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	<title>Massimiliano Bogni | Around the Game</title>
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	<description>Dove il basket sopravvive agli highlight</description>
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		<title>Small Market Ballads: Indiana Pacers, just a step away</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/small-market-ballads-indiana-pacers-just-a-step-away/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Bogni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 16:17:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[around the game]]></category>
		<category><![CDATA[indiana pacers]]></category>
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					<description><![CDATA[Protagonisti del secondo episodio della serie sono gli Indiana Pacers.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Scelte sfortunate al Draft, infortuni che rivoluzionano in corsa i progetti, la passione per la pallacanestro che non compensa l&#8217;anonimato del Midwest. Protagonisti del secondo episodio della serie sono gli Indiana Pacers.</strong></h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="536" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/Indiana-Pacers-Small-Market-Ballads-1024x536.jpeg" alt="" class="wp-image-34865" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/Indiana-Pacers-Small-Market-Ballads-1024x536.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/Indiana-Pacers-Small-Market-Ballads-300x157.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/Indiana-Pacers-Small-Market-Ballads-150x79.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/Indiana-Pacers-Small-Market-Ballads-768x402.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/Indiana-Pacers-Small-Market-Ballads-1080x565.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/Indiana-Pacers-Small-Market-Ballads.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Quando puoi contare su un rooftop affacciato su palme e oceano, una vita mondana fondata sullo showbiz, o anche su una certa tradizione notturna e/o cestistica, attirare l’asset da sempre più prezioso nel contesto NBA – un&nbsp;<strong>All-Star free agent</strong>&nbsp;– è chiaramente più facile.</p>



<p>Certo, in questo senso&nbsp;<strong>Los Angeles</strong>&nbsp;è imbattibile, e la Baia di San Francisco è il suo naturale contraltare, volendo anche intellettualmente: laddove ad Hollywood – che c’era e c’è – si risponde con l’eredità hippie ma non troppo consistente nella Silicon Valley. Può fare concorrenza Miami, posto da vacanza 365 giorni se ce n’è uno.&nbsp;<strong>New York</strong>&nbsp;offre <em>vibes</em> in un certo senso opposte, ma comunque impareggiabili per un ventenne con dollari da spendere e la necessità di sentirsi parte di qualcosa di grande:&nbsp;<em>big lights will inspire you</em>, cantava Alicia Keys con l’allora non ancora proprietario dei Brooklyn Nets Jay-Z. Anche Boston, Chicago o Toronto possono avere degli argomenti favorevoli per la loro storica vita notturna molto attiva nonostante il clima, e perché almeno per le prime due, mettere quella canotta è oggettivamente qualcosa di diverso.</p>



<p>Eppure – come è diventato molto cliché scrivere – da quando la polarizzazione politica negli States tra costa e interno è diventata quasi un meme, e dunque nota anche da questo lato dell’Oceano, c’è&nbsp;<em>un’altra America</em>. Le cosiddette province dell’impero, se stiamo sui freddi numeri, non si avvicinano minimamente all’apporto di pubblico dei big markets, ma contano per circa la metà delle 30 franchigie.</p>



<p>In questa serie, il primo episodio della quale trovate <a href="https://aroundthegame.com/post/small-markets-ballads-lo-strano-caso-dei-minnesota-timberwolves/">QUI</a>, vedremo chi ha battuto le probabilità e soprattutto come, e chi invece tramite un ampio spettro di follie, scelte sbagliate e personalismi è riuscito a complicarsi ulteriormente la vita. Con le spettro della relocation che su qualcuno ancora incombe. Il fantasma, almeno in teoria, non minaccia gli <strong>Indiana Pacers</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>A un passo dall&#8217;anello</strong></h2>



<p>Vorrei ma non posso o potrei ma non voglio? L’interrogativo è d’obbligo se ci si riferisce alle “piccole” della National Basketball Association a cui, storicamente, è mancato il centesimo per fare il dollaro. Anche gli <strong>Indiana Pacers</strong>, loro malgrado, non fanno eccezione: la franchigia epitome del Basketball State non è mai riuscita (o le è stato precluso dal destino, scegliete voi da che parte della barricata posizionarvi) a muovere quel passo decisivo per concretizzare la passione e la competenza cestistica che pochissimi altri luoghi a stelle e strisce possono vantare. Nessuno dei quattro aspetti fondamentali che regolano l’arrivo e la partenza dei giocatori nella Lega ha rappresentato un motivo di vanto o rivendicazione per Indiana. <em>Aurea mediocritas</em>, in poche parole: i Pacers non hanno mai voluto trascendere negli eccessi, accontentandosi della misura e del rispetto del giusto mezzo. Tutto estremamente apprezzabile in un universo utopico (o forse distopico?) e ideale, ma non nel mondo di squali che è l’NBA. E l’essere <em>bastard</em>, purtroppo, è un attributo non selezionabile al draft o scambiabile in qualche <em>trade</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Draft</strong></h2>



<p>Provenienti dal magico mondo della ABA, i Pacers fanno capolino in NBA nel 1976. Senza considerare il necessario Expansion Draft dello stesso anno, la prima scelta della storia <em>Hoosier </em>è tale <strong>Alonzo Bradley</strong> (Round 2, Pick 7, NBA Draft 1977), girato a Houston prima che potesse esordire in NBA nel dicembre dello stesso anno. È dell’anno seguente la prima possibilità della neonata franchigia di selezionare un giocatore al primo giro: è <strong>Rick Robey</strong> (Round 1, Pick 3, NBA Draft 1978), che in maglia <em>Blue&amp;Gold</em> giocherà la miseria di 43 partite prima di passare ai Celtics e ai Suns, non mantenendo le attese che aveva generato nel quadriennio a Kentucky University.</p>



<p>Nel corso dei decenni, vale la pena menzionare alcuni nomi tra il pittoresco e il curioso che senza Indiana, chissà, non avrebbero mai potuto strappare almeno un sorriso sul volto degli appassionati. In ordine cronologico: <strong>Clark Kellogg</strong> (Round 1, Pick 8, NBA Draft 1982) e tutte le battute sulla sua presunta passione per i cereali a colazione; <strong>Sidney Lowe</strong> (Round 2, Pick 1, NBA Draft 1983), scelto dai Bulls dopo la fantastica annata della NC State di Jim Valvano, immediatamente acquisito da Indiana in sede di Draft e attuale assistant coach di Cleveland; <strong>Devin Durrant</strong> (Round 2, Pick 1, NBA Draft 1984), versione <em>ante litteram</em> di KD se fosse esistito Pro Evolution Soccer negli <em>Eighties</em>; <strong>Erick Dampier</strong> (Round 1, Pick 10, NBA Draft 1996), noto ai più per aver partecipato a entrambe le Finals tra Heat e Mavericks dalla parte degli sconfitti, Dallas nel 2006 e Miami nel 2011; <strong>Caris LeVert</strong> (Round 1, Pick 20, NBA Draft 2016), passato insieme alla seconda scelta dell’anno successivo ai Nets la notte stessa in cambio di Thaddeus Young, ritornato ai Pacers nel 2021 nella trade Harden dopo aver rischiato letteralmente la vita e ceduto a Cleveland il 7 febbraio 2022 in cambio, sostanzialmente, della prossima scelta a fine primo giro dei Cavs.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">With 24 tonight, Bennedict Mathurin passed Rik Smits for 7th most 20 point games by a Pacers rookie <a href="https://t.co/r7IqzHPyG2">pic.twitter.com/r7IqzHPyG2</a></p>&mdash; AKRiley (@AKRileyy5) <a href="https://twitter.com/AKRileyy5/status/1603234760674856962?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 15, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Anche quando le probabilità di ottenere le scelte migliori in <em>lottery</em> erano normate in modo diverso, Indiana è una delle poche franchigie a non aver mai avuto la possibilità di scegliere per prima. Tre volte ha avuto la Pick 2: se le carriere di <strong>Steve Stipanovich </strong>(Draft 1983) e <strong>Wayman Tisdale</strong> (1985) confermano la massima della scienza inesatta, esito migliore ha avuto la lungimiranza della dirigenza del Midwest sul <a href="https://aroundthegame.com/a-dutchmans-story-rik-smits/">potenziale di <strong>Rik Smits</strong> (1988)</a>. L’olandese di Eindhoven, prodotto di Marist, è stato il secondo giocatore a vestire per tutti i 12 anni di più che onesta carriera (All-Star nel 1998) la canotta dei Pacers, incarnando per oltre un decennio una seconda bocca da fuoco più che affidabile. L’unico a precederlo, scelto appena l’anno prima, è invece la conferma della tendenza storica di Indiana di pescare, in rapporto scelta/carriera, meglio verso fine <em>lottery</em> che più in alto. <strong>Bennedict Mathurin </strong>(Round 1, Pick 6, NBA Draft 2022), scelta più alta della storia di Indiana da Smits stesso, è chiamato a invertire la rotta.</p>



<p>18 anni di carriera, NBA&#8217;s Top 75, Hall of Fame Player, 5x All-Star, #31 ritirata da Indiana. Serve altro per descrivere lo storico e viscerale rapporto tra i Pacers e <strong>Reginald Miller</strong>? Dal 1987 al 2005 <em>Reggie</em> è stato la stella indiscussa della squadra, simbolo dell’epoca più gloriosa della storia <em>Hoosier</em>. Egli, californiano di Riverside e prodotto di UCLA, &nbsp;possiede i crismi dello stereotipo umano meno sopportato nel Midwest. Eppure, l’agonismo, l’etica del lavoro e la passione per il Gioco hanno creato un connubio inscindibile tra il #31 e lo stato dell’Indiana. Le uniche scelte significative dei Draft durante i trascorsi di Miller erano dettate dalla volontà di Herb Simon e dei vari GM succedutisi di affiancare al profilo di Miller giocatori già pronti, anche a costo di rinunciare al potenziale futuro. <strong>Dale Davis</strong> (Round 1, Pick 13, NBA Draft 1991) e <strong>Al Harrington</strong> (Round 1, Pick 25, NBA Draft 1998) sono gli unici di quest’epoca ad aver avuto rilevanza ai massimi livelli, in maglia Pacers o altrove.</p>



