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	<title>Stefano Tedeschi | Around the Game</title>
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	<description>Dove il basket sopravvive agli highlight</description>
	<lastBuildDate>Fri, 14 Apr 2023 22:56:39 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Immanuel Quickley, una delle chiavi di volta per i Knicks contro Cleveland</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/immanuel-quickley-una-delle-chiavi-di-volta-per-i-knicks-contro-cleveland/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2023 22:51:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[cleveland cavaliers]]></category>
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		<category><![CDATA[playoffs 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[Immanuel Quickley sarà pronto a dimostrare di essere il miglior sesto uomo dell'anno anche nei Playoffs? ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>In una serie tra le più equilibrate dei Playoff 2023, Quickley può rivelarsi il giocatore </strong>in grado di spezzare le partite</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/04/tkw-feat-iq-usage.jpg-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-41079" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/04/tkw-feat-iq-usage.jpg-1024x512.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/04/tkw-feat-iq-usage.jpg-300x150.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/04/tkw-feat-iq-usage.jpg-150x75.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/04/tkw-feat-iq-usage.jpg-768x384.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/04/tkw-feat-iq-usage.jpg-1080x540.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/04/tkw-feat-iq-usage.jpg.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>{{translate_pretext}}</p>



<p>Alla fine siamo arrivati al momento della verità.</p>



<p>I <strong>New York Knicks</strong> e i <strong>Cleveland Cavaliers</strong> sono pronti ad affrontarsi nel primo turno dei Playoffs 2023, una serie che esalterà i malati di basket per l’equilibrio annunciato.&nbsp;</p>



<p>I Knicks arrivano ai Playoffs dopo un anno fatto di tanti alti &#8211; diverse strisce vincenti raccolte in stagione regolare, Jalen Brunson dimostratosi giocatore di livello e la consacrazione in coppia con Julius Rande, oltre alla dimostrazione di avere profondità con una panchina solida &#8211;&nbsp; ma anche di qualche pecca importante. Basti pensare all’infortunio dello stesso Randle, che lo mette a rischio per l’esordio in post-season, oltre a qualche perplessità sul gioco di RJ Barrett ed in generale sull’atteggiamento difensivo, a volte molto discutibile.&nbsp;</p>



<p>Senza dubbio chi si è trovato protagonista di molte valutazioni positive, nelle ultime settimane, è <strong>Immanuel Quickley</strong>, guardia nel suo terzo anno di carriera NBA. IQ è probabilmente la storia di maggior successo per New York di questa stagione, in piena corsa per il titolo di sesto uomo dell&#8217;anno e uno dei giocatori più elettrizzanti e affidabili della squadra.&nbsp;</p>



<p>Con la serie contro i Cavs alle porte è senza’altro legittimo porsi la questione di come potrà comportarsi contro la solida difesa di Cleveland, assumendo che verrà incoporato come ruolo nel quintetto in campo nei momenti decisivi, come del resto è già accaduto durante la regular season. </p>



<p>Nelle sue quattro partite giocate tra Knicks e Cavs, le sue medie sono state di 10.5 punti, 4.3 rimbalzi, 3.7 assist e 0.5 palle rubate spalmati su 25 minuti di gioco, con una progressione del tempo speso sul parquet nell’avanzare della stagione, a testimoniare il ruolo di assoluto rilievo identificato per lui da <strong>Tom Thibodeau</strong>, con l’obiettivo di spezzare la difesa di Cleveland.&nbsp;</p>



<p>Il metodo preferito di Quickley nel creare vantaggio offensivo è di uscire dal pick&amp;roll e puntare diretto al ferro grazie all’ampia varietà di movimenti offensivi, risultanti nel mettere in difficoltà il difensore di turno, incapace di opporsi ai suoi floaters se non mandandolo spesso in lunetta.&nbsp;</p>



<p>In questa azione, contro la seconda linea dei Cavs, Quickley porta Raul Neto nel pitturato, dopo servizio di Deuce McBride. IQ si fa strada sul lato destro del campo utilizzando lo screen di Isaiah Hartenstein per allontanare Neto quel tanto che basta per creare lo spazio e concludere con l’and-1:</p>



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<iframe loading="lazy" title="Quickley - Drawing Smaller Defender" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/1kV__CnvTm0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Un aiuto importante arriva da <strong>Isaiah Hartenstein </strong>nel portare i giusti blocchi.</p>



<p>Questo è esattamente quello che Quickley dovrà fare per lavorarsi la seconda linea di Cleveland in apertura della serie.&nbsp;Anche quando in campo insieme a Brunson è in grado di battere le difese e crearsi delle buone opportunità nel midrange.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Another Hartenstein-Quickley Action" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/h_JHmKbRkRI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Mentre nel suo secondo anno Quickley insisteva nel affrontare i difensori in <em>solo-mode</em>, ignorando gli screen che gli venivano portati, in questa stagione ha dimostrato maggiore maturità e pazienza.&nbsp;</p>



<p>Qui attende che Isaiah Hartenstein stabilisca il contatto e, una volta generato lo spazio per liberarsi da Garland, ha la possibilità tecnica di giocare al gatto col topo verso un difensore di alto livello come Jarrett Allen: finta e cambio di passo ed ecco il marchio di fabbrica del <em>floater</em>, eludendo le braccia alzate di Allen.&nbsp;</p>



<p>Considerato il livello difensivo dei due Cavs in questione non è una azione che porterà al successo garantito (nell’azione precedente a questa non aveva funzionato grazie a Garland), ma contro il back-court della panchina dei Cavs potrà certamente pagare i dividendi, magari mettendo in difficoltà le &#8220;Twin Towers&#8221; di Cleveland, Allen e Evan Mobley.&nbsp;</p>



<p>Oltre alla sua abilità nell’attaccare il canestro, Quickley ha abilità di passaggio sottovalutate. Nella partita contro i Cavs del 24 gennaio ha distribuito 6 assist grazie alla sua capacità di generare spazio facendo quello che meglio gli riesce: sbilanciare il difensore.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Quickley to Grimes" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/hwhBbqt6FUk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Nell’ultima post-season ai Knicks è mancata la capacità di innescare Quentin Marshall Grimes e senz’altro è tra gli obiettivi di Q di metterlo in ritmo. Qui attira il difensore in aiuto dall’angolo, oltre a Chris LeVert, aprendo lo spazio per il tiro da tre wide-open.</p>



<p>La situazione si è ripetuta due volte durante la stessa partita anche con Julius Randle, giocatore che, a differenza di Grimes (dotato di uno dei tempi di catch-and-shoot più rapidi nella lega), ha una meccanica di tiro molto lenta, a testimonianza di quanto sia efficace IQ nel generare spazio sul perimetro.&nbsp;</p>



<p>Anche come <em>facilitator</em>e del gioco, l’accoppiata con Isaiah Hartenstein è estremamente efficace. Quest&#8217;ultimo è a sua volta conosciuto come buon passatore e la combinazione con Quickley apre numerose opzioni offensive, il che risulterà molto interessante nella sfida tra le seconde linee, in cui il talento difensivo dei Cavs scende.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Quickley to Hartenstein" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/Ew14osb1-3Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
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<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Qui Quickley penetra nel pitturato dopo uno scarico di RJ Barrett, trovatosi in un vicolo cieco, come del resto spesso potrebbe accadere visto il livello difensivo del front-court dei Cavs.&nbsp;</p>



<p>Con la palla in mano, Immanuel Quickley si libera velocemente del proprio difensore verso il canestro e ad attenderlo vicino al ferro c’è proprio Hartenstein col taglio, leggendo il mismatch difensivo. Non sarà uno schema standard, ma la possibilità di aprire il l’area con lo scarico su Quickely e affidarsi alla sua creatività può essere un’arma in più.</p>



<p>Certamente i Playoffs non sono la regular season e non è da queste partite che possiamo prevedere l’andamento della serie. Sarà una occasione per vedere giocatori come Quickley al vero banco di prova, quando gli aggiustamenti difensivi si fanno seriamente e l’avversario viene studiato nei suoi limiti. Tuttavia, se Quickley saprà mantenersi ai livelli in cui ha giocato per tutta la regular season, i Knicks avranno una seria possibilità di spezzare la partita con la second unit.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">NEW TKWeekly: A playoff preview MEGA-EPISODE! Join <a href="https://twitter.com/kylemaggio?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">@kylemaggio</a>, <a href="https://twitter.com/iHateShaun?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">@ihateshaun</a>, and <a href="https://twitter.com/dan_ny_b?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">@dan_ny_b</a> as they breakdown the Knicks-Cavs matchup with special guest <a href="https://twitter.com/Cavsanada?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">@Cavsanada</a>! Tune in NOW! <a href="https://t.co/non2l6SN65">https://t.co/non2l6SN65</a></p>&mdash; The Knicks Wall (@TheKnicksWall) <a href="https://twitter.com/TheKnicksWall/status/1645433988654456832?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">April 10, 2023</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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			</item>
		<item>
		<title>New York City point guards, dalle origini alla Shammgod move</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/new-york-city-point-guards-dalle-origini-alla-shammgod-move/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Mar 2023 16:22:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel basket, essere un playmaker di New York City significa avere caratteristiche precise.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/03/169-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-38119" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/03/169-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/03/169-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/03/169-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/03/169-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/03/169-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/03/169-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/03/169.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: CBS Sports</figcaption></figure>



<p>La pallacanestro è nata a Springfield, Massachusetts, grazie a Mr. Naismith, ma le radici del gioco, la fonte da cui sono nate per decenni le tendenze, gli stili e molte leggende è <strong>New York City</strong>, la Mecca del basketball.&nbsp;</p>



<p>Lo sport fa parte del sottofondo della città, in cui ognuno trova il proprio angolo di vita, la propria “bolla” all’interno della quale costruire la propria, frenetica, routine. Ma quale che sia il luogo dove questa si sviluppi avrà il rumore della palla a spicchi sull’asfalto o delle esclamazioni degli spettatori di una partita in corso tra gli oltre 1800 playground distribuiti nei cinque distretti della città.</p>



<p>Anche se non si tratta del <strong>Rucker Park</strong> di Harlem, sulla 155esima a Manhattan, ognuno di quei campi all’aperto sarà stato il riferimento dei ragazzi di quel quartiere perché le palestre in cui giocare a New York sono sempre state poche e, per gli sconfinati sobborghi popolari, una lontana utopia.&nbsp;</p>



<p>Il basket a New York ha più a che fare con la religione che con lo sport, ecco perché comprendere la forza di certe figure che hanno calcato i campi della città con la mentalità europea può essere difficile e tendiamo a focalizzarci sui risultati sportivi come i titoli NBA o quanti punti abbia fatto un certo giocatore nella lega.&nbsp;</p>



<p>Il rispetto per il gioco non si misura in anelli, ma in cuore ed emozioni, ed quello che hanno trasmesso le point guard nate e cresciute tra le strade di NYC.&nbsp;</p>



<p>La Grande Mela è stata per decenni la culla di generazioni di giocatori per ogni ruolo, basti pensare a Lew Alcindor aka Kareem Abdul-Jabbar, nato e cresciuto negli anni delle rivolte anti-razziali tra Harlem e Inwood prima di trasferirsi in California per il college. Tuttavia, se c’è una posizione sul campo che lasci trasparire più di tutte le caratteristiche dello spirito di New York City, è il playmaker.&nbsp;</p>



<p>Nel 2022 Kevin Durant, molto legato alla città di New York riconoscendo le profonde radici del gioco nella città e il rispetto per questo sport dei suoi cittadini, ha prodotto un documentario chiamato <strong>NYC Point Gods</strong>, sfortunatamente non ancora disponibile su piattaforme europee (è trasmesso da Showtime), che omaggia alcuni dei playmaker nati e cresciuti nella città.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="NYC Point Gods (2022) | Official Trailer | Streaming July 29th on SHOWTIME" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/hnzzi0QDK-w?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Il rispetto per il ruolo è descritto nelle parole iniziali di coach <strong>Ron Naclerio</strong> (leggenda vivente dell’high school basketball a Benjamin N. Cardozo)</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“La posizione della point guard è quella che genera il gioco, non hai un attacco senza playmaker”</em>.&nbsp;</p>
<cite>&#8211; Ron Naclerio</cite></blockquote>



<p>Vogliamo definire le caratteristiche distintive delle point guards made di NYC?</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Toughness</strong>, ovvero mentalmente forti:: per citare Jack Nicholson, “qui siamo a New York, se ce la fai qui, ce la puoi fare ovunque”;</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Handle</strong>, il palleggio: servono spiegazioni? Ci vediamo tra poco durante il pezzo;</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Showmanship</strong>: qualsiasi giocata tu voglia fare, se sei di New York sarà nel modo più spettacolare possibile.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">Il padre fondatore del basket newyorkese: Bob Cousy</h2>



<p>Toughness? È il 24 aprile del 1963 i Celtics si giocano il titolo in gara 6 contro i Lakers di Jerry West e Elgin Baylor. <strong>Bob Cousy</strong> ha 34 anni e la stampa crede che sia troppo vecchio per guidare ancora Boston a quello che sarebbe il quinto titolo consecutivo. Gara 5 era stata vinta in trasferta da West &amp; Co proprio con Bob fuori per falli.&nbsp;</p>



<p>Gara 6 sembrava incanalata verso il successo in tinte verdi quando, sul 92-83 Boston, Bob Cousy si procura una distorsione alla caviglia ed esce accompagnato, dal campo. L’inerzia della partita cambia repentinamente con John Havlicek e Bill Russell incapaci di condurre il gioco per i Celtics,&nbsp; fino al canestro di Baylor per il -1 Lakers. Cousy rientrerà in campo nonostante la distorsione, sigillando la sua ultima partita in maglia Celtics con un behind-the-back pass per Tom Heinson che, appoggiandola di tabella, manterrà il vantaggio per Boston fino alla sirena finale.&nbsp;</p>



<p>Uomo del futuro catapultato negli anni ’50-’60 per stile di gioco e visione, visti oggi gli spezzoni di partita con lui in campo, comprendiamo la collezione di nickname che Cousy ha accumulato nel corso della sua carriera, da “<em>The Houdini of the Hardwood</em>” a “<em>The Human Highlight film</em>”.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Bob Cousy - The Magican" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/BWcuJwP0PyM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Vero figlio bianco del Queens (distretto interrazziale se ce n’è uno) da immigrati francesi negli anni della grande depressione, Bob parlerà francese per i primi 5 anni di vita e passerà la giovinezza giocando a stickball nei vicoli di quartere insieme a coetanei di ogni etnia, prevenendo che crescesse in lui ogni istinto razzista, endemico negli anni 40.&nbsp;</p>



<p>Dopo un inizio in high school con qualche difficoltà, non ultimo un infortunio alla mano dominante destra che lo costrinse a diventare ambidestro nel palleggio, Cousy portò la propria scuola alla vittoria nel torneo divisionale del Queens da top scorer.&nbsp;</p>



<p>Proseguì la sua carriera al college presso Holy Cross, non senza problemi di inserimento tecnico negli schemi statici della pallacanestro dell’epoca. Cousy era un giocatore che giocava in velocità, sempre alla ricerca della giocata spettacolare (showmanship), fosse un passaggio dietro la schiena o un no look e disponeva di un range di tiro notevole per l’epoca (il tiro da tre punti non esisteva).&nbsp;Tanto era amato dal pubblico, tanto era difficoltoso il rapporto con il coach.&nbsp;</p>



<p>Per tutta la carriera di college, Cousy, nonostante mezzi tecnici sproporzionati al contesto, dovette condividere minuti in campo con le altre guardie secondo rotazioni rigide, finché nell’anno da senior, ormai pupillo della città di Boston (Holy Cross giocava al Boston Garden), la sua permanenza in campo non fu urlata a gran voce dal pubblico&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“We want Cousy”</em></p>
</blockquote>



<p>La panchina la vedrà poco da quel giorno in poi.&nbsp;</p>



<p>Come dicevamo, i tempi non erano ancora pronti per Bob perché, di fatto, sarà lui a cambiarli.&nbsp;Nonostante fosse diventato una icona a Boston, i Celtics (o meglio, Red Auerbach), nell’anno in cui si dichiarò per il Draft (1950), pur avendo la possibilità di sceglierlo, con la prima selezione assoluta gli preferirono Charles Share, centro di 6’11, giocatore che non lascerà esattamente il segno nella storia del gioco.&nbsp;</p>



<p>Auerbach, che vedeva come fumo negli occhi lo stile “flamboyant” che oggi definiamo newyorkese di giocare di Cousy, difese la sua scelta dinanzi ai tifosi dei Celtics <em>“</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Ci serve un lungo. I piccoletti li troviamo dappertutto, gioco per vincere non per ascoltare il parere di qualche bifolco”</em>.&nbsp;</p>
<cite>&#8211; Red Auerbach</cite></blockquote>



<p>La buona stella dei Celtics sarà più forte della testardaggine di Auerbach e, per un gioco del destino, il buon Share non firmerà per Boston e negli esiti del fallimento dei Chicago Stags, che ne avevano acquisiti i diritti, Cousy tornerà disponibile.&nbsp;</p>



<p>Nello scetticismo di Coach e Dirigenza per quel giocatore fuori dagli schemi, se lo ritrovarono in casa. Il resto sarà storia e Cousy diventerà il primo pezzo di quella franchigia leggendaria che collezionerà nove titoli NBA&nbsp;tra il 1957 e il 1966, dopo i quali Auerbach stesso ammetterà di aver preso il più grande abbaglio della sua vita nel non volere Bob per la sua squadra.&nbsp;</p>



<p>Sebbene anche Lenny Wilkens sia considerato una figura leggendaria nella storia cestistica della grande Mela, principalmente per i la sua carriera in high school, Cousy è senza dubbio il capostipite della specie.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">The Original Point God, Tiny Archibald</h2>



<p>I semi dello showmanship crebbero nel posto più inaspettato, il Bronx. Negli anni &#8217;60 il declino del quartiere si faceva sempre più ripido e culminerà nelle fiamme degli incendi dolosi appiccati dagli stessi cittadini di South Bronx nella speranza di ottenere qualche dollaro dalle assicurazioni.&nbsp;</p>



