Tutto ciò che ci capita – e che facciamo – fa parte di un enorme disegno, forse previsto da Dio o forse no. Di un processo. E questa è la storia di “The Process”: Joel Embiid.

Quando si inizia una serie sui giocatori che hanno portato l’Africa nella Lega è inevitabile dover raccontare una storia in particolare. E il protagonista di questo racconto è stato in lizza per la corsa al titolo di Most Valuable Player della Regular Season 2020/21.

Parliamo di “The Process”: Joel Embiid.

Una famiglia del tutto normale

“Lo giuro su Dio, la mia vita è un film. È proprio un film” – Joel Embiid

Joel nasce il 16 Marzo 1994 a Yaounde, capitale del Cameroon, da Thomas e Christine Embiid. Quando si pensa ad un bambino nato in Africa, forse per una mentalità europea e americana molto ancorata al bisogno colonialista, si immaginano i più gravi scenari di insofferenza e miseria: guerre civili – come nel caso di Luol Deng – disagi legati a malattie e fame, famiglie perseguitate per religione o etnia.

Nel caso del piccolo Joel, invece, non è assolutamente così. Il padre è un ufficiale militare; questo consente alla sua famiglia di vivere una vita, se non nel lusso, almeno più che dignitosa. Inoltre, grazie all’incrollabile fede della mamma Christine, trasmessa poi ai figli, la famiglia Embiid si colloca nell’assoluta maggioranza dei cristiani, che nel paese centro-africano rappresenta la religione più diffusa in assoluto. Insomma, una vita pacifica, al di là delle aspettative.

“E no, questo non vuole dire che fossimo così poveri da non avere una TV. Ce l’avevamo. Vivevamo una vita normalissima. Gli americani hanno una strana idea sull’Africa, un pò come se fosse un’unica grande nazione”

Joel, però, non vede mai l’NBA in televisione. Non sa nemmeno cosa sia, non ne sente mai parlare in casa, né tantomeno fuori. Questo non tanto per limiti economici, ma per espressa volontà della madre. La priorità è la scuola. Tutti i giorni, Joel si sveglia, fa colazione, segue le lezioni dalle sette di mattina alla cinque di pomeriggio, corre a casa, piccolo riposino, cena e conclude la giornata studiando e facendo i compiti fino a mezzanotte; e così, sempre. Sembra la routine di uno studente-atleta di un qualsiasi college americano. Tutto questo lavorare, studiare, mangiare programmato ha, purtroppo, un effetto negativo sulla sua infanzia.

“Non avevo alcun amico perchè tutto quello che facevo era dormire e fare compiti”

Sa, però, che tutto questo viene fatto per il suo bene, anche se si riscatterà molto presto.

Il piccolo Joel vive in un periodo d’oro per lo sport camerunense. Infatti, nel 2002, quando lui ha solo otto anni, la nazionale di calcio camerunense è la più prestante di tutto il continente africano, forte delle sue due vittorie, rispettivamente nel 2000 e nel 2002, della Coppa d’Africa e della qualificazione al Mondiale in Sud Corea e Giappone. In quella selezione milita una Scarpa d’Oro e candidato al Pallone d’Oro, parliamo di Samuel Eto’o.


FONTE: Nba.com

Anche Joel vuole diventare come lui, vuole giocare a calcio, ma i suoi genitori non sentono ragione: la scuola è più importante di tutto.

Gli anni passano e Joel diventa più grande. Ormai è stanco stanco di quel tremendo obbligo al non divertirsi ed il suo carattere ribelle viene fuori.

Quando finisce le lezioni alle cinque del pomeriggio, può sfruttare una finestra di un’ora circa per giocare con i suoi compagni di scuola a calcio nel vicino campo, adiacente al complesso scolastico e non troppo lontano da casa sua. Torna a casa di corsa al suono della campanella, dispone sul tavolo libri, matite, quaderni; insomma, tutto quello che poteva far sembrare stesse studiando. Torna indietro al campo e gioca con i suoi amici.

L’aspetto formidabile è che quel campo da calcio è costeggiato da una strada, quella stessa strada che sua mamma percorre tutti i giorni per tornare a casa. Appena lui o i suoi compagni scorgono la macchina della madre in lontananza, Joel, incitato dalle urla amiche, corre a più non posso verso casa, tagliando per un scorciatoia. Di tutta fretta si siede sul tavolo dove aveva preparato anche un bel bicchiere pieno di acqua o succo: “Ciao mamma! Hai visto che bravo che è tuo figlio?” Così, tutti i giorni.

