Tra colpi di scena, delusioni e rinascite, la storia di Jimmer Fredette, uno degli idoli indiscussi della March Madness.


Nel 1971 John Lennon scrive uno dei propri primi capolavori da solista pubblicando “Working Class Hero”, pezzo di fortissima denuncia sociale in un mondo dilaniato dalla lotta di classe.


Il cantante vuole descrivere all’interno del brano le restrizioni e i drammi quotidiani della classe piccolo borghese ed operaia del suo tempo – e forse di ogni tempo: strozzata in un mondo che la deumanizza, apprezzata solo se debitamente servile e scaricata non appena i propri servigi non sono richiesti.

Lennon vuole mostrare l’ipocrisia delle classi dominanti e delle promesse di scalabilità sociale, volte semplicemente ad anestetizzare gli ultimi con il fine di evitare pericolosi rovesciamenti sociali.

In questo senso, la storia di James Taft “Jimmer” Fredette è un esempio perfetto della vacuità del concetto di working class hero, e di come l’opinione pubblica tenda ad elevare personaggi venuti “dal basso” per esaltare una classe media chiusa nella propria monotona quotidianità, scaricando in seguito questi eroi popolari alla prima svolta negativa, a causa proprio di quella “assenza di tempo” denunciata dal cantautore di Liverpool. Una storia malinconica, positiva ma nostalgica, che cercheremo di raccontare anche attraverso le parole di questo pezzo indimenticabile.

Infanzia: “As soon as you’re born, they make you feel small // By giving you no time instead of it all.

Jimmer Fredette nasce a Glen Falls, nello stato di New York, da Al e Kay. Proprio la mamma – che voleva che il figlio fosse sempre in grado di distinguersi  – deciderà di affibbiargli il soprannome con cui è noto nell’ambiente cestistico, un tratto di unicità che lo caratterizzerà per tutta la vita.

La cittadina dove cresce insieme ai due fratelli maggiori non sembra condividere questo piccolo tratto distintivo; Glen Falls, infatti, è un caso emblematico di città “dal colletto blu”.

Piccolo centro di 14.000 abitanti in cui tutti si conoscono, si trova al centro della zona più industrializzata d’America, motivo per cui la maggior parte dei suoi abitanti trova impiego nelle grandi fabbriche del New England. Un luogo come tanti in quella zona d’America etnicamente e storicamente così “europea”.

Il piccolo di casa Fredette, tuttavia, viene fin da subito ispirato dalla tenacia e dallo spirito di sacrificio che caratterizzano i luoghi della sua infanzia. Jimmer si appassiona da subito allo sport, vivendolo con una costanza ed una competitività insolite per un bambino così giovane, come ricorderà il fratello TJ qualche anno dopo.

“Era il bambino di quattro anni più competitivo che avessi mai visto, trovava sempre un modo per vincere, anche quando fisicamente era inferiore. Ho iniziato a dire a tutti  che sarebbe andato in NBA da quando aveva dieci anni.”

– TJ Fredette

Proprio gli allenamenti del giardino di casa con TJ – sette anni più vecchio – rappresentano il primo stimolo al miglioramento per James, che già a 5 anni segna il primo canestro da tre punti della sua vita, segno che oltre alla determinazione e alla capacità di adattamento gli Dei del Basket lo hanno dotato di una precisione ed un’intuitività non comuni.

Nei giorni in cui il maggiore di casa Fredette non può aiutarlo, poi, è solito recarsi alla locale YMCA – la rete di centri ecumenici dove i bambini più piccoli possono fare sport – per giocare dei feroci 1vs1 con un ragazzo del paese. Dopo mesi di difficoltà, l’inaspettata vittoria, celebrata per tutto il ritorno a casa e stroncata con forza da papà Al, crudo nel dare al figlio una lezione di vita e di sport che Jimmer ricorderà per tutta la vita.

“ ‘Ehi papà, finalmente l’ho battuto.’