<p>Qui, tra i vicoli del Patterson Housing Project (case popolari) si aggirava un ragazzino graziato dalle divinità del basket con un talento sopraffino ma non col fisico. <strong>Nate “Tiny” Archibald</strong> non supererà i 6’1” (misura probabilmente generosa), ma era dotato delle tre doti di cui sopra, in cui il ball handling era puro spettacolo nel playground di quartiere.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/02/tiny-miners-edited.jpeg" alt="" class="wp-image-37537" width="763" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/02/tiny-miners-edited.jpeg 810w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/02/tiny-miners-edited-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/02/tiny-miners-edited-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/02/tiny-miners-edited-768x432.jpeg 768w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>Come se non bastasse il “confortevole” contesto sociale, dai 14 anni Tiny resterà anche la figura di riferimento maschile della famiglia ed in particolare dei suoi 6 fratelli, stante la partenza del padre verso altri lidi. Questo e il taglio nell’anno da sophomore da parte della squadra dell’High school per un fisico che non cresceva devono aver strutturato la personalità di Archibald. Così, quando un certo Floyd Layne (una delle tante figure del suburban world del basket newyorkese) convincerà il coach di DeWitt Clinton High a concedergli una seconda opportunità, non se la lascerà scappare e nell’anno da senior verrà nominato All-City Team.&nbsp;</p>



<p>A University of Texas El Paso, Tiny viaggerà a 20 punti di media a partita, riportando i Miners al torneo NCAA e convincendo il coach dei <strong>Cincinnati Royals</strong> ad investire nel draft del 1970 la19esima pick nonostante il corpo minuto. Chi era? Qualcuno che riconobbe le radici del gioco in quell’uomo nel corpo di ragazzo, Bob Cousy (certi cerchi si chiudono).&nbsp;</p>



<p>Il suo impatto nella lega fu immediato. In un momento in cui le squadre erano dominate dai lunghi e dal gioco in post, con Jabbar e Chamberlain a smezzarsi record individuali e titoli, Tiny Archibald &#8211; dall’alto del suo metro e 85 con le scarpe &#8211; regalava spettacolo e garantiva spettatori. Nella stagione 1972-73 diventerà il primo e unico giocatore di sempre a vincere sia la classifica marcatori che assist (34.0 e 11.4 rispettivamente a uscita), tuttavia gli infortuni ne limitarono la successiva carriera.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Below the Rim: Nate Archibald" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/2kOtrkLFJUE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Nel 1978, dopo un drammatico infortunio al tendine d’achille, verrà trasferito ai Celtics e, con l’arrivo di Bill Fitch alla guida del team l’anno seguente, Tiny troverà una nuova giovinezza.&nbsp;</p>



<p>La stagione 1981, seguendo i consigli di Cousy che lo ha sempre spronato a guidare il team come un vero playmaker, sarà l’apice della carriera di Archibald, conducendo dalla point guard position i Celtics al titolo, in finale contro i Rockets di Moses Malone e Calvin Murphy.&nbsp;</p>



<p>Dalle fiamme del Bronx alla Naismith Memorial Hall of Fame.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">80s in NYC</h2>



<p>Archibald sarà di ispirazione per una generazione intera di playmaker made in NY. Gli anni &#8217;80 saranno la culla storico-culturale per tanti giocatori newyorkesi che determineranno la fortuna della NBA nelle generazioni successive, ma il giocatore che nella grande mela sarà il metro di paragone in questi tempi rispondeva ad un solo nome. <strong>Dwayne Washington</strong>, per tutti “<em>Pearl</em>”.&nbsp;</p>



<p>Pearl era una leggenda a NY già all’età di 14 anni, se pensiamo che guadagnò il suo nickname come eredità di Earl Monroe all’età di 8 anni, quando, giocando per i campetti di Brooklyn grazie ad un ball handling da strabuzzare gli occhi, un tizio del pubblico gli urlò: <em>“Who do you think you are, the Pearl?”</em>.</p>



<p>Beh, quel ragazzo già a quell’età pensava di essere anche meglio.&nbsp;</p>



<p>Le partite della <em>High School Boys and Girl</em> di Brooklyn dove “studiava” Pearl si disputavano alla sera per permettere alla folla di partecipare ed era uno show di cui Washington era il protagonista. Nel suo anno da senior viaggerà&nbsp;a 35 punti, 10 rimbalzi e 8 assist di media, sarà MVP del Mcdonald’s High School All-American nel 1983 e sarà il prospetto più corteggiato d’America.&nbsp;</p>



<p>Qualunque playground calcasse, immediatamente gli spettatori accorrevano in massa, che fosse il Rucker o al King Tower, sempre Harlem. Leggenda narra che, durante una partita del torneo estivo del King’s, uno dei più caldi dei primi anni &#8217;80, Pearl si presentò alla partita arrivando in moto a metà campo, con una ragazza sul seat back che sarebbe bastata per catalizzare lo sguardo degli astanti; ne mise 55, salutò e riparti sgommando.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://static01.nyt.com/images/2016/04/21/sports/21washington-obit/21washington-obit-articleLarge.jpg?quality=75&amp;auto=webp&amp;disable=upscale" alt="" width="496" height="714"/></figure>



<p>La leggenda non fece che crescere al college, precisamente <strong>Syracuse</strong>. La storia era sempre la stessa, questo playmaker di 6’2” con le spalle piccole e una struttura fisica che gli costò il soprannome di “fat ass” ideato dai suoi compagni, portava tutti a scuola con i suoi movimenti dal palleggio. Era un giocatore non particolarmente veloce nel senso atletico del termine, né aveva lo stacco da terra di John Starks, ma era impossibile da contenere dal palleggio e aveva una visione del campo innaturale.&nbsp;</p>



<p>A differenza di Tiny o ancor più Wilkens e Cousy, Pearl arrivò nel momento perfetto per diffondere la propria leggenda, quando i mezzi mediatici cominciavano a penetrare nelle case degli americani.&nbsp;</p>



<p>La Big East di college baskeball era il massimo della competitività. Villanova aveva Ed Pickeny, St John’s la coppia Marc Jackson e Chris Mullin, ma soprattutto c’era <strong>Georgetown</strong>. I superfavoriti Hoyas erano la squadra di Pat Ewing e dello specialista difensivo Gene Smith, e la sfida perfetta per Pearl si presentò proprio nella finale di Conference. Per rendere l’idea dell’impatto difensivo di G. Smith, sappiate che a fine college verrà scelto dagli Oakland Raiders di NFL senza aver mai giocato una partita di college football!</p>



<p>Washington ubriacò Smith tutta la partita fino a mandarlo per terra su un dribbling in-and-out in diretta televisiva nazionale. Chiuderà con 27 punti, perdendo la partita all’overtime dopo una contestata decisione arbitrale a favore degli Hoyas, ma lo <strong><em>shake&amp;bake</em></strong> rimarrà nella storia.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Happy birthday in heaven to Dwayne &quot;Pearl&quot; Washington. You are dearly missed. <br><br> <a href="https://t.co/pztBBk1sZS">pic.twitter.com/pztBBk1sZS</a></p>&mdash; Honest☘️Larry (@HonestLarry1) <a href="https://twitter.com/HonestLarry1/status/1479104566381592582?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">January 6, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Chiuderà i tre anni con Syracuse nel suo anno da junior entrando nell’All-American first team, dopo aver “messo sulla mappa” del college basketball gli Orangemen.</p>



<p>Nel gennaio 1984, contro Boston college, sul 73 pari, Pearl infilerà in diretta TV il canestro della vittoria da metà campo. Per parola di coach <strong>Joe Boeheim</strong>, in sella a Syracuse dal 1976 (<a href="https://aroundthegame.com/post/orange-is-the-new-champ-syracuse-2003/">ininterrottamente…</a>): “Quello è stato il momento in cui siamo passati dall’essere un programma universitario per la costa Est ad essere un college di fama nazionale; Pearl è stata la persona che ha aperto la porta e ci ha permesso di reclutare ragazzi da qualsiasi parte della nazione”. </p>



<p>L’anno successivo al passaggio di Pearl nella lega arriveranno a Syracuse Derrick Coleman, Rony Seikaly (se non lo conoscete, leggetevi <a href="https://aroundthegame.com/il-favoloso-mondo-di-rony-seikaly/">la nostra storia</a>) e&nbsp; Sherman Duglas, che vinceranno il titolo NCAA nel 1987. Il numero 31 degli Orange non lo vestirà più nessun altro.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>&#8220;Pearl è stata la persona che ha aperto la porta e ci ha permesso di reclutare ragazzi da qualsiasi parte della nazione&#8221;</em></p>
<cite>&#8211; Jim Boeheim, capo allenatore dell&#8217;Università di Syracuse</cite></blockquote>



<p>Pearl era il re di New York. Non solo i bambini erano rapiti dal suo mito, ma i suoi stessi contemporanei.</p>



<p>I playground erano battuti da giocatori che hanno fatto la storia del ruolo incarnando lo spirito di NYC, toughness, handling and showmanship.&nbsp;</p>



<p><strong>Mark “Action” Jackson</strong> ne era una cristallina manifestazione. Nato a Brooklyn, ma cresciuto nel Queens, sarà il prototipo in NBA della pass-first point guard, rookie of the year con la squadra di casa dei New York Knicks nel 1988, quando finirà terzo nella classifica assist a partita dietro solo Stockton e Magic.&nbsp;</p>



<p>Jackson, grazie alla visione di gioco e l’abilità nel passaggio, rimarrà nella lega per 17 anni come giocatore, vincendo la classifica assist nella stagione 96-97 con i Pacers e chiudendo con un totale di oltre 10 mila in carriera, attualmente sesto di sempre.&nbsp;</p>



<p>L’amico di una vita, <strong>Kenny “The Jet” Smith</strong>, raggiungerà vette più alte nella lega con uno stile di gioco differente, fondato sulla rapidità, intelligenza tattica e su un range di tiro decisamente superiore. Smith, che abbiamo imparato a conoscere come commentatore grazie al programma Inside NBA, era in realtà un playmaker di grande valore, la cui carriera è stata caratterizzata da una sola costante. La mentalità vincente.&nbsp;</p>



<p>Mentre Mark Jackson nella stagione di college 1983 rimase nella grande mela con St. John’s (proprio nel Queens), Kenny fu reclutato niente meno che da North Carolina, in uscita da ArchBishop Molloy High School allenata da Jack Curran, il coach più vincente della storia dello stato di NY.</p>



<p>I Tar Heels avevano un paio di giocatori interessanti nel roster, ovvero Sam Perkins e un altro newyorkese di cui tutti parlavano, Michael Jordan.&nbsp;</p>



<p>Kenny Smith non si fece certo intimidire da quel ragazzo, anch&#8217;egli di Brooklyn, che saltava così alto e ad uno dei primi scrimmage si offrì di marcarlo perché, come dirà in seguito:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Sono di New York, ero abituato a marcare The Pearl, questo Micheal Jordan cosa vuoi che sia?”&nbsp;</em></p>
<cite>&#8211; Kenny Smith</cite></blockquote>



<p>La carriera di Smith proseguirà nella lega ad altissimo livello, diventando il playmaker titolare degli Houston Rockets campioni nel back-to back &#8217;93-&#8217;94 e &#8217;94-&#8217;95, caratterizzandosi per l’affidabilità al tiro, sfiorando una annata da 50/40/90% e chiudendo con quasi il 40% da tre in carriera. Stabilirà peraltro il record dell&#8217;epoca per canestri da tre in una finale NBA nel 1995 contro Orlando, in gara 1. </p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Kenny Smith  - 1995 Drains Seven 3-Pointers" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/WrwVpvrOHSg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
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<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Nella lunga scia di speranza lasciata da Tiny Archibald nel Bronx, crebbe invece un’altra point guard che definì la caratteristiche dello stile newyorkese, ovvero <strong>Rod Strickland</strong>.&nbsp;</p>



<p>Stesso quartiere, South Bronx, stesse origini, Rod crebbe osservando Archibald ad un isolato da casa sua (Tiny era di Patterson Project, Strickland di Mitchell altro quartiere popolare) mentre giocava nei playgroud insieme ad altre leggende dell’epoca come Doctor J o Walt Frazier.&nbsp;</p>



<p>Porterà sul campo la rapidità di esecuzione di Archibald con meno propensione alla conclusione individuale ma compensata da una visione del campo top tier.</p>



<p>Rod è stato forse il primo in grado di portare lo streetball moderno nella NBA, ma quello che gli permetterà di restare nella lega per 17 anni è la capacità di trovare l’uomo libero per la conclusione, in particolare sugli scarichi dalla penetrazione in cui è stato maestro indiscusso.&nbsp;</p>



<p>Guiderà la lega nella classifica assist per gara nella stagione 1997-98 a Washington,&nbsp; quando sarà anche inserito nella secondo All-NBA Team, non riuscendo tuttavia a condurre la propria squadra ai Playoffs, pur disponendo di giocatori dall’indubbio talento quali Chris Webber e Juwan Howard.&nbsp;</p>



<p>Quasi a riassumere le caratteristiche della generazione dei playmaker newyorkesi formatisi negli anni &#8217;80 arriverà <strong>Kenny Anderson</strong>, <em>The Chosen one</em>. Figlio del Queens e di un padre con grossi problemi di alcol, troverà nel coach della scuola una figura paterna che ripagherà la sua fiducia abusando sessualmente di lui.&nbsp;</p>



<p>Kenny era stato tuttavia graziato con il più grande talento che New York ricordi, una sintesi dell’abilità di realizzazione e di palleggio di Pearl con la velocità e il tiro di Kenny Smith.&nbsp;Anderson superava anche l’assioma per cui “New York point guards&#8217; got no jumper”: apparentemente era privo di difetti tecnici&nbsp;</p>



<p>Nell’epoca in cui non esistevano internet o i social, il ragazzo dal Queens era comunque sulla bocca di tutti e all’età di 11 anni i primi recruiter di college iniziavano a bussare alla porta di casa per sapere le intenzioni di mamma Joan. Nella Archbishop Molloy High School, dove era da poco passato l’amico Smith, segnerà 2621 punti in 4 anni, record dello stato di New York fino all’arrivo di Sebastian Telfair, e collezionerà una sequenza di premi impossibile da ricapitolare, tra cui certamente spiccano le quattro nomine consecutive come <em>Parade All-American</em> (bisogna tornare a Lew Alcidor per un sequenza del genere). Fu <em>McDonald&#8217;s All-American</em> e nominato <em>High School Basketball Player of the Year nel 1989</em> da ogni organizzazione che ne stilasse una graduatoria, che si trattasse di <em>Gatorade</em>, la <em>New York State Sportswriters Association,</em> <em>Parade</em>, <em>Naismith</em> o <em>USA Today</em>. Era unanimemente considerato il miglior prospetto della nazione, sopra anche ad un certo Shaquille O’Neal. </p>



<p>Kenny Anderson proseguirà a Georgia Tech, dove insieme a Dennis Scott e Brian Oliver formerà i “Lethal Weapon 3”, che condurranno gli Yellow Jacket alle final four nell’anno da freshman, superando LSU proprio di Shaq e fermandosi in semifinale solo davanti a UNLV di Larry Johnson, futuri campioni NCAA.&nbsp;</p>



<p>Alla fine dell’anno da sophomore si dichiarerà eleggibile per il draft del 1991 dopo aver veleggiato a 26 punti ad uscita e i New Jersey Nets lo sceglieranno alla numero 2. La vita tuttavia aveva preso a girare ad una velocità che Kenny non riusciva a controllare. I problemi di alcol del padre si ripresentarono anche per lui e, con questi,  l’incapacità a gestire le improvvise risorse economiche che venivano regolarmente sperperate in donne e vizi.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="A quick look at All-American player, Kenny Anderson" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/uZLOVTWlO0Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
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<div style="height:35px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Abbiamo imparato da altre mille occasioni che il professionismo non perdona e se vuoi rimanere ai massimi livelli a lungo non c’è spazio per una vita dissennata, così per Kenny si realizzerà una carriera di tutto rispetto ma sostanzialmente sottodimensionata rispetto alle aspettative. Raggiungerà il suo apice con la chiamata all’All-Star Game nel 1994 insieme al compagno di squadra Coleman, in una stagione da più di 18 punti e 9 assist a partita. Da lì diventerà un journeyman della lega, cambiando spesso squadra, lasciando un segno veramente positivo solo a Boston, dove arriverà alle finali di Eastern Conference nel 2001-02 da playmaker titolare, collezionando 12 punti ad uscita.&nbsp;</p>



<p>Gli spettri della vita nel Queens, gli abusi, l’alcol, le donne (e relativi figli sparsi per gli USA) lo inseguiranno per tutta la vita adulta, fino a che dichiarerà bancarotta nel 2005.&nbsp;</p>



<p>Lo scettro di prescelto passerà di mano verso qualcuno che avrà anche la forza mentale di poterlo reggere ma ogni newyorkese che abbia vissuto negli anni &#8217;80 ricorderà Kenny Anderson come il più grande giocatore di high school della storia della città.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">He made a Shammgod!</h2>



<p>Quando si parla di <em>handle</em> a New York, non si può sorvolare su chi ha inventato uno dei movimenti più copiati nella NBA moderna, <strong>God Shammgod</strong>.&nbsp;</p>



<p>Anagrafica a Brooklyn ma cuore dentro Harlem, Shammgod passerà l’adolescenza delle middle school tutorato nella tecnica niente meno che da Tiny Archibald, che cercherà di trasformare God in un giocatore completo.&nbsp;</p>



<p>Nato nel 1976 farà parte della generazione di street baller che cercherà di sfondare nella lega, condividendo con Rafer “Skip to my lou” Alston e Stephon Marbury il cemento del Rucker Park, dove perfezionerà il movimento che lo rende tutt’ora famoso nel pianeta.&nbsp;</p>



<p>Più facile da mostrare nel link (lo trovate poco più avanti) che da descrivere, manda tutt’ora al bar tanti difensori sui parquet della NBA e non solo, Chris Paul e Kyrie Irving ne saranno maestri.</p>



<p>Shammgod avrà una carriera di college da top player con LaSalle, al punto da essere McDonald’s All-American nel 1995, annata straordinaria per talento sul campo (Kevin Garnett, Marbury, Antwan Jamison, Vince Carter e Paul Pierce per dirne alcuni). Seguirà l’ABCD camp organizzato da Sonny Vaccaro (altro classico scrimmage cui partecipava il meglio dei talenti di basket in giro per gli USA), ove un padre particolarmente attento alla crescita tecnica del proprio figlio andrà da God (all’epoca di nome Wells, su richiesta dei coach) chiedendogli di insegnare qualche movimento in ball handling al pupo.&nbsp;</p>



<p>Parliamo rispettivamente di Joe &#8220;Jelly Bean&#8221; Bryant e del figlio <strong>Kobe</strong>, MVP del torneo, che riceverà in premio una seduta privata da Shammgod, ma che porterà soprattutto alla nascita di una amicizia interrotta solo dal quel maledetto incidente in elicottero.&nbsp;</p>



