Nell’agosto del 1964 Bill Russell decise di accompagnare il suo coach e mentore Red Auerbach in un autentico viaggio spirituale all’interno del Lager simbolo della Shoah. Una visita che rafforzò ancor di più un legame profondissimo, forgiato anche nelle sofferenze dei loro rispettivi popoli.

Sudavano.

Sudavano come tre maledetti.

Faceva caldo, quella sera d’estate. Erano partiti bardati in cappotto, sciarpa e cappello in tweed perché gli avevano detto che in Polonia faceva freddo la sera. O almeno era quanto avevano visto in TV in tanti film di spionaggio, dove tutti indossavano colbacco e guanti e nevicava sempre.

Peccato ci fossero 25 gradi: un caldo umido, opprimente, che gli colava dalle tempie. E la stazione, un orrendo monolite di cemento che trasudava Europa comunista da ogni mattone, non era esattamente dotata di moderni comfort quali l’aria condizionata. O treni che arrivassero in orario.

Avevano aspettato per ore il diretto a Cracovia. Sarebbero dovuti partire alle 3, ma fino alle 6 erano rimasti a contemplare un binario vuoto. Ogni tanto una voce in polacco gracchiava da un altoparlante sul quale sembrava friggessero delle uova. La guida che li accompagnava sapeva tre parole in inglese e finora si era rivelata utile a tenerli vivi o poco più, per cui non aveva senso chiedergli di tradurre.

Alla fine, quello che si era presentato era una specie di cassone stridente su rotaie, i vetri anneriti dalla fuliggine e i sedili di tessuto strappato dal colore incerto che dubitava fossero mai stati puliti.

Non c’era quasi nessuno nello scompartimento, giusto una coppia di agricoltori dal viso bruciato dal sole. Gente semplice, dura. Il marito fumava in continuazione un osceno tabacco arrotolato con fogli di giornale, la moglie si pettinava i lunghi capelli grigi con un pettine d’avorio e canticchiava una canzone a mezzabocca, sempre la stessa.

Ogni tanto lei li fissava ma senza spremersi troppo le meningi. Dopotutto, aveva passato i 50 e aveva smesso di farsi domande. Soprattutto quelle di cui non conosceva la risposta.

Ad esempio, che cosa ci facesse un gigante nero in maniche di camicia su un treno in Polonia,  na kompletnym odludziu. In the middle of nowhere. L’altro, un calvo grassottello di mezz’età, aveva anche lui la faccia da contadino.

Sarebbe anche potuto passare per uno di loro, ma indossava camicia bianca che anche chiazzata di sudore, era roba da ricchi. E quelle mani erano troppo soffici per aver mai impugnato una vanga. No, era uno di città. Forse neanche polacco.

Bill Russell aveva ignorato gli sguardi della donna, limitandosi a fissare i campi fuori dal finestrino che scorrevano sotto un cielo rosso crepuscolare. Lo sapeva di dare nell’occhio anche in circostanze normali, e avrebbe dovuto abituarsene. Ma gli aveva sempre dato fastidio venire guardato come una bestia rara.

E alla fine erano arrivati. Stanchi, affamati e coi vestiti appiccicati alla pelle. Era già sera inoltrata e sembravano essere le uniche persone nella stazione. Erano usciti sul piazzale deserto. Non un taxi, non un autobus. Niente. Lui si era voltato a guardare l’entrata.

Un’insegna enorme recitava, inequivocabile: Oświęcim.

Foto: collections.ushmm.org

Beh, almeno siamo nel posto giusto”, aveva pensato.

La guida si era diretta senza dire una parola verso un telefono pubblico, lasciandoli lì impalati da quindici minuti.

Dove pensi che sia andato, Red?”, aveva chiesto al suo compagno di viaggio.

“Non preoccuparti, Russell”, aveva risposto Red Auerbach. E gli era bastato. D’altronde, lui e il coach non avevano bisogno di dirsi granché per capirsi.  Era sempre stato così, sin dal primo giorno in campo insieme.

