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	<title>Leonardo Micheli | Around the Game</title>
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	<description>Dove il basket sopravvive agli highlight</description>
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		<title>Masai Ujiri &#8211; il Gigante d&#8217;Africa</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/masai-ujiri-il-gigante-dafrica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2023 08:14:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
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					<description><![CDATA[L'incredibile storia di Masai Ujiri, attuale executive dei Toronto Raptors.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Il profondo legame con l&#8217;Africa, la videocassetta di Olajuwon, il Titolo NBA e molto altro: l&#8217;incredibile storia di Masai Ujiri, attuale executive dei Toronto Raptors.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="522" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-18-at-11.59.10-1024x522.jpeg" alt="" class="wp-image-32580" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-18-at-11.59.10-1024x522.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-18-at-11.59.10-300x153.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-18-at-11.59.10-150x77.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-18-at-11.59.10-768x392.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-18-at-11.59.10-1080x551.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-18-at-11.59.10.jpeg 1125w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>Una bici sfreccia per uno stradone di Zaria, nel cuore della <strong>Nigeria</strong> settentrionale, al centro dell’Africa musulmana. È una bici rossa, proprio come la terra di quella strada. Eppure la si riesce a distinguere, anche da lontano: non viene avvolta dalla polvere rossiccia che s’innalza sulle tracce delle ruote, ma brilla e rimbalza oscillando tra i sassolini, come un veliero tra le onde dell’Oceano. Sulla bicicletta ci sono due ragazzi di quattordici anni, ben vestiti, che per qualche folle marchingegno riescono a viaggiare insieme: Dennis Ogbe muove su e giù il piede destro – il sinistro è paralizzato da quando ha tre anni &#8211; e <strong>Masai Ujiri</strong> fa andare avanti l’altro pedale.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Quando ho incontrato Masai </em>(a 8 anni, <em>ndr</em>)<em> tutto è cambiato. È stato il primo a trattarmi come se la paralisi, il tutore e la sedia a rotelle non esistessero</em>», racconta ora Dennis.&nbsp;</p></blockquote>



<p>I due amici sorridono mentre attraversano la via costellata da baracche e baracchini, lasciandosi alle spalle i profumi delle spezie e della frutta esotica. È un sorriso magico. Un sorriso che viene dall’<strong>Africa</strong>, dove solo una bicicletta &#8211; in realtà vecchia di qualche anno e, forse, solo con un lieve strato di vernice rossa &#8211; può regalare felicità. Dove poco si trasforma in tanto.</p>



<p>Così Dennis e Masai, che negli anni Ottanta sono ancora dei bambini, chiudono gli occhi e volano lontano con la mente. S’inventano terre lontane impossibili e mondi irreali, con la leggerezza e la fantasia che contraddistingue i bambini. Viaggiano con l’immaginazione sconfinata dei giovani africani. Il primo sogna di poter camminare. Di svegliarsi, magari, da un altro coma – come gli era successo quasi appena nato, dopo aver preso la malaria – ma stavolta con le gambe pronte a sorreggerlo. Per far vedere a tutti ai ragazzi della scuola che anche lui riesce a correre. E poi c’è Masai, più fortunato, nato a Bournemouth da mamma Paula, kenyota, e papà Michael, nigeriano, che si trovavano in Inghilterra per lavorare in un ospedale. Una famiglia borghese di Zaria, più che benestante, dove i libri, la storia e l’amore sono sempre stati accolti dalla porta principale. Ujiri si sogna con una palla a spicchi in mano, in mezzo a migliaia di persone., E perché no, a Houston, come il suo mito (e connazionale) Hakeem Olajuwon. D’altronde lo ha visto danzare e volteggiare in post basso almeno una centinaia di volte sulla videocassetta che gli ha regalato mamma Paula.</p>



<p>Riaprono gli occhi. Quasi perdono l’equilibrio e rischiano di cadere dalla bici rossa. Sono ancora lì, per le strade di casa. Ma non sanno ancora che il futuro esaudirà molti dei loro desideri e li porterà lontani. </p>



<p>Dennis Ogbe oggi è ormai un atleta. Ha vinto due medaglie d’oro ai giochi Paraolimpici Statunitensi di atletica leggera. Ha rappresentato gli Stati Uniti &#8211; dove si è trasferito per fare l’università e preso la cittadinanza – alle Paraolimpiadi di Londra 2012.</p>



<p>Masai Ujiri è uno dei migliori Gm dello sport americano, il primo africano della storia: ha vinto un Titolo con i Toronto Raptors nel 2019 e chiunque lo vorrebbe nel proprio <em>front office</em>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/goathumbnail-edited-scaled.webp" alt="" class="wp-image-32608" width="557" height="313" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/goathumbnail-edited-scaled.webp 2560w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/goathumbnail-edited-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/goathumbnail-edited-1024x576.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/goathumbnail-edited-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/goathumbnail-edited-768x432.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/goathumbnail-edited-1536x864.webp 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/goathumbnail-edited-2048x1152.webp 2048w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/goathumbnail-edited-1080x608.webp 1080w" sizes="(max-width: 557px) 100vw, 557px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Ujiri è partito da Zaria, dalla Nigeria. Da una terra ricchissima di risorse, senza limiti, sia di natura, sia di umanità. Ma anche un luogo complicato, difficilissimo. In mezzo all’Africa delle guerre civili, degli scontri armati e dei conflitti religiosi. Delle dittature e dell’eterno colonialismo. Della corruzione e della povertà. Dove la parola “opportunità” non esiste, e mamma Paula e papà Michael lo sanno bene.</p>



<p>Così è partito verso gli Stati Uniti. Prima Seattle, poi il college in North Dakota. Sempre sognando di danzare e volteggiare con un pallone in mezzo a migliaia di persone.</p>



<p>In NBA ci arriverà, ovviamente. Ma non con movimenti armonici in post come Olajowon, nemmeno immediatamente. Una cosa è certa: non si dimenticherà mai di casa. Difatti, è l’Africa, seppur in maniera trasversale, che gli dà la possibilità di raggiungere la pallacanestro americana.&nbsp;</p>



<p>È il 2002. Masai ha 32 anni, si trova ad Atlanta, al Georgia Dome. Dopo sei stagioni da giocatore professionista, tra Belgio, Inghilterra, Finlandia e Danimarca, ha deciso di smettere. Ma sa che la pallacanestro gli appartiene e non riuscirebbe a vivere senza. In campo non è mai stato il più bravo di tutti e nemmeno il più alto &#8211; anche se sfiora i 197 centimetri. Però ha sempre visto tutto prima degli altri. Tagli, blocchi e passaggi. E individua giovani talenti. Conosce diversi ragazzi africani che potrebbero dire la loro Oltreoceano, anche perché in quel periodo allena una giovanile della nazionale nigeriana.</p>



<p>Così, durante le NCAA Finals del 2002, accompagnato dall’amico David Thorpe, ex allenatore e uomo inserito all’interno del basketball americano<em>, </em>vagabonda per gli spalti sperando di essere ascoltato, promettendo di trovare il nuovo Olajuwon, proponendo talenti da casa sua.</p>



<p>Qualche mese dopo, Thorpe riceve una chiamata dai dirigenti degli <strong>Orlando Magic</strong>: Ujiri aveva lasciato il numero dell’amico perché non aveva ancora il cellulare. John Gabriel, il general manager, vuole proporgli la posizione di scout internazionale dei Magic, ma a una condizione: non essere pagato.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Con quel pass NBA potevo andare dovunque, in qualsiasi palestra del Mondo. Era come un biglietto d’oro. Non potevo rifiutare</em>».</p></blockquote>



<p>Si mette quindi in viaggio, con pochi soldi – i risparmi di un cestista di terza classe – e il grande obiettivo di fare strada, di farsi conoscere nel settore. Dorme nelle periferie di Belgrado, cerca nuove speranze nei campetti più sperduti d’Atene, conosce l’Italia e torna in Inghilterra, dove riscopre la <em>gentleman attitude </em>che papà Michael si era portato dietro dalla Gran Bretagna.</p>



<p>Nel frattempo, riceve la chiamata di Kim Bohuny, attuale <em>senior vice president </em>per le <em>International Basketball Operations</em>, che gli propone di diventare uno dei direttori di <em><strong>Basketball Without Borders Africa</strong></em>, il programma NBA che dà la possibilità ai ragazzi di tutto il continente africano di incontrare e imparare dai più grandi cestiti del mondo. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Kim è stata speciale: mi ha cambiato la vita. Senza di lei non sarei mai dove sono ora</em>», ha raccontato Ujiri nel 2018 al <em>Women in Sports and Events Champion Award.</em></p></blockquote>



<p>Dopo un anno complicato, in cui Masai si è sentito però per la prima volta parte dell’NBA, comincia a ricevere diverse richieste di lavoro retribuito. Denver è la franchigia più interessata. Orlando dice che non è ancora disposta a pagarlo. Così, vola in Colorado, come scout NBA ufficiale.</p>



<p>E parallelamente a <em>Basketball Without Borders Africa, </em>quando discute il contratto con i <strong>Denver Nuggets</strong>, sottolinea che vuole dei fondi per creare una sua associazione che organizzi <em>camp</em> di basket per i giovani del suo continente. Un progetto che tenti di mettere al centro della vita di migliaia di adolescenti nigeriani &#8211; e non solo &#8211; la pallacanestro. Desidera aiutare il mondo africano, dare speranze a chi non ha avuto come lui la possibilità di andarsene. Sogna un’Africa dove si possa costruire un futuro. E per farlo, Masai crede che un canestro e una palla – niente di più – possono essere le nuove fondamenta. Rappresentano una forma di istruzione, cultura e valori umani per la parte della popolazione più sfortunata nel continente nero, trascurata da troppi anni. Così, nel 2003 nasce <em><strong>Giants of Africa</strong></em>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/owmd8qmlntoepr7ktyzb-1024x576.webp" alt="" class="wp-image-32579" width="500" height="281" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/owmd8qmlntoepr7ktyzb-1024x576.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/owmd8qmlntoepr7ktyzb-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/owmd8qmlntoepr7ktyzb-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/owmd8qmlntoepr7ktyzb-768x432.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/owmd8qmlntoepr7ktyzb-1080x608.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/owmd8qmlntoepr7ktyzb.webp 1400w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>FOTO: complex.com</figcaption></figure></div>



<p>Alla presentazione è vestito elegantemente. Ha decine di ragazzi al suo fianco, pronti a correre verso il loro paradiso: un campetto. Lui è contento, felice. Sa che gli sforzi dell’anno tra le fila dei Magic sono serviti a qualcosa. Sorride. Ed è un sorriso che ricorda quello sulla bicicletta, vicino all’amico Dennis. I due, tra l’altro, non si sono mai persi di vista. Il cammino della vita gli ha portati su binari diversi. Ujiri in perenne itinere. Ogbe, con un master in business administration alla Bellarmine University di Louisville, verso i Giochi Paraolimpici di Londra. Un sorriso che racconta la sua vita, il suo legame con la sua terra. Così si volta, legge la scritta “Giants of Africa” e pensa a quando suo padre gli parlava di un politico sudafricano, un uomo ammirevole, d’onore, che combatteva i cattivi e lottava per tutti gli africani. L&#8217;uomo che ha scelto di non stare in silenzio davanti all’Apartheid, e di non crollare durante la prigionia. Pensa che magari Madiba – <strong>Nelson Mandela</strong>, come lo chiamiamo noi &#8211; sarebbe fiero di lui.</p>



<p>Passa quattro anni tra le fila del front office di Denver. La reputazione di Ujiri aumenta stagione dopo stagione. David Thorpe, l’amico che lo aveva inserito nell’NBA, crea un documento che si chiama “Masai’s Sphere of Influence” (la sfera d’influenza di Masai) dove segna tutti i Paesi, le squadre, i dirigenti, i giocatori che conosce alla perfezione. Il file conta centinaia di pagine.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>È l’unica persona che in questo settore è amico di tutti e non ha nemici</em>», racconta David.</p></blockquote>



<p>Mentre la sua fondazione cresce e la carriera nella Lega di pallacanestro più importante al mondo spicca il volo, Masai Ujiri si trova di fronte a quel politico di cui papà parlava.</p>



<p>È il 2006, a Johannesburg, in Sudafrica. Masai è in piedi, tra i giganti. Alla sua sinistra c’è Dikembe Mutombo, un altro mito della pallacanestro del Continente Magico. A destra altri 4 membri di Basketball Without Borders. Davanti a loro Nelson Mandela. Che, con tutta l’eleganza e la fermezza di chi ha fatto la Storia – quella con l’“S” maiuscola -, ringrazia Mutombo per quello che ha fatto per casa sua, il Congo, e per l’ospedale costruito nella sua Kinshasa. Poi si volta verso Masai, il nostro gigante impietrito e affascinato, e con estrema leggerezza e delicatezza gli parla.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>È un gran bel sorriso quello che hai, giovane</em>».</p></blockquote>



<p>Una frase che vuole dire poco, ma per il semplice fatto che è uscita dalla bocca di Madiba gli riempie il cuore. Lo commuove. Così si promette di aiutare per sempre l’Africa. Di sostenerla in ogni occasione. Di fare il possibile per creare speranze.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/cropped_GettyImages-509697256-1024x576.jpeg" alt="" class="wp-image-32581" width="534" height="299" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/cropped_GettyImages-509697256-1024x576.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/cropped_GettyImages-509697256-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/cropped_GettyImages-509697256-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/cropped_GettyImages-509697256-768x432.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/cropped_GettyImages-509697256.jpeg 1280w" sizes="(max-width: 534px) 100vw, 534px" /><figcaption>FOTO: thescore.com</figcaption></figure></div>



<p>Nel 2008, durante un pre-draft ad Orlando qualcuno bussa alle spalle di Masai. Lui si gira: è <strong>Bryan Colangelo</strong>, al tempo general manager dei Raptors, protagonista di uno delle vicende più controverse della storia NBA (<a href="https://aroundthegame.com/twitter-spy-story/" data-type="URL" data-id="https://aroundthegame.com/twitter-spy-story/">che qui vi abbiamo raccontato</a>) e vincitore nel 2007 del premio <em>Executive</em> <em>of the year. </em>Non crede ai suoi occhi. Bryan lo vuole con lui a Toronto come direttore del <em>global scouting</em>. In pochissimo tempo Masai Ujiri saluta Denver e parte verso il Canada.</p>



<p>Così, per la prima volta, ha un vero e proprio ufficio all’interno di una franchigia NBA. Una stanza piccolina, in qualche angolo del centro di controllo dei Raptors, ma abbastanza grande per appendere una foto di Mandela e una di Barack Obama, l’altro suo faro etico e spirituale, che in meno di un anno sarebbe diventato il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Con Bryan sono stato una spugna. Ho cercato di imparare tutto: per me era un mondo nuovo. Non sapevo come fare una trade o parlare con gli altri executives</em>».</p></blockquote>



<p>Dopo tre stagioni ad assorbire ogni consiglio di Colangelo in Canada, viene richiamato a Denver: questa volta come <strong>general manager</strong>. È il primo dirigente sportivo NBA africano. Si sognava con la sfera in mano in mezzo alle stelle americane, con gli occhi di migliaia di tifosi puntati addosso. Invece, si ritrova sugli spalti, in giacca e cravatta, decidendo chi finisce sotto i riflettori dei palazzetti, tra i segmenti geometrici delle linee di gioco. Probabilmente, mentre da bambino chiudeva gli occhi e viaggiava nei sogni, non si sarebbe mai immaginato di poter arrivare a questo punto, su una poltrona NBA. Per quanto si vedeva con canotta e sneakers Jordan appariscenti, i pantaloni stirati e le scarpe di pelle non gli spiacciono affatto.</p>



<p>I Denver Nuggets, al tempo, erano la squadra di <strong>Carmelo Anthony</strong>. Per i tifosi Nuggets, Melo era più di un semplice giocatore: era un simbolo, l’uomo che dopo anni di mediocrità aveva rialzato la franchigia del Nevada, un figlio di Denver. Dopo sette anni, però, di buone Regular Seasons e Playoffs, Anthony ha deciso che a fine stagione 2010-11 non vuole rinnovare nemmeno con una <em>max-extension</em>. Ed ecco che entra in gioco Ujiri.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/masai-bwb_670.jpeg" alt="" class="wp-image-32582" width="544" height="306" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/masai-bwb_670.jpeg 670w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/masai-bwb_670-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/masai-bwb_670-150x84.jpeg 150w" sizes="(max-width: 544px) 100vw, 544px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Prende in mano un roster costruito intorno ai jump shots di Melo, con veterani come Billups, Martin, Nene e J.R. Smith. Senza di lui i Nuggets sono finiti, si pensava. Eppure, Masai Ujiri reagisce a quello che tutti chiamavano “<em>Melodrama</em>”: vola a New York &#8211; destinazione notoriamente desiderata dal numero 7 -, parla con il front-office dei Knicks e il 21 febbraio 2011 lascia che Carmelo voli verso la Grande Mela. &nbsp;In una sconfitta che sembrava prescritta, Masai riesce a prendere giocatori come il nostro Gallinari e Wilson Chandler, che serviranno a costruire i Denver Nuggets del futuro, continuando ad arrivare ai Playoffs.</p>



<p>D’altronde, Masai ci è abituato: le difficoltà hanno sempre fatto da cornice alla sua storia. Anche se nato in una famiglia agiata, in Africa non esistono vite facili. Così, fin da piccoli, i bambini imparano a combattere le avversità, ad adattarsi nelle scomodità, a battere le delusioni. Tant’è che preparare i giovani a sfidare le ingiustizie è uno degli obiettivi di <em>Giants of Africa</em>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Siete voi i ragazzi che devono cambiare tutta questa merda, la corruzione. Qui e in tutta l’Africa</em> – parla Masai davanti a diverse decine di giovani dopo aver scoperto che la palestra dove avrebbero dovuto giocare era stata affittata dal governo camerunense per un concerto. <em>Tutti dovete alzarvi e mai stare in silenzio</em>».</p></blockquote>



<p>Due anni dopo la scambio di Melo, i Denver Nuggets vincono 57 partite in stagione regolare, arrivano terzi a ovest e Masai Ujiri viene premiato come NBA executive of the Year. I <strong>Toronto Raptors</strong> lo richiamano. Bryan Colangelo ha deciso di farsi da parte, almeno per il momento. Ma ha indicato come successore il nostro gigante nigeriano, che accetta immediatamente. Il 31 maggio 2013 inizia la seconda esperienza di Ujiri in Canada.</p>



<p>Ancora una volta, si ritrova con una squadra in difficoltà. I Raptors navigano nella mediocrità da diversi anni. Di nuovo, la prima mossa di Masai è scambiare uno giocatore immagine del roster, il “mago” Bargnani, verso New York, per ricevere in cambio asset. Così, scambia un giocatore accentratore che, anche tra diversi infortuni, non aveva reso come ci si aspettava, per Marcus Camby, Quentin Richardson, che verranno tagliati prestissimo, e Steve Novak, che avrà corta vita in maglia Raptors. Il vero obiettivo dietro la trade della prima scelta al Draft 2006 è cambiare le gerarchie di squadra, creare spazio salariale e consegnare le chiavi della franchigia a <strong>DeMar DeRozan</strong> e <strong>Kyle Lowry</strong>.</p>



<p>Masai vuole dare una nuova impronta alla squadra canadese: giovani e vincenti &#8211; il sogno di ogni general manager. Crea, anche grazie all’aiuto dell’amato coach Dwane Casey, un binomio indissolubile, quello tra DeMar e Kyle, che sembra poter guidare i Raptors in cima al mondo. Lowry tiene la palla, crea il gioco, realizza diversi canestri e, soprattutto, assiste i suoi compagni, mentre DeRozan cattura i riflettori con giocate spettacolari e prestazioni da star. I Toronto Raptors nella stagione 2013-14 tornano subito ai Playoffs sotto il nuovo motto “We the North”, scelto da Ujiri, che accompagna ancora oggi l’unica franchigia NBA non americana. Masai vuole, per prima cosa, creare un nuovo senso di appartenenza, un nuovo legame tra cestisti e cittadini, un’unica identità che raccolga franchigia e città. Però si fermano al primo turno, davanti a una stoppata su Lowry di Paul Pierce in maglia Nets alla Scotiabank Arena, all’ultimo tiro di una Gara 7.</p>



<p>L’anno dopo continuano a brillare in Regular Season, cadendo, ancora, all’inizio: 4-0 disastroso contro Washington. Ujiri, dunque, tenta di cambiare le carte in tavola, senza sfiorare la coppia DeRozan-Lowry. Ma il risultato non cambia: sempre ottime stagioni regolari, ma una volta ai Playoffs la squadra si perde. Soprattutto perché per tre anni consecutivi incontrano i Cleveland Cavaliers di LeBron James. Dal 2016 al 2018, nella fase ad eliminazione, il record contro la franchigia dell’Ohio è&nbsp;2-12<strong>.</strong>&nbsp;Umiliante.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/masai-ujiri-news-conference-588x588-1-edited.jpeg" alt="" class="wp-image-32610" width="519" height="292" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/masai-ujiri-news-conference-588x588-1-edited.jpeg 588w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/masai-ujiri-news-conference-588x588-1-edited-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/masai-ujiri-news-conference-588x588-1-edited-150x84.jpeg 150w" sizes="(max-width: 519px) 100vw, 519px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Il nostro protagonista, pensoso e silenzioso nel suo ufficio, riflette a tutte quelle volte che ha dovuto prendere una decisione radicale. Pensa a quando ha lasciato Zaria e la famiglia per volare negli Stati Uniti. Oppure a quando ha deciso di cercare fortuna nel basket europeo, da giovane sognatore. O quando ha accettato il ruolo a Orlando, ignaro del futuro e inconsapevole del cammino che gli sarebbe aspettato. Per aver successo, ottenere quello che voleva, Masai non è mai rimasto fermo, passivo all’ordine del destino. Si è sempre mosso per cercare di scrivere la sua storia, senza subirla. Per vincere, che è la sua più grande ambizione, non può rimanere in balia degli eventi. Deve muovere le sue pedine e prendere il controllo della situazione. Dunque, decide di cambiare, di rischiare. Nell’estate del 2018 licenzia Dwane Casey e scambia DeMar DeRozan.</p>



<p>Promuove <strong>Nick Nurse</strong>, vice di Casey, come allenatore capo. Una vecchia conoscenza che ha sempre stimato. Nel 1995, Ujiri giocava per i Derby Rams e sfidava i Birmingham Bullets, allenati proprio da Nurse.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Tutti parlavano dei Bullets come una squadra differente – </em>racconta oggi Masai – <em>In Gran Bretagna erano sulla bocca di tutti. Io ho notato l’allenatore, Nick, e ho capito che pensava il Gioco in un’altra maniera».</em></p></blockquote>



<p>Accoglie <strong>Kawhi Leonard</strong>. Rischiando tutto. Preferendo al fedele DeRozan un giocatore con un anno solo di contratto e una stagione ai box per infortunio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Dal punto di vista umano, considero DeMar e Dwane tra le persone migliori che abbia mai conosciuto. Non lo dico giusto per dirlo. Ma purtroppo avevo degli obiettivi e sapevo che dovevo rischiare</em>».</p></blockquote>



<p>Così, nel 2019 arriva con un roster costruito nel tempo, completato all’ultimo. Ogni singolo giocatore è un pezzo di un puzzle misterioso, che Masai, però, è riuscito a risolvere e comporre. Quella stagione non esiste cestista in maglia Raptors di cui Ujiri non si fidi.</p>



<p>Lowry è la sua chiave di violino, che raccorda gli anni, le delusioni e le vittorie di Toronto. Leonard è la stella, l’uomo che deve fare la differenza. Danny Green a Gasol (arrivato durante la trade deadline per un altro colpo di genio del GM) portano esperienza e saggezza, calma e lucidità. Norman Powell (anche se nelle battute finali sarà fuori per infortunio) e Fred VanVleet sono la giovane sfacciataggine e l’imprevisto ignoto. <strong>Pascal Siakam</strong>, Serge Ibaka, OG Anunoby, figli dell’Africa, sono lo spirito del Continente Nero (che vengono rispettivamente da Camerun, Repubblica del Congo e Nigeria): in qualche modo l’anima di questa squadra.</p>



<p>È una stagione complicata, in cui Nurse si deve abituare al nuovo ruolo e ogni minuto di Kawhi deve essere gestito con il contagocce. Ma per i Playoffs sembrano essersi bilanciati tutti gli equilibri.</p>



<p>Eppure, come sappiamo, è un urlo di speranza, una palla lanciata in aria, una sirena che suona, un uomo in ginocchio e quattro rimbalzi sul ferro che mandano i Toronto Raptors in Finale NBA.</p>



<p>Al secondo turno dei Playoffs, a quattro secondi e due decimi, i Raptors rischiano per l’ennesima volta di uscire troppo presto. Stavolta contro Philadelphia. Poi Kawhi Leonard ha deciso di cambiare la storia. E Masai Ujiri, come spesso gli capita durante le partite più importanti, si trova negli uffici della Scotiabank Arena di Toronto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Dopo i primi palleggi di Kawhi verso l’angolo mi sono detto: “Okay, overtime”. Così mi sono alzato e voltato, quasi per uscire. Poi ho sentito il secondo rimbalzo. E il terzo. Mi sono girato verso lo schermo. E la palla è entrata dentro. Non ci potevo credere</em>»</p></blockquote>



<p>E Ujiri esplode in uno dei suoi sorrisi.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Kawhi Leonard Wins The Series At The Buzzer! | May 12, 2019" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/75iExVNvrWw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Poi arriveranno i Bucks e gli Warriors in finale. Ma, quasi grazie a un’aura speciale – soprattutto dopo gli infortuni di Durant e Klay Thompson -, nulla pare potersi mettere in mezzo tra Masai, i suoi Raptors e il <strong>Larry O’Brien Trophy</strong>. Almeno pare.</p>