‘Bene, domani torna e battilo di nuovo. Poi trova qualcun altro da battere.’ “

Col passare degli anni, tuttavia, è nuovamente TJ a prendere in mano l’educazione cestistica del fratello, convinto com’è che la pallacanestro possa essere l’unica via d’uscita dal grigiore di Glen Falls. Il fratello maggiore inizia così a preparare per Jimmer allenamenti sempre più duri, tra cui spicca una partita contro i detenuti del Mount MacGregor Correctional Facility Center – dove evidentemente c’erano fin troppi contatti – nell’ultimo anno di liceo.

Gli anni delle superiori – partite contro galeotti a parte – sono certamente quelli dell’esplosione del piccolo di casa, tanto da permettere a TJ di girovagare per il quartiere raccontando a tutti di quel fratellino futura stella NBA.

Jimmer, infatti, viene eletto due volte come membro del primo quintetto dello stato, guidando gli Indians fino allo State Championship Game del 2007, perso contro Peekskill High School. Al di là dei riconoscimenti di squadra, però, la vittoria più importante per il giovane newyorchese non può che essere legata alle sue prestazioni al tiro. Fredette chiude il proprio quadriennio liceale con dodici prestazioni da oltre ai 40 punti, partite fondamentali per permettergli di scalare le classifiche dei marcatori nella storia dei licei dello stato, fino a diventare – con lo straordinario numero di 2404 – il leader all-time per la sezione A, l’area geografica in cui giocano gli Indians.

Nonostante gli indubbi risultati, che gli valgono un posto nella classifica dei migliori settantacinque prospetti liceali stilata da ESPN, le offerte universitarie scarseggiano. Il figlio di Kay viene ritenuto dagli scout troppo gracile e troppo basso per poter difendere in un college di Division I, mentre la sua abilità dall’arco è da molti ritenuta strettamente legata alla distanza ridotta (6.25 metri) e alle difese meno aggressive. Nessuno, perciò, è pronto a spendersi in maniera inequivocabile per il ragazzo.

Tra le poche scuole interessate – in tutto saranno dodici – c’è però una delle preferite di James a prescindere dal programma cestistico: Brigham Young University, ateneo dello Utah già frequentato dalla sorella Lindsay e scuola “di bandiera” della Chiesa dei Santi dell’Ultimo Giorno – quelli che comunemente vengono definiti mormoni -; una fede a cui la famiglia Fredette è molto vicina e che convince il giovane di casa ad allontanarsi per la prima volta da New York. La JimmerMania, quindi, inizierà a Provo.

BYU: “And you think you’re so clever and classless and free // But you’re still fucking peasants as far as I can see.”

L’inizio dell’avventura universitaria di Fredette non sembra assolutamente rispecchiare gli entusiasmi con cui la guarda newyorchese era stato accolto in un campus poco sportivo e decisamente football-centrico come quello di BYU. L’ambientamento, infatti, procede da subito a rilento, mentre quel fisico che al liceo sembrava semplicemente immaturo si dimostra più “morbido” del previsto, con conseguenti sfuriate dello staff fisico dei Cougars ai danni del malcapitato Jimmer.

“Jimmer è arrivato da noi con una reputazione di prim’ordine. Da delle premesse del genere derivano anche delle aspettative, sia da parte dell’ambiente che da parte del giocatore stesso. Nel caso di Jimmer, è arrivato da freshman in una squadra ricca di veterani prima di lui; giocatori dal talento inferiore, ma con maggiore esperienza e comprensione del sistema. Lui – nonostante la frustrazione – ha accettato il suo ruolo e ha lavorato.”

– Tim Lacomb, asst. head coach BYU

Fredette, quindi, vive un primo anno di apprendistato – all’ombra di guardie esperte come Lee Cummard e Sam Burgess – in cui gioca solamente 18 minuti a serata in 35 apparizioni, segnando una media di sette punti a partita. Spesso, nonostante un grande lavoro difensivo e di creazione per i compagni, si ritrova al termine della partita senza nemmeno un canestro segnato e con meno di dieci minuti sul parquet. Una situazione accettata. Come ricordato anche da LaComb, ma sicuramente non ideale.