Russell, hai problemi in attacco?”

“No, coach, ma ogni tanto ho problemi di tiro.”

Beh, senti, ti faccio una promessa. Con me non ti dovrai mai preoccupare delle tue percentuali. Non m’interessa come tiri.”

“Grazie coach.”

E così, con quattro frasi scambiate nel sotterraneo del Garden, aveva avuto inizio una dinastia. E con essa, un’amicizia profonda che trascendeva i Titoli conquistati a Boston, la fama, i soldi. Quello che c’era tra loro due era rispetto, di quelli che non si comprano. Per cui, quando alla fine del campionato, vinto – ovviamente – contro Wilt e i suoi Warriors, gli aveva chiesto di accompagnarlo in Europa per un tour promozionale della NBA, non ci era voluto molto per convincerlo.

“Russell, ci vieni con me in Europa?”
“OK.”

Fine della conversazione.

Si erano uniti anche K.C. e Tommy Heinsohn, oltre a qualche altro All-Star. Ma per lui non avrebbe fatto differenza.

Gliel’aveva chiesto Red, e di Red si fidava. Anche adesso. Anche ad Oświęcim, in Polonia, una sera d’estate del 1964, in un piazzale deserto dove non c’era un cane. Solo loro due e un quarantenne magro, nervoso, gli occhi di un coniglio che fissa i fari di una macchina. Dio solo sapeva perché glielo avessero assegnato come guida – sembrava uno che si perde a casa sua. Ma in quel “non preoccuparti, Russell” c’era dentro tutto. E andava bene così.

Finalmente la guida tornò verso di loro. Non disse una parola e si sedette sul marciapiede, tirando fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette.

Red, non sapendo che altro fare e per ingannare l’attesa, estrasse un sigaro mezzo smangiato e lo Zippo di metallo che aveva usato durante i suoi anni in Marina. Vide la guida strabuzzare gli occhi e capì che aveva qualcosa a cui agganciarsi. Gli fece accendere.

La guida prese due boccate profonde, felice come una Pasqua manco se stesse fumando un Cohiba, e fece cenno con la testa per ringraziarlo. Red annuì e, bestemmiando qualche parola in russo, riuscì a chiedergli il nome e che cosa stessero aspettando ad andare all’hotel.

Quello, mezzo a gesti e mezzo in russo, gli fece capire che si chiamava Marek e che il loro nome non risultava nella lista di prenotazioni dell’albergo. A quanto pare, l’infallibile e tentacolare macchina burocratica del Partito aveva inspiegabilmente fatto cilecca e nessuno aveva organizzato un trasporto e un alloggio per loro tre. Ma niente paura, si affrettò a spiegare Marek in uno sparuto inglese: aveva chiamato un suo cugino che poteva ospitarli per la notte. Abitava lì vicino ed era andato a recuperare una macchina. Però c’era bisogno di pagare 500 zloty. A testa.

Bill aveva assistito a tutta la scena senza dire una parola. Aveva un gran presentimento che Marek li volesse fregare entrambi – un punto di vista condiviso da Red, a cui infatti tremavano le orecchie dalla rabbia. Ma non c’era molto altro da fare se non stare al gioco. Si limitò ad appoggiarsi al muro e ad aspettare, mentre gli altri due fumavano.

Foto: bostonmagazine.com

Osservò le auto parcheggiate. Erano tutte Fiat 126, delle assordanti scatole di sardine in cui non ci sarebbe mai stato. Gli vennero i sudori freddi.

Dopo un’attesa che gli parve eterna, videro avvicinarsi i fari di un catafalco su quattro ruote. Tirò un sospiro di sollievo: almeno non era una 126. Scese un ragazzotto con i capelli tagliati corti e la faccia butterata che salutò brevemente Marek e caricò i bagagli nel retro.

Marek si dovette sedere nel sedile anteriore con le ginocchia praticamente in bocca. Erano tutti scomodissimi, ma per fortuna il viaggio fu breve. Arrivarono dopo pochi minuti in un complesso residenziale alla periferia di Oświęcim: quattro condomini che si stagliavano alti nella notte, numeri enormi dipinti sulle fiancate.