<p>Difatti, il 14 giugno 2019 i Toronto Raptors sono campioni NBA. Leonard alza le mani in aria. Lowry lo abbraccia, incredulo. I fotografi cominciano a riempire gli spazi vuoti del rettangolo di gioco. I consueti cappelli con la tipica scritta “Champions” in caratteri cubitali sulla fronte cominciano a disperdersi sulle teste dei giocatori. I vinti abbracciano i vincitori. Il trofeo viene scortato in campo. I pochi tifosi canadesi presenti a San Francisco si fanno spazio verso i propri beniamini. L’odore nauseabondo di champagne comincia a diffondersi nell’aria.</p>



<p>Masai Ujiri tenta di farsi spazio dai tunnel verso il campo di gioco, il centro della festa. Ancora una volta, come era successo contro i 76ers, non aveva visto la partita dagli spalti, bensì aveva preferito una stanza privata. Prima di mettere il primo passo su un parquet da campione del mondo, viene fermato da quattro semplici parole: «<em>Back the fuck up</em>», che non penso necessitino di traduzione. A pronunciarle è un poliziotto, che nel frattempo strattona via il general manager dei Raptors. Ujiri non capisce. Cosa sta succedendo? Dunque, non si ferma e continua a farsi spazio. Ma arriva un’altra strattonata dall’ufficiale. E di nuovo una terza volta. Masai, che non è piccolo e certamente non vuole che nessuno gli rovini il momento, erroneamente, decide di rispondere, preso dal momento e dall’adrenalina, cercando di liberarsi dall’uomo con una spinta. I due vengono separati, Lowry andrà in pochi attimi a prendere il suo condottiero e portarlo tra i festeggiamenti, dove Masai può finire tra le braccia della moglie Ramatu, della Guinea, con le lacrime agli occhi, inerme, cosciente di aver esaudito un sogno impensabile anche per un bambino come era stato lui.</p>



<p>Il confronto con il poliziotto è durato undici infiniti secondi, che hanno rischiato di rovinare il momento di una vita. Addirittura, questo evento arriverà alla giustizia, con l’ufficiale che richiede di essere risarcito per danni fisici provocati da Ujiri. In risposta, Masai e i suoi avvocati chiedono di rivedere le riprese della videocamera integrata nel completo dell’uomo della polizia. La causa è stata ritirata nel febbraio del 2022.</p>



<p>Così, Masai Ujiri nell’estate del 2019 torna a casa con il Larry O’Brien in mano. Lo vuole far vedere a mamma e papà, gli unici che gli hanno sempre dato speranza. Piange, nel soggiorno dove passava le giornate davanti a una vecchia televisione e alla videocassetta di Hakeem Olajuwon. Ringrazia tutti. Si chiede perché Dio l’abbia scelto – è molto religioso, è cristiano in un’area di grande maggioranza musulmana -, ma proprio non trova risposta. Cammina con il trofeo in mano per le strade su cui sfrecciava con l’amico Dennis (nella foto in basso a destra, che indossa una maglietta con la scritta &#8220;dream big&#8221;), cercando di mostrare a ogni singolo cittadino di Zaria che, in realtà, anche in Africa forse le opportunità esistono. Che i sogni possono diventare realtà.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/20190812-nbatrophy-1024x538.webp" alt="" class="wp-image-32585" width="656" height="344" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/20190812-nbatrophy-1024x538.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/20190812-nbatrophy-300x158.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/20190812-nbatrophy-150x79.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/20190812-nbatrophy-768x403.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/20190812-nbatrophy-1080x567.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/20190812-nbatrophy.webp 1200w" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Dopo l’addio di Kawhi Leonard, ha dovuto iniziare un nuovo ciclo con i suoi Toronto Raptors. Ha di nuovo fondato la squadra su ragazzi giovani, in cui la stella è Pascal Siakam, che aveva anche contribuito al Titolo nel 2019, camerunense. E continua a dare spazio a giovani africani, come i nuovi arrivati Koloko, Achiuwa e il solito Anunoby, in un ruolo nuovo da Vice Chairman e President of Basketball Operations, dopo aver lasciato il ruolo di GM a Bobby Webster.</p>



<p>Crede nello sviluppo della sua terra sia dal punto di vista sociale, che da quello della pallacanestro. Anzi, crede che la crescita di entrambi debba andare all’unisono. E non si è fatto problemi a mandare una lettera dal titolo “Enough is enough” al governo nigeriano quando nel maggio 2022 aveva comunicato che le Nazionali di basket si sarebbero ritirate da tutte le competizioni internazionali (dunque anche dalle qualificazioni alle Olimpiadi, dove la Nigeria può dire la propria). Una lettera che, forse per il suo charme seduttivo o la sua importanza mediatica, ha fatto cambiare idea alla Federazione, e ha dimostrato che Masai tiene a casa sua più di ogni altra cosa.</p>



<p>D’altronde, Masai ama l’Africa. È fiero delle sue origini, della sua infanzia e adolescenza. Ha un legame con il suo continente che va oltre il senso di appartenenza o il patriottismo. È un legame interiore, indissolubile. Intrinseco al suo nome, che richiama i Maasai, la tribù guerriera della savana. E sono proprio le sue radici che gli hanno dato la possibilità di arrivare in NBA, che lo hanno trasformato per sempre. Che da piccolo, da essere nessuno, lo hanno fatto diventare un gigante. <strong>Il gigante d’Africa</strong>.</p>
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		<item>
		<title>Nessuno crede in José Alvarado</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/nessuno-crede-in-jose-alvarado/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 May 2022 15:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[josé alvarado]]></category>
		<category><![CDATA[Madison Square Garden]]></category>
		<category><![CDATA[ncaa]]></category>
		<category><![CDATA[new orleans pelicans]]></category>
		<category><![CDATA[new york knicks]]></category>
		<category><![CDATA[undrafted]]></category>
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					<description><![CDATA[José Alvarado è come la sua "sneaky steal": pronto a colpire nell'ombra. Così, una gelida sera d'inverno, ha deciso di sorprendere il mondo intero al Madison Square Garden. Senza più fermarsi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">José Alvarado è come la sua &#8220;sneaky steal&#8221;: pronto a colpire nell&#8217;ombra. Così, una gelida sera d&#8217;inverno, ha deciso di sorprendere il mondo intero al Madison Square Garden. Senza più fermarsi.</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/WhatsApp-Image-2022-05-13-at-09.27.58-1-1024x576.jpeg" alt="" class="wp-image-18872" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/WhatsApp-Image-2022-05-13-at-09.27.58-1-1024x576.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/WhatsApp-Image-2022-05-13-at-09.27.58-1-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/WhatsApp-Image-2022-05-13-at-09.27.58-1-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/WhatsApp-Image-2022-05-13-at-09.27.58-1-768x432.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/WhatsApp-Image-2022-05-13-at-09.27.58-1-1536x864.jpeg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/WhatsApp-Image-2022-05-13-at-09.27.58-1-1080x608.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/WhatsApp-Image-2022-05-13-at-09.27.58-1.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Questa storia parte da una sera speciale, diversa da tutte le altre. Una di quelle che si riconosce subito, che ha un profumo particolare. Con il cielo stellato che avvolge le case con un’aria mistica, leggera. Una di quelle “<em>sere da passare in centomila in uno stadio. Talmente strane e profonde che vengono raccontate dalla radio. Mandate in onda</em>”. Una di quelle sere dei miracoli di cui ha scritto Lucio Dalla.</p>



<p><strong>New York City</strong> non è certo Roma, amata e cantata da Dalla a cui dedica, appunto, <em>La sera dei miracoli</em>. Eppure, il 20 gennaio 2022 intorno alla Statua della Libertà si vive una notte simile.</p>



<p>È la fine di una giornata fredda. I fiocchi di neve atterrano leggeri sui tetti di Manhattan. Ma la Grande Mela si infradicia, e con il suo consueto spirito ribelle la città rifiuta di essere sommersa da un velato manto bianco. È buio, ma le luci delle vetrine illuminano le strade. Times Square è insolitamente vuota. La città sembra stranamente ferma, immobile, sebbene i taxi continuino a correre e i ristoranti a riempirsi.</p>



<p>Appare tutto così straordinariamente normale, quieto. Ma in qualche modo si sente che è una sera speciale. Mentre Wall Street, Broadway e la Fifth Avenue si mostrano deserte, morte, l’intera metropoli si concentra magicamente tra la Trentunesima e la Trentaquattresima Strada. Al <strong>Madison Square Garden</strong>.</p>



<p>Le pozzanghere dell’8th Avenue riflettono i cartelloni pubblicitari dell’Arena più famosa al mondo. L’arancione e il blu dei <strong>New York</strong> <strong>Knicks</strong> si prendono la scena, rimbalzando sulle pozze d’acqua più limpide. Il blu scuro, l’oro e il rosso dei <strong>New Orleans Pelicans</strong> sono, invece, più offuscati, scoloriti e calpestati dalle migliaia di piedi pronti a prendere posto sugli spalti.</p>



<p>È qui che si respira nell’aria un inebriante profumo di miracolo. Dovrebbe in realtà essere una semplice serata invernale newyorkese, una qualsiasi partita di Regular Season tra Knicks e Pelicans. Ma non lo è.</p>



<p>Perché questa è la storia di <strong>José Alvarado</strong>, talmente surreale che non può non partire da una città e da un luogo speciale. Non può non partire dal “The Garden”.</p>



<p>La città ha di certo vissuto momenti ben più epici, indimenticabili. Anzi, è piuttosto fredda, noiosa. La gente è per lo più chiusa nei locali o a casa e i Knicks si preparano all’ennesima sconfitta casalinga. Nulla fuori dalle linee.</p>



<p>Eppure, c’è un ragazzo, José, che effettivamente in quella notte sente il profumo della sera dei miracoli.</p>



<p>È americano di origini portoricane, però lo spagnolo non lo conosce. Il 20 gennaio gioca finalmente nella sua città, ma contro la sua città. È nato a pochi chilometri da quella <strong>Penn Station</strong> che ospita il Madison, a una trentina di minuti di distanza in metropolitana. È cresciuto a <strong>Brooklyn</strong>. Ha vissuto sui campetti di basket oltreponte. </p>



<p>È alto – si fa per dire &#8211; 183 centimetri. Ora è un giocatore dei New Orleans Pelicans.</p>



<p>Chiunque, fino a quel giorno, ha pensato che uno così non sarebbe mai potuto arrivare in NBA. </p>



<p>È basso. Non sa tirare. Non è per nulla atletico. E non palleggia nemmeno bene. Come può calpestare gli stessi parquet di LeBron James e Kevin Durant? Non è possibile che giochi contro altri playmaker che lo superano mediamente di dieci centimetri.</p>



<p>Eppure, non è lì per caso. Nessuno gioca per venti minuti al MSG per errore. E coach <strong>Willie Green</strong> quella sera, per la prima volta, lascia in quintetto José quasi per metà partita. Insomma, se è finito a correre tra i più grandi giocatori di pallacanestro al mondo, un motivo probabilmente c’è.</p>



<p>Torniamo tra la Trentunesima e la Trentaquattresima Strada.</p>



<p>Sul campo rimbomba la musica. A José, chiuso negli spogliatoi, tremano le gambe. Chiunque viene intimorito dal “The Garden”. Ma sa che questa è l’occasione, il momento giusto per mostrare realmente chi è a coloro che sempre lo hanno criticato. La partita per trasformare tutti gli sforzi, le sconfitte e i dolori di una vita in un enorme sorriso.</p>



<p>E&#8217; lì, senza che nessuno se lo aspettasse. A causa di diversi infortuni e protocolli covid sta avendo la sua chance. </p>



<p>Infatti, la sua biografia cestistica recita &#8220;Undrafted&#8221; per i due giri di chiamate del 2021. Eppure, ironia della sorte, si trova in rotazione prima dell’All-Star week.</p>



<p>Apre e chiude continuamente gli occhi. Non sta sognando. Quella è la sua New York, sugli spalti ci sono 20 tra amici e famigliari, tutti biglietti regalati da Josh Hart e <strong>Brandon Ingram</strong>. E poi, di fianco a lui, come a dargli coraggio, ci sono Nick Sanchez e Joe Arbitello &#8211; gli allenatori al tempo dell’High school &#8211; che hanno pagato 5000 dollari di tasca loro pur di aver un posto a bordo campo.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/new-york-knicks-at-madison-square-garden-1024x652.jpeg" alt="madison square garden around the game nba" class="wp-image-18804" width="768" height="489" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/new-york-knicks-at-madison-square-garden-1024x652.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/new-york-knicks-at-madison-square-garden-300x191.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/new-york-knicks-at-madison-square-garden-150x96.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/new-york-knicks-at-madison-square-garden-768x489.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/new-york-knicks-at-madison-square-garden-1536x978.jpeg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/new-york-knicks-at-madison-square-garden-1080x688.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/new-york-knicks-at-madison-square-garden.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: blog.sportwhereiam</figcaption></figure>



<p>Prende un grande respiro.  Appena mette il primo piede sul parquet, si accorge immediatamente di non trovarsi in un’arena qualunque. Non è al McCamish Pavilion, la casa di <strong>Georgia Tech</strong>, dove ha giocato le quattro stagioni precedenti. E non è nemmeno al Smoothie King Center di New Orleans. Passo dopo passo, diretto verso la panchina, sente l’energia, la forza, del teatro più scintillante del pianeta.</p>



<p>Così l’intero palazzetto diventa buio. Si vede solo il bagliore di qualche flash tra i tifosi.</p>



<p>Il Madison Square Garden è una struttura mistica, inspiegabile. È come se al suo interno continuino a riecheggiare all’infinito le voci che ne hanno scritto la storia. Come se a distanza di anni l’aria venga ancora mossa dai saltelli di Mohammed Ali e dai ganci di Joe Frazier del “Fight of the Century” nel 1971. Come se si senta ancora il dolce e fievole canto di Marilyn Monroe che intona a J.F. Kennedy “<em>Happy birthday mister President</em>” davanti a 17mila persone. Oppure, ancora, rimbomba il tuono dello sparo che ha ucciso l’architetto Stanford White nel 1906, che passerà poi alla cronaca, secondo l’opinione pubblica americana, come l’assassinio del secolo. O le grida di gioia di migliaia newyorkesi intente a festeggiare nei primi anni ’70 gli unici due Titoli NBA dei Knicks.</p>



<p>Il “The Garden” è un luogo di culto, sacro. Devoto non solo alla pallacanestro e allo sport, ma all’intero mondo dello spettacolo. Una terra immortale, uno di quei pochi angoli della pianeta in cui il tempo si ferma e ciò che avviene al suo interno diventa d’un tratto eterno.</p>



<p>Si accendono i riflettori. Fischio d’inizio e palla a due.</p>



<p>José Alvarado sa benissimo di questa magia. Un po’ per conoscenze pregresse, per la fama del MSG, un po’ perché se ne è accorto una volta dentro. Così, a fine partita, dopo aver vinto e segnato 13 punti, 4 assist e 4 palle rubate, sbatte le palpebre repentinamente per vedere se non si trova in mezzo a un sogno &#8211; come aveva fatto prima della gara. Adesso, però, tra un battito di ciglia e l’altro, sul volto di José scendono delicatamente delle lacrime. Non crede sia successo realmente.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="&#039;It&#039;s a dream come true!&#039; - Rookie Jose Alvarado EUPHORIC after first game in MSG | NBA on ESPN" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/KUS1eoDxDmo?start=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Il 20 gennaio 2022, l’abbiamo già detto, per Alvarado è una sera speciale, indimenticabile. È vero, non produce numeri da togliere il fiato, José non sarà mai un giocatore da grandi cifre. Ma ha vinto da protagonista davanti alla sua gente, nel tempio della pallacanestro.</p>



<p>Eppure, sente un senso di vuoto. Dopo l’intervista a Espn commosso volge lo sguardo verso i suoi amici, la sua famiglia. Li fissa a uno a uno negli occhi. Dalla mamma Odilia al padre José Sr, passando per il cugino Ariel. Solo <strong>nonna Diana</strong> non c’è. E in quel momento sente terribilmente la sua assenza.</p>



<p>Gli manca l’unica persona che abbia sempre creduto in lui, sostenendolo in ogni situazione. Ma non può trovarsi lì.</p>



<p>È morta nel 2016, quando José aveva 18 anni, per un tumore allo stomaco. Lottando.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«<em>Vederla combattere giorno dopo giorno in ospedale mi ha cambiato</em>. <em>Ho capito che non ci si deve mai lamentare. Non importa se mi allenerò per ore o mi farò il culo. Lì fuori ci sarà sempre qualcuno che si sveglia ed è costretto a fare a pugni con la morte</em>»</p>
</blockquote>



<p>Da questa terribile perdita, José è diventato l’Alvarado che conosciamo. L&#8217;instancabile, pronto a mordere su ogni pallone. Il guerriero, capace di lasciare il proprio corpo in campo. </p>



<p>Quello della notte di New York.</p>



<p>Ma fino al 20 gennaio 2022, 6 lunghi anni dopo l’addio di <em>abuela</em> Diana, nessuno sapeva chi fosse,  José.</p>



<p>Questa storia, in fin dei conti, è un po’ come un film. Così, torniamo indietro nel tempo in maniera improvvisa, repentina. E vi portiamo nella <strong>Brooklyn</strong> dei primi anni 2000.</p>



<p>Non è più quella di <em>C’era una volta in America</em> o <em>Good Fellas</em>, in cui i criminali ne sono quasi sovrani pop, ma sicuramente non è uno dei luoghi più tranquilli della terra. E Alvarado respira l’aria di queste strade, passando le intere giornate a giocare a football americano. Poi, un brutto infortunio al ginocchio lo porta sui playground di pallacanestro più affascinanti della città.</p>



<p>È piccolo e nessuno lo vuole nella propria squadra. Ma comincia ad appassionarsi alla palla a spicchi e a sfogarsi sul rettangolo di gioco, combattendo su ogni singolo rimbalzo.</p>



<p>Una domenica mattina estiva, di nascosto, suo cugino Ariel Alvarado porta in un campetto di Brooklyn un certo <strong>Nick Sanchez</strong>, assistente allenatore della squadra della <strong>Christ the King High School</strong>.</p>



<p>In un minuto Nick prende la decisione. José Alvarado giocherà in un liceo del Queens frequentato in passato anche da <strong><a href="https://aroundthegame.com/darkness-and-light/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lamar Odom</a></strong> e “Sue” Bird, la giocatrice delle Seattle Storm. Diciamo che la tradizione cestistica lì non manca.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/Shutterstock_6102928al.jpeg" alt="Jose Alvarado Christ the King High School Around the Game" class="wp-image-18806" width="460" height="307" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/Shutterstock_6102928al.jpeg 460w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/Shutterstock_6102928al-300x200.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/Shutterstock_6102928al-150x100.jpeg 150w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Shutterstock</figcaption></figure>



<p>Alvarado non sopporta perdere. Così, sul parquet si trasforma in una furia. Non gli interessa se gioca contro ragazzi più grandi o più alti. Non gli importa se non si può permettere una tripla in faccia a chiunque, chiudere una transizione con una schiacciata o stoppare un avversario. Quando scende in campo non esistono limiti fisici o tecnici. C’è solo la volontà di finire con un punto in più.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«<em>Era sempre tra i due o tre più bassi in campo. Ma la sua forza, la sua resistenza, la passione, il desiderio di vincere ed essere il migliore lo hanno reso ineguagliabile. Non ho mai visto un giovane del genere</em>», racconta Joe Arbitello, al tempo in cui era coach di Alvarado.&nbsp;</p>
</blockquote>



<p>Fin da ragazzino, dai primi anni di High School, infiamma ogni partita, traina i propri compagni con sé. E infatti, in quattro anni di High School nel Queen, guida i suoi Royals a due campionati della <em>New York Catholic League</em>.</p>



<p>Non ha una grande propensione offensiva. Eppure riesce a suo modo a dominare le partite. Non colleziona canestri su canestri o disegna traiettorie impossibili per i compagni. Ma semplicemente <strong>difende</strong> in maniera impeccabile.</p>



<p>Non si stacca mai dall’avversario, tenendolo sempre vicino a sé. Legge alla perfezione ogni situazione, mettendosi con l’intero corpo al posto giusto nel momento giusto. Allunga il braccio quando deve. Fa leva sulla sua incredibile capacità di analisi e sull’impercettibile rapidità di reazione. </p>



<p>Con José non si è mai liberi, né mentalmente, né sul parquet.</p>



<p>È l’unico giocatore nella storia della Christ the King a realizzare una quadrupla doppia. 18 punti, 10 assist, 10 rimbalzi e 10 palle rubate. Una gara perfetta che cattura gli occhi a diverse università.<br><br>Non parliamo di Duke, Kentucky o UCLA. No, queste non si interessano a lui. José Alvarado non è un tipo da queste piazze. Non lo sarà mai. In qualche modo in tutta la sua carriera segue i venti meno conosciuti, le strade più sperdute, i mari meno navigati. Come in passato ha fatto Stephon Marbury, vola da New York City ad Atlanta, alla <strong>Georgia Tech University</strong>. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-1024x1024.jpeg" alt="Jose Alvarado georgia tech around the game" class="wp-image-18807" width="512" height="512" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-1024x1024.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-300x300.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-150x150.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-768x768.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-1080x1080.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-880x880.jpeg 880w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-24x24.jpeg 24w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-48x48.jpeg 48w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265-96x96.jpeg 96w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/usa_today_13956265.jpeg 1400w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Fromtherumbleseat.com</figcaption></figure>



<p>José non ha mai paura. Né nella vita, né in campo. Glielo si legge negli occhi. Con quelle profonde pupille nere fissa dritto in faccia gli avversari, che spesso si perdono intimoriti al loro interno. Non importa chi si trova davanti a sé. &nbsp;Scruta chiunque, lo accompagna con una gambata rapida e il più delle volte, in un battito di ciglia, gli ruba la sfera.</p>



<p>Così, non si spaventa di una nuova casa, di lasciare la Grande New York. E continua a lavorare duro sognando <strong>l’NBA</strong>, abbattendo ogni limite. Apparentemente supportato da nessuno.</p>



<p>Qualcuno ha mai creduto in José? Forse solo la sua famiglia, soprattutto la nonna – scomparsa, tra l’altro, l’anno prima che Alvarado andasse all’università. Ma per il resto non c’è una persona al mondo che abbia mai pensato potesse fare realmente la differenza su un campo NBA. Nessuno tranne <strong>Josh Pastner</strong>, il coach di Georgia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«<em>José è il nostro motore, il nostro cuore</em>»</p>
</blockquote>



<p>Passa quattro anni da leader. La difesa è nelle sue mani. In attacco guida i compagni con le sue solite vampate di rabbia e furore. L’ultima stagione è il terzo miglior giocatore di tutta la Division I per palle rubate con 2.9 di media.</p>



<p>Dall’alto dei suoi 183 centimetri dovrebbe aver sorpreso il panorama cestistico mondiale giocando partite di impeto, cattiveria agonistica e facendo sempre la scelta giusta. </p>



<p>Anno dopo anno migliora le statistiche. Aumenta la realizzazione offensiva e le percentuali dal campo. Eppure, nessuno pare notarlo.</p>



<p>Così sceglie di rimanere in NCAA. Di non fare un salto troppo lungo rischiando di cadere. Non vuole andarsene, cogliere le occasioni oltreoceano. Vuole solo l’NBA, quindi aspetta il più possibile, sperando invano che il suo nome cresca tra gli scout delle franchigie.</p>



<p>Arriva la sera del 29 luglio 2021, a Brooklyn, a casa sua. È contento, soddisfatto. Dopo 4 interminabili stagioni in Georgia e un <em><strong>Atlantic Coast Conference Defensive Player of the Year</strong></em> pensa che sia arrivato il suo momento. È pronto alla festa, forse.</p>



<p>Eppure nessuno crede davvero in lui. Per gli esperti ESPN è il novantaduesimo prospetto del <strong>Draft</strong>. Non ha alcuna possibilità di salire sul palco di fianco ad Adam Silver.</p>



<p>Hanno ragione. Quel giorno nessuna squadra sceglie José Alvarado. E lui si sente perso, deluso. Ma mai sconfitto.</p>



<p>Ha una nuova chance. Sono i New Orleans Pelicans. Lo chiamano per la <strong>Summer League di Las Vegas</strong>. Ma durante il torneo estivo in Nevada solitamente vengono valorizzati i giocatori individuali, capaci di crearsi un tiro dal nulla. Viene premiato chi si mette in mostra con grandi azioni sceniche. Ancora una volta, José rimane nell’ombra.</p>



<p>Alvarado è un giocatore da squadra che si esalta nel sistema, con la coralità. Può essere il cuore che pompa i compagni, trasferendogli energia e cattiveria. Oppure una rotella fondamentale di un ingranaggio. Ma sicuramente non è un solista. Il rapporto che ha con la sfera non è certamente come quello tra Jimi Hendrix e la sua chitarra.</p>



<p>Così, nel silenzio più totale, in 5 partite a Vegas gioca 14 minuti ad allacciata di scarpe, segna 4.4 punti, 2 assist e 1.5 steal di media. Lo staff dei Pelicans, però, nota quest’ultima voce. Gli viene offerto un <strong>two-way contract</strong>.</p>



<p>Ce l’ha fatta. </p>



<p>Alla sua maniera. Nel modo meno diretto, lontano dai riflettori. Da undrafted, con la possibilità di mettersi in mostra in G-League.</p>



<p>Inizia la sua carriera tra i “pro” con la maglia dei <strong>Birmingham Squadron</strong>, la filiale di NOLA. Pronti-via, il suo impatto è immediato. La difesa cambia, l’aggressività di squadra pure.</p>



