Un viaggio attraverso sei momenti significativi della carriera di Kevin Garnett che più di tutti hanno contribuito alla creazione della sua Legacy NBA.

NOTA INTRODUTTIVA: dopo la pubblicazione deL’amichevole contro Pippen e Jordan che portò KG in NBA”, articolo scritto da David Ritz per The Undefeated e tradotto in italiano in esclusiva per Around The Game da Emilio Trombini, molti lettori hanno manifestato il desiderio di poter leggere un prosieguo di quel pezzo molto apprezzato. La redazione Storie, dopo un confronto, ha deciso di far fronte a tale richiesta con entusiasmo. Il seguente articolo si propone dunque di essere un seguito di tale brano, cercando di raccoglierne il testimone e di proseguire sulla sua falsa riga il racconto degli episodi più significativi della carriera di KG.

La decisione era stata presa: dopo la clamorosa e inaspettata partita giocata contro Jordan e Pippen, Kevin Garnett si era ormai convinto a saltare il college e dichiararsi eleggibile per il Draft 1995. I motivi dietro questa scelta inaspettata erano diversi: la voglia di sfidare subito i campioni del famigerato “piano di sopra”, ma anche la consapevolezza che – con i punteggi fatti registrare ai test di ammissione – sarebbe stato difficile accasarsi ad un’Università di prima fascia.

THE DRAFT

Quei giorni concitati sono ricordati dallo stesso Garnett nella sua recente autobiografia, e sono uno specchio di tutte le difficoltà e i pregiudizi che il nativo di Greenville, South Carolina, ha dovuto superare in un mondo che non vedeva un liceale saltare il college dal 1975.


“Il Draft era alla fine di giugno. I recruiter del college sapevano perfettamente chi ero [Garnett racconta anche di essere arrivato a dormire nel seminterrato di un amico per sfuggire agli scout] ma le squadre NBA non mi conoscevano.

I miei agenti allora hanno organizzato un workout in una palestra di Chicago. A vedermi c’era una serie di dirigenti della Lega. Gente tipo Kevin McHale, President of Basketball Operations dei T-Wolves, o Pat Riley, che era appena stato nominato coach e presidente degli Heat. Ero nervosissimo, stavo iperventilando. John Hammond, per calmarmi, mi porta a tirare dei liberi. Qui sento Riley dire: ‘Andiamo, ma cos’è sta roba. Devo vedere un ragazzino del liceo? Perché sono qui?’.

Ok, ho pensato, non sai perché sei qui?

Non avevo bisogno d’altro.

Scatto per il campo, palleggio tra le gambe e dietro la schiena e – appena superata la linea del tiro libero – salto per la schiacciata più feroce della mia carriera.

Tutti zitti.

Hammond mi dice: ‘Vogliono vedere quanto sai saltare. Alzo la palla, schiaccia e ripassamela’. Facciamo questa cosa 5 volte di fila. Ogni volta John alza il lob più in alto, ogni volta schiaccio in maniera più enfatica. Alla quinta volta guardo Riley e gli dico: ‘Adesso lo sai perché sei qui?’.

Ad essere impressionati da quello smilzo di Farragut Academy, però, non sono tanto i rappresentanti degli Heat, quanto Kevin McHale e Flip Saunders, rispettivamente general manager e President of Basketball Operations dei Timberwolves.

I due amici ed ex-compagni proprio all’Università del Minnesota stanno infatti cercando un prospetto elettrizzante per dare finalmente credito ad una franchigia che, nelle prime 6 stagioni della propria storia, ha raccolto un record complessivo di 126-366.

I due entrano nella palestra di Chicago senza alcun interesse per KG. La loro idea per rilanciare la squadra, infatti, è quella di prendere un giocatore già pronto a guidare i T-Wolves ai Playoffs da rookie. Un’impresa che non può certamente riuscire ad un ragazzino appena diciottenne.

Dopo l’allenamento, tuttavia, gli animi sono cambiati, e quella che ad inizio pomeriggio sembrava una perdita di tempo si era già rivelata una scoperta sensazionale.

“Io e Flip ci siamo messi in macchina e ci siamo guardati. Ho detto ‘Wow, stiamo per prendere un ragazzino di diciotto anni al primo turno’. Era ovvio ormai. Per me e Flip era il primo Draft, e anche il proprietario [Glen Taylor] era appena arrivato. Come fai a dire ad uno che è arrivato da poco che la prima cosa che farà sarà firmare un contratto con un liceale? Poi abbiamo pensato: ‘Se va male possiamo dire che era il nostro primo Draft e non avevamo idea di cosa stessimo facendo’ “. (Kevin McHale)

L’interesse crescente per la giovane ala viene percepito anche dalla Lega, che include Garnett nella ristretta lista di giocatori invitati per la notte del Draft a Toronto.