<p>La carriera di college per Shammgod si svolgerà a <strong>Providence</strong> che con lui in regia raggiungerà l’Elite Eight da underdog team ma dove emergeranno anche i limiti dal punto di vista tecnico, in particolare la scarsa affidabilità al tiro.&nbsp;</p>



<p>Durante una partita contro Arizona, la shammgod fece il giro della nazione in diretta TV, vittima il povero Michael Dickerson; da quel momento tutti riferiranno a quel movimento con il suo nome.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Very nice delivery of the ‘Shammgod’ move in a game setting. Executed by&#8230;God Shammgod.<br><br>Later to be emulated by many great NBA guards such as Russell Westbrook, Kyrie Irving, Manu Ginóbili, John Wall, Donovan Mitchell, Chris Paul, etc. <a href="https://t.co/r7T3o3pXKM">pic.twitter.com/r7T3o3pXKM</a></p>&mdash; 𝐃𝐚𝐯𝐢𝐝 (@CypressAlou) <a href="https://twitter.com/CypressAlou/status/1398815527351590921?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">May 30, 2021</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Seguendo una lunga serie di cattivi consiglieri si dichiarerà eleggibile al draft nel 1997, ma scivolerà al secondo giro con la 49 esima da Washington, come back up proprio di <em>Hot</em> Rod Strickland, quindi con pochissimo spazio sul campo.&nbsp;</p>



<p>Diventerà un nomade del gioco, in giro per il mondo, finché non troverà la sua vera strada, il coaching.&nbsp;</p>



<p>Quelle lezioni di Tiny Archibald, quello studente particolare trovato in Kobe avevano aperto la porta alla vera vocazione di God Shammgod, ovvero insegnare il gioco, ed è dal 2019 parte dello staff dei <strong>Dallas Mavericks</strong> come Development Player Coach.&nbsp;</p>



<p>Chissà cosa penserà Kyrie Irving in palestra davanti al giocatore cui ha rubato (con merito) tutti i movimenti!</p>



<p><strong><a href="https://aroundthegame.com/post/rafer-alston-da-skip-to-my-lou-alle-finals/">Rafer Alston</a></strong> e <strong><a href="https://aroundthegame.com/post/he-got-game-stephon-marbury-il-jesus-di-coney-island/" data-type="URL" data-id="https://aroundthegame.com/post/he-got-game-stephon-marbury-il-jesus-di-coney-island/">Stephon “Jesus from Coney Island” Marbury</a></strong> hanno avuto carriere professionistiche decisamente superiori e ne abbiamo parlato in altri nostri pezzi (hyperlink sui nomi), ma quello che va osservato è come si possano considerare gli ultimi veri esponenti del playmaking newyorkese.&nbsp;</p>



<p>La lunga linea che ha legato Cousy a Tiny Archibald e che è proseguita tra gli anni &#8217;80 e la fine degli anni &#8217;90 sembra essersi infatti assottigliata, con i vari<strong> Sebastian Telfair</strong> e <strong>Kemba Walker</strong> incapaci di trasmettere quel senso di immortalità che ha caratterizzato i loro predecessori.&nbsp;</p>



<p>Telafair in particolare, dopo aver abbattuto il record di punti segnati in High school con 2785 tra il 2000 e il 2004 alla Lincoln High, includendo una partita da 61 punti segnati, sarà la vera ultima grande delusione per NYC. Anch’egli sottodimensionato perfino per il ruolo di playmaker, deciderà il salto precoce nella Lega rispetto all’esperienza di college (Rick Pitino lo aspettava a Louisville), prima point guard di sempre a farlo.&nbsp;</p>



<p>La decisione si rivelerà un fallimento: nonostante Portland sceglierà di investire la 13esima pick su di lui nel draft del 2004, si rivelerà immaturo sia tecnicamente che fisicamente per il livello superiore. Ovviamente l’hype nazionale attorno a Telfair si spense e la sua carriera declinò rapidamente verso l’anonimato e il campionato cinese, di cui il cugino Stephon Marbury era già diventato idolo indiscusso.&nbsp;</p>



<p>Forse sono solo cambiati i tempi e lo spazio per le leggende nate nei “corner” di quartiere ne rimane sempre meno, una cosa è certa tuttavia: New York sarà sempre la Mecca del Basketball, lo si respira nell’aria della città e le influenze sul gioco che originano qui, faranno il giro del mondo ancora una volta.&nbsp;</p>



<p>Quando vedrete una shammgod o uno shake&amp;bake da parte di Kyrie o Steph…è l’eredità di New York che emerge per noi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Best SHAMMGODS in NBA History" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/Yto2YFUn8Ns?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>
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			</item>
		<item>
		<title>Rafer Alston, da Skip to my lou alle Finals</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/rafer-alston-da-skip-to-my-lou-alle-finals/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2023 15:44:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[And1]]></category>
		<category><![CDATA[dwight howard]]></category>
		<category><![CDATA[Fresno State]]></category>
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		<category><![CDATA[Ron Naclerio]]></category>
		<category><![CDATA[rucker park]]></category>
		<category><![CDATA[skip to my lou]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=34413</guid>

					<description><![CDATA[Rafer Alston è stato tante cose: leggenda dello street ball conosciuto come Skip to my lou, l'artefice del successo di AND1 ma soprattutto un giocatore da Finali NBA.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">La carriera oltre il Rucker Park di un giocatore che rimarrà per sempre una leggenda</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="536" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/PHOTO-2023-01-17-10-48-19-1024x536.jpg" alt="" class="wp-image-34414" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/PHOTO-2023-01-17-10-48-19-1024x536.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/PHOTO-2023-01-17-10-48-19-300x157.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/PHOTO-2023-01-17-10-48-19-150x79.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/PHOTO-2023-01-17-10-48-19-768x402.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/PHOTO-2023-01-17-10-48-19-1080x565.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/PHOTO-2023-01-17-10-48-19.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>Edward R. Byrne era nella sua vettura di servizio parcheggiata all’incrocio tra Inwood Street e la 107esima nel quartiere di South Jamaica, Queens.&nbsp;</p>



<p>A 22 anni era nella polizia della città di New York da sette mesi e il capo gli aveva detto di sorvegliare la casa di un certo Arijune, un immigrato della Guyana francese che aveva ripetutamente avvertito le forze dell’ordine per le attività illecite nella zona e che per questo si era già visto bruciare la propria casa due volte. L’agente Byrne non batté ciglio, era il suo lavoro.&nbsp;</p>



<p>E così alle 3 e mezza del mattino di quel il 26 febbraio 1988 si trovava là, in uno dei peggiori posti al mondo dove potersi trovare in quel periodo portandosi addosso lo stemma del NYPD. Qualcuno bussa al finestrino del lato passeggero, Edward si affaccia ma è solo un diversivo. Dal suo lato sbuca una calibro .38 e fa fuoco complessivamente cinque volte.</p>



<p>L’agente Edward R. Byrne morì sul colpo, il suo sacrificio fu riconosciuto dal Presidente Regan e dal futuro presidente George H.W. Bush, che ne porterà la targa commemorativa per tutta la campagna elettorale presidenziale dello stesso anno, ma fu solo uno dei tanti efferati  omicidi del quartiere di South Jamaica. </p>



<p>All’epoca il quartiere era completamente in pugno alla malavita organizzata con a capo Lorenzo “Fat Cat” Nichols e i suoi stretti collaboratori come Howard “Pappy” Mason, il mandante dell’assassinio Byrne. Erano i <em>kingpin</em> del Queens e facevano soldi a palate con lo spaccio di crack, il cui utilizzo soprattutto a South Jamaica sarà definito epidemico.&nbsp;</p>



<p>Tutti nel quartiere avevano a che fare con Fat Cat e i suoi.&nbsp;</p>



<p>Capita che anche dalle situazione peggiori possano nascere leggende, o forse diventino tali proprio per il percorso che fanno. Un esempio?  Curtis James Jackson 3rd a.k.a. 50 cent, ovvero tra i più famosi rapper di sempre, si stava divincolando in quegli anni dai tentacoli letali di South Jamaica e insieme a lui c’era <strong>Rafer Alston</strong>. </p>



<p>Alston aveva 12 anni quando l’agente Byrne morì in servizio e, come tutti i ragazzini nati con la palla in mano, voleva solo giocare a basket.</p>



<p>Il talento per la pallacanestro era limpidissimo, a 8 anni era già stato “battezzato” dall’insegnante delle elementari Murray come “il prossimo che ce l’avrebbe fatta ad uscire da quel posto”.&nbsp;</p>



<p>La piovra della vita di quartiere stava facendo di tutto per trascinarlo negli abissi, insieme a tutti gli altri.</p>



<p>Il papà nel giro del crack ci era già sprofondato e, mentre la mamma faceva di tutto per portare a casa la cena con il suo lavoro di infermiera, Rafer si legò a coach Greg Vaugh, classico surrogato della figura paterna mancante.</p>



<p>Ma in quel 1988 i tentacoli erano ovunque, sotto forma delle gang che gestivano il Queen; il sig. Vaugh ne era rimasto inconsapevolmente avvinghiato fino al collo. Fuori dalla scuola arbitrava partite di basket amatoriale, rivelatesi essere sponsorizzate dalle gang. Qualche fischio non andò nella giusta direzione, a giudizio di chi su quel match aveva puntato forte, ed il 33enne, coach e guida di Rafer, finì all’obitorio dopo un pestaggio durante uno di quegli incontri.  </p>



<p>Come dirà successivamente Rafer, gli eventi lo costringeranno a crescere rapidamente: “graduating both in school and life”, per usare le sue parole. </p>



<p>A dirla tutta, l’attitudine scolastica è stata pessima per lungo tempo, ma ci saremmo stupiti del contrario, considerato il contesto; ove invece eccelleva era sul campo di basket, unica via di salvezza dalla tentazione della strada verso la malavita.   </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ron Naclerio, il padre di <em>Skip to my lou</em></strong></h2>



<p>Il tredicenne Rafer passava più tempo al celebre Rucker Park di Harlem che sui libri, in compagnia di un altro teenager e futura celebrità del basket newyorkese, ovvero <strong>Stephon Marbury.</strong> </p>



<p>Ad osservare questo smilzo ragazzino dagli occhi sempre a mezz’asta, mentre giocava tra una partita e l’altra degli adulti, c’era un assiduo frequentatore del Rucker, tale <strong>Ron Naclerio</strong>.&nbsp;</p>



<p>Naclerio rappresenta un pezzo di storia New York, è stato il coach di Benjamin N. Cardoz High School per la bellezza di 44 anni e una figura guida per tutti gli adolescenti che cercavano nello sport una via di fuga dalle difficoltà sociali. Dall’alto delle sue complessive 796 vittorie in carriera come High school coach, Naclerio sapeva ben riconoscere il talento quando gli passava tra le mani. E Alston ne aveva più di chiunque altro. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/IMG_8760-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-34416" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/IMG_8760-1024x683.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/IMG_8760-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/IMG_8760-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/IMG_8760-768x512.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/IMG_8760-1536x1024.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/IMG_8760-2048x1365.jpg 2048w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/IMG_8760-1080x720.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Ron Naclerio (alle spalle Alston) / FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Il mito narra che, mancando uno dei partecipanti alle partite, Naclerio abbia lanciato una canotta all’adolescente Alston invitandolo a confrontarsi sul campo con i grandi e non più con i suoi coetanei.</p>



<p>Rapidamente Alston collezionò soprannomi, e solo quelli meritevoli di calpestare il cemento del Rucker ne ottenevano, come “The Energizer” o “Shorty” per i suoi movimenti frenetici a discapito di un fisico decisamente immaturo per stazza. Naclerio, anch’egli spesso sul campo, faceva giocare Alston nella propria squadra, finché non nacque la leggenda.</p>



<p>Il coach di Cardozo High era sul terreno di gioco e passò la palla a Rafer, che tuttavia era chiuso nell’angolo; Ron cercò di tagliare verso il centro del campo per aprire una linea di passaggio ma non riuscì ad evitare un ciondolante e fuori forma arbitro del Rucker e finì per terra. Mentre si rialzava, Naclerio sentì Il pubblico andare in visibilio. Rafer aveva magicamente spezzato il raddoppio e si stava trascinando i due malcapitati per il campo con un ball handling mai visto, la palla sembrava uno yo-yo mentre Alston saltellava a destra e sinistra dal palleggio. </p>



<p>Il celeberrimo commentatore live del Rucker Park, ovvero <strong>Duke Tango</strong>, esaltato come sempre dinanzi al talento, non riuscì a dire altro che “Skip, Skip” finchè non completò la frase sulla citazione di una tradizionale canzone popolare americana “Skip to my lou”.</p>



<p>Ecco, Rafer Alston sarebbe diventato per sempre “<strong>Skip to my lou</strong>”.</p>



<p>Le doti di ball handling di Alston riempivano il bordocampo del Rucker e le paratie della soprastante ferrovia,  divenendo rapidamente  una celebrità nella città di New York. Leggende come Conrad “McNasty” McRae (giocatore noto a chi segue il basket europeo) vennero umiliate dalle doti tecniche di Rafer, come quella volta in cui proprio McNasty venne sfidato in penetrazione dal ragazzino di South Jamaica. Skip staccò verso il ferro e, con l’avversario in volo per l’intervento difensivo, si fece scivolare il pallone dalla mano destra attorno alla testa e fin sulla mancina, da cui uscì un passaggio no-look alla Magic Johnson, seguito da schiacciata d’ordinanza del giocatore ricevente l’assist.</p>



<p>Il Rucker era diventato il suo campo, tutti volevano vedere giocare Skip.&nbsp;</p>



<p>Naclerio era diventato il suo fan più accanito e lo portò con se alla Cardozo High School dove, nell’anno da Sophomore, viaggiò a 25 punti e 8 assist ad uscita. Purtroppo la vita del Queens, la notorietà e i tentacoli della gang chiamata Supreme Team portarono Skip sempre più lontano dalla vita scolastica e, nei due anni da Junior e Senior, giocò complessivamente solamente 10 partite. </p>



<p>I voti andarono di pari passo con l’attenzione dedicata al percorso scolastico e l’eleggibilità per i college con programmi consolidati svanì.&nbsp;</p>



<p>Stephon Marbury sembrava l’erede dei playmaker made in NY, destinato al professionismo tramite le sue performance con Lincoln High, mentre Skip era sempre più vicino alla strada di <strong>Pee Wee Kirkland</strong> o <strong>Joe “The Destroyer” Hammond</strong> (parliamo di 50 punti in faccia a Doctor J al Rucker Park), figure epiche del playground della grande mela tuttavia incapaci di trasformare il loro talento in vita sportiva ed inghiottiti dalla malavita. Kirkland sul finire degli anni &#8217;60 venne addirittura scelto al Draft dai Bulls, ma declinò l’offerta, ricavando più soldi dallo spaccio che da un ipotetico contratto NBA. </p>



<p>Due cose distinguevano però Skip dalle classiche leggende del Rucker, ovvero il fatto che il suo obiettivo fosse il professionismo e non la notorietà nei quartieri di New York e che ci fosse una persona che vedeva in lui un vero giocatore di basket, Ron Naclerio. </p>



<p>La storica figura di Cardozoo High credeva ciecamente in Alston nonostante le sue mancanze scolastiche, al punto da convincere <strong>Jerry Tarkanian</strong>, coach di Fresno State, a farsi un giro al Rucker per veder giocare Skip dal vivo. Per rendere l’idea, parliamo di uno che è stato introdotto nella Hall of Fame 2013, vincitore torneo NCAA nel 1990 con i “running Rebels” di University of Nevada, Las Vegas, portandoli a ben quattro Finals Four, e che ha sfornato per la NBA talenti come Larry Johnson, Stacey Augmon e Greg Anthony.</p>



<p>“Tark the Shark” rimase folgorato, a metà partita si girerà verso Rob dicendo “ma cosa diavolo ha fatto Skip? Ha movimenti che non ho mai visto prima”. La risposta di Naclerio fu immediata “tu rientri stasera in California? Portalo con te”, e così accadde.&nbsp;</p>



<p>Rafer Alston voleva il professionismo sopra ogni cosa e colse l’occasione presentatasi in Tark di rientrare in un programma che lo preparasse alla NBA, lasciandosi alle spalle lo spettro dei Pee Wee o Hammond. Le successive tre estati furono per Rafer cruciali nell’allontanarsi dalle sirene della malavita del Queens e si dedicò sia al recupero dei crediti scolastici nei Junior College vicini a Fresno State, ovvero Ventura College e Fresno City, sia alla preparazione atletica e tecnica, così da essere pronto per la stagione di college &#8217;97/98 a Fresno State. </p>



<p>Le attese per la prima vera stagione di basket competitivo di Skip to my lou erano altissime, al punto che nell’autunno del 1997 la rivista SLAM gli dedicò copertina e titolo “The Best Point Guard In The world”.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Happy birthday, Rafer &quot;Skip To My Lou&quot; Alston! Don&#39;t miss our feature on Skip from SLAM 180: <a href="http://t.co/ue0DbHik71">http://t.co/ue0DbHik71</a> <a href="http://t.co/HNxJw4HMbC">pic.twitter.com/HNxJw4HMbC</a></p>&mdash; SLAM (@SLAMonline) <a href="https://twitter.com/SLAMonline/status/492347832368902145?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">July 24, 2014</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>La stagione dei Bulldogs di Fresno State fu altalenante, con controversie comportamentali coinvolgenti i membri del team, e Rafer faticò ad emergere appieno. </p>



<p>Sprazzi del talento del ragazzo emersero comunque e, complice la impossibilità ad essere eleggibile per l’anno da Senior per altre controversie “extra curricolari”, decise di candidarsi al Draft del 1998. </p>



<p>Il mentore e sponsor Ron Naclerio promuoveva Rafer ai vari scout delle squadre NBA ma, sebbene molti fossero interessati al suo talento e lo conoscessero per la fama acquisita al Rucker Park, a partire dai Knicks, erano al tempo stesso spaventati dalla sua vita proprio come giocatore di playground. </p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Rafer “Skip to my Lou” Alston at Fresno State <a href="https://t.co/xxwqqevUvc">pic.twitter.com/xxwqqevUvc</a></p>&mdash; Rodney (@ResearchRod) <a href="https://twitter.com/ResearchRod/status/1549384667207548931?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">July 19, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Nonostante avesse dimostrato di essere competitivo nel basket organizzato in un College di Division I (il talento non è mai stato in discussione) la domanda era sempre la stessa: “Riuscirà a sopportare la vita da professionista? Riuscirà a rigare dritto?”.&nbsp;</p>