Vennero fatti scendere in fretta e furia e Marek fece cenno di seguirli dentro a un portone e su per una scalinata. Era chiaro che non voleva che fossero visti, probabilmente per evitare i pettegolezzi dei vicini che avrebbero avvertito la polizia.

Il butterato bussò tre volte su un portone e venne ad aprire una ragazzina incinta, probabilmente la moglie, che li fece accomodare in anticamera. Una volta toltisi il cappotto, entrarono in fila indiana nel salotto, arredato con un tavolo, quattro sedie, un divano mezzo sfondato e una credenza tirata a lucido nonostante anni di usura.  Sulla tavola apparecchiata c’era una zuppiera fumante colma di un liquido rosso scuro e un cesto di pane.

Bill riconobbe subito le cicatrici di una povertà orgogliosa. Gli venne in mente la sua casa di Monroe, tenuta come uno specchio dalla madre nonostante non avessero i soldi neanche per piangere.

La donna fece cenno di sedersi, li servì e poi sparì in cucina. Iniziarono a mangiare in silenzio. Avevano tutti una gran fame e la zuppa di barbabietola sparì in un attimo. La moglie del butterato tornò con una bottiglia di vodka.

Tramite Marek, Red ringraziò il butterato e la donna per l’ospitalità. Il primo, che si presentò come Marcin, si limitò a riempire i bicchieri. Na zdrowie, disse, rivolto a lui e a Marek. I due si scolarono la vodka d’un fiato. Bill e Red, per non essere da meno, fecero altrettanto e si sentirono incendiare le budella.

Quando finalmente smisero tossire, Marek fece capire che insieme a Red avrebbe dormito nel letto del figlio di Marcin. Il piccolo Jerzy era già stato spostato nel lettone di Marcin e sua moglie Magda.

E Russell?” chiese Red.

“Lì”, fece Marek, indicando il divano di fianco al quale troneggiava una lavatrice.

Non aveva senso fare obiezioni né fare troppe domande su cosa ci facesse una lavatrice in salotto.

Russell e Red annuirono, ringraziarono e dopo aver aiutato a sparecchiare, si prepararono per la notte.
Era esausto, ma fece fatica ad addormentarsi. Continuava a pensare a quella situazione assurda. Se avessero voluto, Marcin e Marek avrebbero potuto rapinarli o denunciarli alla polizia e chissà che sarebbe successo. Conoscendo Red, avrebbe scatenato un incidente diplomatico. Però effettivamente, anche Marcin e Marek si sarebbero messi nei guai.

No: più ci pensava, più si rendeva conto che questa era brava gente, che cercava di sopravvivere come poteva. Finalmente riuscì a prendere sonno, le gambe penzolanti dalla lavatrice. Sognò sua madre e la sua casa di Monroe.

Quando Red lo svegliò, era ancora buio.

Dai Russell. Dobbiamo andare.”

Ma che ora è?

“Presto. Dobbiamo partire all’alba. Non possiamo dare nell’occhio. Marek prende la macchina.”

“OK.”

Si strofinò gli occhi e si diresse barcollando verso il bagno. Quando uscì, indossando gli stessi abiti della sera prima, vide che aspettavano solo lui: Red vestito di tutto punto e con la valigia in mano, Magda che reggeva un cestino con panini, uova e una bottiglia di vodka, e Marcin che gli tendeva due lumini di cera in plastica rossa.

Dla moich rodziców. Per i miei genitori.

Prese i lumini e se li ficcò in tasca, annuendo. Poi estrasse il portafoglio e contò 600 zloty. Red fece lo stesso. Quella notte era valsa ogni centesimo.

Marek li aspettava di sotto in macchina. Si sistemarono alla bell’e meglio, Red davanti e lui sdraiato sui sedili posteriori, una coperta a portata di mano per nascondersi nel caso avessero incrociato un’auto della polizia. Si sentiva umiliato, ma sapeva di dover proteggere quelle persone.