Proprio per evitare un secondo anno da benchwarmer, Fredette, che ha mostrato al termine della propria freshman season qualche sprazzo del giocatore che verrà, decide di affrontare la questione di petto e parlare a coach Dave Rose pochi giorni prima dell’inizio dell’annata 2008/09. La guardia newyorchese pone di fronte al burbero allenatore texano un aut aut che ha il deciso retrogusto di una sliding door: concedergli più minuti in campo oppure firmare il nulla osta per consentire a James di trasferirsi in un college in grado di dargli delle maggiori garanzie. Un cambio di rotta per niente in frequente dalle parti di BYU.

“Spesso abbiamo avuto giocatori che hanno deciso di trasferirsi dopo nemmeno sei mesi, ritrovandosi talvolta in una situazione peggiore rispetto a quella precedente. È come quando rimani bloccato nel traffico e prendi una scorciatoia che si rivela una strada chiusa. A volte bisogna rimanere nel tracciato prestabilito e lavorare per essere nella posizione di far succedere delle cose positive.”

– Tim Lacomb

Fredette decide quindi di non abbandonare la via maestra, e trova nella sua seconda stagione la titolarità, chiudendo l’anno con 32 partenze in quintetto su 33 sfide e 16.2 punti ad allacciata di scarpe. Una svolta decisiva, certificata anche dalla nomina – alla fine dell’anno – all’interno del primo quintetto della Mountain West Conference, un riconoscimento che non veniva assegnato ad un Cougar dal 1990. Il meglio, tuttavia, doveva ancora venire.

FOTO: FanBuzz

Nell’annata successiva, 2009/10 rientra infatti a pieno regime da una missione religiosa in Messico Jackson Emery, promettente guardia arrivata ai Cougars qualche anno prima. Emery, che nell’annata precedente aveva dovuto riabituarsi a sistema e compagni, diventa il partner di backcourt perfetto per Jimmer, aprendo il campo, esaltando la propria dimensione off-ball e tenendo in riga – anche grazie alla propria esperienza missionaria, vista con favore in un gruppo così religioso – gli altri giocatori. Capacità in grado di togliere responsabilità a Fredette, permettendo al nativo di Glen Falls di esplodere e diventare il fenomeno che tutti conosciamo.

“ Jackson was my guy. Era l’anima della squadra, urlava a tutti se sbagliavano, rimetteva gli altri al proprio posto. Non lo dovevo fare io, e questo mi andava bene, perché ero impegnato a prendermi un sacco di tiri. Ha funzionato tutto alla perfezione.”

JimmerMania: “There’s room at the top they are telling you still. // But first you must learn how to smile as you kill.”

La stagione 2009/10, come detto in precedenza, è la prima a dare al pubblico di Provo delle avvisaglie di quanto sta per succedere: Fredette chiude la stagione con 22.1 punti di media e uno straordinario 44% da tre punti, regalando alcune prestazioni che lasciano sbalorditi analisti di tutto il Paese, come la partita da 49 unti fatta registrare contro Arizona il 28 dicembre o quella da 45 e 8 triple contro TCU nel torneo di Conference di marzo.

Anche dal punto di vista del collettivo, la stagione può definirsi un successo: BYU chiude l’anno con un record di 30 vittorie e 6 sconfitte e si appresta a giocare il primo torneo NCAA della gestione di Dave Rose. Il coach texano – che in offseason ha iniziato le cure per un tumore al pancreas – è convinto che, tramite la difesa e le ottime percentuali mostrate ai liberi, la propria squadra possa ritrovare una vittoria al Torneo che manca dal 1993. L’impresa, tuttavia, non sarà facile: gli avversari sono i Florida Cougars di coach Billy Donovan, testa di serie numero 10 della sezione.