<p>A novembre, circa a due settimane da inizio stagione 2021/2022, coach <strong>Willie Green</strong> chiama dal piano superiore José. Il 3 novembre corre, anche se solo per un minuto, per la prima volta un parquet NBA. 60 secondi di pura estasi.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/1239379386.0-1024x683.jpg" alt="Jose Alvarado New Orleans Pelicans Around the Game" class="wp-image-18808" width="768" height="512" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/1239379386.0-1024x683.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/1239379386.0-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/1239379386.0-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/1239379386.0-768x512.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/1239379386.0-1080x720.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/05/1239379386.0.jpg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Thebirdwrites.com</figcaption></figure>



<p>Torniamo allora a dove abbiamo iniziato. Alla “sera dei miracoli” di New York. Alla prima grande prestazione di José. Al giorno che ha segnato la sua carriera.</p>



<p>Perché da quella magica notte in poi tutto cambia. Cattura la fiducia di coach Green, segna 23 punti contro San Antonio ed entra definitivamente nelle rotazioni.</p>



<p>Così, una volta scaduto il two-way contract firma un quadriennale a 6.5 milioni di dollari con i Pelicans. Sale il minutaggio, segnando prestazioni sempre più importanti, addirittura realizza 6 palle rubate in una gara, diventando il suo marchio di fabbrica.</p>



<p>E infine arrivano i Playoffs 2022, dopo le due vittorie ai Play-in contro Spurs e Clippers. Ancora una volta dimenticato dal mondo, considerato un “fenomeno” da Regular-Season, che ha avuto spazio solo a fine stagione.</p>



<p>Eppure, ancora una volta, José Alvarado ha deciso di lasciare stare le critiche. Di mostrare il suo valore sul parquet. Di passare in meno di un anno dall’essere undrafted a rimanere in campo 30 minuti al Primo Turno contro i <strong>Phoenix Suns</strong>. Di mettere in difficoltà Chris Paul, obbligandolo per ben due volte alla violazione degli 8 secondi nella propria metà di gioco.</p>



<p>Perché, in fondo, José Alvarado è proprio come lo “<strong>sneak-attack</strong>” che lo ha reso famoso. Vive intelligentemente la sua carriera nel silenzio, nell’ombra, poi, quando meno ce lo si aspetta, esce dal nulla, ruba il pallone e lo consegna a un compagno per due punti facili.</p>



<p>Ora è appena uscito dal buio, dal suo nascondiglio. Al suo primo “anno” &#8211; si fa per dire, gioca con continuità solo da gennaio 2022 – ci ha già mostrato di cos’è capace. E se nessuno fino a oggi ha creduto in José, forse è arrivato il momento di farlo.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Jose &#039;Grand Theft&#039; Alvarado sneaky steals | New Orleans Pelicans" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/zI8MA5L4pCI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;ultima scommessa &#8211; la storia di Stevin Smith</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/ultima-scommessa-la-storia-di-stevin-smith/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Mar 2022 23:28:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[arizona state univesity]]></category>
		<category><![CDATA[ncaa]]></category>
		<category><![CDATA[scommesse]]></category>
		<category><![CDATA[stevin smith]]></category>
		<category><![CDATA[tim donaghy]]></category>
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					<description><![CDATA[La criminalità si nasconde dovunque. Anche sui campi di pallacanestro. Questa è la controversa storia di Stevin Smith e di come sia stato capace di truccare delle partite di basket NCAA.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">La criminalità si nasconde dovunque. Anche sui campi di pallacanestro. Questa è la controversa storia di Stevin Smith e di come sia stato capace di truccare delle partite di basket NCAA.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="1200" height="628" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-22-at-18.19.08.jpeg" alt="" class="wp-image-14748" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-22-at-18.19.08.jpeg 1200w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-22-at-18.19.08-300x157.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-22-at-18.19.08-1024x536.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-22-at-18.19.08-150x79.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-22-at-18.19.08-768x402.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-22-at-18.19.08-1080x565.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></figure></div>



<p>Un canestro può cambiare il destino. Un passaggio sbagliato può stravolgere una carriera. Un fallo in difesa può condannare per la vita. In un attimo, in una frazione di secondo, si gioca tutto. Una piccola scelta sbagliata può compromettere infiniti sforzi, distruggere il lavoro di sempre, trasformare i migliori sogni negli incubi più cupi.</p>



<p>Questo è uno di quei racconti che si muovono nelle tenebre, negli angoli più bui della Terra. È una storia oscura scandita da decisioni errate e occasioni sprecate. Narra di criminali e malavita, eppure il protagonista è una delle migliori point guard a livello collegiale del <strong>1994</strong>.</p>



<p>Talvolta l’illegalità pare esistere solo nei film. Non la vedi, non la senti. Ma in realtà s’infila ovunque. Si nasconde dietro ogni strada, ogni vicolo. È dappertutto. Anche nei luoghi più sacri e limpidi, come i campi di pallacanestro.</p>



<p>Così, durante le CBA Finals del ’96 alla Sioux Falls Arena potrebbe benissimo essere messa in scena una farsa, uno spettacolino fittizio, una partita truccata. Ma nessuno degli spettatori ne è a corrente.</p>



<p>Due trame, tanto cinematografiche quanto spaventosamente reali, si sono incontrate su un parquet di gioco a Sioux Falls, nel Sud Dakota, in una terra remota e poco scenografica. Non siamo nella Chicago degli anni ’20, quella di Al Capone per intenderci, e neppure nella Brooklyn degli anni ’50, quella di <em>Good Fellas. </em>Ma in cabina di regia sembra esserci Martin Scorsese.</p>



<p>Ogni fallo, ogni fischio, potrebbe essere pilotato, deciso da qualche allibratore. Qualsiasi tiro del playmaker della squadra di casa potrebbe sbattere sul ferro solo perché in una chiamata gli hanno detto che non può vincere con più di sei punti di scarto.</p>



<p>Arbitra Tim Donaghy, che anni dopo si farà undici mesi di prigione per aver indirizzato il risultato di diversi match NBA. Palleggia, con la maglia degli Sioux Falls Skyforce,<strong> Stevin Smith</strong>, che qualche stagione prima era stato coinvolto in un caso di basket-scommesse all’Arizona State University.</p>



<p>Effettivamente, quella sera né Donaghy, né Smith hanno brutte intenzioni. Sono entrambi lì per fare quello che più loro piace. Eppure, il pensiero che abbiano calpestato le stesse linee di gioco crea un senso di profondo disagio. &nbsp;</p>



<p><a href="https://aroundthegame.com/arbitro-delle-scommesse/" data-type="URL" data-id="https://aroundthegame.com/arbitro-delle-scommesse/">La storia del primo, dell’arbitro, ve l’abbiamo già raccontata</a>. Ora è arrivato il momento di raccontare una delle più losche e tristi leggende del palcoscenico cestistico. La storia della caduta di un uomo, di un talento, figlio di un sistema marcio e ingiusto. Quella di un giocatore che è rimasto in piedi per poco, buttato giù dall’ultima scommessa.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Non trovo nemmeno le parole per quello che ho perso</em>»</p></blockquote>



<p>Paradossalmente un’immagine vuota, silenziosa, di un uomo fermo, è più eloquente di mille discorsi. Così Smith racconta alle telecamere il suo dolore, il rimorso, il rimpianto. Ha sbagliato. E lo sa. È conscio di <strong>aver truccato tre partite</strong> <strong>NCAA</strong>. Ha scelto inconsapevolmente di prendersi un tiro per la vita. Il pallone, però, è rimbalzato sul ferro quattro volte, lentamente, ma poi è uscito e l’ha condannato per sempre. Ha puntato tutto sulla casella perdente. Ha fatto una giocata di troppo.</p>



<p>D’altronde la sua storia è iniziata come poi finirà. Con una scommessa persa.</p>



<p>Stevin è al quarto e ultimo anno all’<strong>Arizona State University</strong>. Arriva dai peggiori sobborghi di Dallas, non ha un soldo in tasca, ma è un autentico artista della pallacanestro. Per tutti è <strong>Hedake</strong>, proprio come lo chiamava la mamma quando era piccolino.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Correvo tutto il tempo, ovunque. Così le facevo venire il mal di testa </em>(“headache” in inglese<em>). Lei è stata la prima a darmi questo nome</em>.»</p></blockquote>



<p>I <strong>Sun Devils</strong> della ASU non hanno mai avuto un’importante tradizione cestistica. Però nel 1989 arriva in Arizona coach <strong>Bill Frieder,</strong> nel ’91 recluta Smith, che sarà fin da subito la stella della squadra. Insieme tornano a giocarsi l’NCAA Tournament, dopo 10 anni dall’ultima apparizione dell’università di Tempe.</p>



<p>Va bene. Fin qua è una storia qualunque, quasi noiosa.</p>



<p>Tutto ha inizio da un amico, <strong>Benny Silman</strong>, un altro studente dell’Arizona State University. Benny è un ragazzo pacato, tranquillo, che non dà molto nell’occhio. Ama lo sport, ma anche Las Vegas.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/mqdefault.jpeg" alt="" class="wp-image-14750" width="320" height="180" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/mqdefault.jpeg 320w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/mqdefault-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/mqdefault-150x84.jpeg 150w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /><figcaption>FOTO: USbets.com</figcaption></figure></div>



<p>Così Stevin pian piano entra nel mondo di Silman. Comincia a giocare d’azzardo, a scommettere: d’altronde ha bisogno di soldi. Conosce alla perfezione la pallacanestro: pensa che per lui indovinare chi vince una partita sia un gioco da ragazzi.&nbsp;</p>



<p>Inizia con 100 dollari: perde. Ci riprova: perde di nuovo. È vero, qualche volta vince, ma i soldi sono tutti prestati dall’amico; quindi, quando incassa la maggior parte deve cederla a Benny. In un mese si ritrova in debito per 10 mila dollari. </p>



<p>Non sa che fare. È intrappolato.</p>



<p>È un circolo vizioso. Non ci sono vie d’uscita. E pensare che desiderava fare qualche soldo giusto per comprarsi delle scarpe nuove e finire di pagare l’affitto. Non sa come saldare il conto con l’amico.</p>



<p>Ecco la prima giocata perduta: il tiro decisivo sbagliato che lo costringe a una rimonta impossibile.</p>



<p>Finché, però, Silman ha l’idea del secolo. Forse.</p>



<p>«<em>Stevin, puoi ripagarmi giocando a basket</em>», gli dice davanti a una birra al The Dash Inn, un pub vicino al campus.</p>



<p>Hedake non ha mai sentito parole migliori. La pallacanestro è ciò che gli viene meglio.</p>



<p>Supera i 185 centimetri, segna in qualsiasi maniera e serve assist su assist. È un giocatore meraviglioso, destinato al grande palcoscenico dell’NBA. Nella sua penultima stagione alla ASU, prima di quella del ’94, ha registrato 20 punti, 4 assist e 2.5 rubate a partita. Da freshman ha conquistato l’università guadagnandosi subito il maggior riconoscimento individuale sportivo dell’istituto. È diventato il capitano degli Arizona State Sun Devils, ha partecipato a un All-American e si crede possa essere una scelta top-10 al Draft.</p>



<p>Insomma, non è un <strong>playmaker</strong> qualunque.</p>



<p>Tutto ciò che deve fare è assicurarsi che i suoi Sun Devils non vincano con troppi punti di distacco. In due partite, che deciderà Benny, Smith deve solo ridurre il margine di vantaggio. Non gli si chiede di perdere nessun match o di giocare male.</p>



<p>Ancora una volta a Hedake sembra un gioco da ragazzi.</p>



<p>Ma come si può truccare una partita di basket?</p>



<p>Ci vuole una squadra fortemente favorita e una sfavorita.</p>



<p>Supponiamo che i favoriti sono tali di 10 punti. Dunque, per vincere la scommessa, questa deve vincere con uno scarto superiore a 10. Invece, se si scommette sulla sfavorita la squadra può anche perdere, ma deve farlo con un margine uguale o minore a 10.</p>



<p>Ovviamente Silman sceglie di giocare quando i Sun Devils sono decisamente avvantaggiati. Ma gioca tutto sugli avversari. Così, Stevin Smith può ridurre la differenza di punti per far arrivare la sfavorita sotto la soglia.</p>



<p>Hedake accetta, quasi senza pensarci.</p>



<p>Ed ecco un’altra decisione sbagliata.&nbsp; Un tiro per la vita che di nuovo rimbalza fuori.</p>



<p>L’accordo è questo: al momento giusto Silman chiamerà Smith e gli dirà di quanto vincere. Dovrà farlo due volte e guadagnerà in tutto 40 mila dollari. Una cifra inimmaginabile per il nostro protagonista.</p>



<p>Entrambi decidono di farsi aiutare, perché non riescono a gestire tutto da soli.</p>



<p>Benny chiama <strong>Joe Gagliano</strong>, un amico &#8211; conosciuto tramite il fratello alla ASU &#8211; appena 23enne che lavora alla borsa di Chicago. Tutti e due uniti dalla passione per il gioco d’azzardo. Così formano un fondo scommesse insieme.</p>



<p>Una sera di gennaio del 1994, in un appartamento di un grattacielo della Città del Vento squilla un telefono.</p>



<p>«<em>Ciao Joe, sono Benny. Ho una combine</em>».</p>



<p>Silenzio. Gagliano rimane impietrito. Prima non capisce, poi gli viene spiegato tutto. Silman chiude dicendo di avere in pugno Hedake Smith.</p>



<p>«<em>Una persona con un briciolo di moralità avrebbe attaccato, ma non io</em>», racconta Gagliano.</p>



<p>Dall’altra parte Stevin chiede un aiuto a <strong>Isaac Burton</strong>, un compagno dei Sun Devils.</p>



<p>È vero, Hedake è il playmaker. Ossia il maestro d’orchestra, l’organizzatore del ballo. Ha la capacità di guidare tutta la squadra, non solo perché è il giocatore migliore, ma perché ogni palla deve passare dalle sue mani. È lui che sceglie la musica, il ritmo. Se danzare su un lento o a ritmo di charleston. Così può decidere l’andamento di un match. Conosce perfettamente ogni singolo componente dello spogliatoio. Sa i suoi punti di forza, quando metterlo nella situazione migliore, quando è pronto a ricevere la sfera. Tuttavia, ha la possibilità di metterlo in difficoltà dove e come vuole, lasciando prendere agli altri tiri complicati senza dare nell’occhio o sfigurare.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/27e3ad39cab1db394f65e8f8578e458c_400x400.jpeg" alt="" class="wp-image-14749" width="400" height="400" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/27e3ad39cab1db394f65e8f8578e458c_400x400.jpeg 400w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/27e3ad39cab1db394f65e8f8578e458c_400x400-300x300.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/27e3ad39cab1db394f65e8f8578e458c_400x400-150x150.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/27e3ad39cab1db394f65e8f8578e458c_400x400-24x24.jpeg 24w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/27e3ad39cab1db394f65e8f8578e458c_400x400-48x48.jpeg 48w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/27e3ad39cab1db394f65e8f8578e458c_400x400-96x96.jpeg 96w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption>FOTO: Twitter</figcaption></figure></div>



<p>Comunque, ha bisogno di una mano. Un po’ per condividere con qualcuno questo pesante segreto, un po’ in caso d’imprevisti. Sceglie di chiamare Burton, che più di ogni altra persona all’interno del college ha bisogno di guadagnare qualcosa. Così, in cambio di qualche tiro libero sbagliato, Stevin gli promette un paio di migliaia di dollari.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Pativo la fame da solo, nella mia stanza &#8211; </em>racconta Isaac<em> &#8211;  Andavo dagli altri a chiedere cibo</em>».</p></blockquote>



<p>Il team è al completo, per ora. Che si aprano le danze.</p>



<p>La prima partita arriva due mesi dopo l’incontro al The Dash Inn. È letteralmente un enorme successo. Il 27 gennaio 1994 a Tempe i Sund Devils sfidano <strong>Oregon State</strong>.</p>



<p>Stevin Smith è incredibilmente teso. Di solito non esiste luogo in cui si trova più a suo agio di quel maledetto parquet dell’Arizona State University. Eppure, si scambia diversi sguardi di paura con Burton.</p>



<p>«<em>Ciao Hedake. Oggi vinci solo di 6</em>».</p>



<p>Nel frattempo, Joe Gagliano ha recuperato tutti i soldi che ha messo da parte ed è volato a Las Vegas. <em>All or Nothing</em>. Riesce a raccogliere 500 mila dollari, tutti scommessi contro la vittoria di ASU sopra ai sei punti.</p>



<p>Ma una volta sul campo Stevin Smith è un’altra persona. Prima mette in cassaforte la partita, poi pensa ai soldi.</p>



<p>Dopo il primo tempo piovono applausi. A un certo punto i Sun Devils si sono trovati 40 a 27, Hedake ha già segnato 28 punti e centrato 7 tiple su 8. La scommessa sembra quasi essere andata fuori controllo.</p>



<p>Smith comincia a difendere in maniera passiva, facendo qualche fallo di troppo e correndo poco. Inizia a perdere qualche pallone, sbagliando passaggi decisivi. Isaac Burton non mette dentro più un tiro libero. Insomma, in brevissimo tempo i Beavers, arrivati dall’Oregon, si ritrovano vicini alla squadra di casa.</p>



<p>La sirena tuona. Il match termina. 88-82 per i Sun Devils. 39 punti per Stevin Smith, career-high, ricoperto da abbracci e festeggiamenti. 10 triple messe a segno, record di franchigia. 20 mila dollari in banconote da 100 guadagnati. Un milione incassato da Joe e benny. Scommessa vinta. Ad Hedake pare di sognare.</p>



<p>È in macchina. Impalato. Ipnotizzato da 200 sguardi di Benjamin Franklin arrotolati uno sopra l’altro. Il padre fondatore statunitense &#8211; raffigurato sui contanti da cento &#8211; l’osserva con quel suo sguardo attonito, silenzioso. Non dà né consenso, né conforto. Ammicca un mezzo sorriso che conferisce poca certezza. Forse Stevin ha paura di quegli occhi che lo scrutano, o di quel viso fiero. Così, sceglie di disfarsene subito.</p>



<p>In pochi giorni si compra un’auto nuova, qualche collana, diversi vestiti e delle scarpe. In giro racconta che sono regali di un tifoso dell’ASU particolarmente ricco e innamorato della sua pallacanestro. Ma la verità è ben altra.</p>



<p>Ha superato il test. Benny si può fidare di lui. Qualche sera dopo c’è già la seconda partita, quella che dovrebbe essere l’ultima.</p>



<p>Stavolta la “vittima” è un’altra università dell’Oregon.<br>I Sun Devils giocano ancora in casa e i punti di margine sono gli stessi: 6. Gagliano e Silman si aspettano una potenziale vincita da 2.5 milioni di dollari. Nulla deve andare storto.</p>



<p>È una di quelle partite fortunate, incredibili, in cui non solo entra qualsiasi tiro, ma l’ordine in campo sembra seguire un moto armonico superiore. Gli atleti dell’Arizona State University giocano meravigliosamente. Tutti, tranne due. Tranne il capitano e Isaac Burton.</p>



<p>Anzi, mentre la squadra continua a segnare, Smith si fa male a una caviglia ed è costretto a tornare negli spogliatoi. Nel frattempo, Burton si ritrova solo, impaurito. Ma Hedake insiste per tornare sul parquet, stringendo i denti per un obiettivo ben più grande rispetto a una partita già vinta.</p>



<p>Rientra, fa qualche errore e il match finisce 84 a 78. Ancora perfettamente avanti di 6 punti. I piloti di questa truffa, Benny e Joe, incassano tutto e lasciano a Smith solo un centoventicinquesimo della somma guadagnata. Ancora 20 mila dollari.</p>



<p>È finita. O almeno è così che tutti e quattro pensano. Chiunque ne esce soddisfatto. Burton e Smith hanno toccato un numero di banconote che non avrebbero mai immaginato. Joe Gagliano e Benny Smith hanno moltiplicato i loro budget iniziale di cinque volte. Hanno fatto un atto illecito, ma nessuno ha notato nulla.</p>



<p>Dopo settimane di silenzio accade l’inaspettato.</p>



<p>«<em>Benny, voglio scommettere sulla mia vittoria – </em>dice Hedake<em>. Gioca 10 mila dollari per me sulla partita del 17 febbraio contro <strong>UCLA</strong>. Vedrai che non perdiamo con più di quattro punti di differenza</em>»</p>



<p>Stevin non riesce a uscire dall’infinito tunnel delle scommesse. È entrato e non può più uscirne. Accecato dai dollari, si chiede perché non continuare se fino ad allora ha funzionato.</p>



<p>Quindi, per la terza volta prende un tiro decisivo per la propria vita.</p>



<p>Ne ha già sbagliati due, iniziando a scommettere con Silman e accettando la sua proposta. Ma stavolta ha un peso diverso. Pesa migliaia di dollari. In caso di errore deve tornare a truccare due partite. È il tiro sulla sirena, l’ultima possibilità.</p>



<p>E per qualche impossibile motivo, per potersi salvare da Silman, UCLA a un secondo dalla fine si trova avanti 82-77. Un canestro lo farebbe vincere, andare sotto in svantaggio di soli 4 punti e non cadere nelle mani dei due scommettitori.</p>



<p>Non c’è un giocatore che difende, uno che attacca. Nessuno si muove. Mentre l’intero palazzetto è fermo e disinteressato dalla partita ormai finita, Stevin raccoglie la sfera, si lancia verso il canestro e spicca il volo, lasciando partire un jumper con i piedi sulla linea da tre punti.</p>



<p>Ferro. Ferro. Fuori.</p>



<p>È di nuovo in debito con Benny. È di nuovo finito nelle sue grinfie.</p>



<p>Si ricomincia. Si attendono le partite con le quotazioni giuste e si procede.</p>



<p>Il terzo match indirizzato da Stevin “Hedake” Smith e compagnia è contro la <strong>University of South Carolina</strong>.</p>



<p>Tutti i Sun Devils, pur essendo decisamente favoriti, giocano una partita tremenda. Perdono. Per Smith non è una catastrofe. Stavolta non ha chiesto aiuto a Burton e continua a sabotare di nascosto, apparentemente senza lasciare tracce. Mentre Gagliano e Silman arrivano a cinque milioni di dollari vinti.</p>



<p>Abbiamo tralasciato un piccolo dettaglio. Tutti i protagonisti di questa storia sono dei ragazzi. Nessuno supera i 25 anni. Non hanno alcun tipo di esperienza, in qualsiasi campo. Sono ancora ingenui. E in questi casi basta un piccolo errore per far crollare il castello di carta.</p>



<p>Smith continua a spendere, pensando che nessuno si accorga di lui. Ma si sbaglia di grosso. Un giornalista dell’Arizona Republic di nome Kent Somers ha notato qualcosa di strano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Ho ricevuto un messaggio &#8211;  </em>racconta il giornalista<em> &#8211;  Mi ha detto: “dovresti controllare Hedake Smith, sta succedendo qualcosa all’Arizona State. All’improvviso è pieno di contanti”».</em></p></blockquote>



<p>Nel frattempo tra la malavita dell’Illinois si sparge la voce che si stanno truccando diverse partite NCAA.</p>



<p>Un allibratore noto all’ASU di nome <strong>Big Red</strong>, un omone di 180 kilogrammi con i capelli rossi, e <strong>Vincent Basso</strong>, il figlio di uno dei criminali più importanti di Chicago, si mettono in contatto con Silman che, probabilmente intimorito, è costretto a dirgli quale partita verrà falsata.</p>



<p>Ormai Stevin Smith non è più solo il giochino di Silman e Gagliano. La faccenda è diventata più grande, fuori controllo.</p>



<p>L’ultima scommessa, stavolta per davvero, è contro <strong>University of Washington</strong>.</p>



<p>Inizialmente Hedake deve stare attento a non superare i 12 punti di vantaggio. Ma nelle scommesse le quotazioni variano anche rispetto alle puntate. Se tutti giocano su una squadra, la quotazione di questa inevitabilmente si abbassa.</p>



<p>Il 5 marzo 1994 a Las Vegas non c’è solo Gagliano. Ci sono tutti. Diversi scommettitori amici di Big Red e Vincent Basso riempiono i casinò della Mecca del gioca d’azzardo. Tutti puntano su Washington.</p>



<p>Così pian piano il <em>point spread</em>, ovvero il margine di punti con cui può vincere ASU, si abbassa. Di solito per una partita NCAA di questo livello cambia 10 volte, ma quel giorno ben 42.</p>



<p>Gli allibratori di Vegas cominciano a farsi delle domande, mentre l’FBI viene avvisata.</p>



<p>Sta per iniziare la gara, ma Smith non sa ancora di quanto vincere.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/stevinsmith-800-1024x576.jpeg" alt="" class="wp-image-14751" width="768" height="432" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/stevinsmith-800-1024x576.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/stevinsmith-800-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/stevinsmith-800-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/stevinsmith-800-768x432.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/stevinsmith-800-1080x608.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/stevinsmith-800.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>FOTO: SI.com</figcaption></figure></div>



<p>Una telefonata di Benny rompe il silenzio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Ci siamo Stevin. Devi assolutamente vincere di 3</em>».</p></blockquote>



<p>Palla a due. Si comincia.</p>



<p>I primi 14 tiri dei Sun Devils non entrano. In poco si ritrovano sotto di 11. Così, si presenta lo scenario migliore per i truffatori.</p>



<p>Dopo 12 minuti di gara poco cambia. La squadra di Smith è in una di quelle giornate stregate in cui il diametro del canestro sembra ridursi a pochi centimetri, mentre lo spazio in campo diventa angusto o quasi inesistente. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>Dopo i primi due quarti Arizona State University, però, si trova avanti di un paio di punti. All’intervallo, nello spogliatoio, coach Bill Frieder impazzisce letteralmente. Si sentono le urla fino dai corridoi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Qui fuori ci sono gli scout NBA</em> &#8211; esclama rivolgendo lo sguardo ad Hedake &#8211; <em>Datevi una svegliata!</em>»</p></blockquote>