<p>Nel post Miller, è sempre a cavallo della <em>lottery</em> che Indiana ha saputo scovare gemme che, passate sottotraccia a chi disponeva delle prime scelte, stanno avendo o hanno avuto una carriera proporzionalmente migliore rispetto a chi li ha preceduti negli elenchi pronunciati da Stern e Silver. In attesa di capire il prosieguo dell’evoluzione di <strong>Chris Duarte </strong>(Round 1, Pick 13, NBA Draft 2021), sperando che non ci si trovi di nuovo a rimpiangere il momento in cui ci si immaginava la redenzione del <strong>Goga Bitadze</strong> di turno (Round 1, Pick 18, NBA Draft 2019), soggetto allo snobismo totale rispetto all’hype degli Zion o dei Morant, i tre profili migliori pescati da Indiana nell’ultimo ventennio sono arrivati alla 17, alla 10 e alla 11.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Goga Bitadze on this now memorable photo from the day before the draft:<br><br>“I was done with my interviews and then they took the picture. Even if nobody came to ask me a question, it doesn&#39;t bother me at all. It gives me more energy and it makes me more hungry.” <a href="https://t.co/kgP33IHkq6">pic.twitter.com/kgP33IHkq6</a></p>&mdash; Scott Agness (@ScottAgness) <a href="https://twitter.com/ScottAgness/status/1141902246671765504?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">June 21, 2019</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Gli infortuni ci hanno precluso della piena espressione del talento offensivo di <strong>Danny Granger</strong> (2005), una personalità complessa e discutibile come quella di <strong>Paul George</strong> (2010) ne hanno impedito la realizzazione di una copia dell’esperimento Miller (californiano, università californiana, 4x All-Star da Pacer), fit tecnici imperfetti con gli altri titolari hanno privato <strong>Myles Turner</strong> (2015) dei riflettori che avrebbe meritato.</p>



<p>Come in tutte le storie di rimpianti e rimorsi, però, è quel che non è successo ad avere la meglio. È la scelta che Indiana ha fatto, ma non per sé stessa, ad aumentare i sospiri malinconici nel Midwest. Se Gregg Popovich arriva a rinunciare a un pupillo come George Hill si doveva intuire che la fregatura fosse dietro l’angolo. E no, non ha assunto le sembianze di Davis Bertans o Erazem Lorbek. Round 1, Pick 15, NBA Draft 2012: <strong>Kawhi Leonard</strong>, tempo di indossare il cappellino dei Pacers e stringere la mano al <em>commissioner</em> sul palco del Prudential Center di Newark, è già diretto sulle rive dell’Alamo, destinato a scrivere la storia di San Antonio prima e Toronto poi. Una <em>steal</em> al quadrato, nella quale solo Indiana è stata “derubata”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Free Agency</strong></h2>



<p>Il paragrafo seguente elencherà gli svariati motivi per cui un atleta professionista potrebbe scegliere, una volta libero sul mercato, di firmare per i Pacers piuttosto che per qualsiasi altra franchigia NBA:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>la passione per l’automobilismo.</li>



<li>&#8230;</li>
</ul>



<p>Tutt’al più, un pizzico di masochismo e disprezzo per la vita sociale.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="NBA FAN THERAPY: The Pacers Never Get The Big Free Agents" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/FJRbcDfjE9k?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Cercando di riportare il discorso su binari leggermente più seri, è oggettivamente complicato per un market come Indiana garantire la stessa attrattività in sede di <em>free agency</em>. Indianapolis non è certo la città più affascinante agli occhi di uno straniero: <strong>Sarunas Jasikevicius, Kyrylo Fesenko</strong> (pausa scenica…) e <strong>Travis Diener</strong> (altra pausa…) sono gli unici sbarcati dal Vecchio Continente nel Midwest senza passare dal Draft. Indianapolis non è certo la città più intrigante per un veterano che si trascina lentamente verso il ritiro: <strong>Byron Scott</strong> (1993-1995) rappresenta una parziale eccezione alla regola, confermata d’altro canto da <strong>Michael Cooper</strong> (1990), <strong>Tim Hardaway</strong> (2003) e, pace all’anima cestistica sua, <strong>Andrew Bynum</strong> (2014). Vale la pena citare le prime volte: il primo free agent firmato da Indiana è <strong>Dave Robisch</strong> in data 1° agosto 1976; il primo two-way contract è <strong><em>Naz</em> Mitrou-Long</strong>, attuale croce, di nuovo croce e per sbaglio delizia dell’Olimpia Milano, costante pendolo tra i Pacers e l’affiliata G League di Fort Wayne dal 31 luglio 2019.</p>



<p>Pochi sono coloro che hanno deciso di sposare il progetto di Indiana senza venire costretti da una trade e hanno contribuito fattivamente ai fasti della Gainbridge Fieldhouse. Gli unici, convinti dal talento e dall’eleganza di Paul George, sono stati <strong>David West </strong>(13 dicembre 2011), reduce da annate tribolate a New Orleans, e <strong>Monta Ellis</strong> (16 luglio 2015), all’ultimo tentativo di raggiungere l’anello dopo una serie di rimpianti tra Golden State, Milwaukee e Dallas. Entrambi sono stati tasselli importanti di un’epoca non coronata dall’alloro ma che ha restituito splendore alla franchigia dopo un primo decennio del Ventunesimo secolo alquanto opaco.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="David West on the Legendary Heat and Pacers Series, How To Find Your Role Within Team | Part 3" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/Kt9OV4rE1As?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Il 13 luglio 2015 è l’inizio di un nuovo conteggio nel calendario cestistico del Midwest. Se quello gregoriano si misura in giorni e mesi, quello di Indiana si conta in “<em><a href="https://www.indycornrows.com/2022/12/23/23524536/report-pacers-myles-turner-working-on-contract-extension-nba" target="_blank" rel="noreferrer noopener">estensioni contrattuali </a>e proposte di scambio per </em><strong><em>Myles Turner</em></strong>”. I Pacers vivono una rifirma del prodotto di Texas alla volta, nella speranza che la situazione prenda una piega definitiva (il tentativo di prendere Ayton in estate dovrebbe suggerire uno degli scenari possibili, se non il più benaugurante). D’altronde, la free agency dei Pacers è composta per la maggior parte dal prolungamento e dall’adeguamento dei contratti già in essere: Miller, George, Granger e altri grandi nomi arrivati via trade sono i profili più presenti nelle liste dei free agent di Indiana. Un caso, tuttavia, merita un capitolo a parte.</p>



<p>Charlotte, Clippers, Memphis, Minnesota, New Orleans, Lakers, Atlanta. E potrebbero non essere tutte, visto che la carta d’identità indica come data di nascita 5 settembre 1990. Come per diversi esponenti dell’Atalanta di Gasperini, si sente spesso dire che alcuni giocatori siano in grado di splendere solo in determinati contesti. Nella pallacanestro si notano meno, ma <strong>Lance Stephenson</strong> è un’icona in merito. Nonostante il peregrinare nella Lega, il prodotto di Cincinnati (Round 2, Pick 10, NBA Draft 2010) è parso <em>Born Ready</em> solo se fomentato dagli spalti della Fieldhouse. Selezionato in contemporanea con <em>PG</em>, ha rappresentato la variabile impazzita, letteralmente, di quei Pacers. È la traiettoria di eterno ritorno, tuttavia, a interessarci: lasciata Indianapolis nel 2014, Stephenson riveste la canotta Blue&amp;Gold per 6 partite nel 2016/2017, firmando un annuale per la stagione successiva. È però il 2022 l’anno che spiega al meglio il folle e irrazionale rapporto tra Lance e Indiana: il 1° gennaio firma un primo decadale, seguito da altri due <em>10-day-contract</em>, resi possibili dalle modifiche al CBA a causa della pandemia, il 14 gennaio e il 24 gennaio. Nelle 40 partite di quell’anno vi è l’essenza del perché solo uno come <em>Born Ready</em> potesse far innamorare e ricambiare l’affetto del Midwest. Perché tanto lo sappiamo tutti che, quest’anno o alle prossime deadline, Lance Stephenson tornerà agli Indiana Pacers.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>In-season trades</strong></h2>



<p>Se esiste una mentalità, una culture per la quale la pazienza, la prudenza e la disponibilità a dare fiducia allo sviluppo e al progressivo e graduale consolidamento delle risorse a disposizione, gli Indiana Pacers sono i portabandiera cestistici. Ogni modifica dei piani e dei progetti dei decenni Pacers è sempre percepita come il riflesso delle volontà altrui, come se Herb Simon preferisse accollarsi le conseguenze delle iniziative di altri piuttosto che imporne di proprie. Indiana non è mai stata e mai sarà una squadra propensa, per frenesia o per urgenza, a premere il panic button: <em>aurea mediocritas</em>, in tutto e per tutto. Figuriamoci nel bel mezzo di una stagione. La storia recentissima potrebbe aver registrato una svolta epocale, ma il futuro è ancora da scrivere. Andiamo con ordine.</p>



<p>La prima <em>In-Season trade</em> è datata 13 dicembre 1977: dai Los Angeles Lakers arrivano <strong>Earl Tatum</strong>, quasi omonimo del miglior pianista jazz della storia, e <strong>James Edwards</strong>. Il primo grande nome a giungere in Indiana durante la regular season è <strong>Detlef Schrempf</strong>: il 21 febbraio 1989 il tedesco di Dallas (non <em>quel</em> tedesco di Dallas) inizia il proprio quinquennio coi Pacers, culminato con la partecipazione all’All Star Game 1993 e il 6th Man of The Year Award nel biennio 1991-1992. Nel tentativo di consegnare a Larry Brown i pezzi mancanti del puzzle vincente attorno a Larry Bird, il primo grande scambio interno alla stagione si vede nel 1997: il 20 febbraio, oltre all’attuale <em>head coach </em>dei Lakers <strong>Darvin Ham,</strong> in cambio di Jerome Allen da Denver ritorna <strong>Mark Jackson</strong>. Già, <em>ritorna</em>. La diciottesima del Draft 1987 aveva già fatto parte dei roster precedenti dei Pacers: il GM Donnie Walsh, apprezzando come pochi altri addetti ai lavori la visione di gioco del play da St John’s, era già riuscito a portarlo (insieme a Greg Minor) nel Midwest nell’estate 1994, inviando ai Clippers Pooh Richardson, Malik Sealy ed Eric Piatkowski. Nonostante la predilezione della dirigenza, Jackson lascia Indiana nell’estate 1996. Certi amori non finiscono, direbbe un famoso cantautore romano: il giro lontano da Indianapolis non è immenso, dato che passano poco più di otto mesi e Walsh riporta il figliol prodigo alla Fieldhouse.</p>