<p>Grazie ai suoi contatti in California ebbe anche due provini per i Lakers di Jerry West, ma alla fine gli preferirono Tyronn Lue (chissà, avremmo avuto Skip con Kobe). </p>



<p>Rafer seguì la sera del Draft in un bar a Marina del Rey, in California, lontano dagli amici di New York, dove nessuno conoscesse il suo volto. Sapeva quello che voleva, giocare nella lega, ma non capiva se la strada del Draft anticipato fosse stata quella giusta e voleva vivere, nel bene o nel male, questa scelta in maniera intima. </p>



<p>Citando quell’articolo di Slam del 1997 “<em>camminare per NY dalle parti del Rucker con Rafer era come andare in giro per Michigan Avenue a Chicago insieme a Michael Jordan</em>”.&nbsp;</p>



<p>Il primo giro del Draft passò senza che il suo nome venisse pronunciato, ma al rientro dal commercial i commentatori annunciarono che con la scelta 39 i Milwaukee Bucks lo avevano scelto. Rafer Alston iniziò a festeggiare, offrendo il pranzo ai suoi vicini di tavolo e realizzò che avrebbe avuto una chance vera di stare nella lega. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Skip is back</strong></h2>



<p>L’anno 1998-99 doveva essere quello da senior a Fresno State, poi quello ai Bucks ma finì per essere quello di Rafer Alston nella CBA con la squadra di Idaho.&nbsp;</p>



<p>O almeno in parte. Perché quando diventi una leggenda, lo resti per sempre.&nbsp;</p>



<p>Naclerio aveva promosso Alston anche grazie a numerose registrazioni VHS fatte durante gli anni passati al Rucker; per qualche motivo, questi filmati (originariamente erano 12 videocassette) finirono in possesso di un gruppo di tre ragazzi proprietari di una azienda di abbigliamento ispirato al basket di strada: la <strong>AND1</strong>. </p>



<p>Ai tre, che navigavano in cattive acque dal punto di vista aziendale dopo il disastroso flop della firma di Stephon Marbury come sportivo di spicco, infortunatosi gravemente proprio con le scarpe della AND1 ai piedi, entrare in possesso di un mezzo mediatico così forte e così legato alle origini del loro brand non parve vero. E non si fecero scappare l’occasione.</p>



<p>Il produttore hip hop <strong>DJ Set Free</strong> lavorava all’epoca per AND1 e quando vide il footage di Skip to my lou trovo l’ispirazione per mixarlo con la giusta musica. Ne uscì un prodotto mediaticamente potentissimo e, in un&#8217;epoca in cui la rete internet era solo agli albori, si diffuse in maniera virale passando di mano in mano come VHS.</p>



<p>AND1 utilizzò il <strong>mixtape vol.1 </strong>(The Skip Mixtape, così venne ribattezzato) per promuovere il brand ed ebbe un successo clamoroso. Skip to my lou e i suoi movimenti divennero celebri in tutta America al punto che l’azienda decise di raccogliere i migliori streetballer e organizzare quelli che diventeranno dei veri e propri tour promozionali. Giocatori come Hot Sauce, Escalade o Main Event portavano in giro per gli States il loro talento, conquistando i canali televisivi su <em>ESPN2</em> e soprattutto generando profitti a molti zeri per AND1.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="My And1 Story: Skip to My Lou - Rafer Alston" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/pZKRjVVtGPc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:21px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Nonostante Rafer Alston cercasse di guadagnarsi il rispetto dei GM della lega sui parquet, sarebbe tornato ad essere nuovamente&nbsp; Skip to my lou e partecipò al primo AND1 mixtape tour nell’estate del 1999 divenendone il protagonista assoluto.&nbsp;</p>



<p>AND1 tornò ad essere un brand competitivo proprio grazie a Skip, al punto da divenire un vero fenomeno di costume per una&nbsp; intera generazione di amanti del basket, come trovate raccontato in una nostra <a href="https://aroundthegame.com/and1-mixtape-quando-l-nba-era-davvero-in-quattro-quarti/">storia</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli inizi nella NBA</strong></h2>



<p>Nonostante la popolarità come Skip to my lou divenne globale, i primi anni ai Bucks furono difficili, sia per lo scarso minutaggio, sia per le difficoltà ad incanalare un talento cristallino in un sistema competitivo anche fisicamente come la NBA. </p>



<p>Alla fine del contratto con i Bucks nel 2002 non arrivarono proposte significative e si convinse su consiglio dell’amico fraterno e compagno al Rucker Troy “Escalade” Jackson, preoccupato che potesse tornare nel baratro che lo attendeva nel Queens, a tornare nella CBA, questa volta nell’Alabama.</p>



<p>Dopo poco arrivò la chiamata che cambierà per sempre la vita di Rafer, ovvero quella di <strong>Lenny Wilkens</strong>. All’epoca coach dei Raptors, Wilkens è stata una figura storica della lega, in particolare del basket newyorkese. Nativo di Brooklyn, non solo Hall of Famer, ma nei top 15 coaches della storia della NBA, e per Alston avere la possibilità di giocare per lui generò una spinta motivazionale decisiva. </p>



<p>Nel primo contratto da 10 giorni viaggiò a 17 punti di media, ne seguì un secondo e da qui il contratto fino a fine stagione. La carriera di Alston spiccò il volo: seguiranno l’esperienza agli Heat per la stagione 2003/2004 insieme all’amico di NY Lamar Odom (al quale non pareva vero di condividere il parquet con la leggenda Skip) e di nuovo Toronto la stagione seguente. </p>



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<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Rafer era ormai un titolare fisso, senza viaggiare a medie statistiche da prima stella aveva dimostrato di saper guidare un team NBA in regia, in maniera affidabile.&nbsp;</p>



<p>Purtroppo Lenny Wilkens aveva lasciato Toronto e il coach Sam Mitchell si dimostrò quell’anno incapace di gestire un roster con personalità importanti come Alston e Jalen Rose , insieme alla transizione del post-Vince Carter. La stagione fu disastrosa e Rafer chiese di essere scambiato.</p>



<p>Seguirà la positiva esperienza con gli Houston Rockets di <strong>Yao Ming</strong> e <strong>Tracy McGrady</strong>, in cui Alston giocherà forse il miglior basket della sua vita. I Rockets erano considerati una <em>contender</em> e, nella stagione 2007/08, allenati da Rick Adelman, inanellarono una striscia di 22 vittorie consecutive, ultima delle quali contro i Lakers di Kobe, quando Alston fece registrare il career-high di 31 punti con 8/11 dalla lunga distanza. Sasha Vujacic, all’epoca guardia dei Lakers, senz’altro ricorderà la serata, dopo aver subito e mal digerito una piccola dose del ball handling versione Skip to my lou da Alston. </p>



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<iframe loading="lazy" title="Rafer goes &quot;a little Skip To My Lou&quot; on Lakers Vujacic" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/zylBl6Upzkc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
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<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Sfortunatamente quei Rockets saranno uno dei più grandi <em>&#8220;What if&#8230;&#8221;</em> nella storia, essendo perennemente penalizzati dalle precarie condizioni fisiche ed i frequenti infortuni delle loro due stelle (Yao non parteciperà ai playoffs del 2008), cosicché i record vincenti nella regular season non si tradurranno in percorsi profondi nella post-season.</p>



<p>Nella stagione 2008-2009, dopo essere stato raggiunto ai Rockets dall’amico di infanzia Ron Artest (ora Metta Sandiford-Artest), con il quale andava a rubare i succhi di frutta nell’ospedale ove lavorava la mamma (ed il padre di Artest), venne scambiato con destinazione Orlando. I Magic erano la squadra di <strong>Dwight Howard</strong>, <strong>Hedo Turkoglu</strong> e <strong>Rashard Lewis</strong>, con <strong>Jameer Nelson </strong>in cabina di regia. Quest’ultimo si infortunò alla spalla destra poco prima di quello che sarebbe stato il suo primo All-Star Game e Orlando si trovò nella necessità di scovare un playmaker che li conducesse sufficientemente lontano nei Playoffs da concedere a Jameer il tempo per rientrare dall’infortunio. </p>



<p>Sorprendendo qualsiasi previsione, <strong>Stan Van Gundy</strong>, coach di Orlando, puntò su Alston ed ebbe ragione. Chiusero la regular season con 59 vittorie ed il terzo posto ad Est, giocando una pallacanestro bella ed efficace, come testimoniato dal primo posto nel <em>difensive rating</em>, complice un Alston da 1.8 palle rubate a partita. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le Finals, Kobe e il rientro di Jameer Nelson</strong></h2>



<p>Se ad Ovest i Lakers di Kobe confermarono le attese dominando la conference, ad est i Magic giocarono contro i pronostici trovando sul loro cammino al secondo turno i Boston Celtics di Paul Pierce, Ray Allen e Rajon Rondo (ed in panchina un certo Marbury, decisamente calante). La serie si concluse con i Magic vittoriosi in gara sette al Boston Garden, ma per Alston rimarrà indelebile il ricordo di quella che definirà<em> &#8220;la cosa più stupida che abbia mai fatto</em>”, ovvero lo schiaffo sulla bandana di Eddie House in Gara 2, dopo forse un trash talking di troppo, guadagnandosi la sospensione per Gara 3 e le giuste critiche di tutta la stampa.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/rafer-alston-1-1024x576.jpeg" alt="" class="wp-image-34486" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/rafer-alston-1-1024x576.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/rafer-alston-1-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/rafer-alston-1-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/rafer-alston-1-768x432.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/rafer-alston-1-1080x608.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/rafer-alston-1.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto Basketball Network</figcaption></figure></div>



<p>Lo spirito e l’orgoglio da playground newyorkese non hanno mai abbandonato Skip, nonostante il perenne sguardo da chi si è appena svegliato e i modi peraltro pacati.&nbsp;</p>



<p>Anche nelle finali di conference i Magic partirono sfavoriti, ad aspettarli c’era il neo MVP e fenomeno della lega <strong>LeBron James</strong> con i suoi Cavs. Orlando tuttavia giocava con il pilota automatico, con Howard dominante in versione Shaq, Turkoglu e Lewis a martellare il canestro dalla media e da tre punti e appunto Alston a dirigere l’orchestra. Il team di Stan Van Gundy liquidò i Cava in sei gare e si ritrovò in finale contro i Lakers di Kobe. </p>



<p>Alston aveva realizzato per la seconda volta il suo sogno. Dopo essere approdato nella lega, da South Jamaica Queens, aveva raggiunto le Finals come il suo idolo Isiah Thomas, in onore del quale vestiva ove possibile il numero 11. E’ vero, come ha ammesso Alston, che nutrisse profondo rispetto per gli streetballer che aveva imparato a conoscere sul mitico cemento del Rucker Park, ma i suoi idoli e modelli erano altri. Isiah Thomas, Marc Jackson, Rod Strickland, ovvero chi ce l’aveva fatta, non chi si era inabissato  nei meandri della vita.&nbsp;</p>



<p>Alston visse le finals come un sogno ed in Gara 3 ebbe un vero momento di gloria portando i Magic alla vittoria (l’unica nella serie) con 20 punti, 8/12 dal campo e lo <em>usage rate</em> più alto della sua squadra. </p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Rafer Alston Rucker park spin move 2009 NBA finals" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/nnacX6wMQ9g?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Skip aveva fatto il suo compito, aveva guidato i Magic ad una seconda parte di regular season vincente e portato la squadra fino alle final: il play titolare e neo All-Star Jameer Nelson aveva avuto modo di recuperare dall’infortunio. Stan Van Gundy, tra le polemiche dei commentatori, decise di reinserire Nelson tagliando nettamente i minuti di Alston in gara 4 e 5, match tuttavia persi. </p>



<p>Parliamoci chiaro, i Lakers erano guidati da un Kobe Bryant in versione Black Mamba ed MVP delle Finals, e la sconfitta dei Magic sta tutta in questo, non certo nella scelta tra Jameer e Rafer; lo stesso Alston ha sempre commentato schierandosi a favore del proprio coach, poiché la scelta di reintrodurre Nelson era “nelle cose”. </p>



<p>Rafer Alston aveva raggiunto l’apice della sua carriera e seguiranno esperienze di minor significato (condizionato anche da qualche infortunio al polso), fino alla Chinese Basketball Association, ma aveva ormai dimostrato a tutti, ed in primis a se stesso, che quel ragazzo uscito dalla <em>crack epidemic</em> del Queens, sfuggito alle tentazioni delle gang, diventato una leggenda del Rucker Park sotto forma di Skip to my lou, era stato in grado di confrontarsi e con merito, al livello più alto ovvero nelle finali NBA da protagonista. </p>



<p>Alston ha influenzato il mondo del basket come pochi sono riusciti a fare. </p>



<p>E’ stato Skip, ispirando migliaia di spettatori al Rucker Park; ha messo Fresno State sulla mappa dei college con la sua notorietà ed anche grazie a questo l’istituto ha potuto sviluppare un programma che ha poi, ad esempio, condotto giocatori come Paul George; ha generato un movimento, con l’AND1 mixtape che ha influenzato non solo il modo di giocare, ma anche anche di vestirsi o ascoltare musica di tutti coloro che sono transitati dagli anni &#8217;90, e soprattutto è stato unico nella storia moderna a dimostrare di poter essere street baller e giocatore professionista di successo.</p>
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		<title>Quando Shaq dovette chiedere scusa (in cinese) a Yao Ming per una battuta razzista</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/quando-shaq-dovette-chiedere-scusa-in-cinese-a-yao-ming-per-una-battuta-razzista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jan 2023 18:38:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[hall of fame]]></category>
		<category><![CDATA[houston rockets]]></category>
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					<description><![CDATA[Shaquille O'Neal è sempre stato protagonista sui media. Talvolta in negativo...]]></description>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/shaq-yao-hof-edited.jpg" alt="" class="wp-image-33590" width="-133" height="-74" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/shaq-yao-hof-edited.jpg 900w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/shaq-yao-hof-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/shaq-yao-hof-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/shaq-yao-hof-edited-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /><figcaption>Foto: Essentially Sports</figcaption></figure></div>



<p>{{translate_pretext}}</p>



<p>Il rapporto di <strong>Shaquille O’Neal</strong> con i media è stato per lungo tempo tumultuoso e ben diverso da quello che vediamo oggi. Uno dei momenti più critici dell’Hall of Famer accadde nel 2003, quando era nella seconda parte della sua esperienza ai Lakers. </p>



<p>Nell’anno dopo il threepeat, O’Neal finì sui titoli dei quotidiani per i motivi sbagliati e suo padre di certo non mancò di sottolinearlo. Nella lega era appena sbarcato <strong>Yao Ming</strong>, il gigantesco centro di 2.30 metri che aveva iniziato la sua carriera negli Houston Rockets. Durante la rookie season del cinese, Shaq fece un&#8217;infelice uscita a sfondo <strong>razzista </strong>durante un&#8217;intervista in TV, richiamando un classico sfottò anglosassone verso la lingua orientale:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>Sapete cosa dovete dire a Yao Ming? &#8220;Ching-chong-yang-wah-ah-soh&#8221;</em></p></blockquote>



<p>Shaq non realizzò da subito le conseguenze delle proprie parole, finchè non si trovò sommerso dalla critiche e chiese scusa pubblicamente.</p>



<p>Durante una recente intervista su “Hot Ones”, O’Neal ha rivelato come sia stato l’intervento del suo padre adottivo, Philip Arthur Harrison, assolutamente scontento dell’accaduto, a convincerlo a fare un mea culpa davanti ai media. Per papà Philip, Shaq doveva mostrare a Yao e al popolo cinese il giusto rispetto.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Why Shaquille O’Neal Was FORCED To APOLOGIZE To Yao Ming.." width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/V2H4ymcu8S8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Le scuse di O’Neal furono il punto di partenza per la nascita di un&#8217;amicizia, resa possibile dalla disponibilità di Yao ad accettare le scuse del suo collega. Ming ha colto l&#8217;occasione per affrontare pubblicamente il tema del divario culturale durante un&#8217;intervista per il Los Anegeles Times, dicendo: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>Penso che ci siano molte difficoltà nel confronto tra due diverse culture, soprattutto quando si tratta di due Nazioni così vaste come la Cina e gli Stati Uniti. Le distanze nel mondo si stanno accorciando e la comprensione reciproca migliorerà</em>.</p></blockquote>



<p>Successivamente, O’Neal ha imparato a pronunciare una frase di scuse in cinese, così da scusarsi con Ming e dare prova della propria buona fede. E la storia avrà un lieto fine, con i due protagonisti che svilupperanno una sincera amicizia fuori dal campo; l&#8217;ex Lakers ha dichiarato che quando si reca in Cina, ancora oggi non manca mai di fare visita a Yao.</p>



<p>Anni più tardi, poi, in occasione dell&#8217;introduzione nella<strong> Hall of Fame</strong>, Shaq è ritorno sull&#8217;argomento, sdrammatizzando e dando prova che l&#8217;attrito del 2003 era cosa ormai superata:</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="How Shaq learned Yao spoke English" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/c_u3XsEGGDg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:68px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>
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			</item>
		<item>
		<title>The game of the Century: UCLA contro University of Houston</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/la-partita-del-secolo-ucla-contro-university-of-houston/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2023 18:27:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[astrodome]]></category>
		<category><![CDATA[Cougars]]></category>
		<category><![CDATA[Don Chaney]]></category>
		<category><![CDATA[elvin hayes]]></category>
		<category><![CDATA[Guy V Lewis]]></category>
		<category><![CDATA[John wooden]]></category>
		<category><![CDATA[kareem abdul-jabbar]]></category>
		<category><![CDATA[Lew Alcindor]]></category>
		<category><![CDATA[the game of the century]]></category>
		<category><![CDATA[ucla]]></category>
		<category><![CDATA[University of Houston]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=32493</guid>

					<description><![CDATA[Dalla desegregazione razziale del sud degli Stati Uniti alla partita del secolo. Dal 20 gennaio 1968 in poi il college basketball non sarà più lo stesso. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Come è nato il match che cambiò per sempre la storia del college basketball</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="536" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/PHOTO-2022-12-15-18-36-10-1024x536.jpg" alt="" class="wp-image-32494" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/PHOTO-2022-12-15-18-36-10-1024x536.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/PHOTO-2022-12-15-18-36-10-300x157.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/PHOTO-2022-12-15-18-36-10-150x79.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/PHOTO-2022-12-15-18-36-10-768x402.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/PHOTO-2022-12-15-18-36-10-1080x565.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/PHOTO-2022-12-15-18-36-10.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Copertina di A. Velardi per ATG </figcaption></figure></div>