Dieci minuti più tardi erano di ritorno alla stazione. Marek li fece scendere e a gesti gli indicò di tornare ai binari e di aspettare che arrivasse il prossimo treno da Cracovia. Potevano confondersi con gli altri turisti senza farsi notare troppo.  Poi strinse la mano a entrambi vigorosamente e risalì in auto. Stava per ripartire, quando Red corse dalla parte del finestrino e gli allungò qualcosa. Marek era voltato, ma lui giurò che stesse sorridendo.

Il catafalco si allontanò tossendo verso il sole che stava per sorgere.

Che cosa gli hai dato?”, chiese incuriosito.

“Il mio accendino,” rispose Red. “Tanto ho i fiammiferi.” E lui ne fu commosso. Con quello Zippo Red ci aveva fatto la guerra e non era certo il tipo da regalare le sue cose in giro.

Si diressero verso lo stesso binario della sera prima. Entrambi avevano un senso di déjà vu.

Secondo te dov’è andato Marek?”, chiese lui.

“Non lo so, ma mi sa che non lo rivedremo.”

“Dici che non torna?”

“Mah.”

Rimasero qualche altro minuto a fissare i sassi color ruggine tra le rotaie.

“Una cosa non ho capito” chiese infine.

“Cosa?”

“Che diavolo ci facevano con una lavatrice in salotto?”

Mercato nero.” rispose secco Red.

“Le cose arrivano in blocco, per cui la gente si mette in coda nei negozi, compra quello che può e poi la scambia per quello che serve. A occhio e croce, direi che possono cavarci un divano nuovo.”

Foto: sportscasting.com

Non fece commenti.

Intorno a loro, la stazione cominciava a prender vita. Qualche attimo più tardi, l’altoparlante ricominciò a gracchiare e videro avvicinarsi il cassone di turno che sferragliava rumorosamente.

Molto presto, il treno si fermò stridendo, le porte si aprirono e una fiumana di gente si riversò sulla banchina. Tedeschi, russi, ungheresi, ucraini. Perfino qualche americano vestito in modo improbabile.

Gente che di norma non aveva ragione di essere a Oświęcim, Polonia, na kompletnym odludziu, alle 7 di una mattina d’estate. Se non per una ragione, e una soltanto.

A lui e Red bastò immettersi in quel mare di persone e seguirle per un paio di chilometri, senza pensarci. E dopo aver camminato per venti minuti, piombò il silenzio più totale. Nessuno riusciva a pronunciare più una parola. Finalmente lo videro.

Auschwitz.

Foto: AGESCI

Era una costruzione di mattoni rossi, senza molte pretese, immersa nella foschia, delimitata da torrette di guardia e filo spinato. Era circondata dal nulla più assoluto, unico contatto con l’esterno una rotaia che portava direttamente al cancello principale. È qui che si andava a morire, pensò Bill rabbrividendo.

Si aprì una porticina e ne uscì un uomo di mezz’età, che fece cenno di seguirlo.

In fila indiana, come per tacito accordo, si diressero verso l’ingresso. Ed entrarono all’inferno.

La prima cosa che lo colpì fu la puzza di bruciato che pervadeva l’aria. Sembrava impossibile liberarsene. I muri, i mobili, ogni centimetro di quella struttura ne sembrava impregnata. Come se le vittime dei forni stessero ancora infestando quel luogo maledetto.

E poi mucchi. Mucchi di cose, dappertutto. Stanze intere piene di scarpe, valigie, occhiali, vestiti. Persino denti d’oro. Le uniche tracce terrene dei prigionieri di Auschwitz.

Ebrei, sinti, rom, preti, comunisti, omosessuali. Uomini, donne, bambini. Che venivano spogliati di tutto, letteralmente. Effetti personali. Salute. Dignità. Tutto tranne la pelle. Rimanevano solo corpi senza nome avvolti in pigiami puzzolenti e tenuti vivi per un sadico gioco.