<p>Il successivo ribaltone in itinere avviene il 19 febbraio 2002: così come Mark Jackson, i Denver Nuggets sono stati coinvolti nell’arrivo a Indiana di un’altra delle figure simboliche delle Finals. Nel 1996 arriva a Indianapolis <strong>Jalen Rose</strong>, uno dei Fab 4 a Michigan, sorta di Franz Wagner in dimensioni ridotte. Dopo 6 anni di ottimo sostegno a Reggie Miller, la <em>longa manus</em> di Larry Bird, coach nel 2000 e GM nel 2002, muove la pedina Rose. Le mani di Rick Carlisle si trovano a gestire una minirivoluzione: fuori Travis Best, Norman Richardson, una seconda scelta e appunto Jalen Rose, dentro Ron Mercer, Kevin Ollie, Brad Miller e, soprattutto, l’allora <strong>Ron Artest</strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">2004, Malice At The Palace: Mark Boyle, the voice of the Indiana Pacers tried to stop Ron Artest from entering the stands. He got trampled, fracturing five vertebrae. <br><br>As Boyle boarded the team plane, Artest asked him what happened? “I said, ‘Damn it Ron, you ran over me.&quot; <a href="https://t.co/uKmA4HqDWI">pic.twitter.com/uKmA4HqDWI</a></p>&mdash; Twisted History (@twistedhistory) <a href="https://twitter.com/twistedhistory/status/1329608269837570054?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">November 20, 2020</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Tempo di farsi squalificare per 82 partite in seguito al <em>Malice at the Palace</em> e cambiare nome in Metta World Peace, l’amico dei panda è protagonista della successiva <em>in-season trade</em>: il 19 gennaio 2006 prende un volo con destinazione Sacramento. L’aereo con la rotta inversa ospita uno degli europei più influenti dell’evoluzione della pallacanestro americana, ricordato negli annali per essere dalla parte sbagliata della storia. In pieno stile Pacers, insomma. <strong>Peja Stojakovic</strong> è così il primo nodo dell’improbabile filo che lega i Pacers ai Sacramento Kings, in uno dei rapporti più strani tra le squadre NBA, che si arricchirà di ulteriori sviluppi. Prima che questo avvenga, tuttavia, le deadline febbraiuole riservano ulteriori sliding doors dell’epopea Pacers.</p>



<p>Le ginocchia di Danny Granger, o quel che ne è rimasto, e una seconda scelta vengono inviate dal GM Chad Buchanan a Philadelphia. Il 20 febbraio 2014 si consuma l’ultimo sospiro dei rimpianti di <em>Danny Boy</em>: a Indianapolis giungono Lavoy Allen, Evan Turner e l’ennesimo velo malinconico sul Crocevia d’America. Il gennaio 2021, se ben ricordate, è tempo dell’ultimo saluto a Caris LeVert. A Indianapolis, tuttavia, pochi si ricorderanno tra lustri o decenni che fosse il #3 Cavs la pietra d’angolo dello scambio. Qualcuno in più collegherà la trade alle bizze di Harden e al fallito all in dei Nets. Se si è affezionati, disgraziatamente, a Indiana, il 16 gennaio è l’addio a <strong>Victor Oladipo</strong>, ennesimo <em>what if</em> del romanzo <em>Hoosier</em>. Nemmeno due anni fa i Pacers hanno preso la decisione: si smantella il vecchio core, si ricostruisce attorno al duo Sabonis-Turner. Oppure no?</p>



<p>“<a href="https://twitter.com/OliviaRayTV/status/1492253637032173573?s=20&amp;t=mHfgaZHB27R2MnRswjA_DQ" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Non ci potevamo credere</a>”. Queste le parole di reazione di Kevin Pritchard una volta terminata la telefonata. All’altro capo Monte McNair e l’urgente <em>Win Now</em> di Sacramento. Bastava così poco? Era sufficiente menzionare Sabonis e la disponibilità a scambiarlo per far balenare l’idea alla dirigenza californiana di privarsi di <strong>Tyrese Haliburton</strong>? A Indiana non sembra vero che questo regalo “piova dal cielo”, senza apparente sforzo. Uno come <em>Hali</em>, a Indianapolis, di sua spontanea volontà non verrebbe mai. Non sarebbero sufficienti le origini e la famiglia del vicino Wisconsin. Se proprio dobbiamo, sembrano pensare Pritchard e Buchanan. L’8 febbraio 2022 rischia di trasformarsi nel Natale dei futuri calendari dell’Indiana. In quel giorno, Tyrese Haliburton, Buddy Hield e l’ologramma di Tristan Thompson arrivano a Indianapolis, tra lo stupore del resto della Lega, in cambio di <strong>Domantas Sabonis</strong>, Justin Holiday e Jeremy Lamb. L’inizio di un’era vincente? O, inevitabilmente, l’ennesima pagina carica di promesse non mantenute?</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Offseason trades</strong></h2>



<p>Briciole, o poco più. Dal ricco piatto delle offseason trades dell’NBA, ai mercati come Indiana rimangono le briciole. Sin dal 1977 i Pacers sono costretti a speculare sugli scarti, sui margini dei grandi movimenti estivi. Indiana è obbligata ad agire di rimessa, in seconda battuta, sperando di sviluppare solo nel corso degli anni gli <em>asset</em> acquisiti tra giugno e ottobre. A meno che, nel peggiore dei casi, non sia lei a dover sacrificare qualcosa in favore delle mire e degli interessi dei propri migliori esponenti, attratti da tutto quello che non riguarda un campo da basket che si può trovare in giro per gli USA ma non nel Midwest.</p>



<p>Il primo movimento è una <em>sign&amp;trade</em> coi Buffalo Braves. Appena giunti nella Lega, i Pacers accolgono <strong>Mike Bantom e Adrian Dantley.</strong> Per le successive venti estati, sostanzialmente, più nulla. Oltre alla già citata trade per Jalen Rose, è del 1997 l’ultima zampata in sede di mercato tentata da Walsh per regalare un titolo a Miller. Da Golden State arriva nell’estate 1997 <strong>Chris Mullin</strong>, membro del Dream Team di Barcellona, identikit ideale del tiratore bianco tanto ammirato nel Midwest. Arrivati a uno Shaquille O’Neal dal titolo, Indiana si illude che basti far propria la nemesi storica per centrare l’obiettivo. Peccato non arrivi Shaq, né un suo parente. Nonostante 6 presenze all’All-Star Game, 2 volte nel terzo quintetto e una volta nel secondo e il titolo di MIP del 2002, <strong>Jermaine O’Neal</strong> non raggiungerà mai le vette dell’omonimo. Il 31 agosto 2000, insieme a Joe Kleine, O’Neal arriva ai Pacers da Portland, lasciando Indiana solamente nel 2008 alla volta di Toronto.</p>



<p>Non saranno le trade di Hibbert, George Hill, Jeff Teague, Luis Scola e Gerald Green a segnare l’era <em>Blue Collar Gold Swagger</em>. Iniziata col Draft 2010, l’ultima grande edizione Pacers è griffata <strong>Paul George</strong>: da Fresno State, insieme a tanti dubbi sulla tenuta fisica, PG si è lasciato non nel migliore dei modi col pubblico della Gainbridge. Nell’estate 2017, una settimana dopo dichiarazioni al miele di amore eterno per la franchigia, Indiana invia PG13 a OKC in cambio di <strong>Victor Oladipo e Domantas Sabonis</strong>. Una tragedia, un disastro, maglie bruciate e post al veleno. Nell’immediato, nemmeno i più strenui sostenitori di Vic e Domas avrebbero scommesso che, nel lungo periodo, la trade potesse essere dichiarata non completamente fallimentare.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">2017: The Pacers trade Paul George to OKC for Domantas Sabonis and Victor Oladipo. <br><br>BOTH are now All-Stars! <br><br>Gotta give loads of respect to the Pacers front office&#8230;</p>&mdash; Ben Stinar (@BenStinar) <a href="https://twitter.com/BenStinar/status/1223651924089753606?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">February 1, 2020</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>L’atterraggio di Oladipo sul parquet della Fieldhouse su <a href="https://twitter.com/ReiffReport/status/1088244063701291009?s=20&amp;t=mHfgaZHB27R2MnRswjA_DQ" target="_blank" rel="noreferrer noopener">quel</a> recupero difensivo con Toronto ha privato Indiana dello step ultimo verso l’olimpo. Victor ritorna ma non è più lo stesso. E Indiana, aggrappata al suo atletismo, è ancorata al suo decadimento fisico. Nonostante costi molta fatica, i Pacers sono costretti ad alzare bandiera bianca, dopo aver tentato di coprire parzialmente le lacune con la trade <strong>Brogdon</strong> nel 2019. Con la dipartita di <em>The President</em> verso il Massachusetts, quel piano di conquista è stato definitivamente accantonato. I sogni, le aspirazioni e i desideri dell’Hoosier State non lo saranno mai. Come, probabilmente, i rimpianti.</p>



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<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr">Small market Ballads: episodio 3 online!<br>Dopo Timberwolves e Pacers (THREAD), oggi abbiamo raccontato la storia di un&#39;altra provincia dell&#39;impero: i Sacramento Kings, &quot;la franchigia californiana meno californiana della lega&quot;.<br><br>➡ <a href="https://t.co/c8SJmjbYJJ">https://t.co/c8SJmjbYJJ</a><br><br>A cura di: <a href="https://twitter.com/JayDoctopus?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">@JayDoctopus</a> <a href="https://t.co/RHyQE8NMdM">pic.twitter.com/RHyQE8NMdM</a></p>&mdash; Around the Game (@AroundTheGameIT) <a href="https://twitter.com/AroundTheGameIT/status/1624803728006979584?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">February 12, 2023</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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			</item>
		<item>
		<title>Dwyane Wade: nel nome del padre</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/dwyane-wade-nel-nome-del-padre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Bogni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jan 2023 12:12:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[dallas mavericks]]></category>
		<category><![CDATA[Dwayne Wade]]></category>
		<category><![CDATA[Miami Heat]]></category>
		<category><![CDATA[nba finals]]></category>
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					<description><![CDATA[Dwyane Wade e le NBA Finals 2006 tra Heat e Mavs: una storia che parte da lontano.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">2006, anno di NBA Finals dove combattere con le unghie e con i denti e vincere per il rotto della cuffia. <strong>Dwyane </strong>Wade è stato salvato dalla strada quasi per sbaglio: la serie non poteva avere MVP più iconico.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="659" height="371" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/dwyane-wade-edited.jpg" alt="" class="wp-image-33017" style="width:718px" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/dwyane-wade-edited.jpg 659w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/dwyane-wade-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/dwyane-wade-edited-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 659px) 100vw, 659px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>In Italia la Festa del Papà si celebra ogni 19 marzo, onomastico di tutti i Giuseppe della Terra. Fino al 1977 era dichiarato persino giorno festivo per legge, declassato a giorno feriale con la 54. È da inizio ‘900 che la tradizione ha preso piede nelle varie nazioni, ognuna con la propria data e le proprie motivazioni.</p>