<p>Non solo. Aggiunge che l’hanno chiamato dall’<strong>FBI</strong>. Che si sta indagando su quella partita. E con uno sguardo diabolico chiede se c’è qualcuno che sta cercando di truccare il match.</p>



<p>Silenzio.</p>



<p>Ovviamente nessuno risponde, ma Hedake pensa solo a una cosa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Sono nella merda</em>.»</p></blockquote>



<p>Così, torna sul campo come una vera furia. Non si deve pensare che sia coinvolto con tutto ciò. Non può rinunciare alla carriera <strong>NBA</strong>. È lì, a un passo dal sogno.</p>



<p>I Sun Devils rientrano e schiacciano Washington nella seconda metà di gioco vincendo di 18 punti.</p>



<p>Accade l’inimmaginabile. Joe Gagliano e compagnia pensavano di intascare milioni di dollari. Invece, la situazione si è capovolta. Ogni scommessa giocata è perdente. Le forze dell’ordine hanno capito che è successo qualcosa. È crollato il castello di carta.</p>



<p>Dal giorno successivo esce su tutti i quotidiani americani la notizia sugli studenti che sono riusciti a truccare delle partite di basket a livello collegiale. &nbsp;</p>



<p>Eppure, ancora nessuno parla.</p>



<p>Stevin Smith riesce a concludere la stagione in Arizona. Non c’è una persona che gli abbia chiesto se fosse coinvolto nel caso. D’altronde nessuno può pensare che un giocatore destinato all’NBA possa rovinare tutto con un giro di scommesse. Perché mai avrebbe mai dovuto rischiare di compromettersi la carriera?</p>



<p>Nel silenzio più assordante si arriva alla sera del <strong>Draft del ’94</strong> – quello di Jason Kidd, per intenderci &#8211; con la storia di basket-scommesse all’Arizona State University scomparsa dalla bocca di tutti.</p>



<p>Stevin è a Dallas, a casa sua. Ci sono la madre e diversi amici, tutti ignari del suo rapporto con Las Vegas. Quello deve essere definitivamente il suo giorno. L’incoronamento degli sforzi di una vita. La rivincita contro il mondo che lo ha messo sempre in difficoltà fin dall’infanzia, abbandonato dal padre, fuggito quando aveva pochi mesi.</p>



<p>È seduto sul divano. Fissa negli occhi David Stern. Vorrebbe urlargli se sa quello che ha combinato. Se sa di Silman e di Gagliano. Se è a conoscenza di tutte quelle difese sbagliate e di quei palloni persi solo in cambio di qualche migliaio di dollari. Invece sta in silenzio, circondato da chi gli vuole bene, da chi sa di aver tradito.</p>



<p>Dopo il <em>camp pre-draft</em> a Chicago fatto settimane prima è sicuro che verrà chiamato al primo giro. Eppure, questa certezza cala pian piano che Stern chiama i giocatori. Dopo i primi venti sente che tocca a lui. Ma non è così.</p>



<p>Sul palco al centro del Hoose Dome d’Indianapolis salgono tutte le nuove promesse del panorama cestistico. Però, il nome di Stevin Smith non rimbomberà mai nell’arena degli Indiana Pacers.</p>



<p>Non piange davanti alla madre. È deluso, sì. Triste, pure. Ma dice che non si rassegna. Che in NBA ci arriverà in qualche modo. Poi, decide di farsi un giro con la sua auto, un GMC Typhoon, l’unico “regalo” rimasto comprato con i soldi macchiati dalle scommesse. Tutto il resto, soprattutto vestiti, collane e scarpe, lo ha buttato, cercando di dimenticare il più grande errore della sua vita.</p>



<p>Sfreccia sulle strade di Dallas. Non ha meta. Girovaga alla ricerca di se stesso. </p>



<p>Sa che si è perso. A quest’ora poteva indossare il capellino di qualche franchigia, facendo foto e firmando autografi. Invece è solo, con la sua Typhoon a ricordargli perché non ha già firmato un contratto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Più guidavo quella notte, più mi deprimevo. Non solo avevo perso il mio futuro, ma non potevo nemmeno dirlo a nessuno</em>», racconterà successivamente Smith.</p></blockquote>



<p>In queste storie non esiste lieto fine. Non sono favole. È la realtà. E nella realtà un errore del genere lo si paga per sempre.</p>



<p>Tra il 1994 e il 1999 continua a giocare. Riparte dalla Spagna, torna in America per giocare in CBA e poi vola fino alle Filippine. In 5 stagioni viaggia il Mondo inseguendo la pallacanestro, s’incontra con l’altro grande truffatore della palla a spicchi, Tim Donaghy, e assaggia per dieci giorni l’NBA, firmando un 10-way contract con i Mavericks.</p>



<p>L’FBI per anni rimane nel silenzio, seguendo i flussi di denaro avvenuti tra il gennaio e il marzo 1994 intorno a Benny Silman e Joe Gagliano. Si parla di investimenti pari a 8.700.000$ in scommesse sportive. In poco arrivano a Smith, vedendo il suo nome su alcuni trasferimenti di denaro.</p>



<p>Vengono tutti arrestati e processati nel 1999.</p>



<p>Isaac Burton viene condannato a due mesi in prigione, tre anni di domiciliari, 200 ore di servizi sociali e una multa di 8 mila dollari. Joe Gagliano a 15 mesi di prigione, 3 anni di libertà vigilata e una multa di 6 mila dollari. Vincent Basso a un anno e mezzo di prigione e una multa di 27 mila dollari. Benny Silman a 8 anni di prigione.</p>



<p>Invece, Stevin Smith è costretto a un anno e un giorno di <strong>prigione</strong>, circa 20 mila dollari di multa e 200 ore di servizi sociali. Sconta la pena nel carcere federale di Big Spring, in Texas.</p>



<p>Nel gioco del basket il tempo è tutto. Ogni cestista scandisce la propria vita in 24 secondi. Un minuto sembra poter durare all’infinito. Chi è in campo ha sempre in testa l’inesorabile scorrere della sabbia tra una metà e l’altra della clessidra. Ma dietro le sbarre Smith impara che il passare delle ore è relativo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>È come se si fosse fermato l’orologio</em>»</p></blockquote>



<p>Così per Hedake si è congelato tutto. Ha avuto la possibilità di rivalutare quello che ha fatto, di accorgersi di aver sbagliato, di chiedere scusa al mondo e a se stesso.</p>



<p>Poi tornerà sul parquet, continuando a giocare sul ritmo dei secondi che passano, facendo come suo solito partire il tiro all’ultimo, sperando di non sbagliare ancora.</p>



<p>Va in Europa. Parte dalla Francia, si sposta in Medio Oriente, in Israele, per poi tornare nel vecchio continente in Russia, dopo finisce in Bulgaria e anche in Italia. Da noi gioca tra il 2006 e il 2007 a Scalfati, in Campania, con un giovanissimo Luigi Datome.</p>



<p>Il caso di basket-scommesse viene lasciato da parte, quasi dimenticato. È vero, l’NBA gli ha chiuso le porte in faccia, ma comunque Stevin è riuscito a vivere giocando a pallacanestro.</p>



<p>Ora, grazie alla puntata dedicatagli dalla serie Netflix “Il lato oscuro dello sport”, è tornato popolare. Si è tornati a parlare della tenebrosa storia di Stevin Smith e delle partite truccate all’Arizona State University.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Bad Sport | Official Trailer | Netflix" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/IwQcnDT7xT0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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<div style="height:21px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Così, dall’opinione pubblica è stato giudicato vittima di un sistema ingiusto come quello dell’<strong>NCAA</strong>. Perché alla fine, parliamoci chiaro: uno dei principali motivi della caduta di Hedake è non aver mai ricevuto nessun tipo di guadagno dall’organizzazione che gestisce le attività sportive collegiali. È un chiaro ed esagerato esempio per cui il famoso “<strong>atleta-studente</strong>” non può più esistere. I ragazzi di migliaia università fanno guadagnare circa 130 milioni annui all’associazione &#8211; tramite i grandi contratti di sponsorizzazione con i marchi più importanti e gli accordi televisivi &#8211; senza ricevere nulla in cambio.</p>



<p>Solo dal 2021, a causa delle prime “migrazioni” importanti verso la G-League (che invece paga i propri giocatori), l’NCAA ha dato la possibilità di guadagnare agli sportivi dalla propria immagine, firmando individualmente contratti con diversi sponsor.</p>



<p>E a influire su questo cambiamento è stato proprio Smith, che ha parlato al dipartimento NCAA che gestisce i regolamenti, raccontando la sua storia.</p>



<p>Eppure, ancora oggi, davanti a ciò che gli è successo nel 1994 rimane in silenzio, con le lacrime agli occhi. Senza parole. </p>



<p>Sapendo di aver perso tutto.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>È stata la Mano Santa &#8211; Oscar Schmidt</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/e-stata-la-mano-santa-oscar-schmidt/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jan 2022 19:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fiba]]></category>
		<category><![CDATA[dražen petrović]]></category>
		<category><![CDATA[hall of fame]]></category>
		<category><![CDATA[juve caserta]]></category>
		<category><![CDATA[new jersey nets]]></category>
		<category><![CDATA[oscar schmidt]]></category>
		<category><![CDATA[team usa]]></category>
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					<description><![CDATA[Una vita a Caserta, il rifiuto all'NBA e i record olimpici con la maglia del Brasile. Questa è la storia di Oscar Schmidt, detentore del record mondiale di punti segnati in carriera, capace a suo modo di segnare per sempre la storia del Gioco grazie alla sua " Mão Santa".]]></description>
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<h2 class="wp-block-heading">Una vita a Caserta, il rifiuto all&#8217;NBA e i record olimpici con la maglia del Brasile. Questa è la storia di Oscar Schmidt, detentore del record mondiale di punti segnati in carriera, capace a suo modo di segnare per sempre la storia del Gioco grazie alla sua &#8221; <strong>Mão Santa</strong>&#8220;.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WhatsApp-Image-2022-01-05-at-16.34.57-1024x536.jpeg" alt="" class="wp-image-11301" width="765" height="400" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WhatsApp-Image-2022-01-05-at-16.34.57-1024x536.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WhatsApp-Image-2022-01-05-at-16.34.57-300x157.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WhatsApp-Image-2022-01-05-at-16.34.57-150x79.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WhatsApp-Image-2022-01-05-at-16.34.57-768x402.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WhatsApp-Image-2022-01-05-at-16.34.57-1080x565.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WhatsApp-Image-2022-01-05-at-16.34.57.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 765px) 100vw, 765px" /></figure></div>



<p>Ci sono luoghi in cui il divino ha stretto un patto con lo sport: lo ha unito all’uomo in maniera diversa, quasi trascendentale, inviolabile. Sono i luoghi in cui sognare è proibito e l’unico modo per sfuggire dalla realtà è cominciare a rincorrere un pallone. I luoghi in cui gli eroi non sono né politici, né personaggi storici, ma sportivi, che segnano politica e Storia.</p>



<p>Ecco, il <strong>Brasile</strong> è uno di questi. Terra ricca, fertile, infinita, dove il mito s’incontra direttamente con l’atleta. Dove i bambini nascono senza niente, se non una sfera. Dove speranza vuole dire calcio, basket e poco altro. Dove arte è movimento.</p>



<p>È la terra di Ayrton Senna, considerato talmente integro e cristallino che non può non avere a che fare con la rifrazione delle stelle, come diceva Lucio Dalla, che gli ha dedicato una canzone. Oppure di Pelé, “<em>O’ Rey</em>”, orgoglio dell’intero Paese. Il migliore calciatore di tutti i tempi: fin troppo elegante, leggero, intelligente per essere umano.</p>



<p>Insomma, gli atleti brasiliani sono diversi. Forse per natura, forse per fortuna, o forse perché effettivamente esiste qualcosa di mistico tra gli abitanti carioca e lo sport.</p>



<p>Così, tra Ayrton e <em>O’ Rey</em> c’è un’altra leggenda. Si chiama <strong>Oscar Schmidt</strong>: è perfetto, limpido, divino e non per caso viene chiamato “a <strong>Mão Santa</strong>”, la Mano Santa.</p>



<p>Probabilmente quell&#8217;imperscrutabile magia che lega gli atleti brasiliani con il loro popolo è l’eternità, l’incredibile capacità di fermare il tempo e rimanere &#8220;per sempre&#8221;.</p>



<p>E lo fanno con frasi, vittorie, scelte, ma anche numeri. </p>



<p>Oscar ha optato per quest’ultimi, segnando <strong>49.737 punti</strong> – 11 mila in più del record NBA di Kareem Abdul Jabbar -, diventando il <strong>più grande realizzatore della storia della pallacanestro</strong> al mondo.</p>



<p>Non sempre, da noi, il suo nome rievoca nitidi ricordi. Eppure, se a Napoli c’era la Mano di Dio, Diego Armando Maradona, a soli 27 kilometri di distanza, a <strong>Caserta</strong>, c’era a <em>Mão Santa</em>. Entrambi figli di un quadro superiore, donati all’umanità per illuminare un rettangolo di gioco, chi con la palla incollata ai piedi, chi scrivendo poesia con un semplice movimento di polso. &nbsp;</p>



<p>E pensare che per raggiungere la piccola Caserta, e sedersi dopo poco tempo direttamente sul trono della reggia, gli è bastato versare delle lacrime. Lacrime di dolore, che in quaranta minuti si sono trasformate in gioia.</p>



<p>Oscar piange. È giovane, della vita conosce ancora poco. Piange perché ha paura di perdere, di fallire. Non vuole deludere la sua famiglia, gli amici, i tifosi. È il 6 ottobre 1979. Sono a <strong>San Paolo</strong>, in Brasile. L’altro San Paolo, il tempio di Diego Armando, non ha nemmeno idea di dove si trovi. Pensa solo a casa sua. Quella sera si gioca Sirio-Bosna Sarajevo per decidere l’Intercontinental Cup, in cui le migliori squadre d’Europa sfidano le migliori delle Americhe, <strong>NBA</strong> esclusa. &nbsp;</p>



<p>Segna e piange. Alza lo sguardo al tabellone. Vede che i bosniaci, allora jugoslavi, sono avanti. </p>



<p>Di nuovo: segna e piange. Ma pian piano il suo Sirio si avvicina, arriva ai supplementari e le sue lacrime che prima battevano su un volto distrutto, lievitano sul dolce sorriso di un semplice ventunenne che lancia i pugni in alto in segno di vittoria, dopo aver segnato 42 punti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/oscar-schmidt-brazil-euroleague-archive.jpeg" alt="Oscar Schmidt Sirio San Paolo Around the game
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<p>Dall’altra parte, seduto sulla panchina della squadra di Sarajevo c’è il giovane <strong>Bogdan Tanjevic</strong>, che pochi anni dopo, nel 1982, sposa il nuovo progetto dell’imprenditore bresciano <strong>Giovanni Maggiò</strong>, ricordandosi di quelle lacrime.</p>



<p>Il cavalier Maggiò è stato uno di quegli uomini che hanno riscritto il destino dello sport nel nostro Paese. Uno di quegli uomini sinceri, onesti, puri che ha creato da solo il basket a Caserta, investendo denaro e passione. E mentre l’Italia intera gioiva alle reti di Paolo Rossi al <em>Mundial</em> dell’’82, in soli 100 giorni è riuscito a costruire un palazzetto d’avanguardia, centro di controllo della <strong>Juvecaserta</strong>, con più di 7000 posti, con uffici e un campo regolamentare d’allenamento al proprio interno. Una struttura che – purtroppo &#8211; tutt’oggi pare impossibile da mantenere per la città di Caserta e non solo, ma il cavaliere, negli anni ’80, l’aveva tirata su in soli tre mesi.</p>



<p>Così, coach Tanjevic dopo aver scelto di prendere in mano la squadra bianconera in A2, convinto dalle ambiziose idee di Maggiò, ha una sola richiesta al patron: «<em>Mi porti qui Oscar, il brasiliano che piange e segna</em>».</p>



<p>Tre anni dopo quella sera brasiliana in cui il Sirio si è laureato campione continentale, Bogdan e Oscar si rincontrano per scrivere insieme la grande favola della Juvecaserta, cambiare per sempre la storia della pallacanestro italiana e cominciare quella di “<em>O’ Rey do triple”</em>.</p>



<p>Oscar è un’ala lunga e pesante. Gratta il cielo dall’alto dei suoi 205 centimetri e si muove lentamente. Eppure, non gli si riesce a togliere gli occhi di dosso. Non è né brutto, né meccanico. È semplicemente armonico, grazie alla sua mano santa. Romantico nel movimento, poetico nel lanciare la sfera tendendo all’infinito, che puntualmente buca la retina, come fosse il soffio di qualche vento divino. Non è un grande palleggiatore, per nulla esplosivo e pessimo passatore. Si limita a prendere palla, tirare e segnare. Senza mai fermarsi. Senza che ci sia nessuno capace di stopparlo.</p>



<p>Canestro dopo canestro. Partita dopo partita. Con prestazioni da 40 o 50 punti una dietro l’altra, si guadagna l’amore di una città, prendendosi il soprannome di “Re delle triple” (dal 1984, quando è stato introdotto il tiro da tre in Italia). Ma soprattutto trascina la sua Juve in<strong> Serie A</strong> per la prima volta, dove fin da subito può sognare lo <strong>Scudetto</strong>, aiutato da ragazzi destinati a essere campioni.</p>



<p>La Juvecaserta di quegli anni non è una semplice squadra. È qualcosa di più. Per i ragazzi della città è un barlume di speranza in una terra perennemente nascosta dalle tenebre della malavita. È cristallina, limpida, pulita, come poco altro. E non per caso quello che verrà ribattezzato <strong>Palamaggiò</strong> diventa centro di culto per migliaia di abitanti campani, un luogo in cui c’è spazio solo per sorrisi, amore e pallacanestro.</p>



<p>Quella Juve è un miracolo nato sul fumo di due sigari, imboccati dal cavaliere Maggiò e il Boscia Tanjevic, che riescono ad affiancare al fenomeno brasiliano due giovanissimi italiani, autentici fuoriclasse.</p>



<p>Appena quindicenne viene chiamato in prima squadra <strong>Nando Gentile</strong>, un uomo dallo sguardo da guerriero e l’animo da poeta. Elegante, ma indemoniato, segnato dallo spirito campano della “<em>cazzimma</em>”. E pian piano si fa strada anche <strong>Vincenzino Esposito</strong>, primo italiano in NBA, talentuoso e folle, per tutti “<em>o scugnizzo</em>”.</p>



<p>Quella dei bianconeri è una storia triste, scritta più da sconfitte che vittorie, più da delusioni che gioie. Eppure, il ricordo è quello di una magia, scandita da un imprenditore illuminato, un allenatore jugoslavo visionario, la campanità di due giovani pronti a segnare il basket italiano e dalla mano destra, santa, di un ragazzo nato oltreoceano sotto il canale di Panama.</p>



<p>E inizialmente è proprio Oscar il mito di Caserta, che, insieme a Maradona, urla all’Italia intera che il sud vale quanto il nord, in un’epoca complicata per il Meridione. Che nessuno va lasciato indietro. Che una cittadina campana può lottare con Milano. Che la palla a spicchi, adesso, può scendere anche al di sotto di Roma.</p>



<p>Così la Juvecaserta comincia il proprio cammino, spaventando fin da subito la scena cestistica italiana. Dopo due anni in A, a un passo dalla finale Scudetto, coach Tanjevic prende un treno direzione Trieste e viene sostituito dall’allievo <strong>Franco Marcelletti</strong>. Si apre un nuovo capitolo, ma poco cambia. Oscar continua a superare i 40 punti per partita, Nando e Vincenzo crescono ancora. Nelle stagioni 1986 e 1987, i bianconeri raggiungono l’ultimo atto del campionato, perdendo entrambe le volte contro l’<strong>Olimpia Milano</strong>.</p>



<p>Il pianeta si è accorto di Oscar Schmidt. Si è capito che non esiste nessuno che riesce a trafiggere la retina con la stessa semplicità e tranquillità della Mão Santa.</p>



<p>Ma la verità è che era già finito sotto i riflettori mondiali nel 1984, dopo la sua seconda stagione in Italia.</p>



<p>Siamo al 19 giugno ’84. L’NBA è un mondo completamente diverso da quello di oggi. Lo spazio per gli stranieri non esiste, eppure quell’anno i <strong>New Jersey Nets</strong> chiamano il brasiliano: vogliono che giochi per loro.</p>



<p>10 giri, 228 giocatori, prima volta per la lottery. È un <strong>Draft</strong> <strong>NBA</strong> speciale, è quello del <strong>1984</strong>, di <strong>Michael Jordan,</strong> Hakeem Olajuwon, Charles Barkley e John Stockton, per intenderci. E tra questi citeremmo anche Oscar Schmidt, se solo non avesse rifiutato il contratto oltreoceano, dopo essere stato scelto alla numero 144, al sesto round.</p>



<p>Già, l’occasione per entrare dalla porta principale per il Monte Olimpo della pallacanestro l’ha avuta. Al Hernandez, al tempo GM dei Nets, aveva visto potenziale nel ragazzo che illuminava Caserta. </p>



<p>Eppure, Oscar ha detto no.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Meno male che non sono andato in New Jersey. Non sono volato negli Stati Uniti per Caserta e per il cavalier Maggiò. Ma anche per il mio Brasile, per cui non avrei potuto giocare se fossi andato in NBA. È stata la scelta più bella della mia vita</em>.»</p></blockquote>



<p>C’è anche da dire che il contratto offerto dai Nets era piuttosto basso, minore rispetto a quello che guadagnava in Campania. Insomma, un po’ per amor proprio, un po’ per la sua nuova città del cuore, ma soprattutto per il suo Paese, sceglie di rimanere in Europa, di restare a Caserta.</p>



<p>Quindi continua la volata della Juve verso il tetto del Bel Paese, tanto che nel 1988 arriva il primo trofeo: la <strong>Coppa Italia</strong>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/174149848_291660659082488_3491985893390754300_n-819x1024.jpeg" alt="Oscar Schmidt juvecaserta coppa italia around the game " class="wp-image-11311" width="324" height="405" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/174149848_291660659082488_3491985893390754300_n-819x1024.jpeg 819w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/174149848_291660659082488_3491985893390754300_n-240x300.jpeg 240w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/174149848_291660659082488_3491985893390754300_n-120x150.jpeg 120w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/174149848_291660659082488_3491985893390754300_n-768x960.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/174149848_291660659082488_3491985893390754300_n-1229x1536.jpeg 1229w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/174149848_291660659082488_3491985893390754300_n-1080x1350.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/174149848_291660659082488_3491985893390754300_n.jpeg 1638w" sizes="(max-width: 324px) 100vw, 324px" /><figcaption>sportcasertano.it</figcaption></figure></div>



<p>Oscar segna e piange, ancora una volta. </p>



<p>Non è più un ragazzino, non è più quello di San Paolo. Ma sta piangendo, di nuovo. Lo fa davanti alla sua seconda grande vittoria con un club. Non riesce a contenere le lacrime. Stavolta non bagnano il volto per paura di fallire o per una gioia smisurata, ma perché quella sera ha segnato 41 punti dedicando ogni singolo canestro al cavalier Giovanni Maggiò, che pochi mesi prima, il 9 ottobre 1987, è stato portato via da una brutta leucemia.</p>



<p>Così, in una serata perfetta a Bologna, contro Varese, i bianconeri vincono il primo titolo della storia, sospinti dal patrono da lassù, dopo stagioni commoventi concluse con sconfitte all’ultimo respiro.</p>



<p>Ma facciamo un piccolo passo indietro.</p>



<p>Pochi mesi prima della morte di Giovanni Maggiò, quasi un anno prima della coppa juventina, come per disegno divino – lo stesso che gli ha donato quella mano destra – Oscar ha trasformato per sempre il basket mondiale, dando in questo modo il suo addio al cavaliere.</p>



<p>D’altronde quella di Oscar Schmidt non è una carriera di un vincente, di un uomo che dovunque sia andato abbia sollevato trofei. Un po’ perché non ha mai giocato in squadre stellari, un po’ perché gli è sempre piaciuto essere l’unico terminale offensivo, non ha mai vinto tanto.</p>



<p>Eppure, ogni volta che alza una coppa al cielo è come se cambiasse l’organizzazione degli astri, muovendo il destino. </p>



<p>Il 24 agosto 1987, durante la finale dei giochi <strong>Pan-americani</strong> a Indianapolis, Oscar segna <strong>46 punti</strong> in faccia al Team USA, orfano dei giocatori NBA (che non potevano andare a giocare per la propria nazione), battendo la selezione guidata dai collegiali <strong>David Robinson</strong> e <strong>Danny Manning.</strong></p>



<p>Nuovo trofeo. Nuove lacrime. E il Los Angeles Times dopo quella partita si chiede se forse l’America non dovrebbe schierare Magic Johnson e Larry Bird. </p>



<p>Così, grazie a Oscar gli americani si sono accorti di non essere gli unici, di non essere imbattibili, di non essere sempre i migliori. Detto fatto: nel 1989 <strong>cambiano le regole</strong>, nel ’92 nasce il Dream Team e ancora oggi possiamo vedere le più grandi stelle della pallacanestro alle Olimpiadi. Per merito di un tiratore che faceva sognare la piccola Caserta.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Oscar Schmidt (46pts) vs USA | Final Pan Americano de Basquete 1987" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/bFKZEgM1j90?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>È facile. Per Oscar fare canestro è incredibilmente facile. Gli viene automatico. Alza il braccio verso le nuvole e sa già che la sfera bucherà la retina. È estremamente facile. Lo è perché ha talento, certo. Ma soprattutto perché non smette mai di allenarsi. </p>