“Ero talmente bravo che riuscivo a distinguere esattamente il suono che faceva la macchina di mia madre sulla strada. Se mi trovavo dalla parte sbagliata del campo, chiunque stesse giocando portiere e avesse visto la sua macchina mi urlava, “Joel! Joellllllllllll! Tua mamma sta arrivando! Corri!””

“My life is a movie. I swear”

La prima partita di NBA che vede in vita sua non è una a caso. Siamo nel 2009, NBA Finals. Si affrontano i primi ad Ovest e i terzi ad Est, Lakers contro Magic, le “Disney Series”. Il campo è pieno di stelle: Dwight, Pau, Odom, Kobe. Il Titolo non ha contendenti seri: finisce con uno schiacciante 4-1 per i losangelini. In tutta la sua vita Joel non ha mai visto niente di comparabile. Il calcio era qualcosa di molto lontano da quello spettacolo di tecnica, cattiveria agonistica e atletismo. In quei giorni decide di voler fare quello nella vita, di voler giocare allo sport di Kobe.

Inizia a tartassare i suoi genitori, ma non trova l’effetto sperato. Il diniego impera sovrano.

“Mio papà mi diceva: “Nessuno in Camerun gioca a pallacanstro. Puoi benissimo giocare a pallavolo”

Da qui inizia il suo film. Proprio mentre viene a contatto con l’NBA per la prima volta, Joel, grazie all’avvento di internet inizia a conoscere la cultura hip-hop americana. Non capisce una sola parola delle canzoni che ascolta, ma gli piace, da morire. Lo attirano tantissimo gli Stati Uniti e l’amore che il mondo hip-hop prova per il basket, soprattutto se si tratta dell’affetto per quel Kobe Bryant che ha visto in quelle assurde Finals.

“Quella erano i miei riferimenti nella cultura americana: Bow Wow, Kanye e Kobe. Ogni tanto andavo a giocare nel campetto vicino casa con altri ragazzi e ogni volta che facevo un tiro urlavo: “KOBEEEE!!”

La sua carriera, però, non inizia per qualche illuminazione particolare di uno Scout NBA giunto in Cameroon che lo ha visto giocare in un campetto e ha notato il suo immenso talento. No. Va bene un film, ma non un fantasy.

Quando ha sedici anni, un altro giocatore camerunense (meno male che nessuno in Cameroon gioca a basket), Luc Mbah a Moute, lo invita al suo camp. Non tanto perché fosse talentuoso, ma piuttosto perché è alto quasi un metro e novanta. Non ha mai giocato a pallacanestro in vita sua.

Arriva il primo giorno di camp. Joel è nervoso. Che figura farà davanti a tutti gli altri, lui che non sapeva nemmeno come era fatto un pallone da basket?

Il primo giorno non si presenta nemmeno al campo. Il secondo, forse sospinto dalle richieste dell’organizzatore del camp, si presenta. Tutti voglio vedere quello che sa fare il “big man” col pallone in mano. Non ci capisce molto, non sa bene come muoversi. Tutto d’un tratto si ritrova con la palla in mano. “E ora cosa c***o combino?” Fa la cosa più semplice e naturale possibile: posterizza il primo ragazzino che gli capita sotto tiro…

“Diretto, prima partita. E non una schiacciata normale, ma una schiacciata in testa a qualcuno. Ho pensato tipo: ‘OH S**T’ ”

Non sapeva fare nient’altro, ben intesi, ma quella schiacciata rimane negli occhi di tutti, compresi quelli di Luc. Proprio quel poster gli vale una convocazione a sorpresa al Basketball Without Borders camp in Sud Africa, una specie di tappa obbligatoria per i tanti giocatori africani che un giorno sognano di arrivare in NBA; perché la popolazione media di scout della Lega sul continente, in quel preciso periodo di tempo, aumenta esponenzialmente. Nonostante tutto, Joel, un marcantonio di quasi due metri che non conosce nulla del basket a parte quelle bellissime Finals del 2009, riesce ad essere notato.

Appena un anno dopo approda negli U.S., in Kansas.

Moving to Kansas

Non è facile andarsene da casa, come per tutti, ma la prima esperienza di Joel negli U.S. e nel mondo cestistico non è delle migliori. Al suo primo allenamento Tarik Black (ex NBA, ora in forza allo Zenit) lo posterizza brutalmente, come per lanciargli un segnale forte e chiaro: “Qui sei solo l’ultimo arrivato”. Magari fosse la parte più brutta dell’accaduto. Con una schiacciata in testa ci si convive. Qualche incubo alla notte, ma prima o poi passa. Quel giorno, però, forse per ammirare la novità camerunense, in palestra c’è anche tutto il corpo delle cheerleader che assiste all’allenamento…tutti quanti ridono di lui.