Una certezza di essere scelti, come ricorda lo stesso KG, ma con ancora un ostacolo da superare: ottenere il permesso di lasciare il Paese per andare in Ontario.

FOTO: NBA.com

Il trasferimento di Garnett a Chicago, infatti, non è stato dettato da esigenze cestistiche.

Nel terzo anno di high school in South Carolina, il giovane Kevin si è ritrovato coinvolto in una rissa a sfondo razziale per difendere un amico. Le testimonianze, in molti casi false, convergono tutte nel dire che l’iniziatore dello scontro sia stato proprio Garnett, accusato quindi di linciaggio e lasciato libero con la condizionale.

Il South Carolina dei primi anni Novanta è ancora un luogo troppo pericoloso per un afroamericano ad un solo reato dalla reclusione, motivo per cui mamma Shirley ha deciso di mandare Kevin a Farragut con l’inganno.

Di espatriare, però, per le istituzioni non se ne parla proprio, come ricorda ancora nel libro, e per riuscire ad ottenere il permesso The Big Ticket deve provare in diverse sedi legali di recarsi in Canada solamente per un impegno lavorativo. Dopo giorni col fiato sospeso arriva l’agognato ok: si può partire.

I mock Draft vedono KG sicuro di una chiamata al primo turno, ma Kevin ha già imparato a non fidarsi dei media, che lo vedono con il solito scetticismo che si ha nei confronti di chi non segue il percorso canonico.

Sport Illustrated, per esempio, gli ha dedicato una copertina eloquente. Una sua foto con scritto “Ready or not…”.

Il sottotitolo ricorda come poco prima del Draft Garnett sia andato al proprio ballo scolastico di fine anno. Una continua allusione all’immaturità del numero 21 di Farragut e all’avventatezza della sua scelta.

Arrivato al nuovissimo Skydome di Toronto, tuttavia, Kevin si ritrova sopraffatto dalle emozioni del momento, dimenticando per un secondo i dubbi dell’ambiente circostante e godendosi l’esperienza del Draft al suo massimo.

“Ricevo abbracci, pacche sulle spalle, ma anche sarcasmo da parte di giocatori che hanno passato il tempo necessario al college e non amano particolarmente uno che non l’ha fatto.

A me non importa nulla. Sono al mio tavolo con la mia gente. C’è Bug, il mio migliore amico. Mi ricordo quando io e Bug guadavamo il Draft in TV. Ora siamo qui. Siamo nella TV. Il mio stomaco è sottosopra e ho la gola secca. Bevo un sorso d’acqua. Respiro. Guardo il tabellone con i nomi delle squadre.

Stern inizia la sua introduzione usando il suo immenso vocabolario pieno di charme per sedurre l’ambiente. […] Il suo discorso va avanti per pochi minuti, ma mi sembrano ore. Muoviti. Cominciamo. Sta ancora blaterando.

Finalmente inizia”.

WELCOME IN THE NBA

L’attesa, una volta iniziate le scelte, dura ben poco per Garnett e il suo gruppo. Con i Timberwolves on the clock per la scelta numero 5, infatti, tutte le telecamere si spostano su Kevin, che non capisce cosa stia succedendo.

“Ho chiesto al mio agente e mi ha risposto ‘Showtime’.

Cosa diavolo sa lui che io non so?

‘With the fifth pick in the 1995 NBA Draft, the Minnesota Timberwolves select…’

Tutto il rumore svanisce, tranne il suono del mio nome. Tutto si ferma, non so come comportarmi. Non so cosa dire. È surreale. […]

Mi danno un cappello dei Timberwolves, me lo metto e vado verso il palco. Stern mi dà la mano e si congratula.

‘Piacere di conoscerla Mr. Stern, questo è un sogno per me’

‘Vediamo cosa ne fai di questo sogno allora’. Poi punta il dito verso il fotografo ‘Guarda lì’. […]

Dopo gli incontri con la stampa mi danno un assegno da un milione di dollari. Devo contare gli zeri. Non ho mai visto un assegno del genere. Io ero abituato a ricevere soldi in una busta marrone dopo il turno da lavapiatti”.

FOTO: NBA.com

L’inizio è difficile. Kevin parte da riserva di Tom Gugliotta e Christian Laettner e i T-Wolves vincono solamente 6 delle prime 20 partite. Garnett fatica a trovare ritmo nella pallacanestro di coach Bill Blair e chiude solamente due di queste sfide in doppia cifra. Il 18 dicembre 1995, McHale opta quindi per la svolta: fuori Blair, dentro Flip Saunders nel nuovo ruolo di head coach.