<p>E questo lo sa perfettamente un ragazzino, figlio di un giocatore di Pistoia, che vede sempre Oscar battere suo padre e in futuro lo imiterà. </p>



<p>Questo ragazzino si chiama <strong>Kobe</strong>, il padre Joe Bryant, e da piccolo si ispira all’ala della Juve, sperando, un giorno, di segnare proprio come lui.</p>



<p>Punto dopo punto, però, dopo otto lunghi anni, qualcosa tra Oscar e Caserta cambia. </p>



<p>Il primo momento di gelo, che assomiglia a un bacio d’addio, è nel <strong>1989</strong>, in Grecia, ad Atene. Nel tempio dell’Olympiakos, si gioca la<strong> finale di Coppa delle Coppe</strong>.</p>



<p>È una battaglia campale, uno scontro epico tra Achille ed Ettore, tra<strong> </strong>il<strong> Real Madrid</strong> e la Juvecaserta. </p>



<p>Ma soprattutto, è<strong> Drazen Petrovic</strong> contro Oscar Schmidt. Il Mozart della pallacanestro contro la Mão Santa. </p>



<p>Due tra migliori giocatori non americani della storia uno contro l’altro. Avrebbero potuto giocare insieme, se solo qualche anno prima Oscar non avesse preferito la reggia di Caserta al Palazzo d’Oriente di Madrid, rifiutando i blancos.</p>



<p>I due sono veri e propri artisti della palla a spicchi. Fuoriclasse assoluti. Ed entrambe le squadre sono incredibili. </p>



<p>La Juve riesce a reggere benissimo i giganti del Real. Si gioca a ritmi altissimi e cifre impossibili. Drazen ne segna 62, Oscar 44. La partita va ai supplementari. Ferdinando Gentile è eroico in mezzo al campo, lottando su ogni palla vagante e realizzando 34 punti. Eppure, non è abbastanza. Il Real Madrid è troppo forte, vince 117 a 113 e Oscar comincia, pian piano, ad allontanarsi da Caserta.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Drazen Petrovic (62) vs Oscar Schmidt (44)" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/9Ut0dJJW34s?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Il brasiliano, in realtà, rimarrebbe sempre in Campania. Ma la dirigenza, dopo una stagione incolore come quella del ’90, comincia a chiedersi se forse non è la Mano Santa il problema, troppo <strong>ingombrante</strong> ed eccentrica, che rischia di limitare l’intera squadra. </p>



<p>Gli comunicano che deve trovarsi una nuova città.</p>



<p>L’uomo che ha portato in alto la Juve a suon di triple si sente distrutto, divorato da quelle parole. Lui che ha rinunciato a tutto pur di stare a Caserta, si sente tradito. E soprattutto non pensa di aver già finito la sua storia, la sua carriera. Segna ancora più di tutti, e vuole farlo ancora per molto.</p>



<p>Hanno ragione entrambi. La Juve, l&#8217;anno dopo la sua cessione, nel 1991, vince uno storico Scudetto, mentre Oscar&#8230;è sempre Oscar.</p>



<p>Così, dai 31 ai 34 anni, rimane in Italia e va al nord, a <strong>Pavia</strong>, per quattro stagioni. La riporta in Serie A dalla A2 e mostra, ancora una volta, di essere il più grande realizzatore di sempre segnando, dal 1989 al 1992, in ordine 33.1, 43.7, 38.6, 39.3 punti di media. Cifre che non possono stare né in cielo né in terra, ma solo in quel Mondo ultraterreno che ruota intorno a Oscar Schmidt e alla sua mano destra.</p>



<p>Il tempo passa, ma lui, l’abbiamo detto, pare eterno. Ferma le lancette, non facendole scorrere, continuando a illuminare i parquet all’infinito, anche quando l’età non dovrebbe permetterglielo. </p>



<p>E lo fa ovunque, in Italia, in Spagna, a <strong>Valladolid</strong>, dove finisce dopo l’esperienza a Pavia, e in Brasile, a casa sua, a più di 35 anni dove termina la carriera giocando fino ai 45, senza smettere mai di segnare.</p>



<p>49.737. Quarantanovemilasettecentotrentasettemila. Una cifra impensabile, impossibile. Un numero che qui, da noi in Italia, in Europa, non viene ricordato a dovere. Un uomo, un giocatore, che ha battuto ogni <strong>record</strong>.</p>



<p>Ha tenuto durante l’intera carriera una media punti per partita <strong>superiore ai 30</strong>. Ha guidato la classifica marcatori in Serie A quasi ogni stagione in cui ci ha militato, ha comandato quella brasiliana per otto volte consecutive, a oltre 35 anni di età. Ha duellato con Petrovic allo stesso livello. </p>



<p>Ha rifiutato l’NBA, per la sua bandiera, per la sua nuova casa. Ha giocato cinque <strong>Olimpiadi</strong> differenti, più di ogni altro giocatore di pallacanestro. Nelle competizioni a cinque cerchi ha segnato più di chiunque altro, <strong>1.093 punti</strong>. Nell’’88, a Seul, ha mantenuto una media di 42.3, siglando anche la più grande prestazione di sempre ai Giochi Olimpici, con 55 punti contro la Spagna.</p>



<p>Oscar è stato questo. È stato il più grande realizzatore della storia del basket. Un tiratore da tre formidabile, prima che diventasse una moda. Un cestista che, a suo modo, ha cambiato per sempre la pallacanestro.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WireAP_169b29d1bd2d4e2e8ca3a7f4a6adf5d7_16x9_1600-1-1024x576.jpeg" alt="Oscar Schmidt Olimpiadi Around the Game" class="wp-image-11309" width="584" height="328" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WireAP_169b29d1bd2d4e2e8ca3a7f4a6adf5d7_16x9_1600-1-1024x576.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WireAP_169b29d1bd2d4e2e8ca3a7f4a6adf5d7_16x9_1600-1-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WireAP_169b29d1bd2d4e2e8ca3a7f4a6adf5d7_16x9_1600-1-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WireAP_169b29d1bd2d4e2e8ca3a7f4a6adf5d7_16x9_1600-1-768x432.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WireAP_169b29d1bd2d4e2e8ca3a7f4a6adf5d7_16x9_1600-1-1536x864.jpeg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WireAP_169b29d1bd2d4e2e8ca3a7f4a6adf5d7_16x9_1600-1-1080x608.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/WireAP_169b29d1bd2d4e2e8ca3a7f4a6adf5d7_16x9_1600-1.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /><figcaption>abcnews</figcaption></figure></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>La realtà non mi piace più. La realtà è scadente</em>».</p></blockquote>



<p>Non è Oscar a parlare, bensì Fabietto Schisa, il protagonista di<strong> <em>È stata la Mano di Dio</em></strong>, l’ultimo film di <strong>Paolo Sorrentino</strong>. Ma possiamo giurarci siano le stesse parole che la leggenda brasiliana si è ripetuto più e più volte tra sé e sé.</p>



<p>O per lo meno lo ha fatto fino al 2013. Quando si è visto crollare il Mondo addosso, dimenticato dalla palla a spicchi, mai ricordato e ringraziato per quello che è stato. E lo ha pensato sicuramente quando ha visto che la realtà lo stava portando via per sempre dalle persone che ama, dai suoi figli, il 30 aprile 2013.</p>



<p>Ha 55 anni e sua <strong>moglie Cristina</strong>, la donna di una vita, incontrata ovviamente durante un allenamento romantico sotto un canestro &#8211; come probabilmente Oscar aveva sempre sognato &#8211; piange.</p>



<p>Versa lacrime perché suo marito, Oscar Schmidt, sta per essere operato all’ospedale Albert Einstein di San Paolo, in Brasile. Di nuovo, come due anni prima, il <strong>cancro</strong> si è ripresentato davanti a lui. Nel 2011, al <strong>cervello</strong>, era andata bene. Dopo diverse ore in clinica, un nodulo asportato sulla parte frontale sinistra si era rivelato di natura benigna.</p>



<p>Ma nell’aprile 2013 sembra diverso. Di nuovo, alla testa: stavolta maligno. Ma nonostante gli orizzonti ricolmi di tenebre, la storia ha un lietofine. Oscar si salva.</p>



<p>Così si rialza, torna a respirare l’aria di libertà, fuori da un ospedale. Tempo qualche settimana, forse mese, viene chiamato al telefono da un numero sconosciuto che inizia con +1, il prefisso degli Stati Uniti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Parlo con Oscar Schmidt</em>?»</p><p>«<em>Si, chi parla</em>?»</p><p>«<em>La chiamo per conto dell’Hall of Fame. Vogliamo inserire anche il suo nome</em>».</p><p>«<em>Mi perdoni, faccio già parte dell’Hall of Fame dal 2010</em>»</p><p>«<em>No, non siamo la FIBA. La chiamiamo da Springfield, dal <strong>Naismith Memorial Basketball Hall of Fame</strong>. Vogliamo darle il massimo riconoscimento per un giocatore di pallacanestro</em>».</p></blockquote>



<p>Oscar non ci crede.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Oscar Schmidt&#039;s Basketball Hall of Fame Enshrinement Speech" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/8HMco6nizJk?start=305&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Nel settembre del 2013, pochi mesi dopo l&#8217;ultimo intervento, si trova davanti alla platea più importante del basket, uno dei pochi a farlo senza nemmeno una presenza in NBA.</p>



<p>Perché lui è Oscar Schmidt e nessuno è riuscito a fare più canestri. Perché lui è A Mão Santa ed è riuscito a sfuggire dalla realtà, proprio come sperano di fare milioni di ragazzini brasiliani: grazie a una palla a spicchi e alla sua mano destra.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Luci e ombre: Kyrie Irving</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/luci-e-ombre-kyrie-irving/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Nov 2021 14:42:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[boston celtics]]></category>
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		<category><![CDATA[cleveland cavaliers]]></category>
		<category><![CDATA[covid 19]]></category>
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					<description><![CDATA[Tutti parlano di Kyrie Irving. La sua carriera è segnata da un talento unico e scomparse misteriose, dal suo attivismo sulle questioni sociali e dalle controversie sulla decisione di non vaccinarsi ancora contro il Covid-19. Una vita scandita da luci e ombre.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Tutti parlano di Kyrie Irving. La sua carriera è segnata da un talento unico e scomparse misteriose, dal suo attivismo su questioni sociali e dalle controversie sulla decisione di non vaccinarsi ancora contro il Covid-19. Una vita scandita da luci e ombre.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" width="1600" height="861" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/WhatsApp-Image-2021-11-11-at-16.05.26-1.jpeg" alt="" class="wp-image-9252" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/WhatsApp-Image-2021-11-11-at-16.05.26-1.jpeg 1600w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/WhatsApp-Image-2021-11-11-at-16.05.26-1-300x161.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/WhatsApp-Image-2021-11-11-at-16.05.26-1-1024x551.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/WhatsApp-Image-2021-11-11-at-16.05.26-1-150x81.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/WhatsApp-Image-2021-11-11-at-16.05.26-1-768x413.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/WhatsApp-Image-2021-11-11-at-16.05.26-1-1536x827.jpeg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/WhatsApp-Image-2021-11-11-at-16.05.26-1-1080x581.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></figure></div>



<p>Settembre, 2003. È un normalissimo primo giorno di scuola alla <strong>St. Patrick High School</strong> di Hillside, in New Jersey. I corridoi, le scale, il giardino, le aule cominciano a riempirsi di decine e decine di adolescenti. Li vedi: hanno l’uniforme verde uguale, capelli simili, i brufoli e le prime storie d’amore. Sembrano tutti identici, quasi indistinguibili. Tutti, tranne uno.</p>



<p>È al primo anno. Per lui è un nuovo inizio. Ha un sorriso smarrito, gli occhi rivolti al vuoto. Ma non ha paura. È ancora piccolo: non particolarmente basso, ma ha l’aria di un ragazzino. Eppure, lo si nota subito. È lì, nel bel mezzo della sala d’ingresso della St. Patrick, nascosto sotto un&#8217;enorme uniforme, probabilmente più grande di due o tre taglie. Continua a sorridere alla ricerca di qualche sguardo amico, ma non ne trova neanche uno.</p>



<p>Sopra l’enorme divisa dell’istituto ha anche un golf, di dubbio gusto, tirato su fino ai gomiti per mettere ancora più in mostra sul polso sinistro i due orologi Casio G-Shock, regalati da papà Drederick. </p>



<p>Viene osservato. Scrutato. Gli altri ragazzi si tengono quasi a distanza da lui. Poi si avvicina un certo Chase Plummer, il capitano della squadra di basket, che ha il compito di farlo sentire come a casa. Lo porta in palestra, dove ci sono gli altri giocatori ad aspettarlo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Lui è Kyrie. Ha segnato più di 1000 punti alla Montclair Kimberley Academy in due stagioni. Ci porterà al titolo quest’anno. Diamogli il benvenuto</em>».</p></blockquote>



<p>Nessuno si fida. C’è chi ridacchia, chi l’ha già battezzato “Squirrel Boy” &#8211; il ragazzo scoiattolo, per l’assenza di peli sul suo viso perfettamente rotondo &#8211; chi pensa che Chase stia scherzando. Nemmeno lo stesso Plumlee, quasi, crede alle proprie parole: è coach Kevin Boyle che ha voluto dicesse così.</p>



<p>Iniziano a giocare. Kyrie, quasi non vuole la sfera. Appena gli arriva, la passa subito via. Finché non vede che i nuovi compagni sono soddisfatti. Pensano di aver capito tutto, quando si sono presi gioco di lui. </p>



<p>Così, lui chiude gli occhi. Poi li riapre. E qualcosa cambia. Ora comincia palleggiare, a far seguire un’armonia unica alla palla, la tratta in modo estremamente elegante. Con la palla si muove anche lui. Danza, leggero, come solo Mohammed Alì sapeva fare sul ring, come solo Allen Iverson faceva proprio in quegli anni a Philadelphia. </p>



<p>Corre, palleggia sotto le gambe innumerevoli volte, ubriacando gli altri studenti della St. Patrick High School. Disegna traiettorie incredibili, entrando in area a tutta velocità. Segna in maniera disinvolta, a ripetizione, lasciando a bocca aperta chiunque abbia un piede dentro a quella palestra.</p>



<p>Questo è <strong>Kyrie Irving</strong>, un 15enne sbarbato, forse strano, un po’ pazzo e permaloso, ma che vive per la pallacanestro. Questo è un ragazzo diverso: <em>a different guy</em>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/D5l2_TWXsAUI5fq-edited.jpeg" alt="Kyrie Irving St Patrick High school Around the Game" class="wp-image-9292" width="436" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/D5l2_TWXsAUI5fq-edited.jpeg 823w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/D5l2_TWXsAUI5fq-edited-300x225.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/D5l2_TWXsAUI5fq-edited-150x112.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/D5l2_TWXsAUI5fq-edited-768x576.jpeg 768w" sizes="(max-width: 823px) 100vw, 823px" /><figcaption>FOTO: Pinterest</figcaption></figure></div>



<p>Da quel giorno tutto &#8211; o forse poco &#8211; è cambiato. Irving pare essere quasi lo stesso di 18 anni fa. È vero, di strada ne ha fatta, a partire dal titolo portato alla St. Patrick in quel 2003, quello che Plummer tanto aveva promesso quando lo ha presentato alla squadra.</p>



<p>Dopo la sua carriera è esplosa: l’anno a <strong>Duke</strong> &#8211; con gli infiniti complimenti da parte di coach <strong>Mike Krzyzewsk</strong>i &#8211; la prima scelta al Draft 2011 da parte dei <strong>Cleveland Cavaliers</strong> orfani di LeBron; e poi il <strong>Rookie Of the Year</strong>, l’anello impossibile nel 2016, i due anni a <strong>Boston</strong> da re, la firma nel 2019 con i <strong>Nets</strong>. Il tutto condito da 7 All-Star Game, 3 selezioni negli All-NBA Team, contratti da diversi milioni di dollari e il suo nome su uno dei brand di sneakers più importanti.</p>



<p>«<em>Sarai uno dei migliori della tua generazione</em>», gli aveva detto Coach K.</p>



<p>Eppure, oggi, nel 2021, è sempre quel ragazzino che il primo giorno di liceo si è presentato con due orologi sul polso e ha aspettato le risate dei compagni per iniziare a dare spettacolo sul parquet di gioco. È lui, un talento unico e sopraffino, perennemente controcorrente, testardo, apparentemente disposto addirittura ad affondare per le proprie idee.</p>



<p>Tutto è rimasto identico, se non fosse che quell’infinito amore verso la palla a spicchi sembra essersi affievolito, quasi spento. E così ultimamente Kyrie Irving si ritrova sulla bocca di tutti per motivi ben distanti dalla pallacanestro giocata.</p>



<p>È entrato nell’NBA come bambino prodigio, massimo esponente della nuova generazione del playmaker. Con solo una piccola accelerazione, un crossover o un <em>reverse</em> impossibile appoggiandosi al tabellone è riuscito a conquistare l’Ohio, abbandonato nel rancore generale da <strong>LeBron</strong> <strong>James</strong>. </p>



<p>Inizialmente accompagnato da una forte aura di simpatia, Irving pare essere progressivamente diventato per molti una sorta di “<em><strong>villain</strong></em>” della Lega; figura che è letteralmente esplosa con l&#8217;ultima vicenda legata al vaccino contro il <strong>Covid-19</strong>.</p>



<p>Eppure, Kyrie Irving è stato Uncle Drew, il protagonista di uno degli spot più amati della televisione. È stato il co-protagonista di una delle cavalcate al Titolo NBA più inaspettate, segnando in Gara 7 una sua personalissima versione di “The Shot”, la tripla nel quarto quarto contro gli imbattibili Warriors del 2016, destinata a rimanere per sempre nella leggenda del Gioco. </p>



<p>KI è stato uno sportivo modello, tanto che nel 2012 <b>Nike </b>ha deciso di mettere il suo logo su un paio di scarpe da pallacanestro, che in pochi anni è diventato &#8211; e lo è tutt’ora &#8211; uno dei più venduti sul mercato. È stato uno degli sportivi più coinvolti nelle questioni sociali, investendo molte energie e denaro.</p>



<p>Solo tra il 2020 e il 2021, per esempio, ha donato 320.000 dollari a un’organizzazione no-profit che si occupa di aiutare più di 37 milioni di persone attraverso dispense alimentari. Con un’altra società ha regalato 250.000 pasti ai senzatetto di New York. Ancora, ha fornito cibo e mascherine a gran parte della Riserva indiana di Standing Rock. Ha pagato il college alla Lincoln University a diversi studenti afroamericani in difficoltà e finanziato nel silenzio una casa alla famiglia di George Floyd, l’uomo assassinato dalla polizia di Minneapolis in un tragico &#8211; e criminale &#8211; giorno che ha portato all&#8217;esplosione delle proteste del movimento <strong>Black Lives Matter</strong>. E infine, nel mezzo della pandemia, ha donato un milione e mezzo di dollari per aiutare a pagare lo stipendio a tutte le giocatrici di WNBA che hanno deciso di non prendersi il rischio di scendere in campo per la propria incolumità fisica durante la pandemia.</p>



<p>Poco importa. L’ombra ci mette meno di un attimo a coprire la luce. Ad inghiottire nel buio una persona, una carriera. E se la luce ha permesso a Irving di essere un eroe amato dal pubblico, il buio oggi lo ha reso un &#8220;cattivo&#8221;, costantemente sotto la lente di media e opinione pubblica.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/kyrie-irving-iso-ball-784x441-1.jpeg" alt="Kyrie Irving Around the Game NBA" class="wp-image-9254" width="595" height="334" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/kyrie-irving-iso-ball-784x441-1.jpeg 784w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/kyrie-irving-iso-ball-784x441-1-300x169.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/kyrie-irving-iso-ball-784x441-1-150x84.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/kyrie-irving-iso-ball-784x441-1-768x432.jpeg 768w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Negli ultimi mesi non si fa che parlare di Kyrie Irving e della sua posizione sul <strong>vaccino</strong>. Una situazione controversa dipinta da un alone di mistero, ma non può essere altrimenti per uno come Kyrie, che sta vivendo la sua vita, la sua storia, dividendo il mondo, navigando sulle onde delle tenebre; ma splendendo, quando fisicamente presente, sui parquet NBA.</p>



<p>Dopo più di un anno in stato di emergenza per il Covid-19, oltre 260 milioni di persone infettate su tutto il Globo, più di 5 milioni di morti (in continuo aumento), le strade delle più grandi città del Pianeta lasciate deserte durante i <em>lockdown</em>, il 27 dicembre 2020 è stata somministrata la prima dose di vaccino contro il Coronavirus, aprendoci un barlume di speranza, di libertà. Abbiamo ricominciato a popolare le piazze e le scuole, a tornare in ufficio, a mangiare al ristorante. E così, anche lo sport ha iniziato ad accogliere tifosi e a garantire una maggiore sicurezza ai giocatori. Ognuno con le proprie regole, e l’NBA non è stata da meno.</p>



<p>Per la stagione 2021/22 la Lega ha richiesto l’obbligo di vaccinazione agli interi staff di ogni franchigia: dagli allenatori ai medici, passando per i <em>front office</em>. Chiunque interno alla squadra possa trovarsi a contatto diretto con i giocatori deve essere immunizzato. Però, paradossalmente, gli stessi protagonisti non sono costretti dalla Lega a vaccinarsi.</p>



<p>Così la palla passa a ogni singolo municipio americano. Tutti hanno le proprie limitazioni sia per gli atleti, sia per i tifosi. C’è chi apre a chiunque, chi solo a quelli che presentano un tampone negativo e chi non fa scendere in campo qualsiasi giocatore cui non è stata somministrata nemmeno a una dose. E quest’ultimo è il caso della città di <strong>New York</strong>: così nasce la questione Irving, che non può mettere piede all’interno del Barclays Center finché non &#8220;sceglierà&#8221; di vaccinarsi.</p>



<p>Per l’NBA è un problema enorme, perché Kyrie non è un giocatore qualunque. È uno dei migliori, dei più pagati e dei più spettacolari. È un patrimonio della pallacanestro statunitense.</p>



<p>Le chiacchiere si alzano, e gli insulti non mancano. Irving poco prima dell’inizio della stagione è l’oggetto principale di ogni discussione tra appassionati e tifosi. Eppure, Kyrie non ha detto nulla, se non di &#8220;rispettare la sua privacy&#8221;. Non ha rilasciato alcun tipo di dichiarazione, abbandonando media e spettatori nelle più libere e fantasiose interpretazioni della sua scelta. Questo fino alla sera del 13 ottobre, quando, all’indomani della <a href="https://aroundthegame.com/post/nets-kyrie-irving-e-fuori-squadra/" rel="nofollow">decision</a><a href="https://aroundthegame.com/post/nets-kyrie-irving-e-fuori-squadra/">e</a> presa dai suoi Brooklyn Nets di metterlo fuori squadra in quanto non arruolabile al 100% (potrebbe giocare solo nelle gare in trasferta, tranne che a San Francisco &#8211; dove vige un regolamento simile a quello della Grande Mela), sceglie di parlare al mondo. </p>



<p>Lo fa a modo suo, senza filtri, senza intermediari, da solo, con una <a href="https://aroundthegame.com/post/non-mi-ritirero-kyrie-irving-ha-spiegato-la-sua-posizione/" data-type="URL" data-id="https://aroundthegame.com/post/non-mi-ritirero-kyrie-irving-ha-spiegato-la-sua-posizione/" rel="nofollow">diretta su Instagram</a>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Sto pensando a tutti quelli che sono in una situazione simile alla mia. Nessuno dovrebbe essere forzato a fare qualcosa con il suo corpo. Se scegli di fare il vaccino, ti supporto. Se decidi di non farlo? Ti supporto ugualmente. Dovremmo smetterla di giudicare le persone per ciò che fanno delle loro vite</em>.»&nbsp;</p></blockquote>



<p>Kyrie Irving non è un <strong>negazionista</strong>. O per lo meno, in pubblico non ha mai negato le certezze della scienza e della medicina sui vaccini anti Covid-19. Cosa che, se ci credesse, conoscendolo, ci metterebbe ben poco a fare.</p>



<p>Quindi se non è <strong>no-vax</strong>, perché sta facendo tutto questo? Perché è pronto a rinunciare a un’intera stagione? A un possibile (probabile) titolo insieme a una delle migliori franchigie della storia? Come può lasciare sul piatto i tanti milioni di dollari previsti dal suo contratto?</p>



<p>«<em>Qui fuori c’è una lotta per i diritti sociali, c’è il razzismo, ci sono i problemi sanitari, ci sono le ingiustizie sociali</em>», dichiara sempre su Instagram. Cosa c’entra tutto ciò con un vaccino, potreste chiedervi.</p>



<p>“<strong><em>The voice for the voiceless</em>”</strong>, dicono Oltreoceano. La voce di chi non può parlare. Questa è la posizione di Irving. Sta facendo tutto ciò non per se stesso, ma per far sapere al mondo intero che esistono anche tutti quelli che hanno perso il lavoro perché non possono (o non vogliono) immunizzarsi.</p>



<p>Potremmo pronunciare molti verdetti, esprimere molti giudizi. <em>&#8220;È facile fare così per uno come lui, che guadagna 350.000 dollari ogni volta che si allaccia le scarpe.&#8221;</em> Oppure: <em>&#8220;queste sono le parole di un uomo che si è stufato del basket&#8221;.</em> O, ancora, essere dalla sua parte e dire: <em>&#8220;ha ragione, deve usare il suo ruolo, la sua fama, anche per questo, per divulgare messaggi sociali che gli appartengono&#8221;.</em></p>



<p>Così si entrerebbe in una discussione infinita tra ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e male, ma sicuramente non ci porterebbe da nessuna parte. Quello che è chiaro è che chi ci sta perdendo sono l&#8217;NBA, lo stesso Kyrie e ovviamente i Nets. E con Irving costretto a rimanere sul divano come accordato con <strong>Sean Marks</strong> e coach <strong>Steve Nash</strong>, di soluzioni non se ne vedono attualmente. Di speranze ancora meno.</p>



