La vicenda Bryan Colangelo. Dalle luci della ribalta, allo scandalo social che ha colpito una delle figure più controverse della NBA degli ultimi anni.

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La franchigia di Philadelphia negli ultimi anni è stata una delle più chiaccherate. Dal tanking iniziato da Sam Hinkie fino alla delusione del 2019 per non aver superato il secondo turno dei Playoffs con almeno 4 possibili All-Stars in quintetto.

Dal post Allen Iverson a ora ci sono stati due momenti chiave. Il primo è sicuramente passato tra le mani di Andre Iguodala, che ha portato ai Playoffs la squadra della Pennsylvania, senza mai andare oltre le semifinali di Conference. Il secondo è il cosiddetto “Processo”.

Oltre alle questioni legate al campo e al “mercato”, i 76ers hanno dovuto affrontare anche la tetra vicenda legata ad alcuni profili Twitter che hanno fatto rassegnare le dimissioni di Bryan Colangelo, allora direttore generale.


A maggio 2018, infatti, l’uomo che aveva uno dei ruoli più importanti del NBA è letteralmente sparito dalla circolazione in poche settimane. Tutta colpa di un uso spregiudicato dei social. E in un Paese che si nutre di complotti e scandali questo caso è pane per i propri denti.

Ma cominciamo dall’inizio.

«Trust the process!» è la frase chiave che rimbomba nella “città dell’amore fraterno” dall’ormai lontano 2013. Lo sappiamo tutti: Samuel Blake Hinkie, allora 36enne spericolato, iniziò il processo: «Perdere oggi, per vincere domani». Una filosofia pazza, al limite dell’etico e molto rischiosa, ma che oggi ha dato anche i suoi frutti. Philly era reduce da ormai troppe stagioni nell’anonimato. Sempre nel mezzo della classifica, né grandi vittorie, né posizioni importanti alla Lottery. 19/63,18/64 e 10/72 i record del tutto negativi sotto Hinkie, ma dopo di che i 76ers sono riusciti ad ottenere due terzi posti a Est, con 50 o più vittorie, specialmente grazie alle scelte ottenute ai Draft negli anni precedenti, proprio grazie a quella “pazza filosofia”.

In tutto questo, chi fece tramontare la spericolata avventura del povero Sam?

Bryan Colangelo, assunto nel 2016 come President of Basketball Operations, sostituendo il padre Jerry e causando, appunto, le dimissioni di Hinkie. Bryan ha ottenuto la carica per volere del “sommo” Adam Silver – da sempre contro il Tanking – che ha fortemente incoraggiato il proprietario di Phila, Joshua Harris, a mettere la parola “fine” al progetto Hinkie.

Ma proprio quell’italo-amercano che aveva segnato il cambio di marcia della franchigia del Pennsylvania, due anni dopo, si trovò al centro di un incredibile scandalo.

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Uno scandalo che è una spy-story. Anzi, sembra quasi la trama di un film di Cristopher Nolan, il regista di Inception o Interstellar, dove nella storia vengono lasciate “sbadatamente” delle minuscole tracce, che in realtà sono indizi perfetti per ottenere un colpo di scena coi fiocchi.

Il luogo del “delitto” è Twitter, “l’arma” sono cinque account differenti.

Ha tutto inizio nel maggio del 2018, quando un anonimo che dichiara di lavorare per l’intelligenza artificiale si presenta al “The Ringer”, un sito giornalistico americano. Ha una rivelazione da fare: sostiene che ci siano cinque profili Twitter che appartengono segretamente a Bryan Colangelo.

L’obiettivo? Difendere la sua reputazione e mettere in cattiva luce l’operato di altri, tra cui quello di alcuni giocatori e dirigenti. Tutti e cinque gli account hanno caratteristiche incredibilmente simili.

Prende in mano il caso il giornalista Ben Detrick, iniziando a fare una lunga inchiesta contro il dirigente dei 76ers.

Facciamo un ulteriore passo indietro.

Chi è Bryan Colangelo?

Bryan percorre le orme del padre Jerry. Colangelo Sr viene considerato “the Godfather” dello sport nello stato desertico dell’Arizona, avendo dato una grossa mano a portare la pallacanestro, il baseball e l’hockey a Phoenix. Jerry fa la storia dei Suns: dalla nascita della franchigia nel 1968, fino al suo ritiro caduto nel 1995, è il General Manager della squadra. Vince 4 volte il premio di Executive dell’anno e per tre anni va a sedersi pure in panchina, diventando Head Coach. Affronta uno degli anni più difficili della storia della franchigia nel 1987, dopo la morte di Nick Vanos, uno dei giocatori più importanti sei Suns al tempo.