Non riusciva a immaginare cosa potessero farsene i nazisti di tutta quella roba. Usarla come scorte belliche? Rivenderla? Tenerla per sé? Oppure conservarla come un macabro trofeo? Erano davvero così meschini?

Si sorprese della stupidità di quella domanda.

Red era pallido come un cencio. Ma nessuno dei due osava aprire bocca.

La cosa più crudele di tutto quell’orrido magazzino era la stanza delle lettere. Pile e pile di lettere che qualcuno aveva scritto e nessuno avrebbe letto mai.  Buste che contenevano suppliche, richieste di notizie, messaggi d’amore, preghiere, ciocche di capelli. Vite intere, segni di speranza lasciati lì a marcire come carta straccia, dal pavimento al soffitto.

Si sentiva mancare il fiato, ma sapeva di doversi fare forza. Non per lui. Per il suo coach.

Si immisero nel cortile principale per cercare un po’ d’aria. Non funzionò.

Il vento sollevava terra rossa dappertutto. In alcuni punti la natura aveva reclamato il suo dominio con chiazze di verde tenero, ciuffi d’erba alta e denti di leone gialli e cardi rosa. Ma in altri, soprattutto vicino alle rotaie dove un tempo arrivavano i convogli carichi di prigionieri, non cresceva nulla – quasi che il male di quel luogo avesse fatto terra bruciata tutt’intorno, escludendo ogni possibilità di ritorno alla vita.

Camminarono senza una direzione precisa a lungo. Il campo era immenso, diviso in più settori, ma non se ne vedeva mai la fine. Non essendoci una guida vera e propria, erano liberi di lasciarsi condurre da qualunque entità superiore ancora pervadesse quel posto.

Senza sapere bene come, si trovarono nelle saune, degli immensi androni dove i prigionieri venivano disinfettati. Le mura scrostate erano coperte di foto delle famiglie dei deportati, e sembrava che quelle facce non finissero più.

Visitarono le camerate, grosse baracche di legno o di mattoni in cui i prigionieri dormivano ammassati l’uno con l’altro. Senza riscaldamento, senza vestiti puliti. Bill provò a immaginarsi l’odore e gli venne da vomitare.

Poi entrarono nelle stanze dei bambini, versione più piccola dei pollai per i grandi. Unica concessione, un dipinto che qualcuno, con sadica ironia, aveva tracciato su uno dei letti a castello: dei fanciulli che giocavano, camminando in fila indiana. Gli sembrò una meschina presa in giro e si sentì un groppo in gola.

Foto: lamemoriarendeliberi.it

Passarono alle latrine, che erano letteralmente dei buchi su lastre di metallo posti uno di fianco all’altro. Ognuno doveva fare i propri bisogni in piena vista, senza un minimo d’intimità. Anche lì, il pensiero del puzzo nauseabondo gli contorse il viso in una smorfia. I pavimenti erano spaccati e anche i lavatoi erano coperti di polvere, corrosi dall’inevitabile trascorrere del tempo. Conservati solo quel tanto che bastava per fare da monito alle generazioni future.

I minuti passavano e loro continuavano a vagare da un punto all’altro del campo, senza una meta, come ubriachi. Si sentiva soffocare, neanche gli avessero messo le mani al collo. Eppure era una bella giornata, erano all’aria aperta e il cielo era di un blu limpidissimo. Fece appello a tutte le sue forze per tenersi in piedi.

Camminarono ancora sotto un sole cocente, le maniche arrotolate e il sudore che gli chiazzava le camicie. Non un albero nei dintorni. Non un cono d’ombra. Non una fontana dove cercare refrigerio. Niente.

Red era sempre più pallido, e lui non sapeva che dire. Sapeva dentro di sè che coach Auerbach cercava le camere a gas e il forno crematorio, il vero simbolo dell’abominio di Auschwitz. Sapeva che ne era attirato come da un magnete. Lo chiamavano. E la cosa gli faceva una gran paura. Non sapeva se il suo amico e mentore avrebbe potuto reggere l’impatto. Ma almeno quello strazio gli fu risparmiato.