Saunders, uno dei più grandi estimatori di Kevin all’interno dell’organizzazione, lega subito con il nativo del South Carolina, rendendolo titolare il 30 gennaio e sfruttando la sua crescita per chiudere con 20 vittorie. Poche in assoluto, tantissime se si va a vedere il margine di miglioramento mostrato da Minnesota.

In questa travagliata stagione, poi, arriva anche il primo Welcome to the NBA moment per il numero 21. Non a caso, visto il prosieguo della sua carriera, la doccia fredda arriva dopo un episodio di trash-talking.

Il 27 febbraio 1996 i giovani e scalcinati Timberwolves si trovano infatti a Chicago per giocare una difficilissima partita contro i Bulls delle 72 vittorie, in quel momento imbattuti in casa.

Garnett, dopo il suo intenso anno a Farragut, non può vivere quella partita come qualunque altra e inizia fin da subito a caricare i compagni.

Minnesota, inaspettatamente, rimane a contatto per tutto il terzo quarto, grazie all’ex-Primo quintetto Rookie JR Rider, contro cui MJ sembra non avere risposte. Proprio per caricare JR, The Ticket si permette di stuzzicare His Airness, arrivando addirittura a dire:

“Quello s*****o non sa cosa fare con te”

Nonostante Rider, conscio della situazione, tenti di riappacificare la situazione smarcandosi dalle parole incaute del compagno, Jordan scaglia contro i T-Wolves lo sguardo di chi non prende prigionieri: 6 canestri di fila, vittoria di 21 punti partendo da un distacco di solamente 2, 35 punti. JR e KG, sconsolati finiranno la partita in panchina.

ALL-STAR WEEKEND

La “lezione” di MJ non ferma la crescita di Saunders e i suoi Timberwolves, che ripartono la stagione successiva con nuove aspirazioni. L’annata si conclude con il miglior risultato auspicato, 40 vittorie e qualificazione ai Playoffs, dove Minnesota riceverà una sonora batosta da parte dei Rockets di Barkley e Olajuwon.

A brillare in Regular Season è soprattutto la stella di KG, che chiude la stagione con 17 punti e 8 rimbalzi di media. Accanto a lui, oltre ai “soliti” Gugliotta e Mitchell, inizia a farsi notare un giovane playmaker newyorchese con un futuro luminoso tanto in NBA quando in Cina, dove ancora oggi è venerato come una divinità: Stephon Marbury.

La consistente stagione del ventenne Garnett convince il commissioner David Stern a convocarlo per l’All-Star Game dopo il forfait di Shaq. Si tratta della prima di 15 partecipazioni alla Partita delle Stelle per KG, che non debutta in una gara qualsiasi: a Cleveland, infatti, tutto il weekend è dedicato alla celebrazione del cinquantenario della Lega.

Nell’intervallo della partita vengono premiati i migliori giocatori dei primi dieci lustri di NBA e Garnett ha la possibilità di avere un incontro ravvicinato con uno dei suoi più grandi idoli: Wilt Chamberlain, che, seduto in prima fila, sta ricevendo gli omaggi dell’intera Lega con finta indifferenza.

Il racconto della conversazione tra i due, riportato sempre da Garnett nel libro, mostra tutto il rispetto tra due big men e due talenti di prim’ordine

‘Mi scusi signor Chamberlain, volevo solo dirle che sono un suo grande fan’.

‘Grazie ragazzo. Da dove vieni?’

‘South Carolina’

‘Oh, pensavo fossi di Chicago’

‘Ci sono andato a scuola’

‘Beh, adoro il tuo gioco. Continua così. Lavora. Rinforzati. Migliora le tue caratteristiche. Non permettere che nessuno ti dica cosa fare. Capisci quello che voglio dire?’

‘Si, signore, significa molto per me, Mr. Chamberlain’

‘Prenditi cura dei rookie. Della nuova generazione. Funziona così’

‘Va bene’

‘Continua a dare agli altri’

‘Sono venuto a salutarla, Mr. Chamberlain, perché senza di lei io non esisterei’

‘Goditi il weekend, ce ne saranno molti altri così nel tuo futuro’ “.