Infine, una volta terminata la sua carriera come GM, acquista la squadra nel ’94 e ne diventa il proprietario per dieci anni. Appena è a capo della franchigia mette il suo fidato figlio Bryan come General Manager. Una volta terminata l’esperienza da proprietario, Jerry prende una lunga pausa di circa dieci anni, prima di tornare nel mondo della NBA, nello staff Manageriale dei 76ers.

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Colangelo Jr rimane nella “Valle del Sole” fino al 2006, vincendo anche un premio come Executive dell’Anno.

Le sue migliori scelte per la squadra furono draftare Shawn Marion, Amare Stoudamire e l’immenso Steve Nash – poi scambiato e ri-scambiato, per farlo ritornare a casa nuovamente, dopo la parentesi con “Wunderdirk” a Dallas – oltre che riuscire a portare in Arizona il francese Boris Diaw. Due anni dopo la dipartita del padre dai Suns, anche Bryan decide di abbandonare la nave: direzione Canada, Toronto Raptors.

In Ontario, vince di nuovo il premio come miglior dirigente dell’anno e si dimostra ancora molto abile nelle scelte al Draft, prendendo nel 2009 Demar Derozan alla numero 9, mentre è più sfortunato con il nostro Andrea Bargnani, scelto all’inizio della sua avventura. La ciliegina sulla torta è lo scambio per portare a Toronto Kyle Lowry.

Insomma, Bryan il suo lavoro lo sa fare. E anche bene.

Lascia Toronto e nel 2016 arriva in Pennsylvania.

E proprio nello stesso momento in cui Colangelo arriva a Philadelphia in sostituzione del padre, viene creato un account Twitter con il nome di Eric Jr, che scrive da “South Philly”; dove si trova -guarda a caso – il Wells Fargo Center, il palazzetto di Philadelphia.

Eric Jr. comincia subito a pubblicare centinaia di tweet difendendo ogni scelta di Bryan Colangelo, attaccando ciò che era stato fatto da Hinkie e svelando retroscena su Masaj Ujiri, il General Manager di Toronto. Casualmente, ma non troppo, parla dei 76ers e dei Raptors, la ex squadra e quella attuale di Colangelo. Fin qui, però, potrebbe sembrare un account normale di un qualsiasi appassionato. Tuttavia, andando avanti col tempo, il sedicente Eric Jr. divulga un numero sempre maggiore di informazioni private. Informazioni che una persona “comune” non può conoscere.

Un esempio? In un tweet attacca la moglie di Dwyane Wade, Gabrielle Union, accusandola di aver trattato malissimo un piccolo fan alle Olimpiadi di Pechino sugli spalti. Un aneddoto che probabilmente solo un dirigente del Team USA – come era stato effettivamente Colangelo a quel tempo – poteva sapere.

L’account Eric Jr è quindi effettivamente di Bryan?

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Arrivano dallo stesso profilo gli attacchi ai “suoi” giocatori, come quello contro Jahlil Okafor, dove scrive che quest’ultimo è protagonista di alcuni test fisici non superati brillantemente, o quello contro Nerlens Noel, «un avvoltoio interessato a guadagnare solo più soldi» e, infine, quello contro Joel Embiid, che avrebbe detto allo staff medico di Philly di avere le ginocchia doloranti, per poi essere sorpreso a ballare a un concerto.

Nel 2017 sbarcano su Twitter altri tre nuovi account: Still Balling, Enoughunknownsources e HonestAbe. Guarda caso seguono gli stessi profili di Eric Jr e pubblicano anche tweet molto simili.

«Se avessi una scala di medie dimensioni mi piacerebbe ficcare un po’ di buon senso nella testa di Joel» scrive per esempio Enoughunknownsources; un post quasi identico a quello di Eric Jr che dice di voler salire su una scala per prendere a calci il centro camerunense.

Gli stessi account continuano a prendere di mira Embiid con altri tweet: «Sono sicuro che per lui sia più difficile “processare” il fatto che questa sia la squadra di Ben (Simmons, ndr) ora. Il suo ego ci sta costando tantissimo».

Esaltano la prima grande mossa di Colangelo sulla franchigia: la scelta di Ben Simmons, mentre non fanno lo stesso con l’altra sua prima scelta al draft (che si rivelerà sbagliata): Markelle Fultz.

Nello stesso periodo dei tweet di Eric Jr e degli altri profili – che il giornalista del The Ringer attribuisce a Colangelo – scoppia il caso social di Kevin Durant. Il giocatore è accusato di possedere svariati “Burner account” (un profilo social falso), con cui si difende dagli attacchi senza rivelarsi. Come è stato scoperto? Ha per sbaglio risposto a un’accusa con il suo account ufficiale, parlando di sé in terza persona. Questo è un chiaro indizio che stava utilizzando i suddetti “Burner account”, tanto che il giornale SB Nation apre un’inchiesta e KD, alla fine della storia, ammette di aver fatto un grave errore a usare dei profili falsi.