<p>Negli USA, in principio, si era scelto di indicare il 19 giugno. Astrologia? Religione? Politica? No: la semplice iniziativa di una giovane, Sonora Smart Dodd. Nel 1908, ascoltando un sermone del reverendo locale in occasione della Festa della Mamma, si chiese perché non si facesse la stessa cosa anche per la figura paterna. E così fu. Che giorno scegliere? Semplice: il compleanno di William Jackson Smart, veterano di guerra e padre di Sonora, costretto a crescere da solo i figli dopo la morte prematura della moglie. Da Lyndon Johnson in poi il Father’s Day è festa nazionale americana: ogni terza domenica di giugno, figlie e figli onorano chi li ha messi al mondo, omaggiandoli degli insegnamenti impartiti.</p>



<p>Nel 1996 cade il 16 giugno: abbiamo tutti impressi nella mente Michael Jordan sdraiato in lacrime negli spogliatoi dello United Center, aggrovigliato attorno al pallone della decisiva Gara 6 coi Sonics. Dieci anni dopo, la terza domenica di giugno è il 18. Gara 5 delle <strong>NBA Finals</strong> <strong>2006 </strong>tra <strong>Miami Heat</strong> e <strong>Dallas Mavericks</strong>, se possibile, aderisce ancor più del pianto di His Airness alla simbologia legata a William Jackson.</p>



<p>L’infanzia di <strong>Dwyane Tyrone Wade</strong> è stata oggetto di fin troppe morbose ricostruzioni. Il divorzio dei genitori dopo quattro mesi dalla nascita del secondogenito, il tunnel di droga e alcol che inghiotte la madre JoLinda, la sorella maggiore Tragil che porta con sé  Dwyane a vivere col padre sulla 79esima.</p>



<p>Crescere a South Side, Chicago, per un bambino di colore senza punti di riferimento affidabili, avrebbe significato delinquenza, dolore, sofferenza. Per fortuna di Dwyane, la sorella e il padre sono stati la sua salvezza. Dwyane Sr non è un uomo facile: duro, severo, protettivo al limite dell’opprimente, cresce Dwyane anche coi <em>no </em>e coi divieti che solo un genitore che deve tentare di recuperare anni di mancata educazione del figlio può permettersi. Dwyane Sr è sicurezza, garanzia, rifugio. Se Flash è diventato il giocatore mostruoso che è stato, se è attuale azionista di minoranza di una franchigia mormona e contemporaneamente padre di una figlia 14enne transessuale, lo deve e lo dobbiamo a Dwyane Sr.</p>



<p>Dwyane Wade condensa nelle sei gare coi Mavs, in particolare nei 53 minuti di Gara 5, l’attitudine all’aggiustare passo dopo passo, al correggere e deviare impercettibilmente la parabola della propria impresa per adeguarsi alle perturbazioni che lo circondano. Ed è qui che il Wade MVP si dimostra un gradino sopra tutti.</p>



<p>Di quanti altri giocatori al terzo anno nella Lega, con una squadra costruita come quegli Heat di <strong>Pat Riley</strong>, ricordiamo un simile impatto alle prime Finals della carriera? I nomi più altisonanti del roster sono ormai in fase calante, se non calantissima: Shaquille O&#8217;Neal, Gary Payton e <a href="https://aroundthegame.com/post/jason-williams-e-chi-se-ne-dimentica/">Jason Williams</a> graffieranno ancora come vecchi leoni, ma coi Mavs sembrano più vecchi che leoni. Udonis Haslem, Antoine Walker e James Posey sono tasselli fondamentali, ma non sono autosufficienti: sono effetti ma non origine, conseguenze determinanti ma non cause scatenanti. A dettare il contesto e a rendere il tutto sostenibile sul parquet sono polpastrelli, spalle e ginocchia di <strong>Dwyane Wade</strong>.</p>



<p>Di fronte i Mavs, anch’essi alle prime Finals della storia, guidati da <strong>Dirk Nowitzki</strong> e Jason Terry, che godono dell’apporto dell’ultima versione degna di nota di Jerry Stackhouse e una pletora di role player di pregevolissima fattura.</p>



<p>La serie viaggia costantemente sulle montagne russe: ancora col formato 2-3-2, Dallas fa valere il fattore campo nelle prime due uscite, prima di subire un cappotto nelle successive trasferte all’allora AmericanAirlines Arena e nella conclusiva Gara 6 in Texas. Le singole partite stesse vivono di ribaltamenti, parziali, batoste temporanee assorbite e trasformate in carburante rinvigorente.</p>



<p>Dando un’occhiata alle fredde statistiche, la serie di Wade è davvero sorprendente. Non tanto per i 34.7 punti di media, terzo miglior dato di sempre per un esordiente alle Finals; non tanto per il +16 di Net Rating (confrontato al +2 di Miami); non tanto per i 7.8 rimbalzi in una squadra col monte O’Neal sotto le plance, le 3.7 <em>stocks </em>per gara (32% di tutti gli Heat), e nemmeno i 43 minuti e mezzo sul parquet a partita. A far stropicciare gli occhi sono i 97 liberi guadagnati in sei notti, una Usage% di 36.9 e le 11 triple dell’intera serie, convertite in appena il 27% dei casi.</p>



<p>Com’è possibile ritenere plausibile nel 2024 un attacco completamente nelle mani di un unico giocatore, allergico al tiro da fuori ma capace di mantenere un’efficienza sopra la media? Nell’NBA attuale solo attorno a Embiid, Antetokounmpo e Doncic il pallone orbita con più frequenza rispetto a quella versione degli Heat; nonostante percentuali e volume ridotti da oltre l’arco, il #3 da <strong>Marquette </strong>è stato indiscutibilmente centro di massa di quelle Finals.</p>



<p>Vedere le sei battaglie di diciotto estati fa con lo sguardo di ora è estraniante: sia Dallas che Miami paiono compresse entro i 7.25m, come se fosse loro impedito da una mano invisibile di esplorare con costanza i benefici del tiro da tre. Le aree intasate e le collisioni nei pressi del ferro risultano così ancor più frequenti e contundenti.</p>



<p>Le ginocchia di Dwyane non hanno ancora presentato il conto, salatissimo, nelle annate successive. Oltre alla genetica, la genesi va individuata anche nell’estenuante trattamento riservatogli dai Mavs. Nemico pubblico numero un(ic)o, coach <strong>Avery Johnson</strong> affida la cura del #3 a una batteria di specialisti chiamati a lavorare ai fianchi la stella avversaria, tartassandolo in ogni penetrazione, battezzandolo passando in terza dietro ogni blocco sulla palla, dichiarando alla stampa di essere contenti che si potesse prendere tutti i tiri che gli avrebbero concesso fuori dal pitturato. A turno Josh Howard, Devin Harris, Adrian Griffin e Marquis Daniels sono deputati, banalmente, a far fare a Flash più fatica possibile.</p>



<p>Cieca fiducia. Disciplina. Temperanza.</p>



<p>Dwyane Wade si prende il proscenio in maniera graduale. Nelle due sconfitte è fuori ritmo, non in pieno controllo del flusso della partita. Brutte percentuali anche in avvicinamento al ferro, difficoltà nel leggere il posizionamento degli avversari in vernice, incapacità nello sfruttare la gravità generata per innescare i compagni sugli scarichi. Col ritorno a South Beach, però, il prodotto degli Eagles inizia a incunearsi carsicamente negli anfratti e nei pertugi del muro Mavs, sgretolando le certezze di Nowitzki e soci in maniera poco appariscente, ma letale.</p>



<p>Solo dopo aver barcollato sull’orlo del precipizio in Gara 3 e Gara 5, solo dopo aver annusato l’acre sapore dell’amarezza, Wade è potuto salire in cattedra e dettare le sue leggi. 36 punti, 10 rimbalzi, 5 assist, 4 rubate, 3 stoppate, 21 viaggi in lunetta in Gara 6. Game, set and match. Premio di <strong>Finals MVP</strong> in tasca e primo titolo della storia di Miami.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Dwyane Wade - One Man Show - Flashback: NBA Finals 2006 HD" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/VOZY99zZ-o8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Gli scorci memorabili delle Finals 2006 sono innumerevoli, sia nelle vittorie di Dallas che in quelle degli Heat, sia in Texas che in Florida. Lo spin move e il cioccolatino servito a Walker nel finale di Gara 1; la varietà calibrata perfettamente del finishing al ferro in Gara 2, coadiuvato da un sapiente uso del tabellone; la prima tripla della serie nel momento del massimo bisogno, in Gara 3, sotto di 13 a fine terzo quarto; la stoppata in recupero sulla tripla di Dirk in Gara 4; il quarto periodo di Gara 6, costellato di letture lucidissime, assistenze ai compagni e tiri liberi nel momento topico della ancor breve carriera.</p>



<p>È passato meno di un anno dalla follia di Rasheed Wallace sulla rimessa di Gara 5 contro San Antonio. La memoria corta dell’uomo potrebbe però mietere nuove vittime. L’errore clamoroso di comunicazione tra Payton, Walker e Posey viene graziato da Fortuna: Dirk non vede i liberissimi Stackhouse e Harris sul lato forte, cercando un difficile lob per Howard; Wade lo ha letto con due tempi d’anticipo e salva Miami dallo psicodramma dei supplementari di una Gara 3 vinta, persa, rivinta e quasi ripersa.</p>



<p>Ma quello che è stato Dwyane Wade anche negli anni successivi, <a href="https://aroundthegame.com/post/viviamo-nellera-di-lebron-james-dwyane-wade-parla-dellex-compagno/">fido scudiero</a> di <strong>LeBron James</strong>, incastrato in un fit tecnico tutt’altro che ideale per esaltare le sue doti di slasher, lo si è intuito nella pivotal game di quella serie. Il Wade che appare dal nulla in aiuto dal lato debole, come se fosse una talpa che sbuca dopo aver scavato una galleria sotto le assi del rettangolo di gioco; la linea della carità, porto accogliente di efficienza e ossigeno vitale, visitata 25 volte, come nessuno mai nelle Finals.</p>