<p>L’ultima finale delle final four NCAA, il 4 aprile scorso, è stata tra le più emozionanti degli ultimi anni con i Kansas Jayhawks (numero 1 del ranking) vincenti e protagonisti della più grande rimonta della storia del torneo, colmando un deficit di 16 punti contro North Carolina (ottava nel ranking).</p>



<p>La partita ha registrato la maggior audience per una finale NCAA della storia con una media sulle pay-tv americane di 18.1 milioni di spettatori.&nbsp;</p>



<p>Il college basketball non è sempre stato uno sport di interesse nazionale e c’è un preciso momento, unanimemente riconosciuto, in cui il movimento per come lo conosciamo oggi sia nato, ovvero il 20 gennaio 1968, quando <strong>UCLA</strong> (University of California in Los Angeles) sfidò <strong>University of Houston</strong> all’<strong>Astrodome</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Houston University, la desegregazione e l’arrivo di Elvin Hayes</strong></h2>



<p>Gli anni ’60 sono stati per il mondo ed in particolare per gli Stati Uniti un periodo di svolta per quanto concerne i diritti civili. Nel 1964 il presidente Lyndon B. Johnson promuoveva il <em>Civil Rights Act</em> soppiantando, almeno dal punto di vista legislativo, quell’insieme di norme locali e statali finalizzate alla segregazione razziale identificabili sotto il nome di <em>Jim Crow laws</em>. A questo seguirà l’integrazione per la tutela del diritto di voto (<em>Voting Rights Act</em>) alle persone di colore nel 1965, dopo le pressioni esercitate dagli attivisti guidati Martin Luther King Jr. nella famosa marcia pacifica di Selma (Alabama) e i tragici eventi che portarono all’uccisione del giovane <em>Jimmie Lee Jackson</em> da parte della polizia di stato con due colpi di arma da fuoco all’addome, mentre tentava di difendere la madre, la sorella sedicenne e la nonna 82enne dalle percosse durante un violento intervento delle forza dell’ordine in una di queste manifestazioni.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/houston-segregation-1024x683.jpeg" alt="" class="wp-image-32594" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/houston-segregation-1024x683.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/houston-segregation-300x200.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/houston-segregation-150x100.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/houston-segregation-768x512.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/houston-segregation-1536x1024.jpeg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/houston-segregation-2048x1365.jpeg 2048w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/houston-segregation-1080x720.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>FOTO: Houston Chronicle</figcaption></figure></div>



<p>In questo humus culturale ogni Università, prima del 1964, si muoveva secondo gestioni autonome in merito alla volontà di favorire o meno il processo di desegregazione, nonostante iniziassero ad arrivare le prime sentenze giudiziarie a favore del diritto allo studio come valore universale. Il sud degli USA era storicamente più arretrato nel superamento del concetto di segregazione razziale e per lungo tempo University of Houston non fece eccezione, dirottando gli aspiranti studenti di colore alla contigua (e pubblica) <em>Texas State University for Negroes, </em>poi rinominata Texas Southern University. Il primo studente di colore fu accettato ai programmi scolastici di UH nel 1962 ma, per quello che riguardava i programmi sportivi, si dovettero attendere ulteriori due anni e lo spirito visionario e fuori dagli schemi di un coach di college basketball chiamato <strong>Guy Vernon Lewis II</strong> (e di Bill Yeoman per il football).</p>



<p>Guy V. Lewis II, uomo delle campagne texane e servitore della nazione nella seconda guerra mondiale, ha attraversato ogni fase della vita stessa del college di UH, prima da giocatore di basket nell’immediato dopoguerra (1946-1949) e successivamente nel coaching staff, divenendone head coach a partire dal 1956, tempi in cui la città di Houston era in condizioni di segregazione. Lewis fu contrario alla scelta di UH di non ammettere studenti di colore sin dall’inizio e in più occasioni tentò di convincere la direzione universitaria a reclutare gli studenti/giocatori della vicina Texas Southern, senza successo. I tempi per Houston non erano semplicemente maturi.&nbsp;</p>



<p>E che non lo fossero era testimoniato dall’avversione razziale dei tifosi e della società civile verso i giocatori di colore delle squadre che nei primi anni &#8217;60 si recavano a Houston per disputare partite. Quando Loyola&nbsp; (Chicago) nel febbraio del 1963 giocò contro i <strong>Cougars</strong> di UH al Jeppesen Fieldhouse (il palazzetto dell’università), oltre agli insulti volarono vari tipi di oggetti ai giocatori neri provenienti dall’Illinois, provocando la vergogna del coach Lewis e perfino la reazione indignata della stampa locale tramite il quotidiano dell’università <em>Daily Cougar</em>, che titolò “Jeppesen Crowd Unbearable [L’insopportabile pubblico del Jeppesen]”.&nbsp;</p>



<p>D’altronde solo nel giugno dello stesso anno i ristoranti di Houston furono desegregati e i giocatori di colore di Loyola dovettero mangiare in locali per neri e prendere mezzi di trasporto separati.&nbsp;</p>



<p>Finalmente Guy V. Lewis ottenne il permesso nella primavera del 1964, con il Civil Rights Act alle porte, di reclutare ragazzi di colore per i piani di studio e sportivi, ed il sempre più istrionico coach (celebre per partecipare alle gare con un foulard bianco a pois rossi) non si lasciò sfuggire l’occasione.&nbsp;</p>



<p>Nella vicina Louisiana, più precisamente a Rayville, nella Black High School Division si era fatto notare, usando un eufemismo, <strong>Elvin Hayes</strong>, un ragazzone di colore alto 6’8” (a cui aggiunse successivamente un pollice) che aveva condotto la sconosciuta Eula Britton High school a 54 vittorie consecutive e al titolo statale, mettendone 45 con 20 rimbalzi proprio nella finale.&nbsp;</p>



<p>Se Houston era arretrata nel processo di desegregazione, il nord della Louisiana ed i piccoli paesi come Rayville (poco più di 4 mila abitanti) erano tra i luoghi peggiori dove restare per un giovane di colore. Mamma Savanna sapeva che l’unico modo per garantire ai suoi figli di non finire a lavorare nei campi di cotone o alle linee ferroviarie sarebbe stato di fornire loro una educazione decente e per Elvin quella strada risiedeva nel basket.&nbsp;</p>



<p>Hayes avrebbe fatto qualsiasi cosa per fuggire da Rayville, dove “le persone venivano ammazzate ogni sabato sera nei quartieri neri”.&nbsp;</p>



<p>Guy V. Lewis e soprattutto l’assistant coach <em>Harvey Pate</em> erano determinati a portare a Houston questo nuovo fenomeno dello sport e, citando Elvin: “Pate convinse prima mia madre e poi me”. Mamma Savanna spedì il “piccolo” Elvin a Houston, beffando, si dice, un centinaio di altre università che avevano bussato alla porta di casa.&nbsp;</p>



<p>Elvin Hayes e <strong>Don Chaney</strong>, altro prodotto cestistico dello stato di Louisiana, saranno così i primi due giocatori di colore di basket di HU.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/don-chaney-houston-edited-1.jpg" alt="" class="wp-image-32602" width="569" height="319" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/don-chaney-houston-edited-1.jpg 358w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/don-chaney-houston-edited-1-300x168.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/don-chaney-houston-edited-1-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 569px) 100vw, 569px" /><figcaption>FOTO: University of Houston</figcaption></figure></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Big E e Guy V. Lewis sfidano i giganti di UCLA</strong></h2>



<p><em>“Abbiamo deciso di integrare? Allora integriamo”, </em>così Guy V Lewis alla dirigenza dell’Università di Houston quando vennero decise le attribuzioni delle camere per i neo arrivati ragazzi dalla Louisiana. Anziché metterli in camera insieme, Elvin e Don furono separati, e i loro compagni di stanza divennero due ragazzi bianchi dello stato di New York, tali Howie Lorch e John Tracy, tra lo stupore e lo scetticismo di tutti (soprattutto dei due protagonisti, abituati perfino a non poter salire sulla stessa autovettura con un bianco).&nbsp;</p>



<p>Lewis era così, diretto, determinato e senza scorciatoie.&nbsp;</p>



<p>Grazie ad Hayes, Chaney ed al coach, UH migliorò il proprio standard di gioco, collezionando vittorie e convocazioni al torneo NCAA, pur da squadra indipendente, ovvero senza attribuzione ad una division. Il record complessivo dei Cougars nei tre anni dell’epoca Hayes&nbsp;(fino alla stagione 72-73 i freshman non potevano partecipare alle competizioni sportive) sarà di 81 vinte e 12 perse ed Elvin verrà per due anni eletto unanimemente All-American (1967 e 1968).</p>



<p>Coach Lewis era consapevole che UH meritava molto più di allenarsi nella Jeppesen Gym, dove la squadra non poteva rimanere oltre le due ore essendo di proprietà di una High school locale,&nbsp;oppure di giocare le partite domestiche al Delmar Field House a 13 miglia dal campus. Guy aveva bisogno di visibilità e di mostrare a tutti cosa fosse capace di fare la sua squadra, sia in termini sportivi che di attrattività locale.&nbsp;</p>



<p>Coach Lewis aveva una idea, sfidare gli imbattibili <strong>Bruins</strong> di UCLA, di coach <strong>J. Wooden</strong> e del fenomeno generazionale (come si direbbe oggi) <strong>Lew Alcindor</strong> (oggi conosciuto come Kareem Abdul-Jabbar) e voleva farlo davanti all’intera nazione. UCLA era all’epoca una squadra virtualmente imbattibile, già vincitori del titolo NCAA del 1964, 1965 e 1967, con alla guida quello che passerà alla storia per essere il più grande coach di college basketball della storia. Basti pensare che tra il ’67 e il ’73, per sette anni consecutivi, il titolo NCAA trovò sempre casa in California, record tutt’ora imbattuto.</p>



<p>Ma Lewis non era tipo da farsi spaventare in ambito sportivo; la sfida più grande in realtà era rendere questa partita possibile e convincere gli scettici a procedere con l’organizzazione e la adeguata pubblicizzazione.&nbsp;</p>



<p>Il primo problema era convincere proprio UCLA ad accettare la sfida, in primis dal punto di vista sportivo. In fondo UH era una squadra solida nonostante fosse fuori dai circuiti divisionali, al punto da essere riconosciuta come seconda nel college ranking proprio dietro i californiani, grazie ad un Elvin Hayes dominante. Big E, questo il soprannome che si era guadagnato Hayes fin dai tempi dell’high school, avrebbe chiuso la stagione 1968 con una media di quasi 37 punti e 19 rimbalzi a partita.&nbsp;</p>



<p>Wooden aveva un paio di motivi per non essere entusiasta della gara con i Cougars, in primis perché, come dirà successivamente: “<em>I coach contro cui odiavo giocare erano quelli veramente bravi e Guy era uno di questi</em>”. In effetti diversi anni prima, nel 1961, i Bruins vennero asfaltati dai Cougars dell’epoca guidati da Guy V Lewis, grazie all’innovativa press-zone poi clonata e portata alla celebrità per la storia cestistica a venire proprio da Wooden con UCLA.&nbsp;</p>



<p>Il coach di UCLA inoltre era contrario a trasformare il college basketball in un evento mediatico e non vedeva di buon occhio l’idea di Lewis del broadcasting su larga scala di ciò che fino all’epoca era un evento considerato locale, che raramente si estendeva oltre i confini dello stato di pertinenza universitaria.&nbsp;</p>



<p>La sede era stata individuata, Lewis voleva riempire <strong>l’Astrodome</strong>. Quella che all’epoca veniva chiamata l’ “ottava meraviglia del mondo moderno&#8221;, era il primo stadio coperto multifunzionale mai costruito, un gigante nato principalmente per partite di football e baseball che arriverà ad ospitare quasi 70000 spettatori ed inaugurato nel 1965 alla presenza del Presidente L.B. Johnson durante una partita tra Yankees e Astros. Il problema sembrava, casomai, di riuscire a portare in questa location straordinaria un sufficiente numero di spettatori per non giocare la partita a spalti semi-deserti. In <strong>Texas</strong> la popolarità del basket non era così spiccata, tant’è che un vecchio modo di dire dello stato recitava che “<em>il basket fosse uno sport utile ai giocatori di football per tenersi in forma nella off-season</em>”. Ma Guy Lewis aveva i contatti e la popolarità adeguati per “pompare” il match al punto giusto.</p>



<p>Ed ecco intervenire una figura determinante per la storia dello sport americano, ovvero&nbsp;<strong>Eddie Einhorn</strong>. Questo signore del New Jersey aveva il broadcasting degli eventi sportivi nel sangue e negli anni ’50 aveva organizzato la trasmissione radio delle partite NCAA mentre studiava legge all’università. Le maggiori televisioni dell’epoca non si dichiararono interessate all’evento, così Einhorn si aggiudicò i diritti per una cifra ragionevolmente bassa di 27 mila dollari, per il suo network TVS (Television Sports).&nbsp;</p>



<p>In fondo nessuno credeva che avrebbe funzionato. Si pensi che, pochi anni prima, la finale del 1961 in cui Cincinnati sconfisse Ohio State non fu trasmessa al di fuori dello stato dell’Ohio.&nbsp;</p>



<p>Ma Eddie e Guy avevano una visione comune e alla fine convinsero sia il proprietario dell’Astrodome che il direttore sportivo di UCLA J.D. Morgan che valesse la pena mettere in piedi il match e che tutti ne avrebbero beneficiato.&nbsp;</p>



<p>J.D. Morgan mise come unica condizione che a commentare la sfida fosse <strong>Dick Enberg</strong>, giornalista fidato che già si occupava della squadra californiana, ed anche per lui sarà una prima volta su scala nazionale.</p>



<p>Per settimane a Houston, e grazie a Einhorn in giro per la nazione, il battage pubblicitario fu un crescendo ed il match divenne la sfida non solo tra le prime due squadre del ranking ma soprattutto tra Lew Alcindor e Elvin Hayes.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>20 gennaio 1968, la partita</strong></h2>



<p>Le due squadre arrivano alla partita in forma eccellente, erano 16 le vittorie consecutive per UH e ben 47 le W per UCLA.&nbsp;</p>



<p>Guy V. Lewis aveva mandato il suo scout a spiare il team di John Wooden, ma questi tornò dicendo “nessuna squadra di college può battere UCLA”. Non esattamente le parole che l’estroverso coach di UH volveva sentire; l’appuntamento con la storia era fissato e non aveva intenzione di perderlo.&nbsp;</p>



<p>L’Astrodome era stato predisposto per il match: le componenti del campo da basket erano state fatte arrivare direttamente da Los Angeles e montate (225 pezzi, peso complessivo di oltre 10 tonnellate) in corrispondenza della parte di terreno dove usualmente si collocava la seconda base del campo da gioco degli Astros di baseball. Il parquet era separato dalle prime tribune da oltre 100 piedi, mentre commentatori e panchina erano stati posizionati in un solco attorno al campo di gioco per non ostruire la visuale degli spettatori.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1740" height="980" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/astrodome-perspective-edited.jpeg" alt="" class="wp-image-32603" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/astrodome-perspective-edited.jpeg 1740w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/astrodome-perspective-edited-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/astrodome-perspective-edited-1024x577.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/astrodome-perspective-edited-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/astrodome-perspective-edited-768x433.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/astrodome-perspective-edited-1536x865.jpeg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/astrodome-perspective-edited-1080x608.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 1740px) 100vw, 1740px" /><figcaption>FOTO Houston Chronicle</figcaption></figure></div>



<p>La pubblicità aveva funzionato, 52.693 persone avevano riempito l’Astrodome per assistere alla partita del secolo, il maggior numero di spettatori mai registrati per una partita di basket fino ad allora. Per la distanza dal parquet molti tifosi avevano binocoli da teatro per vedere il campo, ma l’attesa per la sfida e la voglia di essere presenti ad un evento così straordinario avevano fatto andare a ruba i biglietti per il match.&nbsp;</p>



<p>Soprattutto, 120 reti televisive del gruppo TVS distribuivano la partita nelle case degli americani in 49 stati.&nbsp;</p>



<p>Guy V. Lewis disse ai suoi poco prima di entrare in campo: “Fermatevi un attimo a guardare cosa vi circonda, non vi ricapiterà”. E per molti di quei ragazzi fu esattamente così.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/gotcscoreboard-1-edited.jpg" alt="" class="wp-image-32604" width="723" height="407" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/gotcscoreboard-1-edited.jpg 480w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/gotcscoreboard-1-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/gotcscoreboard-1-edited-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 723px) 100vw, 723px" /><figcaption>FOTO: Los Angeles Daily News</figcaption></figure></div>



<p>La partita non tradì, ma soprattutto Elvin Hayes non tradì.&nbsp;</p>



<p>Hayes distrusse con il suo <strong>turn-around jumper</strong>, perfezionato dai tempi dell’high school proprio grazie agli insegnamenti di Lewis, la difesa di UCLA, segnando&nbsp; 29 punti nel primo tempo e mettendo a segno 15 dei suoi primi 20 tiri. A metà gara il punteggio registrava 46-43 per Houston, la partita era tirata ed il pubblico eccitato dalla sfida, ma soprattutto la trasmissione su scala nazionale andò oltre le aspettative.&nbsp;</p>



<p>Piovevano ad Einhorn richieste di partecipazione pubblicitaria durante tutto il match ed egli non si lasciò certo sfuggire l’occasione, stipulando a partita in corso contratti tramite telefono e passando, su improvvisati fogli di carta, il testo degli spot da leggere in diretta TV al telecronista Enberg. Bob Petit nelle vesti di commentatore tecnico era incredulo.</p>



<p>Lew Alcindor ebbe una serata no, complice forse un infortunio all’occhio occorso qualche settimana prima (fu comunque giudicato in grado di giocare dal team medico) che lo aveva tenuto fuori per un paio di partite, e chiuse la gara con 4 su 18 al tiro, oltre a 12 rimbalzi.&nbsp;</p>



<p>Dopo gli aggiustamenti difensivi di Wooden su Hayes nel secondo tempo, la partita arrivò al 69 pari e con 28 secondi sul cronometro UCLA spese fallo su Hayes per mandarlo in lunetta, confidando sostanzialmente sul suo unico punto debole.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="750" height="422" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/hayes-shooting-vs-lew-edited.jpeg" alt="" class="wp-image-32605" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/hayes-shooting-vs-lew-edited.jpeg 750w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/hayes-shooting-vs-lew-edited-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/hayes-shooting-vs-lew-edited-150x84.jpeg 150w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption>FOTO: Hayes in sospensione contro Lew Alcindor</figcaption></figure></div>