Non è una novità: molti personaggi famosi possiedono il cosiddetto “Burner account”, un profilo in terza persona che le celebrità usano per dichiarare cose che non direbbero ufficialmente mai, magari per difendersi dalle critiche o per attaccare altri personaggi famosi. Oltre a KD35 altri esempi sono Beyoncè e Kim Kardashian.

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La tipologia d’inchiesta su Colangelo ha pertanto già dei precedenti, ma qui le conseguenze sono molto più pesanti.

Arriviamo al maggio del 2018. Dopo un’ottima stagione dove Phila ha fatto registrare il miglior record dai tempi di Iverson ed è uscita ancora una volta al secondo turno dei Playoffs, il reporter Ben Detrick contatta la squadra per chiedere se Bryan Colangelo è a conoscenza degli account di Eric Jr e Phila1234567.

Risposta: il General Manager è il proprietario di Phila1234567, che non ha mai utilizzato in realtà per scrivere qualcosa, ma solo per monitorare la propria organizzazione e altri fatti d’attualità, mentre non sa nulla dell’account Eric Jr.

La cosa molto strana, però, accade dopo: gli altri tre account sotto accusa – Still Balling, Enoughunknownsources e HonestAbe – che non erano stati citati dal giornalista, improvvisamente diventano da pubblici a privati. Dedrick, però, li continua a tenere astutamente d’occhio avendoli seguiti precedentemente.

Non solo: Still Balling, come gli altri account, smette definitivamente di postare e “unfollowa” una trentina di personaggi riconducibili a Colangelo – tra i quali dirigenti della squadra, giornalisti che seguono Phila e addirittura amici del liceo del figlio a Chicago.

Una settimana dopo, riordinate le idee, il reporter incontra nuovamente la dirigenza della squadra del Pennsylvania, svelando i suoi sospetti. Bryan, ancora una volta, dichiara di non esser a conoscenza degli account, tranne di Phila1234567, di cui è il proprietario.

Ma pochi giorni dopo viene pubblicato l’articolo contro il President of Basketball Operations e GM di Phila e, in un battito di ciglia, tutto il mondo americano rimane scandalizzato.

La reputazione di Colangelo viene capovolta, considerato da tutti come il possessore di tali “Burner Account”.

Poco più di una settimana dall’uscita dell’inchiesta, Bryan Colangelo si dimette. Una scelta che ci si poteva aspettare dopo che la sua ormai ex squadra aveva deciso di assumere degli investigatori indipendenti per far luce su quanto accaduto.

Lo studio legale investito delle indagini interne dichiara:

«Come risulta del nostro lavoro di investigazione, il signor Colangelo non è la persona che ha aperto e gestito i profili Twitter. Le evidenze dei fatti invece supportano la tesi che la signora Barbara Bottini, moglie del GM dei Sixers, abbia postato su quei profili falsi notizie e informazioni riservate. Messa sotto interrogatorio, la signora Bottini ha confermato di essere la responsabile e tante prove raccolte confermano la sua dichiarazione. Non si può tuttavia concludere che il signor Colangelo fosse a conoscenza dell’esistenza di questi profili».

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Il caso sembra chiuso, ma l’Hall of Famer padre continua a difendere il figlio: «Bryan ha perso il lavoro per qualcosa che non ha fatto».

Philadelphia, dopo una stagione abbastanza positiva, è allo sbaraglio. Niente più GM, con un Draft e una off-season da gestire. Lo sostituirà, solo a settembre, Elton Brand, ex giocatore di Bulls, Clippers, 76ers, Mavericks e Hawks.

E’ impossibile sapere che fine abbia fatto Colangelo Jr. Ha lasciato il palcoscenico della NBA, almeno per ora. Non si trovano più informazioni su di lui e chissà se compra ancora gli abiti su misura a Bologna, vicino a piazza Maggiore o se trascorre ancora le sue vacanze in Italia, come era solito fare.

Di tutta questa storia c’è ancora un grandissimo mistero non risolto: chi era l’anonimo che ha portato a Ben Detrick, il giornalista che ha fatto scoppiare lo scandalo, i nomi degli account incriminati?

Ancora oggi molte teorie vengono discusse davanti a una pinta di birra e le domande sul caso non finiscono mai: era veramente un oscuro personaggio quello che dichiarava di lavorare per l’intelligenza artificiale? O era un rivale che mirava a “far fuori” il collega? E perché?

Nessuno, almeno per ora, ha la risposta.

Una cosa, però, è certa: dopo questo caso, ogni giocatore o manager della NBA gestirà i propri social con molta, molta più cautela; perché i social sono un potente strumento di esaltazione della fama, ma possono anche portare su un treno diretto verso l’oblio.