MALIK SEALY

il 19 maggio del 2000 i Timberwolves hanno da poco concluso la prima stagione da 50 vittorie della loro storia con l’ennesima sonora sconfitta al primo turno – questa volta contro i famigerati Portland Jail Blazers. Alcuni giocatori sono riuniti per festeggiare il compleanno di quello che è ormai a tutti gli effetti il loro leader: Kevin Maurice Garnett, reduce dalla migliore annata della sua breve carriera e dalla prima chiamata nel Miglior Quintetto All-NBA.

KG, cresciuto nel credo dei Testimoni di Geova, non pretende certo una festa e sceglie un tranquillo locale nel centro di Minneapolis per cenare con le persone a lui più care. Al suo fianco i mentori di sempre: Malik Sealy e Sam Mitchell.

“Era una serataccia, pioveva, ma appena arrivati al Monte Carlo, il mio ristorante preferito, tutto sembrava a posto. Abbiamo parlato tutta la sera. Malik era sempre in grado di calmarmi. Ad un certo punto è arrivato anche Sam Mitchell, che come al solito ha scaldato la serata ancora di più. I miei due fratelli, i miei due consiglieri, seduti al mio fianco. Malik parlava di Baseline, lo studio di registrazione che aveva messo su con Jay-Z, dei suoi film, dell’offseason.

Sam invece parlava della sua idea di allenare e di come lo rilassasse giocare a golf, lo prendevamo in giro, ci stavamo divertendo.

Intorno alle 2 qualcuno ci ha detto di andare al ‘Déjà Vu’, uno strip club, per vedere la situazione. Mi buttano sul palco, mi cantano ‘Tanti Auguri a Te,’ non succede niente di grave.

Alle 4 del mattino usciamo. Nessuno è ubriaco o fatto. Usciamo ad aspettare le nostre macchine e poi ci abbracciamo. Sam mi chiede di giocare a golf la mattina dopo. […]

Ho 24 anni. Sembra figo. La vita va bene. Sono felice che Malik abbia fatto tanto per conoscermi. I fratelli come lui sono rari. Ragazzi più vecchi che si preoccupano dei giovani. Un rapporto più grande della famiglia, del sangue.

L’autostrada è deserta. Guidare è un piacere. Lascio il mio amico Reggie a casa e torno. Mi metto a letto, accendo SportsCenter e mi addormento felice.

Tutti sanno la fine della storia. Tornando a casa Malik viene colpito da un ubriaco alla guida e muore a trent’anni”.

Lo schock per la perdita dell’amico è enorme. Forse anche per aiutare un KG evidentemente sopraffatto dal dolore, i Timberwolves, l’anno successivo, metteranno sotto contratto Chauncey Billups, una delle persone più vicine a The Big Ticket nel mondo NBA.

Da allora, Garnett ha sempre preso parte attivamente alle iniziative della Fondazione Malik Sealy e si è tatuato il nome ed il numero di Malik – il 2, non a caso quello poi scelto da Garnett a Brooklyn – per ricordarlo.

MVP

I quattro anni dopo la tragica scomparsa di Sealy sono sportivamente parlando i più concreti della carriera di Kevin Garnett. L’apice è ovviamente la stagione 2003/04, l’unica in cui i Timberwolves si impongono come una reale contender ad Ovest dopo una serie di precoci eliminazioni.

La squadra di quell’annata, tuttavia, era partita senza i favori del pronostico. Chauncey Billups, astro nascente della franchigia, aveva lasciato l’offseason precedente il Minnesota una volta saputo che, dopo il rientro di Terrell Brandon dall’infortunio, si sarebbe dovuto riaccomodare in panchina.

A questo si erano aggiunte le aspre critiche per le aggiunte al roster, ritenute inadeguate. Le invettive più dure erano state scagliate contro Latrell Sprewell, considerato unanimemente una “testa calda” e un giocatore inconsistente nei momenti topici della stagione.

Proprio Sprewell, con l’altro nuovo acquisto Sam Cassell e KG, sarà invece il protagonista di una stagione che vedrà Minnesota chiudere con 58 vittorie ed il primo posto ad Ovest. Saunders, invece di imporre le proprie idee, decide di liberare la fantasia cestistica e l’atletismo dei suoi, creando una macchina da punti in grado di guidare la Lega anche per palle rubate e stoppate.

FOTO: NBA.com

Garnett di quell’incredibile squadra è il faro tecnico ed emotivo: i suoi 24.2 punti e 13.9 rimbalzi a sera – a cui si vanno ad aggiungere 2.2 stoppate a partita – lo rendono meritatamente MVP della Regular Season e fanno letteralmente impazzire tutti i tifosi del Minnesota, dall’abbonato dell’ultima fila a Prince, con cui The Big Ticket ha ormai da tempo un rapporto consolidato.

