critiche dalla stampa – Bleacher Report arriverà a pubblicare i 10 motivi per cui sarebbe dovuto andare in pensione.

Scola, tuttavia, si ritaglia in questa situazione di netto peggioramento un ruolo sempre più centrale, tanto da far segnare 44 punti nel marzo 2010 e chiudere la stagione 2010/11, terminata dai Rockets con 43 vittorie, con oltre 18 punti e 8 rimbalzi ad allacciata.

La 2011/12 è per i Rockets, invece, la classica stagione di transizione. Daryl Morey ha infatti iniziato a subodorare come i Thunder non abbiano nessuna intenzione di pagare la luxury tax per rinnovare il contratto di James Harden e non vuole occupare troppo cap per le stagioni seguenti. Scola, il Rocket più di lungo corso nel roster messo in mano al neo-allenatore Kevin McHale, è il capitano della squadra.

Memore del successo ateniese, il numero 4 cerca da subito di unire il gruppo, conscio di come un basket di squadra possa sopperire alle oggettive mancanze tecniche e di esperienza. L’inizio è stentato, ma un increscioso fatto accaduto il 5 febbraio porterà inaspettatamente al risultato sperato.

In una sfida contro i Timberwolves, infatti, Kevin Love forza un passaggio scomodo e poi cammina volontariamente sulla faccia di Luis.

McHale, ex della partita, commenta sardonico dicendo di essersi divertito e di aspettare delle scuse da parte di Love alla sua ala grande; la squadra, invece, sfrutta l’umiliazione ai danni del proprio capitano come motore per fare bene, vincendo 7 delle 10 partite successive e chiudendo la stagione, pur senza postseason, con record positivo.

Nonostante la sua importanza nei successi della squadra, Morey, che sta cercando di comporre il duo Harden-Howard, decide di amnistiare i due anni di contratto di Scola per alleggerire il cap. Libero di firmare con chi vuole, il numero 4 deciderà quindi di accasarsi a Phoenix, firmando un triennale a 4 milioni e mezzo di dollari a stagione.

Dopo un’anonima stagione sotto il sole dell’Arizona, nell’estate del 2013 Luis passa via trade agli Indiana Pacers. Ad Indianapolis, dove già aveva vinto la medaglia d’argento ai mondiali del 2002, Luifa vive una seconda giovinezza da riserva di David West, integrandosi perfettamente nel roccioso gruppo guidato da coach Frank Vogel, che sarà sempre uno dei suoi più grandi ammiratori.

“È uno dei giocatori che ho allenato che preferisco. Mi piace come persona e per quello che rappresenta. Non si perdeva mai un allenamento o una partita, era semplicemente contro il suo credo. Avrebbe giocato anche con una gamba rotta. Aveva un grande QI, i compagni lo amavano. Era una persona divertente con cui lavorare ogni giorno, una persona che sapeva avere un grande influsso sulle vittorie.”

Come noto, quei Pacers così affiatati arriveranno ad un LeBron James da giocarsi le NBA Finals nel 2014, perdendo poi Paul George l’anno seguente, l’ultimo di Scola nell’Hoosier State.

Le ultime due stagioni NBA, passate tra Toronto e Brooklyn, saranno abbastanza incolori e funestate da fastidiosi infortuni, tanto che, nell’offseason 2017, le porte della pallacanestro professionistica sembrano definitivamente chiudersi.

Cina and back: la rinascita e la quinta olimpiade

Il Poema del Cid non si apre con scene di grandi trionfi. La tradizione infatti riporta come primi versi la fuga del condottiero e l’esilio dalla sua terra a causa di ingiuste accuse di appropriazione indebita.

Con tutte le dovute differenze, anche Luis in quella nera offseason del 2017 vive delle situazioni simili. Il mondo NBA gli ha ormai voltato le spalle, convinto che un trentasettenne con alle spalle qualche problema fisico non possa essere più impiegabile su un parquet.

Anche l’Europa, nonostante le possibilistiche dichiarazioni d’amore che arrivano da Vitoria, non si interessa più di tanto all’argentino.


FOTO: Lance Livre

Luifa, condottiero come il Cid, decide allora di ripartire dal gradino più basso per mostrare il proprio valore. Accetta allora l’offerta degli Shanxi Brave Dragons, squadra emergente del campionato cinese. Le due stagioni in Oriente, la seguente con la maglia dei più quotati Sharks di Shangai, zittiscono tutti i detrattori: 83 partite giocate da campione assoluto e in una condizione di forma ottimale.

Il successo cinese non passa inosservato nemmeno agli occhi della Oveja Hernandez, il commissario tecnico dell’Argentina, che decide di convocare Scola per i mondiali cinesi dell’estate 2019. L’obiettivo sarebbe, teoricamente, farlo giocare 15 minuti per portare esperienza e carica alla squadra, ma, come ormai si è capito, Luis non è prono ad accettare un ruolo da comprimario.

Gioca un mondiale da MVP, trascinando insieme a Campazzo una stoica Argentina fino alla finale contro la Spagna. A quasi 40 anni tutta Europa ammira i suoi up and under e la sua intelligenza tattica, tanto che Ettore Messina, che lo aveva affrontato nella finale di Eurolega di quasi 20 anni prima, decide di portarlo a Milano per renderlo un punto di riferimento della sua nuova Olimpia.

Per tutti quello milanese è l’ultimo passaggio prima di un ritiro che a 40 anni appare come naturale. Lui, però, non si pone limiti e, quando la stagione viene interrotta per la pandemia, lascia chiaramente intendere di voler proseguire almeno fino a Tokyo.

El Oveja, rientrato in primavera sulla panchina della Nazionale, non se lo fa ripetere due volte e convoca il lungo – nel frattempo passato a Varese – per quella che sarebbe la sua quinta olimpiade. Anche in questo caso, l’idea era quello di renderlo capitano fuori dal campo e leader emotivo; anche in questo caso, Luis Scola non si è accontentato del ruolo da comprimario, come dimostrano i 25 punti rifilati all’Australia alla prima amichevole.

Da buon Campeador, che altro non è che una forma arcaica per descrivere un lottatore.

Hasta pronto, Luifa.