<p>Big E fece due su due, UCLA buttò via la palla sul possesso successivo e con 12 secondi da giocare UH ebbe la rimessa palla in mano. Ancora Hayes fu protagonista trovandosi a ricevere e dribblare (nel terrore generale dei suoi compagni, in primis Chaney) la full court press di Wooden nella propria metà campo, prima di trovare una linea di passaggio per il playmaker di UH George Reynolds.&nbsp;</p>



<p>La gara era finita. University of Houston aveva vinto la Partita del Secolo, 71 a 69.&nbsp;</p>



<p><em>Pandemonio all’Astrodome!&nbsp;</em></p>



<p>Il campo si riempì dei tifosi di Houston, Guy Lewis ed Elvin Hayes vennero portati in trionfo.&nbsp;</p>



<p>Hayes aveva sconfitto in diretta nazionale di fronte a 20 milioni di spettatori Lew Alcindor, segnando 39 punti contro i 15 del fenomeno di UCLA e prendendo 15 rimbalzi.&nbsp;</p>



<p><a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=video&amp;cd=&amp;cad=rja&amp;uact=8&amp;ved=2ahUKEwj56LvS9pn8AhXGGewKHTIcDT4QtwJ6BAgCEAI&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.ncaa.com%2Fvideo%2Fbasketball-men%2F2018-01-18%2Fmbk-mens-basketball-throwback-thursday-game-century&amp;usg=AOvVaw1FxdZPYTTPB_MpaLI-SJB9" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Big E</a> si era garantito il titolo di giocatore dell’anno per il 1968 e ovviamente di All-american, nonché di futura prima scelta al Draft NBA (e ad essere precisi anche ABA) successivo da parte dei <strong>San Diego Rockets</strong>, da cui inizierà una carriera che lo porterà nella Hall of Fame.&nbsp;</p>



<p>Dick Enberg divenne uno dei più grandi telecronisti di college basketball di sempre, raccontando ad esempio la sfida tra Indiana State e Michigan State del 1979, tra Larry Bird e Magic Johnson. Dirà di questa partita: <em>“Alexander Graham Bell inventò il telefono e Einhorn inventò il college basketball in TV”</em>.</p>



<p>UCLA ebbe la sua rivincita nel torneo NCAA di quell’anno in semifinale contro UH dove la difesa diamond-and-one creata ad hoc contro Hayes diede i suoi frutti.&nbsp;</p>



<p>University of Houston e Guy V. Lewis avranno altre chance per brillare nella storia del college basketball, ma soprattutto il coach e i due ragazzi della Louisiana aprirono una strada che porterà&nbsp;nel 2009 <em>U.S. News and World Report </em>ad indicare UH la seconda della nazione per diversità etnica.&nbsp;</p>



<p>La partita generò un ricavo per entrambe le Università di 125.000 dollari, quattro volte quello che era il ricavato dell’intero torneo NCAA dell’epoca (poco più di 37 mila). Il massimo che UH avesse mai incassato da una partita fino a quel giorno erano 5000 dollari.</p>



<p>Ma, oltre alla storia individuale dei singoli giocatori o università, il match del secolo cambiò la percezione del college basketball. Era un “prodotto” che si era dimostrato essere di interesse nazionale e come tale andava trattato.&nbsp;</p>



<p>L’anno seguente NBC iniziò a trasmettere il torneo NCAA su scala nazionale pagando più di 500 mila dollari e da allora il successo fu ininterrotto. Nel 2010 CBS e Turner Sports hanno speso 11 miliardi di dollari per i diritti di broadcasting per i successivi 14 anni.&nbsp;</p>



<p>Guy V. Lewis ed Eddie Einhorn (che diventerà anche co-owner dei Chicago White Sox di baseball) avevano cambiato per sempre la storia del basket, da qui vennero poste le basi per la nascita della March Madness.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="704" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/guy-v-1024x704.jpg" alt="" class="wp-image-32504" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/guy-v-1024x704.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/guy-v-300x206.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/guy-v-150x103.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/guy-v-768x528.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/guy-v-1080x743.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/guy-v.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>FOTO: Los Angeles Times</figcaption></figure></div>



<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il momento dei Phoenix Suns</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/il-momento-dei-phoenix-suns/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Dec 2022 06:20:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cameron payne]]></category>
		<category><![CDATA[deandre ayton]]></category>
		<category><![CDATA[devin booker]]></category>
		<category><![CDATA[james jones]]></category>
		<category><![CDATA[phoenix suns]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa sta succedendo in Arizona?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/phoenix-edited.jpg" alt="" class="wp-image-31536" width="768" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/phoenix-edited.jpg 1820w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/phoenix-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/phoenix-edited-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/phoenix-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/phoenix-edited-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/phoenix-edited-1536x863.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/phoenix-edited-1080x607.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1820px) 100vw, 1820px" /><figcaption>Foto: Ned Dishman/NBAE</figcaption></figure></div>



<p>{{translate_pretext}}</p>



<p>Una settimana sei seduto sul tetto del mondo, quella successiva ti sembra che tutto ti crolli addosso. Come direbbe Frank Sinistra, “that’s life”.</p>



<p>I <strong>Phoenix Suns</strong> erano entrati nella settimana numero sette della Regular Season con una serie di riconoscimenti che ne certificavano lo stato di forma: Western Conference Player of the Week, Western Conference Player of the Month, Western Conference Coach of the Month. E, soprattutto, erano reduci da sei vittorie consecutive e detenevano il miglior record della <strong>Western Conference</strong>.</p>



<p>La scorsa settimana, però, ha cambiato radicalmente lo stato d&#8217;animo dei tifosi in Arizona. I Suns sono stati battuti, anzi annientati in diretta nazionale dai Celtics; dopodiché hanno perso due intense sfide con i Pelicans, cui hanno ceduto lo scettro della Conference. Ieri, infine, <strong>Chris Paul</strong> e compagni hanno perso la quinta partita consecutiva, contro i Rockets, e ora si trovano al quarto posto a Ovest.</p>



<p>Phoenix ha messo insieme dei numeri che non si vedevano in Arizona dai tempi pre-Covid, e la squadra è uscita con le ossa rotte da questo periodo (letteralmente, avendo anche perso <strong>Devin Booker</strong> per un infortunio al bicipite femorale).</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Suns have lost four regular season games in a row for the first time since March 2020, three Suns games before the world stopped.</p>&mdash; Kellan Olson (@KellanOlson) <a href="https://twitter.com/KellanOlson/status/1602080526667419648?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 11, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Sebbene non sia il caso di farsi prendere dal panico, visto il momento dell&#8217;anno e l&#8217;assenza nelle ultime due di Booker, qualche preoccupazione è maturata. Il calendario nelle prossime due setttimane non è semplice, anzi: Clippers, Pelicans, Lakers, Wizards, Grizzlies, Nuggets e ancora Grizzlies.</p>



<p>Come ne usciranno i Suns? Ecco tre punti (2+1) potenzialmente decisivi per la squadra di <strong>Monty Williams</strong>.</p>



<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">1. <strong>Rim pressure</strong></h2>



<p>Questo è un problema che si ripropone dall’anno scorso. Se come squadra non riesci ad andare in lunetta con buona frequenza, in Regular Season e ancora di più nei Playoffs, l&#8217;attacco può avere spesso dei passaggi a vuoto. E’ importante mettere gli avversari in difficoltà con i falli, forzarli ad eseguire degli aggiustamenti difensivi e ovviamente segnare dei punti &#8220;facili&#8221;, a cronometro fermo.</p>



<p>Attaccare il ferro non è un punto di forza dei Suns, come confermano le sole 40.8 &#8220;drives&#8221; a partita, un dato ben inferiore rispetto alla media NBA. La conseguenza è che i Suns, semplicemente, vanno in lunetta troppo poco. La media è di 20.2 tiri liberi a sera, ovvero la 28esima nella lega; la percentuale è buona (80.7%, tra le migliori), ma il volume è semplicemente troppo basso. E quei punti stanno mancando all&#8217;attacco di Phoenix.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">The Suns average 20.3 free three attempts per game. That is 50th best in franchise history.</p>&mdash; John Voita (@DarthVoita) <a href="https://twitter.com/DarthVoita/status/1601728461181136898?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 10, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">2. <strong>Coinvolgere offensivamente Ayton</strong></h2>



<p>Booker è fuori per un problema al bicipite femorale e come già visto in passato, i Suns non affretteranno i tempi del suo pieno recupero. Ovviamente, senza di lui ci sono circa 27 punti e 20 tiri a partita da &#8220;redistribuire&#8221;, e soprattutto in sistema offensivo che deve cercare altrove i propri vantaggi. Evidentemente qualche aggiustamento vafatto, e uno dei più percorribili è affidarsi maggiormente a <strong>Deandre Ayton</strong>.&nbsp;</p>



<p>Il numero 22 in stagione ha una Usage del 19.8% (via Cleaning the Glass) e tenta circa 12 tiri a partita; dati che sono rimasti praticamente invariati nelle ultime due settimane, con e senza Booker. Ora, coach Monty potrebbe chiedere un maggiore coinvolgimento del centro bahamense, che in questa stagione ha aumentato ulteriormente la propria efficienza al ferro ma, per ora, non il volume di tentativi.</p>



<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">3. <strong>Una trade?</strong></h2>



<p>A questo punto, in ogni caso, qualche manovra di mercato da parte di <strong>James Jones</strong> è prevedibile. Phoenix ha infortuni importanti, non ha profondità e uno dei suoi giocatori teoricamente più importanti, con un contratto da 10 milioni di dollari, non è nemmeno con la squadra. <strong>Jae Crowder</strong>, ovviamente, per cui <a href="https://aroundthegame.com/post/jae-crowder-in-sospeso-una-trade-a-3-con-bucks-e-rockets/">potrebbero (e dovrebbero) arrivare novità da un momento all&#8217;altro</a>.</p>



<p>Tante volte nella striscia negativa dei Suns si sono visti giocatori avversari entrare dalla panchina e incidere, come ad esempio Josh Green o Jose Alvarado. Ai Suns mancano uomini così.</p>



<p>Il 15 dicembre è arrivato, ora <a href="https://aroundthegame.com/post/15-dicembre-aspettando-la-trade-deadline/">il trade market entra nel vivo</a>. Cosa farà Phoenix?</p>



<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>
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		<title>Alonzo Mourning, mai arrendersi</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/alonzo-mourning-mai-arrendersi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2022 22:10:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[alonzo mourning]]></category>
		<category><![CDATA[dwyane wade]]></category>
		<category><![CDATA[Miami Heat]]></category>
		<category><![CDATA[nba finals]]></category>
		<category><![CDATA[patrick ewing]]></category>
		<category><![CDATA[shaquille o&#39;neal]]></category>
		<category><![CDATA[trapianto]]></category>
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					<description><![CDATA[La strada in salita di Alonzo Mourning per definire la propria legacy, che si estende oltre il campo di basket. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;eroico percorso da Chesapeake Virginia alla Hall of Fame, superando la malattia.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="536" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/Zo-1024x536.jpg" alt="" class="wp-image-30171" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/Zo-1024x536.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/Zo-300x157.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/Zo-150x79.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/Zo-768x402.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/Zo-1080x565.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/Zo.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>Quando, nel 1982, la signora Fannie Threet, a Chesapeake Virginia, si fece carico di crescere <strong>Alonzo Mourning</strong>, senz’altro già sapeva che quel ragazzo dodicenne di un metro e ottantadue centimetri non fosse come gli altri. E lei ne aveva visti di giovanotti, nella sua casa da insegnante in pensione, in cui era arrivata ad ospitare e crescerne una cinquantina, con storie diverse uno dall’altro.&nbsp;</p>



<p>Alonzo, classe 1970, nativo del posto, ci era finito dopo la separazione dei genitori,&nbsp;la sua scelta di non essere affidato a nessuna delle due parti genitoriali e qualche mese passato in una <em>local boy house.&nbsp;</em></p>



<p>La signora Threet cresce &#8216;Zo insegnandogli che si vive aiutando il prossimo e cercando di dare un senso alla propria vita, lo incanala nei binari della fede confidando di calmare i suoi bollenti spiriti, che lo portano ogni tanto a sollevare di peso e minacciare i suoi compagni di casa fisicamente normodotati nelle litigate tipiche dei ragazzini.&nbsp;</p>



<p>Intanto, Mourning continua a crescere e arriva il momento dell’Indian River High School, senza spostarsi da Chesapeake perché, se ti cresce una mamma adottiva che ne ha altri 4 o 5 per casa, in quel momento i soldi per spostarti non li hai.&nbsp;</p>



<p>Nell’anno da senior, &#8216;Zo è diventato 6-10 di altezza, accumula cifre da capogiro sui due lati del campo, ivi inclusa una serata da 27 stoppate. Non solo è unanimemente riconosciuto come il miglior giocatore dello stato della Virginia, ma le sue prestazioni lo portano ad essere il primo giocatore di High School convocato per un pre-camp con USA basketball Olympics, nel 1988. Non farà la squadra finale (il centro titolare sarà un certo David Robinson, 7-0 da Navy, cinque anni più vecchio di &#8216;Zo), ma arriverà all’ultimo <em>cut, </em>dopo aver anche lì distribuito stoppate a tutti, inclusi i “veterani” dell’epoca, <a href="https://aroundthegame.com/il-favoloso-mondo-di-rony-seikaly/">tra cui <strong>Rony Seikaly</strong></a>, che sul Los Angeles Times dell’epoca pronuncia delle profetiche parole sul fresco 18enne &#8216;Zo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“He’s no kid, he’s going to be a hell of a player”</em> (<em>&#8220;Non è un ragazzino, sarà un giocatore incredibile&#8221;</em>).</p></blockquote>



<p>Naturalmente alla porta del sig. Bill Lassiter, coach di Indian River High School, bussano le più prestigiose rappresentanze dei college della zona (Maryland, Georgia Tech, Syracuse), ma per &#8216;Zo è una non-scelta.&nbsp;</p>



<p>In cameretta ha il poster del suo idolo, <strong>Patrick Ewing</strong>, non solo vincitore con Georgetown del torneo NCAA nel 1984 e monumento del basket collegiale, ma anche l&#8217;esatto motivo per cui &#8216;Zo, tra football e basket, ha scelto quest’ultimo, colpito dall’atletismo di Ewing con gli Hoyas. Quando arriva il colloquio con la leggenda vivente John Thompson, coach di Georgetown, Alonzo ha piano piano assaporato la realizzazione del sogno di seguire le orme del suo mito ed inizia la sua avventura di college.&nbsp;</p>



<p>Sin nell’anno da freshman a <strong>Georgetown</strong> emergono le sue doti principali, ovvero la capacità di dominare a rimbalzo e difensivamente, disintegrando il record di stoppate per singola gara di Ewing e piazzandone 11 (in soli 22 minuti). Chiuderà la stagione NCAA 1988/89 con <em>169 stoppate</em>, tutt’ora record imbattuto per gli Hoyas.&nbsp;</p>



<p>Tutta la carriera universitaria sportiva di &#8216;Zo si caratterizza per il dominio atletico sotto i tabelloni, con un tempismo e verticalità d&#8217;élite nella fase difensiva, garantendogli multiple candidature a Defensive Player of the Year. Quello che gli viene rimproverato è di non avere una presenza offensiva di pari rilievo, finché nell’anno da senior (stagione NCAA 1991/92) apre con la sua seconda tripla-doppia da 32 punti, 14 rimbalzi e 10 stoppate. Guida addirittura gli Hoyas come scorer (in doppia cifra) in ogni singola partita giocata, divenendo il primo giocatore di sempre ad essere nominato Big East&#8217;s Player of the Year, Defensive Player of the Year e Tournament MVP nella stessa stagione.&nbsp;</p>



<p>La strada di Mourning nella emulazione del suo modello e mentore Pat Ewing si arresta tuttavia nel torneo NCAA, dove nel 1992 Georgetown viene eliminata da Florida State (di un certo Sam Cassell), che adotta l’unico modo possibile per arrestare &#8216;Zo, ovvero non permettergli la ricezione. Alonzo viene limitato a 4/7 dal campo ed eliminato al secondo turno del torneo.&nbsp;</p>



<p>Mourning rimane un prospetto da top pick per il draft NBA del 1992; stiamo parlando dell’epoca dei grandi centri e delle grandi rivalità e, nonostante la sua credibilità sia elevatissima (forte anche dell’endorsement di Ewing, col quale sviluppa un rapporto fraterno fatto di estati passate nella palestra di Georgetown a sfidarsi sotto canestro), la prima scelta resta blindata a favore del classe 1972 proveniente da LSU, <strong>Shaquille O’Neal</strong>, destinazione Orlando Magic.&nbsp;</p>



<p>Alonzo finisce a Charlotte e i due, fomentati dai media, sviluppano un dualismo che si trascinerà per diversi anni fino al 2000, anno critico come vedremo per Mourning. Shaq dominerà Alonzo sia come risultati di squadra (i Magic arriveranno alle Finals nel 1995), che individuali (30 punti e 12 rimbalzi di media per Shaq negli scontri diretti), con Mourning che ad un certo punto dirà che “<em>Shaq non sarebbe stato così di impatto se avesse avuto la sua stazza</em>”. </p>



<p>In effetti va ricordato come Mourning non superasse i 2.08 cm, altezza non così favorevole per un pivot. &#8216;Zo compensa questa limitazione con una forma atletica senza paragoni nella lega, frutto di un atteggiamento ossessivo verso il proprio corpo che lo porta a passare ore e ore in sala pesi anche dopo le gare e gli allenamenti disputati, ignorando il concetto di “fatica”.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="691" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-char-1024x691.jpg" alt="" class="wp-image-30187" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-char-1024x691.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-char-300x203.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-char-150x101.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-char-768x518.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-char-1536x1037.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-char-2048x1382.jpg 2048w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-char-1080x729.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>La sua etica del lavoro e le sue doti lo portano a chiudere in doppia-doppia di media (21+10) già nell’anno da rookie, con 3.5 stoppate su 78 uscite.&nbsp;</p>



<p>La costanza di rendimento nei tre anni a Charlotte attira l’attenzione di <strong>Pat Riley</strong> che, nell’estate del 1995, da fresco neoallenatore della recentemente creata (expansion Draft del 1988) franchigia di <strong>Miami</strong>, organizza la trade per portare &#8216;Zo in cambio di Glen Rice, vedendo in lui il capostipite di quella che diventerà la <em>Heat Culture</em>.</p>