<p>Simboli ed epitomi di una vita recuperata appena in tempo e coltivata nel nome di un padre rigoroso. <strong>Dwyane Wade</strong> e le <strong>Finals 2006</strong> sono un albero dalle radici lontane nel tempo, i cui frutti si staccano dai rami con calma e pazienza.</p>



<p>Cieca fiducia. Disciplina. Temperanza.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>V for Vendetta: Shawn Kemp vs Alton Lister</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/v-for-vendetta-shawn-kemp-vs-alton-lister/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Bogni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Dec 2022 16:48:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Alton Lister]]></category>
		<category><![CDATA[golden state warriors]]></category>
		<category><![CDATA[seattle supersonics]]></category>
		<category><![CDATA[Shawn Kemp]]></category>
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					<description><![CDATA[Shawn Kemp e la storia dietro a quel poster passato alla storia. Una vendetta sportiva covata per 5 giorni.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Un poster passato alla storia. Una vendetta sportiva covata per 5 giorni.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/shawn-kemp-lister-edited.jpg" alt="" class="wp-image-32746" width="689" height="387" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/shawn-kemp-lister-edited.jpg 1331w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/shawn-kemp-lister-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/shawn-kemp-lister-edited-1024x575.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/shawn-kemp-lister-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/shawn-kemp-lister-edited-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/shawn-kemp-lister-edited-1080x607.jpg 1080w" sizes="(max-width: 689px) 100vw, 689px" /></figure></div>



<p>Dietro a un fotogramma si nascondono uomini, parole, storie. Come quella della redenzione, parziale, di <strong>Shawn Kemp</strong>. E della sua indimenticabile vendetta ai danni di <strong>Alton Lister</strong>.</p>



<p>Lister nasce a Dallas il 1° ottobre 1958. 240 libbre distribuite su 7 piedi, il prodotto di Arizona State viene scelto alla numero 21 dai Milwaukee Bucks nel Draft del 1981. 17 anni di onestissima carriera NBA, una nomination per il non ancora Michael Jordan Trophy al terzo anno nella Lega, 1.5 <a href="https://twitter.com/LilySZhao/status/1469485140082581504?s=20&amp;t=EjDZgyIpGTrLX9PwTWwhNQ" target="_blank" rel="noopener">stoppate</a> di media a partita, 5 figli e un attuale incarico come assistente per i TNT Tropan Giga nel campionato filippino.</p>



<p>La sua #53, vestita sin dai tempi del <em>college</em> fino al termine della carriera, potrà ricordarvi qualcosa. Non per il gregariato esercitato nelle varie franchigie per cui ha lavorato sporco tra gli ’80 e i ’90. Potreste ricordarvelo steso a terra, con la canotta blu e la scritta Warriors sul petto, soggetto a una delle più iconiche rivincite mai viste su un parquet NBA.</p>



<p>Perché la Storia, si sul dire, la scrivono i vincitori. Ai vinti, nel migliore dei casi, il silenzio e l’anonimato.</p>



<p>Gara 2 del primo turno <strong>Playoffs 1992</strong>. Dopo una Gara 1 da 28+16, Shawn Kemp trova finalmente opposizione. Se si parla di fermare <em>The Reign Man</em> si parla di farlo fisicamente, sacrificando il proprio corpo, predisponendosi a gomitate e spinte ogni singolo possesso. Gara 2 è una masterclass difensiva tipica dei primi anni ’90: Kemp viene limitato a 5/14 e, nonostante i 19 rimbalzi, non è un fattore. Anzi: è un fattore negativo per i Sonics. Il secondo tempo di Golden State è un 61-41 che non lascia adito a repliche. La ragione principale ha un nome e un cognome: Alton Lister. L’agente speciale con un’unica missione: far uscire Kemp dalla partita.</p>



<p>Non si tratta di adottare schemi o rotazioni particolari, aiuti o cambi ad hoc. No. Si tratta di impedirgli di passarti sopra. Kemp ha la dinamite nelle gambe, pronta ad esplodere ogniqualvolta si accenda la miccia. <em>Non farlo saltare</em>. Con le buone e, tutto sommato volentieri, con le cattive.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Alton Lister throws a punch at Shawn Kemp in Game 2. Kemp’s “Lister Blister” dunk was in Game 4.  <a href="https://t.co/Ku2bSvvS4a">pic.twitter.com/Ku2bSvvS4a</a></p>&mdash; Ballislife.com (@Ballislife) <a href="https://twitter.com/Ballislife/status/1123260023881203713?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">April 30, 2019</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p><strong>Gary Payton</strong> penetra dalla guardia sinistra e vede il taglio backdoor dal lato debole di Kemp. Il #40 riceve in corsa, alla stregua di un treno lanciato. Se stacca i piedi da terra sono due punti, possibilmente con ferro violentato e boato sugli spalti. Non è corretto dire che il nativo di Elkhart salti o si libri in aria: è più la partenza di un razzo da Cape Canaveral. Kemp <em>salta</em>. Schiacciata da highlights? No: Alton Lister è nel pitturato con un unico, semplice obiettivo.</p>



<p>Va oltre il gioco sporco. È una porcata in piena regola. Quando il Sonic è in volo Lister si disinteressa completamente della palla a spicchi, ammesso e non concesso si fosse mai interessato, e spinge a due mani il petto di Kemp. Tutta l’energia delle 240 libbre sprigionata unicamente nelle braccia, diretta verso il petto dell’avversario. Lo scaraventa a terra. Kemp si rialza senza mostrare di aver particolarmente gradito il movimento del marcatore diretto, esponendo accoratamente il proprio disappunto. Si scherza: sono pur sempre i 90s, il rissone da saloon è d’ordinanza. E sono pur sempre i 90s: nessuna espulsione, men che meno una squalifica.</p>



<p>Riportata la situazione a una gestibile tensione, i grigi optano per un doppio tecnico. E basta. Si continua. Kemp esce completamente dalla partita, per la gioia finale della Alameda County Coliseum Arena di Oakland. Il fattore campo è nelle mani di Seattle, ma almeno la serie è in parità.</p>



<p>Cinque giorni dopo e una vittoria in Gara 3 di <strong>Seattle </strong>nel mezzo, il 30 aprile 1992 va in scena il secondo e decisivo atto del duello. Tutti coloro che si sono imbattuti tangenzialmente nel basket americano, che siano nipotini o nonni, l’hanno vista almeno una volta. Spesso si sobbalza dalla sedia, guardando l’esplosione e la liberazione del freak atletico di Kemp, estrapolata dal contesto. Non si ricorda il pregresso, non si approfondiscono gli antefatti. Ma se lo si fa, il momento si trasforma da iconico a leggendario.</p>



<p>Quattro minuti nel secondo quarto, <strong>SuperSonics </strong>sotto di uno. Šarūnas Marčiulionis si prende un comodo jumper dal gomito mancino, secondo ferro e palla in aria. Non c’è nessuno nei pressi del tabellone, a parte Shawn Kemp. Non avrebbe bisogno di muovere un dito per raccogliere il rimbalzo, nessuna maglia blu è in grado di contrastarlo, però è Shawn Kemp. E nel dubbio, salta. Come se fosse rimasto in memoria il caricamento del tasto su NBA2K, lo fa in maniera insensata. Cattura il rimbalzo, apre in ala destra e si avvia verso la metà campo avversaria.</p>



<p>Nell’attacco successivo, l’isolamento di <strong>Ricky Pierce</strong> non porta a nessun vantaggio. Il #22 è spalle a canestro, raddoppiato dalla difesa di Golden State, in un vicolo cieco. Trova modo di liberarsi del pallone sparando una fucilata che attraversa l’area. Ha visto Kemp completamente libero dalla parte opposta del campo, appena dentro la linea del tiro da tre.</p>



<p>In 14 anni di NBA Kemp ha tentato 119 triple, è chiaro che non fosse una minaccia da quella distanza. La difesa lo sa bene, e se avesse <em>reali</em> chilometri di spazio tra lui e il canestro, glieli lascerebbe tutti.</p>



<p>Kemp raggiunge con tutta la sua elasticità il missile di Pierce, estendendo il braccio sinistro. Non passa nemmeno nell’anticamera del cervello l’idea di tirare. <em>The</em> <em>Reign Man</em> mette palla per terra, completamente libero. Un palleggio, tanto gli basta per accumulare abbastanza potenziale da trasformare in cinetica. Raccoglie il palleggio. Un passo. Il secondo. Stacca. Levita. Incontrastabile.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Shawn Kemp Dunks on Alton Lister" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/l2GaAWdHwsw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Alton Lister aveva seguito il movimento di Pierce con lo sguardo. Osserva la ricezione di Kemp al limite dello smile, senza darci troppa attenzione. Errore madornale. Una frazione di secondo di troppo. Ancor prima che possa modificare la postura per ottenere uno sfondamento, viene abbattuto da Kemp. Deflagrato. Steso.</p>



<p>Il Coliseum in delirio, la trance agonistica di Kemp sfocia nel poster più celebre della storia dell’NBA. Le braccia puntate a Lister, a mostrare a tutti i presenti e i telespettatori che fine meritasse di fare chiunque lo avesse provocato, chiunque avesse provato a mettere in discussione la sua prepotenza fisica e atletica.</p>



<p>48-47 Seattle e timeout Golden State a 5:42 dalla pausa lunga. La partita e la serie, in sostanza, finiscono qui. Per la fredda cronaca, alla fine per Kemp saranno 21+20, ma la Storia è stata già scritta.</p>



<p>Nel momento del <em>Reign Man</em>, Alton Lister si è trovato dalla parte sbagliata della storia. Quella che non viene ricordata, nel peggiore dei casi connotata negativamente. Quella sulla quale si abbattono tuoni, fulmini, tempesta. Con la Seattle di <em>The Reign Man,</em> esisterebbero alternative?</p>



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		<title>Indiana Pacers, una crisalide in via di sviluppo</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/indiana-pacers-una-crisalide-in-via-di-sviluppo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Bogni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Dec 2022 02:40:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un viaggio nel meraviglioso mondo degli Indiana Pacers.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">O, se preferite, una cris-Hali-de.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/0x0-1-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-31758" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/0x0-1-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/0x0-1-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/0x0-1-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/0x0-1-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/0x0-1-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/12/0x0-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>FOTO: Forbes</figcaption></figure></div>