<p>Kyrie Irving ha preso la sua decisione e pare non cambierà idea. È una scelta più grande di sé, che va oltre il Gioco e il denaro. Non ha intenzione di lasciare sul piatto solo 16 milioni (metà del suo stipendio stagionale, dal momento che l’NBA obbliga a pagarlo per le partite in cui sarebbe “arruolabile”, ovvero quelle fuori da New York e San Francisco), ma anche i 186 milioni di dollari di una possibile <em>extension.</em></p>



<p>Eppure, forse, tutta questa storia di cui si continua a parlare non è il semplice racconto di Irving, del suo protagonismo ed ego, ma è l’ultimo capitolo di un duello, quello tra Kyrie e l’NBA. È un duello epocale, quasi eroico.</p>



<p>È un vecchio scontro, iniziato diverso tempo fa. D’altronde, l’abbiamo detto, quella di Kyrie è una carriera vissuta tra le luci del parquet e le ombre degli spalti.</p>



<p>Così, prima ha attirato l’odio di diversi tifosi, scegliendo di abbandonare l’Ohio, di scappare dalle spalle di LeBron James, per diventare lui il sovrano, ma in Massachusetts. Successivamente, ha lasciato male la città che lo ha accolto come un re, Boston, dopo aver promesso davanti all’intero TD Garden di rinnovare il suo contratto per rimanere con i Celtics. Invece, è fuggito nel 2019, unendosi a <strong>Kevin Durant</strong> a Brooklyn, venendo ricordato solo come un traditore e un pessimo compagno di squadra.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/ki-kd-nba.com_-1024x576.webp" alt="Kyrie Irving e Kevin Durant Around the Game NBA" class="wp-image-9255" width="696" height="391" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/ki-kd-nba.com_-1024x576.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/ki-kd-nba.com_-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/ki-kd-nba.com_-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/ki-kd-nba.com_-768x432.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/ki-kd-nba.com_-1080x608.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/11/ki-kd-nba.com_.webp 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Ma oltre ai fan NBA, Irving ha cominciato a rovinare i rapporti anche con la Lega, iniziando da dichiarazioni fin troppo libere e spensierate. Poi ha cercato con un <a href="https://aroundthegame.com/la-zoom-call-che-fece-quasi-saltare-la-bubble-di-orlando/" rel="nofollow">tentativo disperato</a> di boicottare la bubble di Orlando nel 2020. Pochi mesi dopo ha deciso di non parlare più alla stampa (su Instagram aveva chiamato i giornalisti “pedine”, dicendo che non meritavano la sua attenzione).</p>



<p>Nel gennaio 2021, i due sfidanti hanno rotto definitivamente. Kyrie, senza dire niente a nessuno, è scappato dal mondo NBA per ben 5 partite, violando anche i protocolli Covid-19, motivando l’assenza con un semplice “<em>personal reasons</em>”. Da quelle settimane l’opinione pubblica su Kyrie è cambiata radicalmente: anche i volti più importanti della pallacanestro oltreoceano sono stati pronti a criticarlo, tra cui non poteva mancare Stephen A. Smith, che gli ha candidamente “consigliato” di ritirarsi.</p>



<p>Una volta tornato, KI si è giustificato dicendo di <em>&#8220;aver auto bisogno di una pausa”; </em>nel frattempo, in campo segna 37 punti ai <em>suoi </em>Cavs, tornando come sempre a illuminare il parquet, perfettamente a suo agio in quell’aria tenebrosa di mistero che perennemente lo circonda.</p>



<p>E così, quasi come in un Western, sotto le note di Ennio Morricone galleggianti per le strade di una cittadina sperduta nel Far-West, ci immaginiamo un incontro tra Irving e la Lega. Sono lì, si ritrovano davanti, uno contro l’altro. Si osservano, si scrutano, proprio come facevano tutti quei ragazzi della St. Patrick con il piccolo Kyrie, in quella mattina del settembre 2003. Si guardano a distanza, ma nessuno colpisce. Non possono. Alla fine, sono legati. Irving ha bisogno dell’NBA, l’NBA ha bisogno di Irving.</p>



<p>In quello sguardo deluso, stanco, quasi irritato di Kyrie Irving mentre annuncia al mondo intero che vuole essere “<em>the voice for the voiceless</em>”, c’è ancora amore per la palla a spicchi. Un amore che negli ultimi anni sembra pian piano scomparire, ma che è la sola via d’uscita da questo stallo. L&#8217;unica tregua per questo duello.</p>



<p>Perché tutto si ristabilisca come prima, probabilmente, basterebbe che la voglia di tornare a giocare con la palla in mano sovrastasse tutto il resto. Ma forse nulla di tutto ciò accadrà mai. </p>



<p>Magari Kyrie tornerà a giocare, sì, ma sempre con rancore e odio verso l’NBA. Lega da cui si è sentito tradito, derubato del suo status di “<em><strong>more than an athlete</strong></em>”, che ha tanto voluto rivendicare al pianeta. E sarà un duello infinito, tra un ragazzo diverso, a <em>different guy</em>, pronto a urlare al mondo qualsiasi cosa pensi, giusta o sbagliata che sia, e la competizione del campionato più bello e spettacolare del globo, che non è disposto a lasciarsi controllare dai giocatori.</p>



<p>Irving continuerà inesorabilmente la sua vita e la sua carriera come in un dipinto di Caravaggio, in continuo contrasto tra <strong>luci e ombre</strong>. &nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>This is it: Team USA 2012</title>
		<link>https://aroundthegame.com/this-is-it-team-usa-2012/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Aug 2021 17:49:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fiba]]></category>
		<category><![CDATA[carmelo anthony]]></category>
		<category><![CDATA[jerry colangelo]]></category>
		<category><![CDATA[kevin durant]]></category>
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		<category><![CDATA[mike krzyzewski]]></category>
		<category><![CDATA[olimpiadi]]></category>
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					<description><![CDATA[Una retrospettiva sull'avventura olimpica di 10 anni fa della Nazionale statunitense: la squadra meno umana tra i terrestri.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Una retrospettiva sull&#8217;avventura olimpica di 11 anni fa della Nazionale statunitense: la squadra meno umana tra i terrestri.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_0f09f972267b41deae4b5acf30e4556a-mv2.jpg" alt=""/></figure>



<p>Nel lontano 776 a.C. per la prima volta una fiamma ardeva ininterrottamente nel tempio di Estia, a Olimpia. Una fiamma naturale, accesa dal sole, proveniente direttamente dal cielo. Una fiamma in realtà divina, che vuole dire solo una cosa: <strong>Olimpiadi.</strong></p>



<p>E ancora oggi quel fuoco è rimasto. Il fuoco del mito di Prometeo che, secondo la leggenda, ha donato la ragione all’uomo, andando contro Zeus. Il fuoco che attraversa chilometri di distanza, da una fiaccola all’altra, da un tedoforo all’altro, fino a raggiungere l’ultima tappa, la città che ogni quattro anni è luogo di pace, terra di sport.</p>



<p>Dall’antica Grecia a oggi le Olimpiadi sono cambiate, eccome. Tra l’ultima in terra ellenica e la prima dell’era moderna, figlia del barone Pierre De Coubertin, sono passati più di 1500 anni di Storia e continuo sviluppo. Eppure quella torcia sempre accesa c’è ancora ed è qui per ricordarci che l’Olimpiade è il perfetto intreccio tra <strong>sport </strong>e <strong>divinità,</strong> tra l’umano e il sovraumano.</p>



<p>E d’altronde, gli atleti sono gli eroi antichi di oggi. Gli Achille ed Ercole del 21esimo secolo. Incarnano meglio di chiunque altro i valori epici dell’epoca: belli, forti e invincibili, ma soprattutto semidivini.</p>



<p>La narrativa cestistica a cinque cerchi è colma d’incredibili racconti, che cominciano proprio da una delle più celebri Olimpiadi della Storia, Berlino ‘36, con la finale tra Stati Uniti e Canada, su un campo di terra battuta, all’aperto, durante una pesante giornata di pioggia nella Germania nazista. Poi passano alla “<span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/la-partita-piu-lunga-usa-urss-monaco-1972#:~:text=La%20partita%20della%20Rudi%2DSedlmayer,coch%20Iba%2C%20innervosendo%20molti%20giocatori.&amp;text=Dopo%20un%20fulmineo%207%2D0,in%20vantaggio%20per%2026%2D21." target="_blank" rel="noopener">Partita più lunga</a></span>”, la controversa vittoria sovietica sugli americani nel ’72, pochi giorni dopo il massacro di Monaco di Baviera perpetrato da Settembre Nero, e arrivano al Dream Team del 1992. Per raggiungere infine il culmine nel 2004 in Grecia &#8211; guarda caso vicino all’Olimpo &#8211; con il <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/nightmare-team-gli-usa-ad-atene-2004" target="_blank" rel="noopener">Nightmare Team</a></span>, il sogno azzurro e la Generación Dorada argentina.</p>



<p>Ma oggi vi vogliamo raccontare di una delle squadre più forti mai viste: il <strong>Team USA 2012,</strong> le ultime Olimpiadi di <strong>Kobe Bryant,</strong> il <strong>Dream Team 2.0.</strong></p>



<p>«<em>1..2..3&#8230;4…</em></p>



<p><em>This is it, Here I stand</em></p>



<p><em>I’m the light of the world</em></p>



<p><em>I’ll feel grand»</em></p>



<p><strong>This is it.</strong> Ci siamo. Questo è il momento.</p>



<p>Così doveva cantare all’<strong>O2 Arena </strong>di Londra nel 2009 l’infinito <strong>Michael Jackson </strong>alla sua ultima chiamata con il pubblico, dopo 12 anni di vuoto, dall’HIStory World Tour del ‘97. Eppure questa canzone non salirà mai su un palco per colpa di quell’infarto cardiaco che ci ha portato via il King of Pop, che ci ha lasciato solo il fievole ricordo di un artista immortale, di una voce commovente, di un ballerino unico.</p>



<p>Ma sarà la colonna sonora di questa storia.</p>



<p>Perfetta perché nel 2012 sono esattamente vent’anni da quella che dal mondo intero è riconosciuta come la squadra più forte di sempre, dalla Nazionale a stelle e strisce delle Olimpiadi ’92 di Barcellona. Perfetta perché proprio a Londra si ripresenta una selezione che pare imbattibile, che ti ammazza ancora prima di scendere in campo. Basta leggere i nomi dei giocatori.</p>



<p>Team USA, dopo la grande caduta del 2004, sconfitto ad Atene in semifinale dall’Argentina e vinto (si fa per dire) il bronzo, necessitava di una rifondazione. Doveva ri-iniziare.</p>



<p>Ed ecco che <strong>Jerry Colangelo,</strong> nuovo manager, ha chiamato coach <strong>Mike Krzyzewski </strong>direttamente da Duke, dall’NCAA, per ricreare un gruppo coeso, umile e soprattutto vincente.</p>



<p>In breve tempo ha riportato gli USA in cima al mondo, anche grazie all’aiuto di Kobe Bryant, che si è caricato i compagni sulle spalle. E non per caso a <strong>Pechino 2008 </strong>è subito medaglia d’oro, per quello che passerà alla storia come il “Redeem Team”, la squadra del riscatto.</p>



<p>Insomma, dopo aver toccato il fondo, gli Stati Uniti hanno ancora fame. Vogliono dimostrare che la pallacanestro è loro e di nessun altro. Che sono i meno umani tra i terresti. Che ad Atene è stato un piccolo incidente, un errore invisibile che non può macchiare il gigante americano.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/team-usa-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-13975" width="512" height="342" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/team-usa-1024x683.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/team-usa-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/team-usa-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/team-usa-768x512.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/team-usa-1080x720.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/02/team-usa.jpg 1200w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure>



<p>Quindi, per <strong>Londra 2012 </strong>ci vogliono dodici supereroi. This is it. Questo è il momento.</p>



<p>Due gruppi vincenti mischiati alla perfezione: cinque giocatori già oro a Pechino e cinque campioni del Mondo in Turchia (2010). Più due future stelle.</p>



<p>A guidare la squadra <strong>LeBron James,</strong> <strong>Kevin Durant </strong>e <strong>Kobe Bryant.</strong> Tre fra i migliori giocatori di sempre. LeBron reduce da una stagione perfetta, diventato per la prima volta Re, incoronato come miglior giocatore della stagione regolare, l’MVP delle Finals, e vinto il Titolo.</p>



<p>A seguire Chris Paul (con i tre appena citati e Dwight Howard, infortunato, parte del primo quintetto NBA 2012), Russell Westbrook, Kevin Love, Carmelo Anthony (tutti e tre tra i migliori 6 per media punti quell’anno), Tyson Chandler (Defensive Player of the Year), Deron Williams, Andre Iguodala (entrambi provenienti dalla loro migliore stagione in NBA), James Harden (Sesto Uomo dell’Anno) e Anthony Davis (prima scelta al Draft 2012).</p>



<p>Insomma: un mix perfetto tra esperienza e giovani, atletismo e abilità di tiro, capacità offensive e anche difensive. E soprattutto, al contrario di alcuni dei giocatori del Dream Team del 1992, tutte stelle nel proprio prime.</p>



<p>«<em>Loro erano più vecchi, quasi alla fine delle loro carriere. Noi abbiamo un gruppo di giovani cavalli da corsa, ragazzi che non vedono l’ora di competere»</em>, racconta Kobe.</p>



<p>Le risposte dai “vecchi” non esitano ad arrivare:</p>



<p>«<em>Solo Kobe, KD e LeBron avrebbero giocato con noi»</em>, parla <strong>Charles Barkley.</strong></p>



<p>«<em>Ricordate – </em>dice <strong>Michael Jordan </strong><em>– sono loro che hanno imparato da noi, non il contrario»</em>.</p>



<p>«<em>In effetti potrebbero batterci&#8230; non gioco da vent’anni e ormai abbiamo tutti una certa età»</em>, risponde con la solita pungente ironia <strong>Larry Bird.</strong></p>



<p>Potremmo stare qui a discutere per ore, senza mai fermarci, sognando una sfida tra Dei, mettendo in atto un paragone che non può stare né in cielo, né in terra, letteralmente. Ma una cosa è certa: sono due squadre imbattibili, vere e proprie macchine da guerra.</p>



<p>Nel 2012 ogni allenamento è uno show. Trascinati dall’etica di lavoro di LeBron e Kobe (e non solo), una qualsiasi partitella sembra una finale. Ma il vero spettacolo inizia il 29 luglio, alla Basketball Arena di Londra. Team USA contro la <strong>Francia </strong>di Tony Parker.</p>



<p>In fila, uno dietro l’altro, con gli occhi serrati e la mano sul petto, gli atleti americani sotto le note di The Star-Spangled Banner, l’inno che fin da bambini cantano a scuola rivolti alla bandiera, si concentrano. E così dal cielo si calano sul parquet, per risalire e volare verso il canestro.</p>



<p>Dopo un primo quarto incredibilmente equilibrato, chiuso 22 a 21 per la squadra di Coach K, le superstar statunitensi superano facilmente i Bleus 98-71. In campo giocano con il sorriso, quando devono si piegano sulle ginocchia e difendono, per poi abbandonarsi al proprio talento.</p>



<p>Dopo qualche critica per un inizio “a rilento”, seguono altre due vittorie facili: prima la <strong>Tunisia,</strong> poi la <strong>Nigeria,</strong> contro cui viene infranto ogni tipo di record.</p>



<p>156 punti segnati in 40 minuti. 49 solo nel primo quarto, 78 nella prima metà. 83 di differenza dalla formazione africana, che chiude a quota a 73. 41 assist. 29 triple segnate, contro le 28 totali tentate dagli avversari.</p>



<p>Battuto il record olimpico di punti (138) del Brasile nel 1988. Partita chiusa con il 71% al tiro e passata alla storia come una delle performance più incredibili di sempre anche per un solo giocatore: <strong>Carmelo Anthony,</strong> con 37 punti (miglior prestazione per un cestista americano alle Olimpiadi), 10/12 da dietro l’arco e tre errori al tiro. In soli 14 minuti (!).</p>



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<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Al ritorno in città, la squadra è andata a festeggiare in un casinò, per poi finire in una gara alcolica contro alcuni dei giocatori d’azzardo presenti. «<em>C’era Kobe – r</em>acconta un ragazzo tra gli sfidanti <em>&#8211; che ha preso tre shots: gin, brandy e tequila. Poi basta, non ricordo più nient’altro. Credo proprio avesse vinto lui»</em>.</p>



<p>In una maniera facile e disinvolta i cestisti americani mostrano al Mondo intero la loro grandezza. Le Olimpiadi di 8 anni prima sono solo un brutto ricordo, un terribile sogno. Un incubo.</p>



<p>Questa è la realtà. This is it. Questo è il momento. Questa è una delle squadre più forti della storia. E la partita contro la Nigeria è la sublimazione del movimento intero, del concetto d’invincibilità, che si avvicina molto a quello che si trova sul Monte Olimpo.</p>



<p>Così Team USA chiude da prima il girone (ovviamente), dopo le vittorie pure contro la <strong>Lituania,</strong> in una delle partite più combattute e belle delle Olimpiadi londinesi, e l’<strong>Argentina,</strong> guidata da uno splendido KD. Il cammino verso la medaglia d’oro è spianato. Un sentiero semplice, privo di sorprese.</p>



<p>I quarti di finale si giocano contro l’<strong>Australia.</strong> Dopo 5 partite è arrivato anche il momento di Kobe. Coach K lo ha fatto riposare per tutto il girone, tenendolo in campo solo una volta oltre i 20 minuti. Così, la Nazionale americana, dopo essere stata trascinata dai più giovani KD e LeBron, si lascia trascinare dal suo numero 10.</p>



<p>Dopo i primi due quarti senza neanche un canestro dal campo, e con gli USA avanti solo di 6 punti, ecco che esce <strong>The Black Mamba:</strong> 4 triple consecutive in 66 secondi e 20 punti tutti nella seconda metà di gara, per trascinare gli Stati Uniti in semifinale. Insieme a James, che realizza la seconda tripla-doppia della storia a cinque cerchi (ora sono tre, dopo quella di Doncic a Tokyo).</p>



<p>È di nuovo rivincita. È di nuovo <strong>USA-Argentina.</strong></p>



<p>La penultima partita è un gioco da ragazzi per il Dream Team 2.0. Pioggia di triple, stoppate e schiacciate su schiacciate. Onnipotenza cestistica. 109 a 83 per la Nazionale a stelle e strisce.</p>



<p>L’intero palazzetto intona: <em>“U-S-A!”, “U-S-A!”. </em></p>



<p>Dall’altra parte la <strong>Spagna </strong>del <em>nostro S</em>ergio Scariolo ha battuto la Russia, che vincerà poi il bronzo. È finale. E si gioca proprio in quella O2 Arena di Londra, dove Michael Jackson avrebbe dovuto dare il suo addio alla musica, l’ultimo saluto al pubblico. Ed è anche l’ultima partita di Kobe Bryant con la maglia della Nazionale.</p>



<p>Eppure sembra poterci essere un epilogo inaspettato. La narrativa di una squadra invincibile pare poter crollare. La grinta, il cuore e il coraggio spagnolo spaventano gli Stati Uniti, che dopo tre quarti sono avanti solo di uno. Ma il talento, ancora una volta, va oltre. Durant con 30 punti piega la difesa della Spagna, mentre James e Bryant si prendono in mano le palle più pesanti. La partita finisce 107 a 100.</p>



<p>È <strong>medaglia d&#8217;oro.</strong> Non è un’impresa, anzi. Non è il racconto della solita cenerentola che incredibilmente sorprende tutti. No, non è nulla di tutto ciò. È <em>semplicemente l</em>a storia di una squadra imbattibile, che era doveroso godersi per ogni minuto di quei Giochi: non capita spesso di vedere tanto talento in campo nello stesso momento.</p>



<p>Bryant è all’ultimo trofeo della sua carriera, e prima di festeggiare con i compagni, regala un forte abbraccio all&#8217;amico, al fratello <strong>Pau Gasol.</strong></p>



<p>Pensando alla storia dei <strong>Giochi Olimpici,</strong> la più grande e importante manifestazione di sport, possono venire in mente tante emozioni, tanti momenti, tante glorie e delusioni. C&#8217;è a chi per prima cosa verrà in mente Jesse Owens che sfreccia e salta davanti ad Adolf Hitler nel ’36; oppure i pugni alzati di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico ’68, simbolo delle Black Panthers; o ancora, per i più giovani, le medaglie di Michael Phelps e la velocità di Usain Bolt; o perché no, l&#8217;abbraccio tra Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi&#8230;</p>



<p>Si potrebbe andare avanti all&#8217;infinito. Chi di sicuro non manca nei ricordi di tanti appassionati, sono quei 12 fenomeni a stelle e strisce. Che a Londra magari non hanno regalato una competizione sportivamente equilibrata, ma uno spettacolo elettrizzante senza dubbio.</p>



<p>E il destino ha voluto che proprio dopo quella finale, durante l’addio alla Nazionale, Kobe abbia chiuso ai microfoni di NBC Sports sorridendo, stanco, lasciando partire dalle labbra un semplice: <em>«<strong>This is it»</strong>, </em>pensando a Michael, o forse no.</p>



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<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>An Undrafted Story: Juan Toscano-Anderson</title>
		<link>https://aroundthegame.com/an-undrafted-story-juan-toscano-anderson/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 15:58:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Ci sono storie al limite dell'irreale. Quella di Juan Toscano-Anderson è una di queste.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Ci sono storie al limite dell&#8217;irreale: esageratamente romantiche da essere quasi incredibili, troppo singolari per essere inventate. Quella di Juan Toscano-Anderson è una di queste.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_ba4617ee120b4f45ad1e4f4a111eeb45-mv2.jpg" alt="" width="600" height="314"/></figure>



<p>C’è un ragazzo che, da <strong>San Francisco,</strong> ha raccontato la pallacanestro a tutti i figli illegittimi di Simon Bolivar: dal <strong>Messico </strong>alla punta più a sud del Cile, passando per lo stretto di Panama.</p>



<p>Quello di <strong>Juan Toscano-Anderson </strong>potrebbe essere il solito racconto, sentito e risentito innumerevoli volte: un’infanzia difficile con pochi centesimi e senza padre. Ma non è così. O meglio: c’è di più.</p>



<p>Siamo nel 1965 e dopo un lungo e pericoloso viaggio nonno <strong>Macario Toscano </strong>arriva a <strong>Oakland,</strong> in California, da Michoacán, profondo Messico. Trova casa sulla 95esima Strada, in uno dei quartieri più pericolosi e poveri della città.</p>



<p>Juan è fin da subito un <strong><em>unicum.</em></strong> Non con il pallone in mano, per quello ci vorrà del tempo. Però è un fenomeno particolare: nel suo corpo scorre il sangue <strong>latino </strong>di <em>abuelo </em>Macario &#8211; come lo chiama lui &#8211; e di mamma Patricia, ma anche quello <strong>afroamericano,</strong> di un papà mai conosciuto.</p>



<p>Così cresce con la <strong><em>garra,</em></strong> la voglia di lottare, di non mollare mai, di non lasciare un tiro facile agli avversari, ma anche con un fisico lungo e forte, degno del migliore guerriero <strong>Ashanti. </strong>Un uomo predisposto alla battaglia, alle botte e agli spintoni sotto canestro.</p>



<p>D’altronde questo è il Toscano-Anderson giocatore: non un eccellente trattatore di palla e nemmeno un grande passatore, ma uno che non si tira <strong>mai indietro.</strong></p>



<p>La gente, però, guarda male il piccolo Juan, con disprezzo. Per gli ispanici è “el <em>negrito”</em>, per gli altri “<em>the </em><em>mutt”</em>, il bastardo. Pochi sembrano volergli veramente bene. Lui è &#8220;il diverso&#8221;.</p>



<p>Eppure, tra i pochi c’è <strong>Wilhelmina,</strong> una sua insegnante delle elementari. Cos’ha di particolare la maestra? È un ex campionessa di basket all’Upsala College e moglie della leggenda dei Warriors <strong>Al Attles.</strong></p>



<p>Toscano è ancora giovanissimo, già abbastanza alto e soprattutto follemente innamorato della palla a spicchi: Wilhelmina lo presenta subito al marito.</p>



<p>Nessuno lo sostiene. Per nonno Macario dovrebbe diventare un calciatore, la mamma e i fratelli pensano, invece, che debba studiare. Ma Juan da retta solo ad Al.</p>



<p>Così ha inizio la <strong>lunga </strong>ascesa di Juan Toscano-Anderson nel mondo del basket americano, sempre nel segno della sua squadra del cuore: i <strong>Golden State Warriors.</strong></p>



<p>«<em>Era incredibilmente atletico e aveva talento – r</em>acconta Attles<em> &#8211; Gli volevo bene. Era uno dei miei ragazzi»</em>.</p>



<p>Partecipa a diversi <em>basketball camp </em>dei Warriors, poi gioca con gli Oakland Rebels, in AAU (Amateur Athletic Union) e infine inizia a farsi conoscere una volta arrivato alla Castro Valley High School, sempre in California, portando i suoi Trojans a un record di 30-2.</p>



<p>Texas, Baylor, UCLA, California-Berkeley e Oregon. Tutti vogliono la “piccola” ala-grande di 198 cm con metà sangue latino e metà afroamericano. Juan, però, sceglie <strong>Marquette University.</strong></p>



<p>Il suo rapporto con la pallacanestro è complicato. Sogna fin da bambino i grandi palcoscenici, l’NBA, ma la realtà è che non è abbastanza bravo per raggiungerli. Per lo meno, è quello che gli dicono tutti, e per un momento ci crederà anche lui.</p>