Il match è un clinic della pallacanestro di Jimmer: 37 punti, 3 assist, 55% dal campo, vittoria per 99-92. Fredette domina la partita dal primo all’ultimo minuto, mostrando anche una gestione emozionale da veterano e riuscendo, alla fine, a pareggiare il record di Danny Ainge per maggior numero di punti segnati da un Cougar in una partita della March Madness. Una risposta al lungo dibattito che era nato dopo le parole, forse fin troppo al miele, pronunciate dall’allenatore avversario alla vigilia della partita.

“Per quanto io possa rispettare John Wall e Downey, grandi playmaker, non penso siano in grado di farne 50, né di andare in lunetta 24 volte. Fredette è una delle maggiori sorprese del basket collegiale e da coach e da tifoso è stato bellissimo guardarlo.”

– Billy Donovan

La partita successiva, contro la quotatissima Kansas State, riporta tuttavia il gruppo di coach Rose alla realtà. La sonora sconfitta per 84-72 – con 21 di James – mostra tutta l’immaturità dei Cougars, rimandando ogni possibile discorso all’annata successiva. L’offseason del 2010, tuttavia, è ben diversa da quanto ci si potrebbe aspettare, visti i risultati successivi.

Fredette non è per niente sicuro di voler terminare il proprio percorso a BYU, e sembra attirato dalla possibilità di giocarsi – al pari di quel John Wall a cui viene continuamente paragonato – le proprie carte in NBA. Tuttavia, i primi mock Draft, che lo vedono come scelta alla fine del primo giro, lo scoraggiano, convincendolo a rimanere ancora un anno alla corte di Dave Rose, che nel frattempo gli sta costruendo un sistema su misura.

“Un sabato, quando mancavano un paio di giorni alla deadline per rendersi eleggibile, è venuto nel mio ufficio e mi ha detto che avrebbe giocato per noi anche l’anno successivo. Mi ha parlato dei suoi obiettivi, del suo processo di crescita e di come potessi aiutarlo. Alla fine la situazione fu opposta: lui ha aiutato me, io non tanto.”

– Dave Rose

Il Jimmer che si presenta alle porte della stagione 2010/11, infatti, è un giocatore ormai nel pieno del proprio processo di maturazione, pronto a sfruttare la sua personalissima Last Dance universitaria per “metter su uno show che alzerà le mie quotazioni al Draft.”

Un intento che viene espletato fin da subito, con 77 punti quasi equamente distribuiti nelle prime tre partite, di cui due da cinque triple segnate.

Ma i numeri non sono abbastanza per spiegare il vero e proprio fenomeno che scoppia dalle parti di Provo: Fredette, con i propri allenamenti e clinic in partita dall’arco, diventa una delle sensation del neonato Twitter. Alle sue partite – anche di regular season – si presentano con cadenza regolare celebrità del calibro di Kevin Durant e Nelly, rapper fortemente legato al mondo cestistico.

Al di là del gameday, poi, la vita del playmaker neyorchese viene completamente sconvolta nel quotidiano: Jimmer deve prenotare ristoranti e locali sotto falso nome per evitare orde di fan scatenati, e viene costretto dal campus ad un’antesignana della Didattica a Distanza di pandemica memoria per evitare che i compagni siano eccessivamente distratti dalla sua presenza.

Nonostante la fama e i successi in campo – su tutti i 47 punti segnati a fine regular season contro Utah e i 42 di qualche mese prima contro San Diego State e Kawhi Leonard, vero inizio dell’ossessione collettiva – Fredette non ricava un centesimo da quella che già tutti chiamano JimmerMania. Il regolamento NCAA, infatti, non prevede ancora la possibilità per gli atleti di sfruttare i propri diritti di immagine, unicamente asserviti ai voleri delle università. Una perfetta esemplificazione dell’animale da circo che è il working class hero lennoniano, utile a far divertire e guadagnare gli altri, lasciato solo nella sua annosa volontà di riscatto sociale.