<p><em>Anoica, succinta ed evoica</em>. A seconda dello stadio della metamorfosi, queste sono le tre tipologie di <em>crisalidi</em> osservabili in natura e studiate dalla zoologia. Che sia protetta o meno dall’involucro, la farfalla è ancora lontana da librarsi in volo e mostrare al resto del creato la bellezza dei colori variopinti. Ma è questo il momento decisivo per intuire la gamma che il lepidottero presenterà in futuro: non più uovo né bruco, non ancora adulta, la crisalide affascina per tutto quello che fa vedere, tutto quello che tiene nascosto e tutto quello che lascia all’immaginazione. La crisalide permette di fantasticare, estremizzando pregi e difetti di ciò che fa solo intravedere. Concede il beneficio e il privilegio di ipotizzare gli scenari più disparati. È l’ultimo istante in cui le idee rimangono pure, intatte, prima che la realtà concreta, per quanto razionalmente perfetta e compiuta, prenda il sopravvento.</p>



<p>Perdonateci il preambolo, ma nessuna metafora spiega meglio la sensazione che si vive godendo dei picchi e dei precipizi degli <strong>Indiana Pacers</strong>.</p>



<p>Senza 3 membri dello <em>starting five</em> e 6 indisponibili totali riesci a <a href="https://www.msn.com/en-us/video/webcontent/indiana-pacers-vs-golden-state-warriors---full-game-highlights-december-5-2022/vi-EVnZuCxx_ps?vid=EVnZuCxx_ps&amp;provider=yt&amp;ocid=windirect&amp;category=foryou" target="_blank" rel="noopener">violare</a> il Chase Center di San Francisco, avendo la meglio della versione casalinga degli Warriors e costringendoli al 29,5% dalla lunga, dato in piena controtendenza per la Golden State di questo inizio di Regular Season. Passano 6 giorni e perdi in casa contro Brooklyn. Niente di trascendentale: quelli sono i Nets, secondi a nessuno in quanto a <em>star power</em>.</p>



<p>Peccato che Vaughn abbia <a href="https://www.nba.com/game/bkn-vs-ind-0022200388/box-score" target="_blank" rel="noopener">rinunciato</a> a (se lo si legge tutto di seguito, senza pause tra un cognome e l’altro, fa ancora più impressione) Durant, Irving, Simmons, O’Neale, Warren, Curry, Harris e Claxton. Peccato che Brooklyn abbia beneficiato di 15 tiri in più di te, raccogliendo 29 rimbalzi offensivi a fronte dei tuoi 23 difensivi. <em>6 giorni</em>. Non uno di più, non uno di meno. Coincidenze? A occhi ingenui e poco avvezzi ai protagonisti di questa storia, gli eventi potrebbero sembrare casuali, randomici. Ma il soggetto sono gli <em>Indiana Pacers 2022/2023</em>: andando al di là delle presentazioni formali e approfondendo un minimo la loro conoscenza, <em>nulla può più sorprendere</em>.</p>



<p><a href="https://twitter.com/HeatNationCP/status/1602490556839776258" target="_blank" rel="noopener">82</a> punti, con un attacco fagocitato dal sistema difensivo di Spoelstra, e 47 <a href="https://twitter.com/DaltonJ_Johnson/status/1603197813827031041?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">in un quarto</a> contro gli Warriors due sere dopo. Qualora non vi siate ancora imbattuti in loro (e vi capiamo, in fondo sono <em>solo</em> i Pacers), il consiglio è quello di farlo al più presto. <em>Con la mente libera e priva di attese</em>: come la famosa scatola di cioccolatini, da questa Indiana puoi aspettarti tutto e il suo contrario. Le montagne russe non piacciono a tutti, ma la scarica di adrenalina vale la pena di superare il timore iniziale. Fidatevi.</p>



<p>Da quando Paul George <em>from</em> Fresno State è stato scelto alla #10 nel Draft 2010, praticamente tutte le <a href="https://aroundthegame.com/post/oscurati-dagli-heatles-duri-e-scomodi-gli-indiana-pacers/">versioni</a> di Indiana sono state, sulla carta, più forti di quella di quest’anno. Nessuna, però, è stata così <em>bella</em>, <em>divertente</em> come questa. Se gli anni precedenti a rubare l’occhio erano le follie di Lance Stephenson o la connection Sabonis-McDermott, per la prima volta si ha il piacere di vedere tutta la squadra giocare. Ci si diverte. La <a href="https://aroundthegame.com/post/indiana-pacers-si-apre-la-via-del-rebuilding/">filosofia a-tankante</a> di Herb Simon, Kevin Pritchard e Chad Buchanan non dovrebbe favorirlo, considerando a maggior ragione la cultura <em>Hoosier</em> e il curriculum di coach Carlisle. Eppure, dal febbraio scorso e ancor più in questo primo quarto di stagione, la coerenza del <em>background</em> Pacers sta collimando con la freschezza e la frizzantezza del gioco espresso. Gioventù a braccetto con referti rosa, molti più del preventivato. Cosa volere di più da una franchigia in <em>retooling</em> (no, <em>rebuilding</em> non è contemplato nel vocabolario del <em>Basketball State</em>…)?</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Pietre di scarto</strong></h2>



<p>Non tutto il materiale a disposizione in partenza sarà impiegato nella costruzione dell’edificio, gli operai edili lo sanno benissimo. Anche quei pezzi che, in un primo momento, sembravano essere utili alla causa, col procedere dei lavori si rivelano superflui, eccessivi, gravosi. Prefigurare lo sviluppo dei Pacers nel medio termine non può prescindere dalla presenza di veterani a roster: anche a costo di sprecare slot, garantendo contratti a elementi da chilometraggio infinito e usura<em> in fieri</em>, ogni contender che si rispetti possiede, tra le mura dello spogliatoio piuttosto che sui 28 metri del parquet, uomini dalla carta d’identità non più verdissima ma con minuti e chilometraggio che fungano da insegnamento.</p>



<p>Non saranno <strong>TJ McConnell</strong>, <strong>Daniel Theis</strong> e <strong>James Johnson</strong> (o quel <a href="https://twitter.com/TEastNBA/status/1581339616313225217?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">residuato bellico</a> che ci spacciano col suo nome e cognome), per ragioni meramente d’età che non per caratteristiche disfunzionali. E poi, diciamolo chiaramente: se Indiana vorrà davvero ambire a qualcosa, un posto per Lance Stephenson <em>dovrà</em> esserci, prima o poi.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Lance Stephenson on FIRE! 30 PTS 5 AST Full Highlights vs Nets🔥" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/W2NM_roEsbM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Un altro discorso riguarda chi, invece, non ha mostrato di essere competente in ambito NBA. Se sul <em>two way </em><strong>Trevelin Merleto Queen</strong>, a parte il nome clamorosamente bello, le speranze riposte erano pressoché nulle, su <strong>Terry Taylor</strong> e <strong>Goga Bitadze</strong> qualche fiches era stata puntata. Entrambi i profili hanno la taglia e lo <em>skillset</em> adatto a fare buchi e onde in Europa: l’augurio è che raggiungano il Vecchio Continente il più presto possibile, evitando di trascinare una situazione infruttuosa per entrambe le parti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Durezza del materiale</strong></h2>



<p>Quale miglior annata di questa, nella quale i risultati stanno sorprendendo in positivo e la pressione esterna è ai minimi storici, per permettersi di sperimentare a cuor leggero? Se ti chiami <strong>Rick Carlisle</strong>, la cosa non dovrebbe appartenere al DNA. Eppure, come troppo spesso si sottolinea, l’allergia dell’ex coach dei Mavs all’impiego e allo sviluppo di rookie e giovani è stata spesso dovuta alle risorse a disposizioni. Tornando a Indiana, Carlisle ha avuto la prima opportunità in carriera, non avendo un roster che ambisse ai Playoffs, di investire e insegnare pallacanestro. A Dallas non li faceva mai giocare? Probabilmente perché non ne ha mai avuti all’altezza.</p>



<p>Nel roster attuale si possono individuare 4 elementi sotto la lente d’ingrandimento, evitando qui di considerare due profili ingiudicabili. Posto che il rookie più anziano della classe Draft 2021, <strong>Chris Duarte</strong>, si sia garantito almeno un altro contratto grazie a una prima annata targata “<a href="https://twitter.com/PacersWorld/status/1565677749255438338?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">Un decennio di rotazione NBA</a>”, quest’anno si è visto pochissimo a causa di una distorsione alla caviglia sinistra, ancor meno si può dire di <strong>Kendall Brown</strong>. Firmato con un <em>two way contract</em>, la #48 dell&#8217;ultimo Draft è stato più in G League che in NBA, dove &#8211; più che mostrare di disporre di un jet pack incorporato tra le scapole &#8211; non ha avuto ancora spazio. E, purtroppo, ancora per molto non ne avrà: la <a href="https://twitter.com/BallySportsIN/status/1602449394476916740?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">frattura alla tibia</a> lo costringerà a uno stop non indifferente. Per uno dal suo atletismo, la speranza è che la riabilitazione non infici troppo l’esplosività delle leve.</p>



<p>Dal 37,3% da 3 dello scorso anno al 28,1%, mantenendo inalterato il volume. Non un bel segnale per la permanenza nel progetto di <strong>Jalen Smith</strong>. La #10 scelta del 2020 gode della massima fiducia dello staff tecnico: la volontà di rifirmarlo in estate e la dichiarata intenzione di assicurargli lo spot di 4 titolare era corroborata dal finale di 2022. L’inizio di regular, tuttavia, ha mostrato più ombre che luci: troppo leggero per essere speso contro i centri, dal baricentro troppo alto per sostenere una massiccia dose di <em>switching</em>, la sostenibilità del 2000 da Maryland passa dalla capacità di produrre in attacco.</p>