<p>Così la sua carriera si divide in <strong>due parti,</strong> scandite dal nome che porta sulle spalle.</p>



<div style="height:23px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Pre-Toscano </strong></h2>



<p>Assieme all’università di Milwaukee decide di essere &#8220;Juan <strong>Anderson&#8221;,</strong> lasciando da parte &#8220;Toscano&#8221;. Non lo fa per cancellare il ricordo latino dalla sua vita, rifiutando la metà messicana, ma semplicemente per essere chiamato con più facilità.</p>



<p>Eppure qualcosa <strong>cambia.</strong> Non è più il solito Juan. Con solo “Anderson” sulla canotta gli stimoli vengono a meno, le battaglie a Oakland per arrivare in Winsconsin dimenticate e i grandi sogni sembrano rimanere tali.</p>



<p>Gioca pochissimo e segna altrettanto. Nella prima stagione, tra il 2011 e 2012, sono 4.5 minuti a partita con 0.7 punti di media. Nelle due successive poco cambia, mentre nell’ultima, nel 2014, 8 punti e 6 rimbalzi. Mai una prestazione in doppia cifra fino al Junior Year. <strong>Numeri di certo non da NBA.</strong></p>



<p>Non si rende nemmeno eleggibile al <strong>Draft del 2015,</strong> quello di Karl-Antony Towns per intenderci. Prende la laurea in diritto penale: la sua via è nella Silicon Valley.</p>



<p>«<em>Onestamente: con il basket <strong>ho chiuso»</strong></em>.</p>



<p>Ma nella vita, a volte, si presentano occasioni imperdibili. Arrivano nei momenti peggiori, quando si sceglie di mollare. E non tutti hanno la forza di rialzarsi. Non tutti hanno il coraggio di accettare una nuova sfida, rimettendosi in discussione. Non tutti: Toscano-Anderson sì.</p>



<p>È una chiamata: viene da <strong>Mexico City.</strong></p>



<div style="height:23px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Post-Toscano</strong></h2>



<p>Torino, Piemonte, Italia: al Pala Alpitur si giocano le qualificazioni delle Olimpiadi per Rio 2016.</p>



<p>Semifinale: Italia-Messico. Partita a senso unico, stravinta dagli azzurri 79-54 con un grande ultimo periodo.</p>



<p>Però tra i messicani c’è un ragazzino che ha tentato di tutto, che ha tenuto la sua squadra viva fino al terzo quarto: è Juan <strong>Toscano.</strong></p>



<p>Ecco la svolta della sua carriera.</p>



<p>Non è più Anderson, ma Toscano. Non è più <em>el negrito </em>o <em>the mutt,</em> ma solo Juan: un giovane sconosciuto, che parla a mala pena lo spagnolo e che è stato una sola volta in Messico, a 6 anni. Eppure è stato convocato dalla Nazionale e brilla incredibilmente con quella canotta.</p>



<p>Così scatta di nuovo la scintilla tra Toscano-Anderson e la pallacanestro. Riprende in mano il sogno di una vita, e non lascia andare vani gli sforzi di una gioventù.</p>



<p>Le prestazioni al preolimpico colpiscono tutti, tanto da portarlo nella prima divisione messicana, al <strong>Soles de Mexicali.</strong> Poi volerà in Venezuela, ai <em><strong>Bucaneros de La Guaira,</strong></em> per tornare di nuovo in Centro America, nella squadra di <strong>Monterrey.</strong> Sono anni difficili, in città complicate, dove il basket conta meno di zero.</p>



<p>Eppure gli bastano 4 stagioni, un <strong>MVP </strong>de <em>La Liga Nacional de Baloncesto Profesional,</em> due Slam Dunk Contest e due campionati messicani vinti per convertire tantissimi latini americani dal calcio alla pallacanestro, per diventare il miglior giocatore del Messico e l’idolo di tantissimi ragazzi.</p>



<p>Dall’essere a un passo da qualche azienda intorno a San Francisco, si ritrova a schiacciare in qualche decadente palazzetto messicano, con ogni probabilità vuoto. Ma è questo quello per cui vive: <strong>la </strong><strong>pallacanestro.</strong></p>



<p>E quindi continua a sognare, pensa sempre a casa sua, a Oakland, ai Golden State Warriors. Così nell’estate del 2018 si presenta a un allenamento aperto per i <strong>Santa Cruz Warriors.</strong> 30 giocatori, pochissime possibilità di entrare a far parte della franchigia di <strong>G-League,</strong> ma nulla da perdere. Juan Toscano-Anderson dà tutto per farsi notare.</p>



<p>«<em>Chi è il numero 46? Juan chi? &#8211; r</em>acconta <strong>Aaron Miles,</strong> allora head-coach di Santa Cruz, ora nello staff di Kerr<em> &#8211; Mi piace. Si è fatto il culo, ha giocato bene: lo voglio nella mia squadra»</em>. Firma, rifiuta più soldi in Messico e, questa volta, decide di tenersi tutto il nome sulle spalle: finalmente è <strong>Toscano-Anderson.</strong></p>



<p>Così esplode letteralmente. Juan è felice, sa che ora può veramente farcela. E gioca come se avesse l’impressione di guadagnare qualche attimo di paradiso &#8211; di NBA &#8211; solo con tiro, un rimbalzo o una stoppata.</p>



<p>«<em>Ha scommesso su di sé –</em> dice <strong>Ryan Atkinson,</strong> GM di Santa Cruz &#8211; <em>Poteva guadagnare di più altrove, invece ha voluto perseguire il suo obiettivo: giocare in NBA per la sua squadra, per la sua città. Dobbiamo tutti imparare da Juan: a volte basta credere in se stessi»</em>.</p>



<p>Il 7 febbraio 2020 viene chiamato dai piani alti, viene chiamato dai suoi Warriors, firma al minimo salariale. Sceglie il numero 95, proprio come la 95th Avenue, la prima casa di nonno Macario. È il quinto messicano della storia <strong>NBA.</strong> «<em>Giocare per il Messico ha salvato la mia carriera, ma soprattutto ha salvato me»</em>.</p>



<p>Debutta l’8 febbraio 2020, prima della pausa per il Covid. La prima è contro i Lakers di LeBron (di cui sarà compagno qualche anno dopo), una sconfitta, ma a 26 anni, dopo essere stato vicino a lasciare definitivamente la pallacanestro, ha realizzato il suo sogno. La prima stagione sono 13 partite, 6 da titolare, 5.3 punti, 4 rimbalzi e 2 assist. Coach <strong>Kerr </strong>lo vuole ancora lì, anche per l’anno successivo.</p>



<p>«<em>Sono un grande fan di Juan – </em>racconta Steve Kerr<em> &#8211; È uno di quei ragazzi che capisce il gioco. Non è facile. Fa tutto al momento giusto. Taglia, blocca, raddoppia e aiuta sempre quando deve farlo. È un po’ come Draymond. D’altronde la sua è una storia fantastica, e non ne esci così bene se non hai quella personalità.»</em></p>



<p>Nella stagione successiva è in prima fila, giocando quasi 30 minuti a partita nelle due gare di Play-In contro Lakers e Grizzlies. Nel 2022, invece, i Playoffs li guarda dalla panchina&#8230; ma li conclude, insieme ai suoi Warriors, da <strong>campione NBA</strong>.</p>



<p>Altro che <em>&#8220;Steph&#8217;s teammate&#8221;, </em>come diceva JTA. E adesso, dopo un&#8217;annata tra Lakers e Jazz, anche se tutto dovesse finire, nulla potrebbe cancellare questo viaggio.</p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Il mistero di Arsen Ilyasov, &#8220;gemello&#8221; di Ersan Ilyasova</title>
		<link>https://aroundthegame.com/il-mistero-di-arsen-ilyasov-gemello-di-ersan-ilyasova/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 May 2021 14:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Arsen Ilyasov]]></category>
		<category><![CDATA[Ersan Ilyasova]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[L'oscura storia di Ersan Ilyasova e del suo "gemello" uzbeko. Una vicenda che parte dalle tenebre, con la sparizione di una giovane promessa del basket uzbeko, e giunge direttamente sotto i riflettori della NBA.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;oscura storia di Ersan Ilyasova e del suo &#8220;gemello&#8221; uzbeko. Una vicenda che parte dalle tenebre, con la sparizione di una giovane promessa del basket uzbeko, e giunge direttamente sotto i riflettori della NBA.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_5e29ea4302334e21890174d764b1776d-mv2.png" alt=""/></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nome: <strong>Arsen.</strong></p>



<p>Cognome: <strong>Ilyasov.</strong></p>



<p>Data di nascita: anno 1984, giorno non conosciuto.</p>



<p>Paese d’origine: Uzbekistan.</p>



<p>Disperso dall’agosto 2002.</p>
</blockquote>



<p>Ci sono alcune storie oscure, misteriose, quasi inquietanti; vicende inimmaginabili, a volte simili a complotti. Spesso parlano di morti, rapimenti o uomini scomparsi. Sono angosciose e spaventose. Paiono partorite dalla fervida fantasia di Agatha Christie, o di qualche altro giallista amante del brivido. Invece sono storie reali, che ancora oggi nascondo segreti imperscrutabili, sconosciuti. Quella di Arsen Ilyasov è una di queste. Ma non è l&#8217;unica.</p>



<p>Nella musica, ad esempio, ce ne sono tante. Come quella del <em>Club 27</em><strong><em>,</em></strong> ristretto gruppo di grandi musicisti che ha fatto la storia del rock. Tutti i suoi componenti sono morti a 27 anni, tra questi Jim Morrison, Jimi Hendrix, Amy Winehouse e Kurt Cobain. Artisti casualmente &#8211; e stranamente &#8211; deceduti alla stessa età, per di più all’improvviso e all’apice della propria carriera, in circostanze ignote.</p>



<p>Anche il mondo della pallacanestro cela un mistero degno del <em>Club 27, i</em>rrisolto e indecifrato. Un mistero che non parte né dall’America, né dall’Europa. Ha tutto inizio da una terra ricca di Storia e arte, culla di civiltà antichissime e conflitti imperituri. Siamo in Medio Oriente, più precisamente in <strong>Turchia,</strong> nel 2002. Arsen Ilyasov è giovanissimo. Ha solo 18 anni. È agosto, ha lasciato casa sua, <strong>l’Uzbekistan,</strong> per partire alla volta di Istanbul. Ha preso coraggio, ha chiuso il cuore in una valigia assieme a una palla a spicchi, e non si è più voltato. Arsen ha solo una “colpa”: la sua famiglia ha origini tatare di Crimea. I suoi genitori fanno parte della discendenza di quasi 200 mila tatari crimeani deportati dal leader Iosif Stalin nel maggio ‘44 in Unione Sovietica.</p>



<p>Sradicati dalla propria terra, caricati su treni o carri da bestiame e diretti all’inferno: sugli Urali o in Asia Centrale. In luoghi desolati. Lasciati al proprio destino, senza un tetto e del cibo. Uomini, donne, anziani e bambini accusati di presunto “alto tradimento”, dopo essere stati invasi dalla Germania Nazista. Centocinquantamila anime sono finite in Uzbekistan, nei territori sovietici (dove circa 10 mila sono poi morte di fame). Tra queste ci sono anche gli Ilyasov.</p>



<p>Per Arsen a casa, in terra uzbeka, non c’è futuro. Però è incredibilmente bravo a buttare una palla dentro a un cesto appeso in aria; così gli hanno detto che basta qualche giorno di viaggio per arrivare in Turchia, dove il basket sta diventando sempre più popolare e forse c&#8217;è speranza di vivere giocando.</p>



<p>Parte e ottiene un visto temporaneo di 15 giorni; programma un provino con l’Ülkespor &#8211; al tempo squadra di Istanbul, scioltasi nel 2006 – ma poi sparisce nel nulla. Per giorni, anzi mesi, non si parla più di Arsen. Dimenticato da tutti. Nessuno denuncia la scomparsa, finché un dirigente della federazione cestistica dell’Uzbekistan si accorge che, durante una partita tra Nazionali giovanili, in campo con la canotta turca c’è un ragazzo che gli assomiglia maledettamente: si chiama <strong>Ersan Ilyasova </strong>e ha giocato 13 stagioni in <strong>NBA.</strong></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="710" height="448" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova.png" alt="" class="wp-image-10340" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova.png 710w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-300x189.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-150x95.png 150w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></figure>



<p>Ersan è turco, turchissimo. O per lo meno è quello che afferma un insegnante di nome Şemsettin Bulut, il 19 settembre 2002 &#8211; pochi mesi dopo che Arsen è diventato un fantasma &#8211; quando si reca in un ufficio anagrafe vicino a Eskişehir per registrare suo figlio Ersan, ormai quindicenne, dicendo di non aver mai avuto tempo di certificare la sua nascita prima d’allora. L’ente turco non si pone domande e rilascia il passaporto. È un mistero. Irrisolto.</p>



<p>Sarebbe fin troppo facile dire che Arsen Ilyasov e Ersan Ilyasova siano la stessa persona. È vero, il nome è simile, forse solo un po’ storpiato. Per di più nessuno dei due &#8220;vive&#8221; nello stesso momento: quando uno sparisce, l’altro appare. Eppure l’età non combacia. Il turco, il giocatore NBA, pare avere 3 anni in meno: è del <strong>1987.</strong></p>



<p>Dopo che il dirigente dell’Uzbekistan si è accorto di Ilyasova, il caso finisce in mano all’International Basket Federation, che in poco tempo lascia la faccenda alla giurisdizione della Federazione turca. Scelta dubbia, criticata dagli uzbeki. Una scelta che nasce probabilmente dai legami che si cominciavano a costruire con la Turchia e che pian piano, dopo l’argento agli europei 2001, stava diventando una realtà importante per la pallacanestro internazionale.</p>



<p>Così prima le indagini vengono posticipate di due settimane; poi, come è presumibile, la Turchia non trova alcun documento riguardante Arsen Ilyasov. Secondo la FIBA, quindi, si tratta di due persone completamente diverse<strong>.</strong> Arsen è figlio di una crudele deportazione e la sua sparizione è problema del governo turco. Ersan, invece, è figlio di Bulut. Caso chiuso. Mistero aperto.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="478" height="287" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-turchia.png" alt="" class="wp-image-10341" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-turchia.png 478w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-turchia-300x180.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-turchia-150x90.png 150w" sizes="(max-width: 478px) 100vw, 478px" /></figure>



<p>Una cosa però è certa: dietro questa faccenda c’è qualcosa che non va. A partire da Şemsettin Bulut, che padre di Ilyasova non è. Dell’infanzia e dei primi anni di Ersan, infatti, si sa poco o niente. Però i nomi dei genitori si conoscono: <strong>Anvar </strong>e <strong>Iraliye Ilyasova.</strong> Anzi pure su questo ci sono dei dubbi. Sul sito ufficiale del cestista il nome del padre è Anvar, mentre su NBA.com c’è scritto Envar. E se cercassimo in tutta la Turchia non troveremmo alcun Anvar (o Envar) Ilyasova sposato con moglie Iraliye.</p>



<p>La madre sembra inesistente: pare non esserci una donna chiamata Iraliye tra Turchia, Crimea e Uzbekistan. Per di più, l’unica traccia di una sua possibile esistenza è un account Facebook, in cui una donna con quel nome dice di lavorare per il New York Times, vivere in Canada, in Quebec, e avere origini algerine. Non proprio la donna turca in questione.</p>



<p>Mentre le indagini su Ersan Ilyasova sono chiuse, il ragazzo continua a giocare con la maglia della Nazionale. Ma nello stesso momento escono altre incredibili coincidenze con Arsen. Ilyasova inizia la sua vita da cestista nella seconda divisione turca, al Yeşilyurt. Guarda caso, dopo un anno nella serie inferiore va a giocare all’Ülkerspor, proprio dove il “gemello fantasma” era destinato. Ma una volta racconta ai microfoni ESPN di essere cresciuto in <strong>Tajikistan,</strong> andato in Uzbekistan a 13 anni e poi, insieme a tutta la famiglia, trasferitosi in Turchia. Sicuramente non la storia di cui ci hanno parlato la federazione turca e Şemsettin Bulut.</p>



<p>Gli incroci sono tanti, le analogie innumerevoli, i dubbi infiniti. Le tenebre si celano dietro questo mistero e il nome di Arsen Ilyasov riecheggia nell’oscurità. Però Ersan Ilyasova va avanti. Si crea la sua carriera. Stupisce tutti nel 2004, all’Albert Schweitzer Tournament, una competizione per Nazionali U18. Così, al Draft 2005, a 19 anni viene scelto dai Milwaukee Bucks alla numero 36. Poi un anno in G-League, il Mondiale U20 del 2006, in cui vince l’MVP, 2 stagioni al Barcellona e infine una successione di incredibili successi che lo portano a giocare 12 stagioni consecutive in NBA.</p>



<p>E ora, dall’alto dei suoi 208 cm, a 37 anni &#8211; o 40 se preferite &#8211; si è ritirato dalla NBA dopo aver giocato una delle sue ultime annate oltreoceano, a Salt Lake City, con gli Utah Jazz, tentando di aiutarli nel loro percorso ai Playoffs 2021. Forse è vero. Ha ragione la FIBA: Arsen ed Ersan non hanno alcun legame. Probabilmente è solo un semplice complotto creato dal silenzio che si è sempre creato dietro la vita di Ilyasova.</p>



<p>Un silenzio strano, innaturale. C’è chi dice che sia dovuto alla volontà del governo turco, che ha l’intenzione di nascondere la realtà dei fatti per non perdere un grande giocatore. Ma questo è un mistero, e quindi la verità non la sapremo mai. Il perché Ilyasova sia comparso solo nel 2002 ci sarà per sempre sconosciuto. Il legame tra Ersan e il “padre” Bulut rimarrà perennemente nascosto. La reale fine di Arsen in eterno ignota.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="609" height="383" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-bucks.png" alt="" class="wp-image-10342" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-bucks.png 609w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-bucks-300x189.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/ilyasova-bucks-150x94.png 150w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /></figure>



<p>Dal segreto nascono spesso storie oscure e inspiegabili, proprio come questa. Così torniamo al mondo della musica, da dove siamo partiti. Pensiamo a quei cantanti, come Elvis Presley, Jim Morrison e Jimi Hendrix, che alcune teorie e complotti fanno credere che siano ancora vivi, celando la loro morte con un&#8217;aura di mistero. Ma oggi, invece, vi abbiamo parlato del mistero di una morte, quella di Arsen Ilyasov. Che ha portato a una vita<strong>: </strong>quella di Ersan Ilyasova.</p>
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			</item>
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		<title>Gheorghe Muresan: il Grande Gigante Gentile</title>
		<link>https://aroundthegame.com/gheorghe-muresan-il-grande-gigante-gentile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 May 2021 15:49:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fiba]]></category>
		<category><![CDATA[draft 1993]]></category>
		<category><![CDATA[Gheorghe Muresan]]></category>
		<category><![CDATA[kareem abdul-jabbar]]></category>
		<category><![CDATA[manute bol]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[new jersey nets]]></category>
		<category><![CDATA[washington bullets]]></category>
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					<description><![CDATA[Con i suoi 231 cm, Muresan è tuttora il giocatore NBA più alto di sempre (a pari merito con Manute Bol). E la sua storia sembra essere uscita da una fiaba.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Con i suoi 231 cm, Muresan è tuttora il giocatore NBA più alto di sempre (a pari merito con Manute Bol). E la sua storia sembra essere uscita da una fiaba.</h2>



<h2 class="wp-block-heading">&nbsp;</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_9f0a99cff792447296a343f9cf15c0de-mv2.jpeg" alt=""/></figure></div>



<div></div>



<p><em>C’era una volta, in un paese lontano, tanto tanto tempo fa…</em></p>



<p>Ecco, di solito iniziano così le migliori <strong>favole</strong>, quelle che aiutano i più piccoli a sognare a occhi aperti.</p>



<p>E così dovrebbe forse cominciare anche questa nostra storia, che di reale sembrerebbe avere davvero poco.</p>



<p>I <strong>giganti </strong>non sono veri. Esistono solo in quelle ingenue storie per bambini. Se ne parla nei racconti fantastici, come ne <em>I viaggi di Gulliver </em>di Jonathan Swift o ne <em>Il <strong>GGG</strong> </em>di Roald Dahl. Sono solo il frutto della più fervida fantasia.</p>



<p>Questo è ciò che probabilmente avranno pensato i tifosi olandesi della cittadina di Den Helder il 28 ottobre 1995, quando ospitano al piccolo palazzetto Sporthal de Slenk la squadra di Pau, città sui Pirenei francesi.</p>



<p>Perché in mezzo al parquet c’è un ragazzone rumeno di <strong>231 cm.</strong> La folla è stranita, pensa sia una visione. Un essere umano non può essere così alto e allo stesso tempo saper palleggiare.</p>



<p>È enorme, dovrebbe far paura. Ma la realtà è un’altra: non c’è un momento in cui non abbia un sorriso stampato in faccia, specialmente quando gioca a basket.</p>



<p>Inoltre, per uno della sua stazza si muove in maniera incredibilmente fluida dimostrando di saper giocare eccome a pallacanestro. Sembra quasi impossibile: corre (in un modo o nell’altro), ha un gancio-cielo indifendibile, un buon jump-shot e sotto canestro non si può stoppare.</p>



<p>Intanto, tra lo stupore e la meraviglia dell’intera arena, inizia la partita.</p>



<p>Durante un&#8217;azione si alza dalla media: sbaglia, fa un passo – sovrastando tutti – e raccoglie il rimbalzo. Nella sua mano, in un solo attimo, quella pesante palla a spicchi diventa incredibilmente una pallina da tennis, piccola e leggera. Così, gli basta alzarsi sulle punte e schiacciare la minuscola sfera in un cestino poco più alto di lui.</p>



<p>Ed ecco che succede l’impossibile. Il tabellone esplode. Sul parquet dello Sporthal de Slenk volano bulloni, chiodi e dadi. Piovono pezzi di metallo. Entra un addetto alle pulizie per tirare su qualche rimasuglio di un canestro ormai distrutto. Impalato attonito di fronte all&#8217;accaduto e visibilmente a disagio per esserne stato l&#8217;artefice, il ragazzone rumeno, contrito, si piega e sussurra nell&#8217;orecchio dell&#8217;addetto alle pulizie un dolcissimo «<em>excusez-moi.»</em></p>



<p>Forse che il Grande Gigante Gentile sia reale? E sia incarnato da <strong>Gheorghe Muresan? </strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_ac64606c6aaf4f0da418d4a5d167ae69-mv2.jpeg" alt="" width="749" height="488"/></figure></div>



<p>Siamo nel ’95, lui dovrebbe essere già oltreoceano a giocare la sua terza stagione in NBA, ma è stata posticipata a causa del primo <strong>lockout </strong>della Lega. Quindi, si trova in campo con i suoi ex compagni del Pau-Orthez per un mese in preparazione della Regular Season.</p>



<p>Ma prima facciamo un passo indietro.</p>



<p>Come ogni favola, anche questa storia è magica e parte da un luogo misterioso ubicato nella terra di Dracula, la <strong>Transilvania</strong>, più precisamente <strong>Tritenii de Jos.</strong></p>



<p>Torniamo a una Romania povera e a pezzi, segnata dalla politica demografica della dittatura militare-comunista di <strong>Nicolae Ceaușescu </strong>negli anni &#8217;70.</p>



<p>Ceaușescu divide, infatti, in bambini desiderati e non, in “figli di Dio” e “<strong>figli del Diavolo”</strong>. Ovviamente Gheorghe dovrebbe appartenere ai secondi, a quelli di Satana, essendo il sesto di una famiglia più che modesta (il limite era a cinque). Di conseguenza, secondo la legge deve abbandonare fin dalla nascita la sua famiglia ed essere accolto in un “<strong>orfanotrofio lager”</strong>. Entrare cioè a far parte di quei 170 mila bambini abbandonati in condizioni igieniche sanitarie impensabili, vittime di un denutrimento alimentare e affettivo considerato tra i peggiori di tutta la storia degli orfanotrofi.</p>



<p>Invece rimane a casa, da <strong>papà </strong><strong>Ispas,</strong> che lavora in fabbrica giorno e notte.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Non avevamo il <strong>riscaldamento,</strong> l’<strong>acqua calda </strong>e l’<strong>elettricità.</strong> Mangiavamo metà pagnotta di pane al giorno e un pezzo di carne alla settimana. La verdura la vedevamo solo in estate.»</em></p></blockquote>



<p>Eppure “<strong>Ghita”</strong> &#8211; lo chiamano così fin da bambino, in rumeno significa “piccolo Gheorghe&#8221; &#8211; ricorda la sua infanzia sempre con felicità.</p>



<p>Ricorda che nessuno della sua famiglia supera il metro ottanta, mentre lui a 15 anni era già alto più di 2 metri. O le partite di calcio con i fratelli, in cui la palla gli finiva sempre sotto le gambe, perché era troppo lento per chiuderle. O ancora di quella volta che a 14 anni sua la madre lo ha portato da un dentista a Cluj.</p>



<p>«<em>Mi ha chiesto quanto fossi alto e quanti anni avessi. Subito dopo ha chiamato il coach dell’<strong>Universitatea Cluj.</strong> Quella sera sono rimasto lì e non sono tornato più a casa per un bel po&#8217;»</em>, racconta Gheorghe Muresan.</p>



<p>Il destino ha voluto che quello fosse proprio il dentista della nazionale rumena, e Ghita, a 14 anni, per la prima volta, vede un canestro e una palla da basket.</p>



<p>Ne rimane folgorato. Non riesce a staccare gli occhi dal parquet, se ne è completamente innamorato. Comincia un nuovo capitolo della sua vita, e il titolo non può essere che “<strong>Pallacanestro”</strong>.</p>