“Mi sembra giusto che oggi possano guadagnare. Tutti guadagnavano dal proprio lavoro tranne gli atleti collegiali. È ottimo che le regole siano cambiate, per le comunità e per i ragazzi. [..] Non tutti saranno in grado di guadagnare molto dalla propria carriera professionistica, perciò e fantastico che possano lucrare anche all’università.”

– Jimmer Fredette

L’apice del Fredette-Show, tuttavia, arriva con l’inizio della postseason. Nella partita contro New Mexico – ancora all’interno del Torneo regionale – Jimmer esplode con 52 punti, facendo segnare un record per quanto riguarda i Cougars e superando al contempo il solito Danny Ainge come miglior realizzatore della storia dell’Università.

Dopo la partita – come ormai da mesi – il numero 32 si dedica per diversi minuti alla firma di autografi e dediche che ritardano il pullman di BYU, risponde alle domande di diversi giornalisti e trova ad aspettarlo al campus la security, che ha dovuto studiare nelle settimane precedenti un itinerario particolare per permettere a James di raggiungere in sicurezza la propria macchina senza essere assalito. Non esattamente il vostro playmaker di piccolo college mormone abituale.

Il torneo NCAA, come sempre vissuto quasi in “bolla” dai giocatori, non presenta particolari isterismi nei confronti di Fredette, stella annunciata e sicuro vincitore di Miglior Giocatore universitario dell’Anno. Jimmer – nelle tre partite disputate da BYU, che verrà sconfitta nelle Sweet Sixteen dalla “solita” Florida – fa segnare sempre almeno trenta punti, dominando spesso la contesa con tiri da fuori. Un Torneo sobrio ed autorevole, lontano dagli eccessi della stagione regolare, che fa alzare il sopracciglio a più di uno scout.

NBA: “When you can’t really function, you are so full of fear.”

Parimenti a quanto accaduto in seguito agli anni liceali, non sono molti gli scout che – nonostante gli indubbi risultati – abbiano un particolare interesse a scegliere Jimmer Fredette al Draft 2011. Il suo fisico non particolarmente strutturato in centimetri e muscoli spaventa ancora molti all’interno dei front office NBA, mentre i suoi numeri vertiginosi vengono spiegati unicamente tramite il sistema di Rose, fantastico nel creare una pallacanestro hardeniana ante litteram e a lasciare al proprio playmaker la libertà di creare, e al talento dei compagni, che non permetteva alle difese di giocare un raddoppio sistematico.

Nonostante queste diffidenze, James arriva alla sede del Draft – con qualche difficoltà, visto che nonostante le insistenze di papà Al aveva deciso di non dotarsi di un bodyguard, finendo per subire un assalto dei fan all’aeroporto – con la certezza di una scelta almeno al primo giro.

A selezionarlo saranno, con la decima chiamata assoluta, i Sacramento Kings, desiderosi di aggiungere a roster un giocatore in grado di portare sia il tiro da fuori che la mediaticità da sempre assenti nella capitale californiana. Nel proprio periodo bianco-viola, tuttavia, Jimmer fatica incredibilmente a trovare il ritmo, anche a causa di alcune scelte decisamente Kings-style.

Innanzitutto, prima di scegliere il prodotto di BYU, il front office di Sacramento non ha pensato bene di fare un sondaggio interno allo spogliatoio per capire gli umori della squadra. I Kings sono una squadra sostanzialmente priva di grandi veterani e formata perlopiù da giovani dimenticati dal pubblico e dalla critica mainstream.

L’arrivo di un salvatore della patria designato come Jimmer, quindi, scatena dei malumori nei compagni, invidiosi del successo e del seguito che l’ultimo arrivato si porta dietro (la vendita di magliette dei Kings è cresciuta del 540% dopo la sua scelta). Si decide perciò di freezare Fredette, lasciandogli solo tiri scomodi e allo scadere dei 24 secondi.