<p>Se a rimbalzo offensivo Smith ci va spesso e volentieri (1.8 a partita), al momento l’occhialuto non si sta rivelando una minaccia sugli scarichi, faticando ad allargare il campo per le scorribande dei vari <em>handler</em>. Nelle ultime uscite è addirittura partito dalla panca: se la scelta poteva essere dettata da un complicato accoppiamento col quintetto degli Heat, il preferirgli Nesmith contro GSW è suonata come una dichiarazione d’intenti. Due indizi non fanno una prova: Jalen Smith è effettivamente colpevole?</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Jalen is a more natural five and too many teams were defending Myles with fours, which was disrupting the offense, but IJax being completely out of the rotation isn’t great. <br><br>Makes sense to downsize based on the match-ups, too. But, again, not great.</p>&mdash; Caitlin Cooper (@C2_Cooper) <a href="https://twitter.com/C2_Cooper/status/1603197639486586882?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 15, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>Il principale competitor di Smith per un posto nel futuro a Indianapolis è, per richieste contrattuali e sovrapponibilità tattica, <strong>Oshae Brissett</strong>. L’<em>undrafted </em>canadese, rientrato nella Lega dalla porta di servizio dopo un triennio a Syracuse, ha banalmente le gambe <em>troppo</em> lunghe per il basket del 2023. Come pensare allora a una firma in estate? Altrettanto banalmente, Oshae è <em>grosso</em>. Benvoluto da tutti nell’ambiente, Brissett sta tenendo ottimi numeri dall’arco (36.5% su quasi 3 tentativi per partita) e, nonostante alcune notti sia destinato a 48’ di panca, quando viene chiamato in causa risponde costantemente presente all’appello: +37,6 di differenziale On/Off nella lineup in cui è maggiormente impiegato non è un dato casuale. Minimo spazio, ottima resa, diverse urla sopite nelle camere buie dei nottambuli come noi per una sua stoppata o penetrazione incosciente: forse non finirà mai (?) una partita Playoffs in campo, ma un corpaccione da buttare nella mischia e dall’<em>effort</em> garantito fa sempre comodo.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Oshae Brissett  14 PTS: All Possessions (2022-12-10)" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/mg2mlAaZxcQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Non facciamoci ingannare dalle fredde statistiche. Uno potrebbe leggere 8.2 rubate e 6.3 stoppate per partita (#5 e #2 in NBA) e illudersi che quella di Indiana sia un’ottima difesa. Uno potrebbe leggere 113.3 di Defensive Rating (#18 nella lega) e illudersi che quella di Indiana sia una pessima difesa. <em>In medio stat veritas</em>, probabilmente. Quello che è certo, al di là dei dati, è che ai Pacers manchi quel difensore che, nei momenti decisivi, venga schierato esclusivamente per occuparsi della star avversaria.</p>



<p>Se questa è nel ruolo di 4/5, il discorso è rimandato tra qualche paragrafo. Se invece si affronta un Middleton, un Tatum o un Booker, l’indiziato numero 1 dovrebbe essere <strong>Aaron Nesmith</strong>. <em>Dovrebbe</em>, appunto. Il ventitreenne da Vanderbilt rappresenta il <em>prototipo del puro 3&amp;D</em>. Al momento, purtroppo, la realtà lo sta dipingendo come l’asset negativo della già malinconica trade Brogdon. L’ex Celtics è la sottomarca del discount di quello che era dipinto al college: in difesa non si sta rivelando un fattore (on/off difensivo di +3.9 punti per 100 possessi, 24esimo percentile), e dall’altra parte il 36,3% dai 7,25 mt non è sufficiente a compensare. A preoccupare più di tutto è che Nesmith rispecchia <em>esattamente</em> il profilo indicato: se continuerà a non mostrare segnali di crescita, almeno Pritchard saprà come supplire.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Oshae Brissett with the steal and score 🍪<br><br>(via <a href="https://twitter.com/Pacers?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">@Pacers</a>)<a href="https://t.co/NRAGGYfsKx">pic.twitter.com/NRAGGYfsKx</a></p>&mdash; Dime (@DimeUPROXX) <a href="https://twitter.com/DimeUPROXX/status/1603192995746091008?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 15, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>Attualmente negli Austin Spurs, Kenneth Faried <em>gasava</em> assai. Raramente si ricorda uno che, al pari di Manimal, riuscisse a saltare così tanto, così tante volte, in così poco tempo. Se si è appassionati di grilli impazziti che esaltino per la vibratilità trasmessa e che provochino irritazione per l’eccessiva foga, <strong>Isaiah Jackson</strong> è quello che fa per voi. Come per il quasi omologo di Memphis, il prodotto di Kentucky pare essere animato da una tarantola incosciente che, duranti minuscoli blackout nelle trasmissioni neurali, consigli all’organismo di fare, nel dubbio, la cosa che sa fare meglio. <em>Saltare, saltare, saltare</em></p>



<p> Vedere il numero di falli parametrato sui 36 minuti fa spavento. Parametrato, sì. Perché Jackson ne commetterebbe 6 molto prima. In un contesto competitivo il minutaggio non si scosterebbe dai 16.1 attuali, ma la <a href="https://twitter.com/C2_Cooper/status/1599775022175858688?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">disciplina</a> è ancora tutta da assimilare. È già capitato in alcune gare del 2022 che Carlisle non lo considerasse minimamente nella rotazione, costringendolo a diversi DNPCD.</p>



<p>Rispetto ai nomi precedenti, d’altro canto, l’<em>upside</em> di Isaiah è ben maggiore: in attesa dell’atterraggio dell’astronave Wembanyama vi sfidiamo a trovare un migliore stoppatore sulle triple avversarie. In un roster dove tutti i lunghi sono assai spendibili in aiuto, Jackson è l’unico in possesso di una mobilità laterale sufficiente a sostenere due, tre, quattro scivolamenti contro le guardie avversarie. E, visto che anche l’occhio vuole la sua parte, i tifosi Pacers stanno finalmente godendo anche di qualche <em>alley oop</em>, forse per la prima volta nella storia. Cortesia, ovviamente, di Isaiah Jackson.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Tyrese Haliburton ↷ Isaiah Jackson dunk party is gonna be a show. Hali and I-Jax averaged 1.27 points per possession on 11.4 screens/g. NUCLEAR efficiency. I-Jax effortlessly glides and also detonates with fast-twitch explosion. Quality rim-pro instincts too. Keep ya eye out. <a href="https://t.co/7LqyWvetRL">pic.twitter.com/7LqyWvetRL</a></p>&mdash; NBA University (@NBA_University) <a href="https://twitter.com/NBA_University/status/1580320979804266496?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">October 12, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>AAA guarnizioni vendesi</strong></h2>



<p><em>Ce la stanno mettendo tutta</em>. A parole e coi fatti. Cos’altro devono fare <strong>Myles Turner </strong>e <strong>Buddy Hield</strong> per essere impacchettati verso la <a href="https://aroundthegame.com/post/e-stata-jeanie-buss-a-bloccare-la-trade-westbrook/">California</a> o qualsiasi altro lido che non sia la contea di Marion? Per contratto, ambizioni e fit, i due sarebbero le ciliegine sulla torta. Essendo che però Futurama è solo una <em>sitcom</em> animata e non siano documentati reali casi di sonno criogenico che congeli esseri umani e li faccia risvegliare a distanza di anni con le intatte proprietà fisiche, ecco che Turner e Hield non sono funzionali ai Pacers <em>di oggi</em>. Non stiamo parlando di due star, chiaro, ma in un roster dalle gerarchie ben definite, dove sono altri i cardini e i perni, loro possono essere le finiture migliori.</p>



<blockquote class="twitter-tweet" data-conversation="none"><p lang="en" dir="ltr">Excuse me <a href="https://t.co/Me3lVLqsBr">pic.twitter.com/Me3lVLqsBr</a></p>— Nekias (Nuh-KY-us) Duncan (@NekiasNBA) <a href="https://twitter.com/NekiasNBA/status/1602470607802753026?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 13, 2022</a></blockquote> <script async="" src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>



<p>Se si prende il Myles Turner appena uscito da Texas e quello del 2022 non si noterebbero troppe differenze: un grandissimo <em>rim protector</em> alla Timelord, costantemente in aiuto e coinvolto in un ossessivo <em>preswitching</em> per evitare diretti <em>matchup</em> coi pari ruolo (Embiid, Jokic, Davis, Giannis: quel famoso 4/5 di cui sopra…) o con esterni più rapidi, un onestissimo tiratore sugli scarichi con morbido tocco (attorno all’80% ai liberi in carriera, 43.8% da tre su 4 tentativi a gara in questa regular), <em>arguably</em> il <a href="https://twitter.com/Gundacker/status/714226491324637185?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">peggior rimbalzista</a> dell’NBA per dimensioni, bloccante al più risibile.</p>



<p>Non esattamente il prototipo del lungo di talento che un sistema come quello di Indiana necessiterebbe, ma un <em>gregario notevole</em> se inserito in un ecosistema che gli richieda compiti e minuti più qualitativi.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Buddy Hield after becoming the second player in NBA history to make 1,500 3-pointers before his 500th game: &quot;I appreciate my teammates helping me get to that point, but the main goal is to just keep getting better as a group.&quot;<br>TV: Bally Sports Indiana<br>Stream: Bally Sports app <a href="https://t.co/q895jcO7kW">pic.twitter.com/q895jcO7kW</a></p>&mdash; Bally Sports Indiana (@BallySportsIN) <a href="https://twitter.com/BallySportsIN/status/1600653683569704960?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 8, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>“L’ideale tiratore di volume in un sistema <em>drive and kick</em>”. Un soprannome troppo lungo, dite? E dire che tra <em>Buddy e Hield</em> suonerebbe bene. Se fino all’arrivo a Indianapolis il bahamense era considerato un <em>tank commander</em> sulla scia dei vari Terrence Ross, Emmanuel Mudiay e Alec Burks, Hield sta mostrando di essere qualcosa di più. La parabola di redenzione di Hield, se mai si compirà, non sarà certo nell’<em>Hoosier</em> <em>State</em>. Il <a href="https://twitter.com/JandersonSacBee/status/1184700409111175168?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">se</a>, tuttavia, è d’obbligo: 6 anni di NBA senza un’apparizione ai Playoffs è una striscia da record, chissà che non ci tenga di più a questo primato che a tentare di vincere l’Anello…</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Fondamenta</strong></h2>



<p>Chiudiamo gli occhi e immaginiamo gara 5 delle Eastern Conference Finals del 2026. Da una parte la vostra squadra del cuore, dall’altra gli Indiana Pacers. Gara punto a punto, si arriva nel <em>clutch</em>. Per i Pacers ci sono Tyrese Haliburton, Bennedict Mathurin, Andrew Nembhard e altri due. <em>Utopia o distopia?</em> Volendo essere ottimisti, già oggi Indiana possiede le pietre d’angolo del proprio futuro, uno che verrà rifirmato al massimo salariale in estate e gli altri due appena scelti al Draft.</p>