<p>A Miami &#8216;Zo trova la sua dimensione ideale e nel febbraio del 1996, prima stagione in Florida, arriva anche <strong>Tim Hardaway</strong>; i due danno origine ad una delle squadre più divertenti della lega, chiudendo la regular season 1995/96 con il record di 42-40 e garantendosi l’accesso ai Playoffs.&nbsp;</p>



<p>La presenza di Riley (fino al 1995 coach dei Knicks), la rinnovata competitività del team, coniugata alla progressiva nascita della giusta cultura agonistica nella città di Miami, generano una delle rivalità più accese della storia della Lega, ovvero quella con New York, squadra dell’idolo (e amico) di gioventù Ewing.&nbsp;</p>



<p>Per essere chiari, il contesto storico della NBA dell’epoca prevedeva che ad Est, tra il 1996 e il 1998, si giocasse per arrivare a sfidare sua maestà <strong>Michael Jordan</strong>, fresco di ritorno dalla discutibile esperienza nel baseball, per poi finire secondi. Nonostante questo, però, la rivalità tra Miami e New York Knicks non fu meno accesa, sviluppandosi nei primi round di Playoffs.&nbsp;</p>



<p>Le danze si aprono con il secondo turno dei Playoffs 1996/97, dove Miami arriva dopo una regular season da 61 vittorie e un convincente 3-2 nel primo round contro gli Orlando Magic di un Penny Hardaway leggendario, ma orfano di Shaq. La serie con New York genera enorme attenzione mediatica (ovviamente, ci sono i Knicks di mezzo) ed è dipinta come lo scontro tra Ewing e il suo aspirante successore Mourning, ma anche come la sfida al “traditore” Riley.&nbsp;</p>



<p>Saranno sette partite di puro agonismo, ma in Gara 5, sul 3-1 per i <strong>Knicks</strong>, le scintille appiccano l’incendio.&nbsp;Si comincia a poco meno di 2 minuti dalla fine del quarto periodo: dopo un cordiale e fugace saluto di &#8216;Zo alla giugulare di Charles Oakley per una visione “diversa” rispetto ad un blocco irregolare fischiato al giocatore di New York, sedato con difficoltà dagli arbitri (Oakley uscirà per doppio tecnico su intervento di Dick Bavetta), si arriva in lunetta con due liberi di Tim Hardaway; a canestro aggiudicato, sul secondo libero, PJ Brown e Charlie Ward si allacciano sotto il ferro, con il primo a sollevare di peso il più minuto giocatore dei Knicks, facendolo finire &#8211; dopo una rotazione di 360 gradi in aria &#8211; sui fotografi e cameramen a bordo campo. Ne nasce una rissa a tutto campo, con i giocatori di New York che si riversano in campo dalla panchina nonostante i futili tentativi di Riley e <strong>Jeff Van Gundy</strong> (coach dei Knicks) di sedare gli animi.</p>



<p>Il caos regna per una decina di minuti, Miami porta a casa Gara 5 e soprattutto le conseguenze si protrarranno nei provvedimenti disciplinari: il regolamento NBA parla chiaro e l’allontanamento di qualunque giocatore dalla panca prevede la squalifica.&nbsp;Tra Gara 6 e Gara 7 resteranno fuori Allan Houston, Pat Ewing, Charlie Ward, Larry Johnson e John Starks; Miami perderà PJ Brown per la serie, ma l’assenza del core team dei Knicks ne condizionerà inequivocabilmente l’andamento e gli Heat voleranno in finale di Conference dinanzi a Jordan (4-1 Bulls senza appello, per la cronaca).</p>



<p>Nella stagione successiva si ripropone il confronto, ma stavolta al primo turno. Mourning è un giocatore di ottimo livello, in regular season viaggia a 19 punti e quasi 10 rimbalzi a partita, distribuendo più di 2 stoppate. Tuttavia a &#8216;Zo sembra mancare qualcosa per fare il salto di qualità verso un ruolo veramente dominante, oltre ad essere sempre offuscato dall’ombra lunghissima dell’eredità di Ewing.&nbsp;</p>



<p>Jordan in quegli anni dirà di Mourning:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“<em>Ci vuole una certa forza mentale che a lui [Mourning n.d.r.] manca e, se lascia che qualcuno lo sbatta fuori dalla partita, allora è in quello che è carente</em>”.</p></blockquote>



<p>Certamente lette ora quelle parole sembrano un epic fail di Michael, ma non ci sono dubbi che&nbsp; Alonzo abbia dovuto sbattere la faccia contro i propri limiti per rendersene conto, ed una prima occasione si presenterà dopo Gara 4 della serie contro New York.</p>



<p>La serie è sul 2-1 a favore di Miami e si gioca al Madison, &#8216;Zo e il suo arcinemico <strong>Larry Johnson</strong> (ex compagni ai tempi di Charlotte tra i quali non è mai scorso buon sangue) fanno a sportellate tutta la partita, fino a due liberi messi a segno proprio da Johnson per il + 5 con 14” sul cronometro.&nbsp;</p>



<p>&#8220;Partita finita&#8221;, pensano tutti, e invece no. Tim Hardaway porta palla oltre la metà campo e, uscendo da un blocco portato dallo stesso &#8216;Zo, lascia partire un mattone che sfiora a malapena il ferro. Mourning è accoppiato a Johnson in uscita dal blocco, i due si allacciano e inizia la resa dei conti, a 1.4 secondi dalla fine della partita. Volano pugni da entrambe le parti che fortunatamente colpiscono solo l’aria, la rissa è furibonda e tutti i giocatori in campo cercano di separarli. L’allenatore di New York, Jeff Van Gundy, si lancia eroicamente (dall’alto del suo metro e 75 centimetri) dalla panchina dei Knicks per separare i due &#8211; e soprattutto fermare Mourning, che ha palesemente perso il controllo. Si aggrappa letteralmente alla sua gamba sinistra in una scena che avrebbe del comico, se non fosse vera.&nbsp;</p>



<p>Molto lentamente e dopo interminabili secondi, l’adrenalina scende quel tanto da fermare le mani. Riley recupera Alonzo Mourning e pronuncia delle parole che rimarranno indelebili nella mente del giocatore: “<em>What have you done?”</em>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Gara 5 si giocherà a Miami, ovviamente senza Mourning, che la seguirà in solitudine nella sua casa; guarderà la sua squadra perdere e venire eliminata e dominata, senza mai essere in partita.&nbsp;</p>



<p>Mourning rifletterà molto su quella Gara 4, forse anche sulle parole di Jordan, e cambierà il suo approccio sul campo, diventando un giocatore dal focus molto più sviluppato, soprattutto in difesa, e decisamente meno trasportato dalle emozioni. Le stagioni ’98/’99 e ’99/&#8217;00 saranno, infatti, quelle della consacrazione.&nbsp;</p>



<p>Arriveranno i riconoscimenti come difensore dell’anno (<strong>DPOY</strong>) in entrambe le stagioni (3.7 e 3.9 stoppate ad uscita) e nella stagione 1998/99 sarà All-NBA 1st team davanti a Shaquille O’Neal. I risultati di squadra non arriveranno, ma va anche detto che, mentre lui raggiungeva la consacrazione definitiva, il resto del roster non si dimostrava all’altezza, con un Tim Hardaway ormai calante e un secondo violino come Jamal Mashburn mai sufficientemente incisivo.&nbsp;</p>



<p>Dopo essere stato votato terzo nella corsa all’MVP stagionale, nell’estate del 2000 Mourning vincerà l’oro alle Olimpiadi di Sidney con <strong>Team USA</strong> come centro titolare, probabilmente nel miglior momento della sua carriera.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, al rientro dalle Olimpiadi, qualcosa non torna. &#8216;Zo si sente stranamente affaticato e un giorno nota uno strano gonfiore alle caviglie.&nbsp;Negando a se stesso l’evidenza che qualche problema di salute si trovi dietro l’angolo non fa altro che intensificare gli allenamenti, pensando di essere solo fuori condizione, finché fortunatamente arrivano le visite mediche pre-stagionali.&nbsp;</p>



<p>Gli esami sono inequivocabili, il problema è renale. Parte il percorso diagnostico e rapidamente arriva la diagnosi: <strong>glomerulosclerosi focale segmentaria</strong>, malattia che colpisce tipicamente i soggetti afro-americani e con pochissime chances di cura.&nbsp;Si associa a consumo di droghe, infezione da HIV e altre condizioni tutte smentite da &#8216;Zo. Nel suo caso si tratta, purtroppo, di uno sfortunato mixing genetico che predispone allo sviluppo della patologia. &nbsp;</p>



<p>Il dottor Richards (nefrologo di Miami) e il dottor Appel (nefrologo di fama internazionale di New York) saranno presenti alla conferenza stanza nell’ottobre del 2000, in cui Alonzo e Pat Riley annunciarono la malattia.&nbsp;</p>



<p>Sto morendo?</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="On the Rebound: Alonzo Mourning&#039;s Kidney Disease Journey" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/4TZapDZ2DP0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Questa è la prima domanda di &#8216;Zo agli specialisti che lo hanno in cura. Il dott Richards, dopo una “pausa troppo lunga”, spiega a &#8216;Zo che le cure sono molto poco efficaci e che la possibilità che finisca in dialisi nell’arco di pochi anni sono concrete.&nbsp;</p>



<p>Mourning ha paura, ma non vuole cedere alla malattia. Tutti parlano di fine carriera, nessuno crede che riuscirà a giocare di nuovo, ma dopo alcuni mesi di stop e una ottima risposta alla terapia farmacologica impostata dal dottor Appel , &#8216;Zo torna in campo per le ultime 13 partite di regular season in quello che sembra un vero miracolo sportivo.&nbsp;</p>



<p>Nella stagione 2001/02 riesce a giocare ben 75 partite, anche se il fisico risente della malattia e l’esplosività del passato non c’è più. Tuttavia chiude con 15 punti e più di due (clamorose) stoppate a partita, grazie a terapie mirate e controlli quotidiani.&nbsp;</p>



<p>Purtroppo la luna di miele con i farmaci finisce e nella offseason 2002 c’è il tracollo.&nbsp;</p>



<p>La funzione renale peggiora, inizia un tiro alla fune simbolico tra lui e la malattia con tentativi di ritorno sul campo poco produttivi (alcune gare con i Nets di Jason Kidd); salterà quasi tutta la regular season 2002/03, peraltro decisamente negativa per gli Heat, che chiuderanno con 25 vittorie e la scelta numero cinque al draft (il nome Dwayne Wade vi dice qualcosa?).&nbsp;</p>



<p>Nel 2003 la situazione clinica è estremamente grave. Alonzo passa dall’essersi visto intitolare la sala pesi degli Heat (Zo’s Zone) a non essere in grado di sollevare un manubrio.&nbsp;</p>



<p>L’unica chance di evitare la dialisi è il <strong>trapianto di rene</strong>. Tuttavia trovare un donatore adeguatamente compatibile è più facile a dirsi che a farsi.&nbsp;</p>



<p>Tra i primi a candidarsi c’è proprio Patrick Ewing, il modello da imitare, il mentore, ma soprattutto l’amico di sempre, di quelli veri, disposto a donare il proprio rene per il suo &#8216;Zo, ora in difficoltà. Pat viene scartato perché a sua volta ha problemi di ipertensione e per lunghe settimane non si trova la giusta compatibilità per Mourning.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="401" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/ewing-zo.jpg" alt="" class="wp-image-30174" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/ewing-zo.jpg 600w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/ewing-zo-300x201.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/ewing-zo-150x100.jpg 150w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>FOTO: The New York Times</figcaption></figure></div>



<p>Finché quello che serve, ovvero un miracolo, accade. &#8216;Zo è a rendere visita a una anziana zia ricoverata in ospedale quando il cugino di secondo grado ed ex marine <strong>Jason Cooper</strong> avvicina il ben più famoso famigliare e si propone per il test. La compatibilità è ottima, ed il match è fatto.&nbsp;</p>



<p>Si procede al trapianto di rene nel dicembre del 2003 a New York, nelle sapienti mani dei più grandi esperti di chirurgia dei trapianti degli Stati Uniti, che adattano la loro tecnica alla monumentale struttura muscolare di Mourning senza inficiarne il potenziale recupero sportivo.&nbsp;</p>



<p>Quella frase di Jordan citata in precedenza, “<em>There is that mental strength you need, he doesn&#8217;t have it</em>”, viene clamorosamente smentita da &#8216;Zo, che quella forza la trova eccome: il suo unico obiettivo dal momento dell’incontro con il cugino sig. Cooper è di tornare ad allacciarsi le scarpe su un campo di basket.&nbsp;</p>



<p>Poche settimane dopo l’intervento, Mourning torna ad allenarsi, vuole vincere il titolo. Si accorge che non c’è più tempo, che deve dare un senso alla sua storia e alla opportunità di rinascita che gli è stata donata.&nbsp;</p>



<p>Assume un personal trainer che lo seguirà dai primi passi in palestra per tutti e nove i mesi di ripresa fisica dopo l’intervento, insegnandogli giorno per giorno ad adattarsi al suo nuovo corpo e a sfruttarlo al meglio. &#8216;Zo riacquisisce uno stato fisico eccellente e, nel marzo 2005, negoziando un buyout con i Raptors che ne avevano acquisito i diritti, si libera dal punto di vista contrattuale per poter tornare a casa.&nbsp;</p>



<p>Il momento della rinascita non può che completarsi lì, a&nbsp; Miami, dove lui (insieme a Pat Riley) ha posto le basi della Heat Culture, cioè di quel professionismo portato ai massimi livelli, in cui si sente sportivamente a casa.&nbsp;</p>



<p>I Miami Heat nel frattempo sono profondamente cambiati, sono la squadra di <strong>Dwyane Wade</strong> e Shaquille O’Neal, e nella stagione 2004/05 avranno un record di 59-23.&nbsp;</p>



<p>Mourning viene rifirmato con l’idea del coach Stun Van Gundy di attribuirgli il ruolo di back up center verso il titolare O’Neal, colui che, a partire dal Draft, è sempre stato il metro di paragone mediatico e col quale, abbiamo detto, non c’era alcun feeling.&nbsp;</p>



<p>&#8216;Zo però è una persona diversa, ha una missione chiara ed una legacy da realizzare. Vuole tornare sul campo per vincere e dimostrare a tutti, soprattutto a se stesso, che è possibile rientrare dal baratro da vincente. E allora ben venga di fare la riserva di Shaq.&nbsp;</p>



<p>2005, quattro marzo, <strong>American Airlines Arena</strong>, gli Heat stanno vincendo con facilità contro Sacramento. Mancano poco più di 3 minuti sul cronometro dell’ultimo periodo ed il tempo nel palazzetto si ferma. Si alza dalla panchina il numero 33 in maglia bianca, e con lui l’intero pubblico presente, tra i quali si distingue Tim Hardaway, in giacca per l’occasione. Zo entra in campo al posto di O’Neal.&nbsp;</p>



<p>Possesso Kings, Kenny Thomas dal post alto fa un movimento in avvicinamento a canestro per il lay-up, ma arriva puntuale, come se l’orologio fosse tornato indietro di 5 anni, la manona di &#8216;Zo per la stoppata. Thomas recupera velocemente il pallone e si inventa un tiro dai 6 metri che scheggia a malapena il ferro, rimbalzo Mourning. </p>



<p>Vengono i brividi anche agli alligatori delle swamps della Florida. L’arena esplode di gioia<em>.</em></p>



<p><em>&#8216;Zo is back.</em>&nbsp;</p>



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<iframe loading="lazy" title="Alonzo Mourning is back" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/LHhP-MXWsRY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>La stagione di Miami finisce in Gara 7 delle finali di conference contro i Pistons, che cederanno nelle Finals agli Spurs di Popovich, e Van Gundy verrà aspramente criticato per l’utilizzo ridotto dello stesso Mourning,oltre che per l&#8217;incompiuta coesistenza tecnica tra i due centri.&nbsp;</p>



<p>I tempi per qualcosa di grande tuttavia sono maturi e l’onnipresente Pat Riley decide, nel dicembre 2005, che è ora dello showdown. Rileverà la posizione da coach dopo un inizio stentato (11-10) di Van Gundy e chiuderà con un record di 50-32 valido per il secondo posto a Est. O’Neal avrà spesso problemi di infortuni, ma Riley saprà gestirne saggiamente il minutaggio, complice la presenza dello stesso Mourning, che accumulerà 20 minuti a partita distribuendo 2.66 stoppate di media (terzo nella lega).&nbsp;</p>



<p>Wade è un giocatore dominante e porta la squadra per mano durante i Playoffs 2006, eliminando in successione Bulls, Nets e i Pistons di Chauncey Billups, Ben Wallace e Rip Hamilton. Per la prima volta nella storia della Franchigia, gli Heat raggiungono le Finals, dinanzi ai <strong>Dallas Mavericks</strong> di Dirk Nowitzki.&nbsp;</p>



<p>In Gara 6 Mourning gioca 14 minuti di pura intensità e concentrazione. Domina sotto il proprio ferro, distribuendo l’incredibile numero di 5 stoppate, che andranno a determinare un ancor più pazzesco defensive rating (stima dei punti concessi per 100 possessi giocati ) di 76 punti: insomma, mentre Zo è sul campo, segnare a Miami è impossibile. &nbsp;</p>



<p>Gara 6 finisce 95 a 92 Miami, l’anello va in Florida e &#8216;Zo entra nella leggenda.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="450" height="300" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-celebrating.jpg" alt="" class="wp-image-30176" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-celebrating.jpg 450w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-celebrating-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/zo-celebrating-150x100.jpg 150w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Dopo un paio di stagioni arriverà il ritiro dal campo (complice un infortunio al tendine rotuleo), ma non dal suo ruolo di leggenda vivente. Mourning, Hall of Famer classe 2014, oltre agli Heat &#8211; dove riveste un ruolo dirigenziale &#8211; dedica tutt’ora la propria vita a sostenere iniziative in campo sanitario e a sensibilizzare la popolazione riguardo alle problematiche che lo hanno coinvolto.&nbsp;</p>



<p>&#8216;Zo ha vinto, nella vita e sul campo. Sconfiggendo tutti quelli che, uno dopo l’altro, gli dicevano che non era degno dell’eredità di Ewing, che non aveva la mentalità giusta, che non si sarebbe ripreso da quella maledetta malattia e che, dopo il trapianto, non sarebbe più stato in grado di essere competitivo.</p>