FONTE: Nba.com

Il giorno dopo è pronto già a smettere e va nell’ufficio di Bill Self, allenatore dei Kansas Jayhawks (un signore che ha un record in diciotto anni di 501-109), e gli dice che vuole smettere: la palla a spicchi non fa per lui.

“Cosa? Sei serio? Nel giro di due anni sarai la prima scelta assoluta al Draft” – Bill Self

Ma si sa che tutti gli allenatori di college mentono…

Joel pensa solo ad una cosa: uscire con una laurea da quel posto per far contenta almeno la mamma. Se per questo deve continuare a giocare a basket, lo farà.

Il suo allenatore camerunense gli invia, insieme alle raccomandazioni di sua mamma, un DVD. Il filmato che contiene è lungo appena un’ora: un’ora intera di Hakeem Olajuwon che esegue i suoi famosi movimenti spalle a canestro.

“Probabilmente ho visto quel DVD ogni giorno per tre anni. Volevo studiare nel minimo dettaglio come Olajuwon si muovesse e provare ad imitarlo sul campo” – Joel Embiid

Se doveva provarci, almeno doveva farlo bene, così gli era stato insegnato.

Il potere della mente è immenso. Joel si convince sempre di più di voler assomigliare a Olajuwon. Ci crede così tanto che finisce per imitare alla perfezione i suoi movimenti, e non solo: diventa sempre di più un giocatore dominante. I movimenti vicino al ferro sono impressionanti, ma gli manca ancora qualcosa: non è in grado di tirare come si deve.

Ovviamente, un po’ come col video speditogli dal Cameroon, Joel nella sua stanza cerca su YouTube dei video per capire come affinare la sua tecnica di tiro. Non riesce a trovare un video che lo soddisfi. Continua a cambiare la frase che inserisce nella barra di ricerca: “HOW TO SHOOT 3 POINTERS”, no; “HOW TO SHOOT GOOD FORM”, no.

Ad un certo punto arriva a toccare una dimensione al limite del comico digitando “WHITE PEOPLE SHOOTING 3 POINTERS”.

“Lo so benissimo che è un classico stereotipo, ma avete mai visto un normalissimo trentenne bianco che tira da tre? Il gomito è piegato, le gambe sono piegate, il movimento è fluido. Sempre perfetto.”

A questo punto gli serve solo qualcuno con cui allenarsi.

C’è un suo compagno di squadra, un tiratore formidabile, uno da undici triple in un partita: Michael Frazier II (oggi in G-League ai Delaware Blue Coats). Alla fine di ogni allenamento lui e Michael si fermano a fare gare di tiro.

“Così, dopo allenamento, facevo queste garette da tre punti con lui e ovviamente mi stracciava sistematicamente. Ma io ero competivo come lo sono oggi. Dovevo batterlo. Dovevo trovare il modo.”

Si mette a guardare decine e decine di video sul tiro, alcuni centinaia di volte, osservando al dettaglio ogni singolo movimento di ogni tiratore che gli capiti sott’occhio.

“Io e Michael giocavamo per ore dopo allenamento e, imitandone i movimenti di tiro, stavo diventando via via sempre più competitivo”

Ormai sono tre anni che è lontano da casa. Non vede nessuno della sua famiglia da allora, solo qualche chiamata sporadica e qualche lettera. Gli manca davvero casa, ma il suo obiettivo è un altro e ci sta finalmente riuscendo.

Qualcosa di brutto deve sempre capitare, quando qualcuno sta per realizzare un suo sogno, sta per raggiungere un importante traguardo; la vita è così, e anche a Joel capita qualcosa che farà tremare le profonde radici di quel suo impegno, di quella sua missione…

Sometimes “The Process” (apparently) doesn’t work

Il primo giorno del camp di Mbah a Moute, come ricordate, non si è presentato agli allenamenti. Non poteva andarci, alla luce di un fallimento pressochè certo ai suoi occhi.

In quei momenti di sconforto ognuno di noi ha una persona speciale a cui rivolgersi, una persona che sappia prendersi cura della nostra anima e che ci faccia rinsavire e affrontare paure talvolta presenti solo nella nostra testa.

Quella persona per Joel è suo fratello Arthur. Quando decide di non andare al camp, si rifugia proprio da lui. Torna di corsa a casa e, sfruttando l’assenza della madre lontana in vacanza, lui e suo fratello giocano tutto il giorno alla play: quasi un dono poterlo fare in alternativa ai compiti. Tornei su tornei, partite su partite: la migliore giornata di sempre. Quel giorno si divertono da pazzi.