A questo si aggiunge la scelta dei coaching staff – più d’uno, volevate mica che Sacramento costruisse un progetto solido con un solo allenatore – di schierare l’ex-Cougar da shooting guard con giochi unicamente off-ball, un disastro per un tiratore dal palleggio e di volume come Fredette, che in aggiunta mostra tutte le proprie lacune difensive contro le guardie atletiche che ancora popolano la NBA del 2011.

FOTO: Sports Illustrated

Dal canto suo, il figlio di Al sembra invece poco propenso a ritagliarsi degli spazi nel nuovo ruolo e a ripianare la situazione con i compagni. L’immancabile fratello TJ lo trova spesso in camera a pregare prima delle partite, e gli allenamenti diventano sempre più uno scontro tra il giocatore e lo staff.

“Non è facile giocare in fiducia se dopo un tiro sbagliato l’allenatore ti toglie. Non me lo sognavo mica, dopo ogni errore venivo tolto. Non è facile, il basket è uno sport di errori.”

– Jimmer Fredette

I cinque anni nella Lega sembrano un continuo sprofondare verso il basso. Dopo tre anni di agonia e litigi, Sacramento decide di abbandonare la nave-Fredette, cedendolo ai Chicago Bulls, da lì sarà un continuo girovagare, con quattro squadre in due anni e nessuna vera possibilità.

Dopo la sua ultima avventura – nel 2016 con i Knicks – James è convinto di smettere con la pallacanestro, nonostante i soli 27 anni. Celebrità di tutto il mondo-BYU, tra cui il quarterback Steve Young, leggenda dei San Francisco 49ers dall’inizio di carriera decisamente complicato, provano a convincerlo a darsi un’ultima possibilità, ma tutto sembra deciso. Poco prima dell’annuncio ufficiale, però, arriva una proposta inaspettata: gli Sanghai Sharks cercano un nuovo playmaker, ed il prescelto sembra essere proprio Jimmer.

Cina ed Europa: “A working class hero is something to be.”

Nel centro economico orientale, la carriera di Jimmer Fredette vive l’ultima, decisiva svolta, rendendolo nuovamente un idolo del pubblico, seppur a migliaia di chilometri di distanza da quella Provo dove tutto era iniziato.

James – grazie a coack Kevin Goorjian, ex mentore di Ben Simmons che decide di dargli nuovamente la palla in mano – chiude la stagione 2016/17 con oltre 37 punti di media, all’interno della quale spicca una prestazione da 73 punti contro Zhejiang. Un’esplosione che causa la nascita della JimmerMania orientale, più educata e sobria rispetto a quella di casa (tanto che Jimmer ama ancora adesso girare Shanghai e piedi e con i mezzi pubblici, eventualità per lui impossibile nello Utah), ma ugualmente carica di affetto.

Il palazzo gli tributa un coro decisamente inusuale, ma che fa comprendere benissimo la carica emotiva della sua nuova avventura. La traduzione letterale sarebbe “Jimmer il solitario”, ma il canto non si riferisce all’abitudine di Fredette di passare la serata in casa al telefono con l’amata Whitney ed i bambini. La condizione di solitudine evocata è quella degli dei, talmente capaci di fare qualcosa da essere ad un livello superiore, e quindi senza compagnia. Una spiegazione decisamente eloquente di quale sia il sentiment della tifoseria.

Dopo tre anni da dominatore assoluto della CBA – con diversi settantelli all’attivo – Fredette riesce poi a togliersi la soddisfazione di essere richiamato in NBA. A cercarlo, dopo il termine della stagione cinese, sono i Phoenix Suns, con cui trascorrerà un breve periodo giocando solamente sei partite. Da lì, un breve passaggio al Panathinaikos ed il ritorno a Shanghai, vissuto con evidente difficoltà, vista l’impossibilità, a causa delle enormi restrizioni anti-pandemiche del governo cinese, di vedere la famiglia per oltre sette mesi.

Nonostante le complessità, tuttavia, ha deciso di non lasciare la sua seconda casa, perché – anche se con tempi e modi diversi da quelli da lui immaginati, anche tra i professionisti è arrivata, inesorabile, la JimmerMania.