<p>Quando si sveglia pensa solo al basket, mentre dorme sogna di fare canestro davanti a migliaia di tifosi, come fa un americano di nome <strong>Kareem Abdul-Jabbar </strong>che gli hanno mostrato i suoi compagni di squadra su una videocassetta.</p>



<p>Così si allena giorno e notte, ininterrottamente. Aspettando il 1991, a 20 anni, quando fa il suo esordio nella prima squadra dell’Universitatea Cluj-Napoca, con cui vince il campionato rumeno.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_863c3058d2b04e4aaa6f4ed7fb7dec14-mv2.jpeg" alt=""/></figure></div>



<p>Nello stesso anno si fa notare da tutto il globo al <strong>Mondiale under-19 </strong>con la canotta della Romania. È il miglior rimbalzista del torneo, il secondo per punti segnati.</p>



<p>«<em>Moltissime università americane si erano interessate a Ghita </em>– dice Kenny Grant, il suo agente &#8211; <em>ma lui doveva guadagnare subito dei soldi».</em></p>



<p>Non lo si può biasimare: vuole regalare il prima possibile almeno l’acqua calda e l’elettricità alla sua famiglia. Nel frattempo, durante la sua unica stagione al Cluj, in una partita europea strega la dirigenza del <strong>Pau-Orthez </strong>segnando 39 punti.</p>



<p>Nel ’92 i francesi sono pronti a metterlo sotto contratto offrendogli non solo del denaro, ma anche buon cibo, libertà e, soprattutto, una vera e propria <strong>preparazione atletica.</strong> Tre cose che non aveva mai avuto fino ad allora.</p>



<p>«<em>La prima volta che è arrivato da noi psicologicamente era un bambino e fisicamente non riusciva accettare la sua taglia. Così, ancora prima di dargli una palla, gli ho insegnato a camminare, a stare dritto, ad andare fiero della propria altezza»</em>, dice Michel Gomez, il coach del Pau.</p>



<p>Arriva in Francia con un solo paio di scarpe &#8211; sia perché non aveva i soldi per comprarne altre, sia perché non sono facilmente reperibili con il numero 52/53 &#8211; pochi vestiti e il grande sogno di segnare come Abdul-Jabbar su qualche parquet americano.</p>



<p>Allenamento dopo allenamento, si trova sempre meglio con quel suo corpo infinito. Capisce come gestirlo e sfruttarlo in campo. Capisce che nella pallacanestro l’altezza non basta.</p>



<p>Quindi vince il campionato francese con il Pau-Orthez e dopo solo due anni in Europa si dichiara eleggibile al <strong>Draft del 1993; </strong>quello di Chris Webber e Penny Hardaway, per intenderci.</p>



<p>Un aereo privato dell’<em>owner </em>dei <strong>Portland Trail Blazers </strong>è pronto a portare il nostro “piccolo” Gheorghe da Bucarest al Michigan, dove avverrà il Draft.</p>



<p>C’è l’accordo. Ormai Muresan sembra destinato a giocare in Oregon, deve solo superare qualche test e fare delle visite.</p>



<p>Una volta negli USA accade l&#8217;impensabile<strong>. </strong>Arrivato all’ospedale in cui deve sottoporsi ai controlli medici, la macchina della risonanza magnetica non è abituata a quelle dimensioni. Non può sopportare più di 136 chilogrammi, e Ghita ne pesa 150. Così salta tutto<strong> </strong>per colpa di un&#8217;attrezzatura medica troppo normale per un ragazzo decisamente fuori misura<strong>. </strong></p>



<p>Muresan si sente un animale fuggito dal circo, una bestia rara fuori dal proprio habitat naturale. Non conosce una parola d’inglese, non sa nemmeno dove finirà, se verrà chiamato da qualcuno o no. Eppure gli sono tutti attorno. Ma nemmeno nella terra del sogno americano, dove tutto sembra possibile, credono davvero nei giganti.</p>



<p>Per sua fortuna, il 30 giugno 1993 al The Palace di Auburn Hills, i <strong>Washington Bullets </strong>chiamano Gheorghe Muresan al secondo giro con la scelta <strong>numero 30:</strong> Ghita esplode in un sorriso genuino, contagioso.</p>



<p>E sul palco,con una sola frase in lingua anglofona ripetuta in testa migliaia di volte per non dimenticarsela, esprime tutta la sua felicità e le difficoltà che ha dovuto oltrepassare per arrivare a quel giorno: «<strong><em>I love this game»</em></strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="1993 NBA Draft - Gheorghe Muresan" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/uXnul_5Ggtw?start=70&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>L&#8217;indomani è già a Washington. Il suo arrivo nella capitale può essere sintetizzato in due immagini: il suo sguardo, che sembra quello di un bambino arrivato per la prima volta a Disneyland, in un corpo però di 231 cm, e il viso di <strong>Manute Bol,</strong> allora anche lui un Bullets, che vede entrare in palestra uno della sua taglia, forse anche di qualche millimetro in più.</p>



<p>La prima stagione in <strong>NBA </strong>è però molto complicata. Pronti via deve operarsi subito alla <strong>ghiandola pituitaria (</strong>che, se modifica l&#8217;ormone della crescita, può provocare gigantismo). Da una parte è grazie a questa se ha raggiunto quelle dimensioni, ma dall’altra deve essere fermata subito, perché altrimenti rischia di diventare ingestibile da tutto il resto del corpo.</p>



<p>Così Washington spende circa un milione di dollari per le cure. Ma Ghita, da rookie, non sorprende più di tanto, anzi. Sono solo 5.6 punti, 1 stoppata e 3.6 rimbalzi a partita.</p>



<p>La sua esperienza in America pare già conclusa, destinata al fallimento. Ma i Bullets credono in Ghita, che ovviamente si è fatto subito amare dai tifosi e la stagione successiva raddoppia in tutte le statistiche più importanti.</p>



<p>Arriva il lockout prima della stagione <strong>‘95/’96. </strong>Gheorghe &#8211; come abbiamo già detto &#8211; torna per un mese in Francia, per poi giocare la sua migliore stagione di sempre negli Stati Uniti: 30 minuti da titolare, 14.5 punti, 9.6 rimbalzi, 2.3 stoppate e la percentuale dal campo più alta di tutti, <strong>60.4%.</strong></p>



<p>È il <strong><em>Most Improved Player </em></strong>dell’anno, il primo europeo a vincerlo in NBA.</p>



<p>Il Capital Centre – dove giocava Washington prima della Capital One Arena – impazzisce ogni volta che il rumeno tocca palla. È l&#8217;idolo dei Bullets senza un vero e proprio motivo, rimanendo semplicemente se stesso.</p>



<p>In 5 anni è passato dall’imparare a camminare, a lottare sul più grande palcoscenico cestistico del mondo, dominando delle volte contro centri come <strong>Hakeem Olajuwon,</strong> <strong>Patrick Ewing,</strong> <strong>Shaquille O’Neal,</strong> <strong>David Robinson </strong>e <strong>Dennis Rodman.</strong></p>



<p>E a proposito di quest’ultimo, sempre nel magico anno in cui vince l’MIP, contro i Bulls di Michael Jordan &#8211; quelli delle 72 vittorie e 10 sconfitte &#8211; realizza una prestazione memorabile da 27 punti, 11 rimbalzi e 4 stoppate.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Gheorghe Muresan (27pts/11rebs/4blks) vs. Bulls (1996)" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/JBCyrHi9Ez0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Dentro al pitturato è unico, infermabile, proprio come lo era quel Kareem Abdul-Jabbar che tanto ammirava in TV, quando ancora conosceva a malapena la pallacanestro.</p>



<p>Molti di voi diranno che tutto questo è grazie alle sue dimensioni. Ma la verità è un’altra e ce lo dice lui stesso:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Nel basket non sarai mai alto o basso abbastanza. <strong>You have to be good»</strong></em>.</p></blockquote>



<p>Devi essere bravo, è l’unica cosa che conta. Ma è anche importante l’integrità fisica e, purtroppo, questa è il tallone d’Achille di Gheorghe. Un corpo così lungo e snello è anche decisamente più fragile rispetto al normale.</p>



<p>Nel <strong>1997 i</strong>nizia il rapido declino di un uomo che viene dal mondo delle favole.</p>



<p>Dopo la quarta, e ultima, stagione a Washington è costretto a saltarne una intera per una lussazione al tendine della caviglia destra. Poi ritorna, ma purtroppo in campo <strong>non è più lo stesso.</strong></p>



<p>Lento e macchinoso vola in <strong>New Jersey,</strong> ai<strong> Nets.</strong> Il primo anno scende sul parquet solo per 60 secondi, il secondo gioca 30 partite (due volte da titolare) e non va oltre i 9 minuti per partita.</p>



<p>Lascia l’NBA. Se ne va. D’altronde ogni fiaba deve avere un lieto fine e una morale.</p>



<p>Così torna in Francia, sui Pirenei, per un ultimo ballo in maglia Pau-Orthez, dove, ancora una volta, schiaccia gli avversari e<strong> </strong>vince il campionato transalpino.</p>



<p>Dà l’addio dopo una vittoria. Una carriera breve, durata solo 10<strong> </strong>anni, sfortunata, in cui però ha dimostrato di avere un cuore e uno spirito di abnegazione degni della sua altezza.</p>



<p>In tutti i palazzetti in cui è entrato ha all&#8217;inizio spaventato ogni singolo spettatore, per poi conquistarlo, grazie alla sua sottile, incredibile autoironia.</p>



<p>E non a caso compare in diverse pubblicità americane, nel video musicale <em>My name is </em>di Eminem ed è il co-protagonista con Billy Cristal nella commedia <strong>My Giant.</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_a14be2d3a7a54e368636f96c090eff62-mv2.jpeg" alt="" width="315" height="518"/></figure></div>



<p>È arrivato negli Stati Uniti impaurito e timido, se ne è andato, invece, lasciando un ricordo indelebile nel cuore degli appassionati, esulando dall&#8217;aspetto più evidente.</p>



<p>Qualche anno fa ha aperto la prima accademia di basket in Romania, oggi è tornato a Washington, dove lavora nella sua <strong>Giant Basketball Academy,</strong> in cui insegna che nella pallacanestro l’altezza non è tutto. Si può schiacciare senza dover saltare e sovrastare chiunque, ma allo stesso momento non saper giocare a basket.</p>



<p>Insomma, questa favola giunge alla sua conclusione.</p>



<p>Dopo morale e lieto fine non resta che un&#8230; <em>E vissero tutti felici e contenti.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Harlem Globetrotters, la squadra che ha cambiato il mondo</title>
		<link>https://aroundthegame.com/harlem-globetrotters-the-team-that-changed-the-world/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Apr 2021 21:47:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[harlem globetrotters]]></category>
		<category><![CDATA[wilt chamberlain]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Gli Harlem Globetrotters rappresentano da sempre il più grande connubio tra Show e Pallacanestro. Il racconto di come siano entrati a far parte della Storia con la "s" maiuscola.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Gli Harlem Globetrotters rappresentano da sempre il più grande connubio tra Show e Pallacanestro, arrivando a scrivere una pagina indelebile della storia di questo sport. Questo, però, è il racconto di come siano entrati a far parte della Storia con la &#8220;s&#8221; maiuscola.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_07bf3208b77f49c0828f1ee7df78480a-mv2.png" alt=""/></figure></div>



<div></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>My only sin is in my skin»</em></p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>L’unico mio peccato è nella mia pelle»</em></p></blockquote>



<p>Cantava così <strong>Louis Armstrong </strong>in <em>Black and Blue, </em>con quella sua voce ruvida, profonda, quasi scabra, capace di entrare nel cuore di ogni ascoltatore, di colpire nel profondo chi gli stava intorno.</p>



<p>Siamo negli Stati Uniti successivi alla Prima Guerra Mondiale, tra <strong>gli anni ’20 e i ’30,</strong> a cavallo tra un momento di benessere e la Grande Depressione del ’29. Ma soprattutto siamo in un’America intollerante, violenta, <strong>razzista </strong>più che mai. Ci troviamo nel periodo più attivo per l&#8217;organizzazione criminale razzista comunemente denominata Ku Klux Klan, quando neri e bianchi difficilmente andavano a scuola insieme, dovevano salire su treni diversi o non potevano andare nello stesso bagno.</p>



<p>Siamo negli USA delle <strong>leggi Jim Crow,</strong> in cui la segregazione razziale è ancora una realtà, e lo slogan preferito del tempo è: “separati, ma uguali”.</p>



<p>E così Armstrong illumina l’intera <strong>Chicago </strong>&#8211; allora capitale del jazz più di New Orleans – da uno di quei locali solo per “<em>negroes”</em>, dalla <strong>Savoy Ballroom,</strong> non una sala da ballo per afroamericani qualsiasi. Perché prima della musica c’è l’esibizione dei <strong>Savoy Big Five,</strong> cinque ragazzi con una palla e un cestino appeso in alto, che giocano a pallacanestro.</p>



<p>Sono nati nel 1926, amici dalla Wendell Phillips High School, messi insieme da <strong>Abe Saperstein,</strong> un loro compagno di scuola; ebreo polacco, bianco, nato a Londra e cresciuto nell’Illinois, con un particolare fiuto per gli affari.</p>



<p>In poco tempo prenderanno in prestito il nome del quartiere afroamericano più famoso, Harlem, e un appellativo che avrebbe dato loro un carattere internazionale, Globetrotters.</p>



<p>Diventeranno gli <strong>Harlem </strong><strong>Globetrotters.</strong></p>



<p>Non solo saranno la squadra di basket più celebre al mondo, ma anche quella che, in un certo senso, è stata capace di scrivere un pezzo di<strong> Storia.</strong> Quella che di diritto gode della &#8220;s&#8221; maiuscola.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_f7d2216184794c21a04d9c74bf93cef2-mv2.jpeg" alt=""/><figcaption>FOTO: Pinterest</figcaption></figure></div>



<p>All’inizio sono una normale franchigia della <strong><em>Negro American Legion League,</em></strong> un torneo semi-professionistico dedicato solo a cestisti di colore.</p>



<p>Pian piano crescono, partecipano al <strong><em>World Professional Basketball Tournament,</em></strong> uno dei primi &#8220;antenati&#8221; dell’NBA che si teneva a Chicago, ma soprattutto cominciano a divertirsi giocando a pallacanestro. O meglio, a divertire gli altri giocando a pallacanestro.</p>



<p>Così iniziano a rappresentare un vero e proprio show e la gente &#8211; sì, anche i bianchi &#8211; paga per vederli giocare ad uno sport <strong>futuristico,</strong> che ha veramente poco a che vedere con il basket del tempo: passaggi dietro la schiena, palla sotto le gambe e tiri da 10 metri.</p>



<p>Colpiscono nel profondo tutti gli spettatori, proprio come faceva Louis Armstrong alla Savoy Ballroom, solo con una tromba e la sua splendida voce.</p>



<p>Quando giocano gli Harlem Globetrotters sugli spalti si <strong>ride </strong>e ci si <strong>meraviglia. </strong></p>



<p>Ciò non toglie che, fatta eccezione per il loro strabordante successo, restino pur sempre afroamericani negli Stati Uniti della segregazione razziale: in campo possono essere acclamati, ma fuori, in strada, è loro vietato l’ingresso nei ristoranti. Ricevendo talvolta qualche sputo da un passante.</p>



<p>Anzi, nemmeno sul parquet si trovano al sicuro: nel 1944, durante una partita del <em>World Professional Basketball Tournament, c</em>ontro gli <strong>Oshkosh All-Stars,</strong> inizialmente vengono presi a gomitate e pugni dagli avversari, ai quali rispondono. La rissa si trasformerà in una vera e propria “<em>battle royal”</em>, bianchi contro neri, come è stata soprannominata dal <em>The Chicago Defender.</em></p>



<p>Gli anni passano e intanto termina la <strong>Seconda Guerra Mondiale,</strong> ma ne inizia una più silenziosa, nascosta, in teoria mai esistita, senza alcuna dichiarazione. Da una parte il blocco occidentale, con gli <strong>USA </strong>come capofila, dall’altra il blocco sovietico, con l’<strong>URSS </strong>leader.</p>



<p>È la <strong>Guerra Fredda.</strong></p>



<p>Nel frattempo, verso la fine degli anni ’40 gli Harlem Globetrotters rappresentano la lotta e l’abbattimento contro le barriere dell’ingiustizia. Nel 1948 e nel 1949, per ben due volte, dimostrano a tutti gli Stati Uniti che anche gli afroamericani possono eccellere, possono essere migliori della “razza pura”, battendo la squadra considerata più forte del tempo: i “bianchissimi” <strong>Minneapolis Lakers.</strong></p>



<p>La Guerra Fredda è lunghissima. Inizia a metà del ’45 e finisce con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989. Questo non è un conflitto come gli altri: potrebbe essere esitare nella terza mondiale, ma l’intero globo non può permetterselo, quindi non sono gli eserciti americani e russi ad affrontarsi direttamente. Si combatte in altri Paesi, più piccoli, ma strategici, magari in Africa o in Asia, oppure in Sud America. Si combatte con la politica e l’economia, con il terrorismo e la cultura. Quindi, anche con lo <strong>sport.</strong></p>



<p>Gli Stati Uniti d’America scelgono di mandare in trincea gli Harlem Globetrotters. L’obiettivo è fingere al Mondo &#8211; o ai comunisti &#8211; che oltreoceano non esistano differenze razziali, grande argomento di critica da parte dei sovietici.</p>



<p><em>«Loro (il governo americano) volevano che noi spingessimo per una falsa narrativa, nella quale gli Stati Uniti erano uno Stato non discriminatorio»</em>, racconta Ben Green, ex Globetrotters.<em> </em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«<em>Facevamo parte della <strong>propaganda.»</strong></em></p></blockquote>



<p>Così, nel 1950 inizia il loro primo <strong>tour europeo.</strong></p>



<p>Si fermano in diverse capitali come Parigi, fino ad arrivare a <strong>Berlino.</strong> Spiccano per eleganza ai ricevimenti, e sono ospitati nei migliori alberghi del vecchio continente.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_94444dbf8abf494bb1cc5f7053afc42a-mv2.jpeg" alt="" width="620" height="364"/><figcaption>FOTO: Parade.com</figcaption></figure></div>



<p><strong>22 agosto 1951.</strong> L’atmosfera a Berlino è surreale.</p>



<p><strong>L’Olympiastadion </strong>è stracolmo, proprio come quella volta che <strong>Jesse Owens, </strong>alle Olimpiadi del &#8217;36, fece cadere la nazistissima superiorità della &#8220;razza ariana&#8221;, umiliando Adolf Hitler e ricevendo gli applausi di migliaia di tedeschi.</p>



<p>Ci sono 75 mila spettatori a riempire gli spalti, solo per vedere 5 afroamericani con la divisa bianca- rossa-blu prendersi beffa degli <strong>Washington Generals,</strong> avversari storici già preparati alla sconfitta.</p>



<p>E mentre al centro dello Stadio Olimpico è stato allestito un campo da pallacanestro, dall’altra parte della città, nella <strong>Berlino Est,</strong> avviene il <strong>World Youth Festival,</strong> un evento al tempo organizzato dall’URSS come campagna politica per promuoversi all’estero.</p>



<p>Il tour in Europa è un successo, i tifosi sono soddisfatti, a Capitol Hill pure. Gli Harlem Globetrotters, dopo quel 22 agosto, sono ufficialmente entrati nella Guerra Fredda.</p>



<p>Abe Saperstein, probabilmente armato dalla proverbiale e tagliente ironia Yiddish, ha l’idea del secolo: portare i suoi ragazzi nella gelida Russia.</p>



<p>Abe pressa il governo americano per giocare qualche partita in Unione Sovietica; URSS che nel <strong>1959 </strong>risponde, con un telegramma direttamente da Mosca, sostenendo di aspettare &#8220;a braccia aperte&#8221; i Globetrotters al Lenin Central Stadium per addirittura nove serate.</p>



<p>Chi &#8211; o cosa &#8211; probabilmente li ha convinti in via definitiva è la presenza di un ragazzone di 216 cm, nato a Filadelfia, che tre anni dopo sarebbe arrivato a segnare 100 punti in NBA. Con la maglia numero 13 degli Harlem Globetrotters, signore e signori: <strong>Wilton &#8220;Wilt&#8221; Norman Chamberlain.</strong></p>



<p>Così arriva la successiva autorizzazione da parte del Dipartimento di Stato americano per lasciare partire la squadra nativa di Chicago verso la terra russa, consigliando minacciosamente di mostrare solo e unicamente le qualità americane, senza creare controversie.</p>



<p>Quando il team raggiunge l’Unione Sovietica, ad aspettarli ci sono un grande <strong>gelo </strong>e un assordante <strong>silenzio.</strong> Nessun fischio o applauso, alcun festeggiamento o protesta, solo 12 “traduttori” &#8211; o meglio, agenti della KGB, il servizio segreto sovietico – pronti a scortarli nel loro albergo, rigorosamente il migliore di tutta Mosca, nel quale sarebbero stati blindati durante l’intera permanenza.</p>



<p>L’atmosfera alla prima partita dei Trotters al Lenin Central Stadium è la stessa che li ha accolti. Lo stadio è gremito, ma non si sente alcuna parola, se non quelle di meraviglia verso degli uomini di colore, mai visti da quelle parti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_cba3055a11764d28b146fa134deb559b-mv2.png" alt="" width="505" height="236"/><figcaption>FOTO: medium.com</figcaption></figure></div>



<p>Lo show inizia, le magie di Chamberlain e compagni pure, ma i tifosi non muovono un ciglio: impassibili.</p>



<p>I Globetrotters capiscono la situazione: iniziano a coinvolgere il pubblico con gag e grandi numeri. I russi, chiamati in causa, cominciano lentamente a smuoversi, e tra gli spalti s’intravede anche qualche cenno di sorriso.</p>



<p>Sarà, secondo <strong>Meadwkark Lemon </strong>&#8211; lo storico capitano della squadra &#8211; una delle migliori prestazioni di sempre degli Harlem Globetrotters.</p>



<p>Peccato che la stampa russa non la veda proprio così.</p>



<p>Le parole «<em>T<strong>his is not basketball»</strong></em> rimbombano sulla prima pagina del <em>Pravda,</em> il più importante giornale russo del tempo.</p>



<p>Eppure la reazione dei cittadini di Mosca e dintorni sembra non essere per nulla d&#8217;accordo con il quotidiano. L’attuale Stadio Luzniki, all’epoca dedicato al più grande rivoluzionario russo (Lenin), continua a ospitare le partite dei Globetrotters. È qualcosa d’impensabile negli anni ’50: degli americani vengono <strong>applauditi </strong>e <strong>sostenuti </strong>davanti a più di 60 mila uomini, donne e bambini russi. Ma è questa la forza, l’impatto e la sensibilità che può avere la pallacanestro.</p>



<p>È una situazione talmente incredibile che lo stesso <strong>Nikita Krusciov </strong>– Primo Segretario sovietico dal 1958 al 1964 &#8211; si presenta ai ragazzi di Saperstein, durante la loro visita al Cremlino, esclamando in uno stentato inglese un esaltante «<em><strong>Ah, Basketball!»</strong></em></p>



<p>Il tour sovietico degli Harlem Globetrotters si chiuderà tra feste, sorrisi, l’assegnazione della Medaglia dell’Ordine di Lenin per meriti sportivi da parte dell’URRS e qualche gara di bevute di vodka tra alcuni ufficiali russi e Wilt Chamberlain. Inutile dire chi ne sia uscito vincitore.</p>



<p>I Globetrotters faranno poi ritorno in America, seguiti qualche mese dopo proprio da Krusciov per incontrarsi nel Maryland, a Camp David, con <strong>Dwight Eisenhower,</strong> il presidente degli Stati Uniti.</p>



<p>Quei due giorni passati in suolo americano nel settembre del 1959 da parte del più importante esponente del governo russo, sono il primo impercettibile segno di un <strong>disgelo </strong>che durerà suo malgrado ancora trent’anni. Lasciando il dubbio che forse, ancora oggi, non si sia del tutto sciolto.</p>



<p>Con ogni probabilità gli Harlem Globetrotters c&#8217;entrano ben poco con questa &#8220;infinita&#8221; Guerra Fredda, se non per il fatto di essere stati utilizzati come un mero <strong>strumento </strong>di ipocrita propaganda, al fine di divulgare sostanziali menzogne sulla situazione razziale americana.</p>



<p>Di certo non sono stati loro ad evitare la Terza Guerra Mondiale. Ma se il loro tour sovietico non ha cambiato nulla nelle tensioni tra Russia e Stati Uniti, lo stesso non si può dire della lotta contro la discriminazione portata avanti in Patria, fino alla fine del 20esimo secolo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/1605b2_2cea5f51a7ed4fc891d0cd96b71c6102-mv2.jpeg" alt="" width="721" height="977"/><figcaption>FOTO: br.pinterest.com</figcaption></figure></div>



<p>Nel 1950 &#8211; per esempio &#8211; il primo giocatore afro in NBA è stato l’ex globetrotter <strong>Nathaniel “Sweetwater” Clifton. </strong>La prima donna a unirsi a una squadra di basket professionistica maschile è stata, invece, la medaglia d’oro olimpica <strong>Lynette Woodard,</strong> che nel 1985 entra a far parte dello show che ha preso in prestito il nome da Harlem, contribuendo a creare un percorso verso la WNBA.</p>



<p>Oppure <strong>Mannie Jackson,</strong> che nel 1993 diventa il primo afroamericano a possedere un’organizzazione sportiva internazionale, comprando la squadra originaria della Savoy Ballroom per 11 milioni di dollari.</p>



<p>A noi, un po’ romantici e senz&#8217;altro accecati dalla pallacanestro, piace pensare che gli Harlem Globetrotters, attraverso quel magico connubio tra sport e divertimento, tra sorriso e adrenalina, siano stati in grado di cambiare il Mondo. Entrando nella Storia. A modo loro.</p>
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