“Probabilmente ricorderò quel pomeriggio più limpidamente di tanti fantastici momenti della mia carriera cestistica.”


FONTE: inquirer.com

Il tempo condiviso con Arthur lo aiuta a rinfrancarsi e a riprendere le redini del suo percorso, consapevole dei propri mezzi. Joel fa ritorno al camp.


Siamo ormai nel 2014, tempo di Draft. Ci sono grandi speranze per il lungo africano. Ha mostrato doti cestistiche assolutamente uniche nel corso della sua esperienza a Kansas, anche se forse non è ancora pronto fisicamente per sostenere l’NBA. La chiamata arriva, ed è alta: terza scelta assoluta dei Philadelpha 76ers, dietro solo ad Andrew Wiggins e Jabari Parker.

Purtroppo per Joel la stagione non può partire. Deve sottoporsi ad un intervento al piede e il suo esordio nella Lega dovrà obbligatoriamente attendere. Ancora una volta chi lo rincuora è il fratello. Tentano di incontrarsi negli U.S., ma per motivi sanitari l’uno è costretto nella costa Ovest, l’altro in quella Est. Parlano molto di quando potranno finalmente vivere insieme l’esperienza di una partita NBA, ovviamente Joel in campo e Arthur sugli spalti a fare il tifo.

La vita sa essere bastarda: spesso sembra non poter lasciare che un sogno si compia nel suo candore senza sporcarlo in qualche modo, e questa volta lo sporca di sangue.

Sono diversi mesi che i due fratelli non si vedono, esattamente quattro. Arriva una chiamata. Joel pensa al solito ragguaglio quotidiano, ma la voce che sente al telefono è rotta dal pianto. “Ehi…tuo fratello non c’è più”. Come non c’è più? Non può essere… Cosa vuol dire “non c’è più?” Le emozioni che prova sono troppo forti per sembrargli vere.

Suo fratello è morto. Un incidente d’auto. Tornando a casa da scuola un camion lo ha investito in pieno.

Joel perde tutta l’energia, non ha più il suo punto di riferimento. Poco tempo prima erano due bambini vivaci che giocavano a FIFA, mentre ora uno è “volato in cielo”, l’altro combatte col dolore sulla Terra.

Torna a casa per i funerali. Tutta la famiglia non riesce a credere a quell’immane tragedia. Purtroppo deve tornare a Philly immediatamente, deve continuare la riabilitazione.

Non ce la fa. Il dolore sembra prevalere su tutto, anche sul sogno di giocare un giorno contro quel Kobe che tanto adorava. L’unica cosa che vuole è tornare a casa e smetterla col basket. Nemmeno il conforto della fede riesce a lenire il suo dolore.

Ma come può ora buttare via tutto?

Ogni giorno per due anni si sveglia con l’estrema convinzione di tornare in salute, sia fisicamente che psicologicamente. Un passo alla volta, senza forzare. Deve ricordarsi che anche suo fratello avrebbe voluto vederlo un giorno sul campo. Due anni che hanno reso Joel mentalmente duro, motivato.

“Quando affronti il dolore, non ci sono scorciatoie. Non puoi girarci intorno. Devi solo attraversarli ed affrontarli. Non importa quanto ci metti, non importa quanto faccia schifo. “

Finalmente quel giorno arriva. E’ il 26 ottobre 2016. A Phila, contro gli Oklahoma City Thunder.

Pensa assurdamente che tutto il pubblico di Philadelphia lo avrebbe riempito di “boo” e di insulti; invece, quando finalmente fa il suo ingresso in campo, i tifosi della “città dell’amore” lo accolgono a braccia aperte, quasi stessero aspettando il ritorno del figliol prodigo. Non se lo sarebbe mai aspettato, tutto quell’amore. Ed è convinto che tra quel pubblico caloroso ci sia anche suo fratello, lì, a guardare il fratellone fare il suo ingresso nell’olimpo del basket.

Segna 20 punti con 7 rimbalzi e 2 stoppate in appena 25 minuti, partendo come starter: lo staff dei 76ers ha concordato con lui un inserimento graduale per evitare di sollecitarlo troppo al rientro dall’infortunio.

Tutto il resto, come si suol dire, è storia. In parte compiuta, proponendosi come membro indiscusso dell’elite dei centri, oltre che della Lega in generale; molta, moltissima ancora da scrivere.

A questo punto possiamo dire che “The Process” works in any case.

Perciò Trust The Process.

“It’s a movie, I swear.”