Non era rimasto più nulla, solo degli spiazzi vuoti delimitati da calcinacci e con targhe commemorative. Himmler ne aveva ordinato la demolizione nel ’44, quando aveva capito che la Germania aveva perso, e perché gli Alleati non trovassero prove.

Quel gesto di vigliaccheria, se possibile, lo infuriò ancora di più. Perché dimostrava che i nazisti sapevano fin troppo bene di che crimine si stessero macchiando e non volevano renderne conto al mondo. Altro che fervore ideologico e devozione pseudo-religiosa per la causa.

Chiuse gli occhi per un attimo e puntò il viso al sole, cercando un qualche sollievo in quel luogo di follia. Red teneva lo sguardo fisso su quegli spiazzi vuoti. Pareva non respirasse.

Dopo qualche lunghissimo, interminabile minuto, entrambi si allontanarono lentamente e ripresero a camminare. Si fermarono all’ombra di un abete, sulle sponde di uno stagno artificiale che conteneva le ceneri dei prigonieri. E per qualche ragione, quello gli sembrò il posto meno sporco e corrotto di quell’inferno. Sotto il pelo dell’acqua placida e immota, su cui si rifletteva il sole, quelle povere anime potevano finalmente riposare in pace.

Foto: gazzettadimodena.gelocal.it

Tirò fuori i due lumini che Marcin gli aveva affidato. Sempre come per tacito accordo, Red pescò la scatola di fiammiferi dal fondo della tasca e li accese, piazzandoli sulla riva.

Rimasero immobili, a capo chino, per un’eternità.

Bill cercò di pregare, ma invano. Continuava a pensare alla fredda geometria di quel posto, alla precisione crudele con cui tutto era stato disegnato e messo in atto. Qualcuno aveva speso tempo ed energie per fare un progetto, disboscare quella zona, creare collegamenti ferroviari, costruire le baracche e le case degli ufficiali, le cucine e le latrine, le docce e le camere a gas. Con organizzazione. Con ordine. Al solo scopo di eliminare uomini, donne e bambini innocenti.

Era la più grande manifestazione di disumanità che avesse mai visto. Bill non riusciva a spiegarsi come nessuno avesse messo in dubbio quel folle progetto. Dov’era il resto della popolazione? Come aveva permesso che si arrivasse a questo? A tal punto era giunto il lavaggio del cervello della propaganda?

E poi si ricordò di una frase di Edmund Burke.

“Perché il male trionfi, è sufficiente che le brave persone non facciano nulla.”

Pensò al fatto che altri atleti del suo stesso colore venivano pagati molto meno delle loro controparti bianche e rischiavano la carriera a protestare.

Pensò agli avanzi strapagati e passatigli di nascosto nei retrobottega dei ristoranti quand’era al college ed era già il miglior giocatore della nazione.

Pensò che con tutti i suoi soldi, in alcune parti del paese non poteva mangiare negli stessi ristoranti dei bianchi, usare gli stessi cessi dei bianchi, bere dalla stessa fontanella dei bianchi. E pensò che benché fosse il cestista più vincente di sempre, aveva dovuto dormire per anni in bettole pidocchiose mentre i suoi colleghi bianchi, riserve comprese, se ne stavano nei migliori alberghi della zona.

Pensò a quella volta che gli erano entrati in casa a senza rubare niente ma gli avevano spaccato tutti i trofei, scritto “negro” sui muri e defecato nel letto. E pensò al fatto che non poteva ancora votare, e che ai suoi figli veniva offerta un’educazione peggiore per il solo fatto di essere neri. E che tante, troppe persone con il colore della sua pelle e senza le sue disponibilità economiche venivano bersagliate dalla polizia, incarcerate dai giudici, bollate a vita e ammazzate impunemente perché nessuno gli aveva mai offerto una chance per un’esistenza migliore.

Pensò alla faccia irriconoscibile di Emmett Till, massacrato di botte a 14 anni per aver fischiato dietro a una donna bianca.