Al primo turno di Playoffs i Timberwolves chiudono in cinque gare la contesa contro Denver, controllando la serie senza troppe sbavature. La successiva sfida contro i Sacramento Kings, invece, si prolunga per sette intensissime gare. È proprio l’ultima battaglia di questo scontro a consacrare definitivamente KG nell’Olimpo del Basket: 32 punti, 21 rimbalzi, 5 stoppate e l’ultima, decisiva, difesa su Chris Webber – suo idolo d’infanzia ai tempi dei Fab Five di Michigan – per vincere la partita nel giorno del suo 28esimo compleanno e del quarto anniversario della morte di Sealy.

Al varco delle Finali di Conference attendono i Lakers di Kobe, Shaq, Malone e Payton, devastati da problemi di chimica di squadra e dalle peripezie legali di Bryant. La narrativa, da sempre fattore da considerare nella NBA, sembra pendere tutta a favore dei T-Wolves: la giovane squadra che sulle ali dell’entusiasmo sconfigge gli ormai vecchi e stanchi campioni. Già dai festeggiamenti post-Gara 7 contro i Kings, tuttavia, appare evidente come la retorica abbia poco spazio in determinate situazioni.

Sam Cassell, da tempo acciaccato, decide di celebrare un canestro importante con l’ormai celebre Big Balls Dance, aggravando la propria anca e suscitando le ire di Flip Saunders, da sempre noto per il rispetto mostrato verso l’avversario.

“ Abbiamo perso un campionato per questa cosa. Quando si è messo a fare quella roba gli si è incrinata l’anca… Sono sempre stato contro queste cose”. (Flip Saunders)

Cassell resterà in campo solamente 16 minuti a gara nella serie contro i Lakers, con un apporto sostanzialmente nullo alla causa, risultando tra le cause per cui i Lakers riusciranno ad avanzare alle Finali – poi vinte dai Pistons di quel Chauncey Billups a cui Minnesota aveva prospettato solo un ruolo da rincalzo.

La stagione successiva, 2004/05, parte invece in maniera decisamente meno brillante, Minnesota vince solo 26 delle prime 51 partite. McHale, insoddisfatto, prende una decisione inaspettata: licenziare l’amico Flip – recordman di vittorie della franchigia – e auto-nominarsi head coach.

La squadra non reagisce bene al cambio di rotta, e le successive tre stagioni si concludono senza una qualificazione in postseason. KG, frustrato, ha ormai deciso: nonostante i forti sentimenti che lo legano a Minneapolis, è ora di cambiare aria.

BOSTON PRIDE

The Big Ticket, come ricordato più volte, ha una linea di valori molto solida, su cui spiccano la lealtà e l’amicizia. Per questo motivo, al di là di considerazioni tecniche, al momento di decidere la seconda squadra della sua carriera da professionista vuole essere sicuro di trovarsi in un ambiente familiare.

La scelta viene quindi ridotta a due squadre: i Lakers di Kobe Bryant, amico di Kevin dai tempi del salto di entrambi dall’high school alla Lega, o i Celtics di Paul Pierce, con cui KG ha giocato de tornei di AAU negli anni ’90.

Garnett chiama per primo Bryant, cercando di raggiungerlo durante una tournée in Cina. The Black Mamba, tuttavia, non riceve – o ignora – i messaggi di KG, che decide quindi di sposare l’intrigante progetto che Danny Ainge sta costruendo in Massachussetts.

Qui, Kevin incontra un’altra delle figure cardine della sua vita, Doc Rivers, il quale mostra da subito la totale fiducia riposta nel gruppo creato dal front office.

Una mattina, infatti, Doc richiede un misterioso incontro con le sue tre stelle al porto di Boston.

Una volta arrivati, Garnett, Pierce e Allen vedono il loro allenatore che, a bordo di un battello, li invita a salire e fare un giro.

Non si tratta di una semplice scampagnata: Rivers porta le sue tre superstar lungo l’itinerario che storicamente viene svolto dai Celtics nelle parate post-vittoria del campionato, rassicurando i suoi sul fatto che a giugno i tifosi saranno in delirio a festeggiare l’anello numero 17. Conclude poi con una profezia:

“Tu, Kevin, sarai il Difensore dell’Anno. Tutti parlano di come attacchi ma nessuno ti avrà mai visto difendere così”

La previsione di Doc sarà azzeccata. Boston vincerà il titolo 2008 in una delle più belle storie NBA dell’ultimo ventennio e KG, premiato con il DPOY, urlerà al mondo che Anything is possible, lanciando un messaggio a tutti quelli che, come lui, hanno preso la strada meno convenzionale.