<p>Alonzo Mourning ha vinto, dimostrando a tutti che una rinascita è possibile.&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Raymond Lewis, il 76ers mancato</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/raymond-lewis-il-76ers-mancato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Nov 2022 22:46:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[aba]]></category>
		<category><![CDATA[Doug Collins]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[philadelphia 76ers]]></category>
		<category><![CDATA[Raymond Lewis]]></category>
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					<description><![CDATA[Raymond Lewis, una stella del basket professionistico mancata. 
La storia di questa leggenda in un documentario recentemente prodotto. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/IMG_8415-edited.jpg" alt="" class="wp-image-30057" width="827" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/IMG_8415-edited.jpg 565w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/IMG_8415-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/11/IMG_8415-edited-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 565px) 100vw, 565px" /><figcaption>FOTO: Raymondlewis.com</figcaption></figure></div>



<p>{{translate_pretext}}</p>



<p><strong>Raymond Lewis</strong> è stato una delle scelte al primo giro del Draft per i <strong>Philadelphia 76ers</strong> esattamente come leggende del gioco quali Joel Embiid, Charles Barkley, Allen Iverson, <a href="https://aroundthegame.com/post/lincomparabile-incorreggibile-irresistibile-darryl-dawkins/">Darryl Dawkins</a>, Billy Cunningham. Ciononostante, Lewis non giocò mai né per i Sixers, né per altre squadre NBA. </p>



<p>I retroscena di questa storia (di ormai mezzo secolo fa), il breve periodo in cui Lewis ha vissuto a Philadelphia ed il suo talento cestistico sono oggetto di un documentario intitolato “Raymond Lewis: L.A. Legend”. </p>



<p>I Sixers, dopo aver sciolto il core della squadra che vinse il titolo nel 1967 costituito da Wilt Chamberlain e Bill Cunningham, si trovavano nel 1973 in una fase che oggi definiremmo di ricostruzione, ancora temporalmente lontana dall’arrivo di <a href="https://aroundthegame.com/barbershop-revolution-julius-erving-doctor-j/">Doctor J &#8211; Julius Erving</a>. </p>



<p>Dopo una stagione da ben 73 sconfitte, i 76ers giunsero al Draft con la scelta numero uno, che si tramutò in <strong>Doug Collins</strong>, già star del team olimpico statunitense, e scelsero alla 18esima proprio Raymond Lewis. </p>



<p>Tuttavia Lewis, in assenza di supporto da parte di agenti sportivi, negoziò in prima persona con i Sixers il proprio contratto, portando a casa una formula molto poco favorevole, in cui buona parte del corrispettivo era non-garantito. </p>



<p>Come successivamente riportarono nelle interviste i presenti, Lewis si dimostrò cestisticamente superiore a Collins già al camp estivo dei rookie di quell’anno.&nbsp;</p>



<p>Forte del successo al summer camp, Lewis chiese di rinegoziare subito il contratto con Philadelphia (per chi di voi segue l’NFL, ricorderà una situazione simile, ma di un giocatore già professionista, ovvero Terrell Owens, sempre a Philadelphia, con gli Eagles) senza però trovare l&#8217;appoggio della franchigia. Lewis iniziò a saltare qualche allenamento e venne sospeso per un anno, addirittura con il divieto di poter giocare per le squadre della lega sorella ABA.</p>



<p>Nel documentario, il General Manager dell’epoca, <strong>Pat Williams</strong>, dirà:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Volevamo che fosse chiaro al mondo che Raymond era nostro, che era di nostra proprietà”. </em></p></blockquote>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://www.inquirer.com/resizer/NOoP3T7QzIVNBDiHDMbN7X_PP1U=/760x507/smart/filters:format(webp)/cloudfront-us-east-1.images.arcpublishing.com/pmn/GSYR35HAW5CXXIB3QGWLLZZ4W4.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: The Philadelphia Inquirer</figcaption></figure></div>



<p>Lewis stette fuori dalla squadra e non venne pagato &#8211; ad eccezione del bonus ricevuto alla firma del contratto &#8211; per ben due anni, dopo i quali venne invitato al training camp, nel 1975. A quel punto, però, i Sixers avevano già acquisito giocatori come Darryl Dawkins, World B. Free e Joe Bryant (il papà di Kobe) che, di fatto, chiudevano gli spazi per Raymond. </p>



<p>In effetti, Lewis abbandonò il training camp e negli anni a seguire, nonostante vari provini eseguiti in giro per la lega, non ottenne nessuna firma, quasi come se si fosse generata una forma di pregiudizio nei suoi confronti. </p>



<p>Nel 1976 si realizzò la fusione tra NBA e <strong>ABA</strong>, e questo impedì a Lewis di tentare la strada per la ABA.</p>



<p>Raymond Lewis morì nel 2001, all’età di 48 anni, dopo aver lottato con l’alcolismo e le sue complicazioni. </p>



<hr class="wp-block-separator aligncenter"/>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Raymond Lewis: L.A. Legend</strong> è un documentario nato dal lavoro di due filmmakers durato diversi anni. Il primo, <strong>Ryan Polomski</strong>, co-direttore, è originario di Lansdale (vicino Philadelphia) e giocò a basket nella squadra dell’High School North Penn; il secondo, <strong>Dean Prator</strong>, co-direttore e produttore, è di Compton, California e studiò in una high school rivale rispetto a quella per la quale giocava Lewis: Prator era freshman quando Raymond giocava da senior. </p>



<p>Prator disse:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Sapevamo già a quel tempo che era una leggenda, era un giocatore tipo Steph Curry”. </em></p></blockquote>



<p>Ad anni di distanza dall’high school, Prator, domandandosi come fosse andata la storia di Lewis, aprì un sito web, nel 2005, nel tentativo di creare un collegamento con i membri della famiglia dell’ex giocatore, e da lì iniziò il lungo processo che ha portato al documentario. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://static.wixstatic.com/media/f0acaf_a4ff12009c7f4ff99888cccc7fca9fd8~mv2.jpg/v1/fill/w_578,h_350,al_c,q_80,usm_0.66_1.00_0.01,enc_auto/Ken%20Burns.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: www.raymondlewis.com</figcaption></figure></div>



<p>Polomski arrivò a Los Angeles nel 2014 e, insieme a Prator, iniziò a raccogliere testimonianze, parlando con il coach dell’epoca dei Sixers, Gene Shue, oltre che con ex amici di Lewis, così come con l’ex Laker Michael Cooper. </p>



<p>“Sapevamo di avere per le mani una storia da raccontare fin dalle prime interviste” disse Polomski, ma quello che era difficile da trovare erano dei documenti originali o video di Lewis mentre giocava, poiché usualmente High school e college, negli anni settanta, non preservavano registrazioni per così tanti anni.&nbsp;</p>



<p>Casualmente sbucarono dei video di Lewis l’anno scorso e, con essi, una sorpresa: una registrazione di Raymond all’età del college, intervistato dalla futura star del giornalismo Bryant Gumbel, all’epoca ventenne.</p>



<p>Doug Collins, che allenò tra gli altri Micheal Jordan prima ai Bulls e poi ai Wizards, fu allenatore dei 76ers negli anni 2010-2013, abbandonando la franchigia appena prima di quella fase che chiamiamo “<em>The Process</em>”. Sebbene compaia in numerosi documentari riguardanti il basket, Collins rifiutò in questo caso di essere intervistato per il documentario,  congedando Prator augurandogli “buona fortuna”.</p>



<p>I filmmakers sperano che il documentario trasmetta quella che è la storia di Raymond Lewis e che faccia meditare i tanti giocatori della NBA attuale, facendo prendere loro consapevolezza che vivono un’epoca in cui non solo sono pagati esponenzialmente più di quanto non accadesse negli anni &#8217;70 ma, soprattutto, che esercitano anche un potere molto maggiore sui propri team.</p>



<p>“Penso che questo scenario derivi da una eccezionale serie di coincidenze”, dice Polomski: senza dubbio, se Lewis fosse stato scelto da un altro team, se la ABA fosse rimasta in vita o se anche Lewis avesse avuto un agente, la sua storia sarebbe stata probabilmente molto diversa. </p>



<p><em>“Credo che se Raymond Lewis fosse stato pagato per quello che meritava, all’epoca, egli sarebbe diventato uno dei migliori giocatori mai scesi in campo per la lega”</em>, sostiene Polomski.</p>



<p>Lewis giocava in un tempo in cui praticamente ogni posizione di rilievo nella NBA era occupata da persone bianche. “<em>Non era solo un grande giocatore di basket, ma era un grande giocatore di basket nero, originario di Watts, CA., e semplicemente la lega non voleva storie di questo tipo</em>”, dirà Polomski. </p>



<p>Egli sostiene che la questione razziale “<em>era il sottofondo di tutto la storia, ma non la rappresentava per intero… non credo che lui volesse diventare un simbolo della lotta all’uguaglianza ma, suo malgrado, finì per esserlo</em>”. </p>



<p>Il film documentario è stato finalista al 2022 Library of Congress Lavine/Ken Burns Prize (premio dedicato a produzioni che approfondiscano aspetti della storia americana).</p>



<p>Le parole di Prator saranno:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Ci è costato molto tempo e lavoro ed è stata una sfida, ma l’abbiamo raggiunta ed ora siamo entusiasti di portarlo all’attenzione del mondo”. </em></p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Raymond Lewis: L.A. Legend Film Trailer ( Watch Movie Now on iTunes and Prime Video Direct! )" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/lQ4FX9Qo6c4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quando Aron Baynes, completamente ubriaco, si fece trascinare sul bus da Tim Duncan</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/quando-aron-baynes-completamente-ubriaco-si-fece-trascinare-sul-bus-da-tim-duncan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2022 23:48:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[gregg popovich]]></category>
		<category><![CDATA[playoffs]]></category>
		<category><![CDATA[san antonio spurs]]></category>
		<category><![CDATA[tim duncan]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando a Tim Duncan toccò essere davvero "il fratello maggiore degli Spurs"...]]></description>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/10/duncan-baynes.png" alt="" class="wp-image-29140" width="666" height="411" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/10/duncan-baynes.png 605w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/10/duncan-baynes-300x185.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/10/duncan-baynes-150x92.png 150w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /><figcaption><em>@TMZ</em></figcaption></figure></div>



<p>{{translate_pretext}}</p>



<p><strong>Tim Duncan</strong> è considerato da molti giocatori uno dei migliori compagni di squadra nella storia della NBA. Oltre ad essere un Hall of Famer, ad aver vinto cinque titoli, due MVP e tre Finals MVP, è stato anche un modello di comportamento. Non ci sono dubbi riguardo al fatto che Tim sia stato il leader dei <strong>San Antonio Spurs</strong> praticamente per tutta la sua carriera, e chi è passato dal Texas non manca di sottolineare il suo spessore anche fuori dal campo. </p>



<p>Il ruolo di Ducan per la dinastia degli Spurs è stato cruciale quanto quello di <strong>Gregg Popovich</strong> nel guidare il team, stabilendo uno standard di comportamento per la squadra e svolgendo il suo ruolo di leader in modo non egoistico. Nelle fasi più avanzate della sua carriera, quando il contributo sul campo si è fisiologicamente ridotto rispetto al suo prime, è diventato il vero e proprio fratello maggiore dei giovani Spurs. Tuttavia, non avrebbe immaginato di doverne essere davvero&#8230; il fratello maggiore, come accaduto nel 2015.</p>



<p>In quell’anno i Clippers eliminarono al primo turno gli Spurs, che erano all’epoca detentori del titolo. Poco dopo Gara 7 e l&#8217;eliminazione dai Playoffs, un paio di giocatori degli Spurs vennero avvistato davanti a un club di <strong>Los Angeles</strong>: il primo era Duncan, che stava camminando con Aron Baynes. Quest&#8217;ultimo era completamente urbiaco, aggrappato a Tim e a un&#8217;altra persona: lo stavano trascinando sul bus della squadra, fermo lì ad aspettarlo. Sì, poco dopo la fine della loro stagione.</p>



<p>Quando uno dei presenti si è avvicinato e complimentato con Tim e gli Spurs, Baynes ha iniziato a urlare, ringraziandolo; Duncan, non riuscendo a trattenere del tutto la risata per le circostanze, continuava a ripetere all&#8217;australiano di <em>&#8220;stare zitto&#8221;</em>, di<em> &#8220;chiudere quella maledetta bocca&#8221;.</em></p>



<p>Ed ecco il video (TMZ), con tutta la sobrietà di Aron:</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Tim Duncan Carries A Drunk Aron Baynes Out Of The Club After Playoff Elimination" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/a4UYisCRmXM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption>da TMZ sports</figcaption></figure>



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		<title>I Rockets di Vernon “Mad Max” Maxwell e Akeem Olajuwon</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/i-rockets-di-vernon-mad-max-maxwell-e-akeem-olajuwon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Oct 2022 13:12:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Akeem Olajuwon]]></category>
		<category><![CDATA[hakeem olajuwon]]></category>
		<category><![CDATA[houston rockets]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[Vernon “Mad Max” Maxwell]]></category>
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					<description><![CDATA[Una retrospettiva sul rapporto non proprio roseo fra Olajuwon e Vernon Maxwell.]]></description>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/169-1-10-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-34526" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/169-1-10-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/169-1-10-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/169-1-10-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/169-1-10-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/169-1-10-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/169-1-10-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/169-1-10.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>Gli <strong>Houston Rockets</strong> della prima metà degli anni &#8217;90 sono passati alla storia per aver vinto i titoli back to back nelle stagioni ’93-’94 e ’94-’95, con un <strong>Hakeem Olajuwon</strong> dominante sui due lati del campo (MVP, FMVP e DPOY nel ’93-’94, per rendere l’idea), una squadra costruita attorno a lui nel corso degli anni e la leggenda <strong>Rudy Tomjanovich</strong> in sella a guidare i giocatori dalla panchina e subentrato in itinere durante la stagione ’91-’92.</p>



<p>Se il punto di arrivo di questa squadra è stato il più alto possibile, il percorso non è certo stato dei più semplici anche per la presenza di alcuni membri del team dal carattere particolarmente complesso. Tra questi, <strong>Vernon “Mad Max” Maxwell</strong> era certamente l’esempio più eclatante.</p>



<p>Dal punto di vista tecnico parliamo di quella che oggi chiameremmo combo guard, 6-4 longilineo, modestamente sottodimensionato per il ruolo di shooting guard pura, ma di certo non dotato di quella visione del gioco necessaria per guidare la squadra nel ruolo di point guard. Peraltro il problema a Houston non si poneva, per la presenza di <strong>Kenny Smith</strong> ad occupare lo spot.</p>



<p>Mad Max era un realizzatore, punto. Aveva belle percentuali al tiro? No. Era un sure lock in qualche spot offensivo? No. Semplicemente, quando la mano si scaldava &#8211; e con la sua aggressività sul campo, non c’era sera in cui non ci provasse &#8211; era incontenibile. Forse il giocatore più vicino alla definizione di <em>streak shooter</em> che sia esistito, ad oggi uno dei pochi ad aver segnato almeno 30 punti in un quarto (l’ultimo, contro i Cavs nel 1991). Determinante nella corsa Playoffs della stagione &#8217;93-&#8217;94, quando con i suoi&nbsp; 31 punti nel secondo tempo a Phoenix, sotto 0-2, suonò la carica per la rimonta nella serie, che i Rockets riuscirono a vincere in sette gare. &nbsp;</p>



<p>Era l’uomo che, Olajuwon a parte, volevi avesse la palla con la partita on the line. Celebre clutch&nbsp;shooter dalla linea dei tre punti (bastino le cinque triple in Gara 5 contro i Jazz nelle WCF 1994), nei quattro anni di college a <strong>University of Florida</strong> ha accumulato statistiche per le quali sarebbe ancora il miglior realizzatore all time (con grande distacco)… se non fosse che i <strong>Gators </strong>hanno eliminato dalle statistiche e dai record book le ultime sue due stagioni, per aver preso soldi in nero da allenatori e per altri reati minori.</p>



<p>Ecco, Mad Max era così. Quanto diventasse calda la mano, altrettanto lo era la testa e saltavano gli argini. Questa storia vincente, però, non sarebbe successa se una sera in cui quegli argini saltarono le cose fossero andate diversamente.</p>



<p>Si giocava a Seattle, e come ha recentemente raccontato Vernon a Gilbert Arenas nel suo podcast “no Chill”, gli animi erano abbastanza caldi. Akeem non aveva ancora aggiunto l’H al suo nome, ovvero la conversione all’Islam non era ancora completata, e anche lui era nella categoria “facilmente infiammabile”. Mad Max non era contento delle poche occasioni in cui aveva avuto la palla tra le mani nel primo tempo, e nel corridoio verso la locker room i due camminavano vicini; Vernon era a mano fredda ma testa calda, e sputò a terra in disprezzo della partita giocata finora dai compagni, insultandoli per non coinvolgerlo come <em>“sarebbe stato giusto”.</em></p>



<p>Arrivati nella locker room, Mad Max si siede continuando ad insultare tutti. Akeem non la prende affatto bene, ben lontano dai precetti dell’islam che lo resero l’acqua quieta che erodeva le rocce, &nbsp;più avanti nella sua carriera. Palmo e dita di Olajuwon si stampano sul muso di Mad Max. Argini superati.</p>



<p>Maxwell, ribaltato dalla sedia, comincia ad inveire contro Olajuwon (vi risparmio le ovvie maleparole riportate). La sedia diventa strumento di vendetta e finisce per essere lanciata contro Akeem. Poi, Mad Max rompe un bicchiere e ne brandisce i resti per aggredireil compagno di squadra. Nel frattempo, assistenti e giocatori sono usciti dallo spogliatoio, e ad entrare è la polizia ad armi spianate.</p>



<p>Dopo quell&#8217;episodio, Akeem divenne Hakeem, e diventò un “bravo” compagno di squadra. Vernon, invece, dimostrerà in più occasioni di non essere mai cambiato.</p>



<p>Dopo il primo anello, i Rockets decidono di riportare a casa la leggenda di Houston College,<strong> Clyde Drexler</strong>, che divenne ovviamente la guardia titolare. Mad Max, per questo, pensò bene di abbandonare la squadra nel mezzo dei Playoffs 1995, in aperta polemica con la squadra.</p>



<p>Mad Max, però, rimane un giocatore indimenticabile per i tifosi di Houston. Perché se la chiamano &#8220;Clutch City&#8221;, il merito è anche suo.</p>



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