Quanta “brava gente” si era opposta a tutto questo? Quanti avevano protestato, si erano fatti sentire, avevano pagato di tasca loro l’amore per l’uguaglianza? E quanti invece avevano solo fatto spallucce, voltato la testa dall’altra parte e accettato questo stato di cose senza obiettare?

“Perché il male trionfi, è sufficiente che le brave persone non facciano nulla.”

Anche qui era successo lo stesso, portato all’estremo e condensato in una ferocia e una crudeltà senza pari nel corso di pochi anni.

L’essere umano non impara mai.

Sentiva il sangue ribollirgli nelle vene e dovette fare uno sforzo enorme per ricordarsi dov’era, con chi si trovava e dove doveva concentrare la sua attenzione. Gli venne in mente che nel corso degli anni, cinque persone su tutte gli erano state vicine in queste battaglie quotidiane per riaffermare la sua dignità: i suoi genitori, suo nonno, il proprietario dei Boston Celtics Walter Brown, e l’uomo che gli stava accanto: coach Arnold “Red” Auerbach.

Aprì gli occhi e vide che quest’ultimo stava pregando. Non l’aveva mai visto pregare prima e muoveva solo le labbra senza parlare, ma ne era sicuro. Recitava il Kaddish, la preghiera ebraica per i morti.

Sentì l’amore nei suoi confronti crescere a dismisura. Percepì che il loro legame si stava rafforzando in maniera indissolubile, laggiù in Polonia in una mattina d’agosto del 1964. Due uomini di tribù diverse ma con un destino in comune.

E ancora di più, si rese conto che al netto dei successi sul campo, in quell’istante coach Auerbach era il rappresentante assoluto e l’incarnazione stessa del Gioco.

Le sue preghiere abbracciavano tutti coloro che appartenevano al loro mondo e che non potevano essere lì con loro: dai ragazzi con cui si sbucciava le ginocchia nei playground di Brooklyn al il primo commissioner dell’NBA Maurice Podoloff; da Ossie Schectman, che aveva segnato il primo canestro della storia della Lega, ad Abe Saperstein degli Harlem Globetrotters; da Max Zaslofsky ad Eddie Gottlieb dei Warriors del suo amico Wilt; da Dolph Schayes all’ ”altro” Red, quel ragazzo di nome Holzman che qualche anno più tardi avrebbe sublimato il concetto di Jew Ball con i suoi Knicks.

Foto: sports.ha.com

Erano tutti figli della diaspora, tutti ebrei la cui famiglia aveva abbandonato odio e persecuzioni per ricominciare in America. Avevano scritto la storia della palla a spicchi in modo indelebile nel corso dei decenni. Tutti loro si sarebbero potuti perdere in questa carneficina se i loro padri avessero fatto una scelta diversa. E tutti avevano un amico o un parente che, metaforicamente o no, riposava nelle acque di quello stagno.

Che lo sapesse o meno, coach Auerbach stava pregando anche per loro.

Una volta terminato il Kaddish, Red si asciugò una singola, solitaria lacrima che gli colava su una guancia, si voltò ed entrambi si diressero verso l’uscita, in silenzio. Avevano fatto quello che dovevano fare.

Varcare la soglia del campo fu come tornare a galla dopo un’immersione. Entrambi ritrovarono il respiro. Red iniziò a frugarsi nelle tasche per pescare il suo proverbiale sigaro, quando vide dall’altra parte della strada una vecchia conoscenza.

Il catafalco a quattro ruote li aspettava. Marek tirò giù il finestrino e giochicchiò con lo Zippo, senza dire nulla e sorridendo timidamente.

Ricambiarono il sorriso e montarono in macchina, diretti verso la stazione.

Ora potevano tornare a casa.

(N.d.A. Il racconto è liberamente ispirato da fatti realmente accaduti, raccontati da Bill Russell nel libro “Red and Me: My Coach, My Lifelong Friend”, Bill Russell with Alan Steinberg, HarperCollins, 2009.)