<p>Era da George McCloud che Indiana non sceglieva tra le prime 9 scelte di un Draft. Era il 1989, e la #7 da Florida State passò da Pesaro prima di ritornare negli USA e partecipare anche a un Three Point Contest all’All Star Game 1996. <strong>Bennedict Mathurin</strong>, permettetecelo, andrà meglio di così. La sesta scelta ha mostrato flash straordinari, nel più puro senso di “<a href="https://twitter.com/Pacers/status/1603476791254913024?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">fuori dall’ordinario</a>”. Più che i 17.8 punti e il 35,9% da 3, influenzati dall’alta marea e dalle risacche tipiche dell’impatto con la National Basketball Association (viaggio in trasferta a Ovest appena concluso per ulteriori informazioni), sono i <em>5.7 viaggi in lunetta di media a far stropicciare gli</em><strong> </strong><em>occhi</em><strong>.</strong> Cifre da veterano, non da una <em>shooting guard</em> con due anni da esperienza in Division I e poco altro.</p>



<p>Le dichiarazioni della <em>pre-season</em> lo avevano fatto passare per uno spaccone arrogante: come si permette di dire di essere al livello del solo <a href="https://nypost.com/2022/06/26/lebron-james-must-show-me-hes-better-than-me-bennedict-mathurin/" target="_blank" rel="noopener">LeBron</a>? Che mancasse l’autostima e la fiducia nei propri mezzi era fuor di dubbio, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il parquet. Bene: <em>Mathurin doesn’t give a f*ck</em>. Perdonate il francesismo, ma l’impressione è che il primo prodotto della NBA Academy di Città del Messico (<a href="https://www.nba.com/news/nba-academy-alums-bennedict-mathuri-dyson-daniels-realize-dream" target="_blank" rel="noopener">bellissima storia</a>, qualora foste interessati) non abbia <em>paura di niente e nessuno.</em></p>



<p>Come il calabrone, Ben non avrebbe status, stazza e curriculum per pensare di viaggiare verso e sopra il ferro con tanta sfrontatezza. Eppure, lo fa, eccome se lo fa. Un tocco sul <a href="https://twitter.com/ClutchPointsApp/status/1582877019939180545?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">floater</a> che gli garantirà milioni di dollari nel prossimo decennio almeno (7/14 nei floating jump shot, 16/34 in quelli dal palleggio), un pacchetto di soluzioni al ferro già estremamente variegato, la sensazione che ogni volta che stacchi da terra nessun corpo o braccio possa frapporsi e modificare la traiettoria prevista. Come se fosse protetto da una bolla o un’aurea, il suo <em>finishing</em> al ferro sia <em>on</em> che <em>off ball</em> è già da <a href="https://twitter.com/C2_Cooper/status/1595587021942259714?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">élite NBA</a> (con efficienza propria di un rookie e un volume molto elevato).</p>



<p>Aree di miglioramento? Ce ne sono: una <em>tunnel vision</em> da limitare, una difesa POA e dal lato debole a giorni alterni, la capacità di saper aspettare il momento in cui azzannare la partita senza dover tentare di attentare alla giugulare costi quel che costi. Padre Tempo farà il suo corso ma, se siamo davanti a un credibile candidato al <em>6th Man of the Year Award</em>, l’orizzonte è limpido.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="zxx" dir="ltr"><a href="https://t.co/n7J8cvk9oM">pic.twitter.com/n7J8cvk9oM</a></p>&mdash; Caitlin Cooper (@C2_Cooper) <a href="https://twitter.com/C2_Cooper/status/1603209298162716672?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 15, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>“Lo avremmo scelto anche alla 20 o alla 25. E ogni giorno abbasso quel numero”. Non è così un azzardo affermare che, dopo Luka Doncic e <em>Mathurbo</em>, il terzo rookie più pronto che Carlisle abbia mai avuto tra le mani sia <strong>Andrew Nembhard</strong>. In seguito al limitato utilizzo delle prime uscite, il fratellone di Ryan è salito alla ribalta in occasione delle uniche vittorie del road trip a cavallo tra novembre e dicembre.</p>



<p>Se il <em>game winner</em> in faccia a LBJ ha fatto il giro dei social, a impressionare addetti ai lavori e non sono stati i 31 calati al Chase Center. A far colpo (oltre all’essere scelto nello stesso Draft dalla stessa franchigia con un altro canadese con esperienza collegiale pluriennale, <em>fun fact</em>) è stato il fatto che non abbia fatto nulla di particolarmente impressionante. Non è stata una serata in cui, come si dice in gergo, <em>ha visto la Madonna</em>. Difensore primario su Curry, tra le mani l’intero <em>load</em> offensivo data l’assenza del play titolare, la scelta #31 non ha sbagliato una singola scelta in tutti e 41 i minuti sul parquet. Il consiglio spassionato è quello di recuperare l’intera partita: in ogni azione, offensiva e difensiva, c’è <em>l’influenza non banale di Nembhard</em>. La vittoria con GSW è il perfetto compendio di tutte le infinite piccole cose tramite le quali il prodotto di Gonzaga contribuisce alla quadratura del cerchio dei quintetti.</p>



<p>Un giocatore magari meno appariscente, allergico a <em>statline</em> notevoli, presente e futuro feticcio dei “<em>capiscers</em>” del Gioco, tremendamente utile se si vuole costruire un contesto sano. Non si flirta col club dei 50/40/90 (attualmente 47.4/40.4/86.7) per caso. Di ambienti permeati da culture vincenti, tra Montverde Academy, Florida e Gonzaga, ne ha già frequentati molti, elemento non secondario nella creazione di una mentalità positiva. Qualche chicca: <a href="https://twitter.com/C2_Cooper/status/1600126368615829506?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">attrazione magnetica per gli sfondamenti avversari</a>; la <a href="https://twitter.com/C2_Cooper/status/1601623476733104128?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">perturbazione dell’equilibrio</a> del bloccante in difesa di situazioni di pick&amp;roll; una <em>wingspan</em> di 6’6’’ non trascurabile <a href="https://twitter.com/C2_Cooper/status/1597608645856231424?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">lontano dalla palla</a>; il continuo movimento della testa per scannerizzare ogni porzione di campo; la disponibilità alla nobile e trascurata arte del tagliafuori. Prima dell’inizio della stagione diceva di ispirarsi a Tyus Jones: 4 anni in meno e 3 cm in più aprono scenari ancora migliori.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Without Haliburton, Andrew Nembhard had the BEST rookie performance this year Monday night. <br><br>If Nembhard (15% USG) is working more on the ball, allowing Tyrese to play even more off-ball, this Indiana offense can really be awesome. <a href="https://t.co/8ibGE86SXf">pic.twitter.com/8ibGE86SXf</a></p>&mdash; John Tortorelli (@john_tortorelli) <a href="https://twitter.com/john_tortorelli/status/1600586940729987072?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 7, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>Si scrive <strong>Tyrese Haliburton</strong>, si legge All Star Game 2023. E, a meno di infortuni, non si prendono in considerazioni alternative. Per le logiche NBA potrà solamente entrare nella discussione per il MIP: le cifre non sono poi così diverse da quelle dello scorso anno. Da quando Indiana è stata omaggiata dai Kings della loro unica scelta illuminata dell’ultima decade, Tyrese si è mantenuto su livelli celestiali nell’immediato. Le percentuali sono molto simili, in fondo. <em>Cosa è cambiato? </em>Solo i punti e gli assist, da 17.5 e 9.6 a 19.8 e 10.6. Mica pizza e fichi. <em>Cosa non è cambiato?</em> La leadership cestistica ed emotiva dell’intero universo Pacers; il tentativo di creare sinergie tra compagni, staff e Gainbridge Fieldhouse; l’essere il <a href="https://twitter.com/NBA_University/status/1595147125356388354?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">miglior passatore umano</a> (su LeBron Raymone James Sr si nutre qualche dubbio di robotica origine) per qualità, quantità, tecnica e letture.</p>



<p>Haliburton è al terzo anno nella lega e, inevitabilmente, ha aree del gioco quantomeno da sgrezzare: la predisposizione alla rubata è ancora troppo accentuata e, per quanto le cifre possano suggerire il contrario, la fiducia nel tiro da fuori è ballerina. Non sono il 40.2% da 3 su 7.2 tentativi per game a dirlo: lo sono alcune esitazioni nei momenti caldi della gara, nei quali il suo essere <em>pass first</em> lo limita nel prendere rapide <a href="https://twitter.com/C2_Cooper/status/1601295913242488832?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">decisioni</a>. Vero che la lunghezza delle braccia compensa un’esplosività nel primo passo non esorbitante, ma solo il 12.8% dei punti deriva dai tiri liberi. Troppo poco per essere un’arma offensiva <em>tout court</em>: la presenza di <a href="https://www.indycornrows.com/2022/11/25/23477152/on-the-curious-case-of-ducking-under-against-tyrese-haliburton" target="_blank" rel="noopener">difensori</a> alla Vanderbilt, alla McDaniels o alla Barnes, in grado di passare dietro ai blocchi sulla palla e garantire contemporaneamente una separazione minima per non permettere una sicura linea di penetrazione, in un contesto Playoffs spuntano come funghi.</p>



<p>Eppure, ogni volta che lo si vede condurre la transizione, lo stupore non smette di sorprendere: Tyrese è forte, per davvero. Come spiegare altrimenti una gara da 0/9 al tiro e +8 di Plus/Minus in una sconfitta di 5? C’è chi lo ha paragonato a Nash, chi a Chris Paul, chi a Jason Kidd. Le <em>comparison</em> sono un bell’esercizio di stile e le affidiamo alla paramnesia e agli psicologi. <em>Consentitecelo, però.</em> Oltre a essere una fonte retorica alla quale abbeverarsi (qu<em>Hali</em> altri titoli è in grado di <em>Hali</em>mentare un play dalle visioni g<em>Hali</em>eiane come Tyrese per i redattori dei giorn<em>Hali</em>?), è il volto di Tyrese ad abbacinare. Quel sorriso, quel maledetto sorriso, ricorda quello di un <a href="https://twitter.com/PlaySwoops/status/1594443211283783681?s=20&amp;t=jZ5CbUDzJeie8Yh1EHBe8Q" target="_blank" rel="noopener">#32 gialloviola</a>.</p>



<p>A differenza della maggioranza dei lemmi italiani, crisalide deriva dal greco. Più precisamente da <em>χρυσαλλίς</em>, derivato di <em>χρυσός</em>. “Oro”. L’involucro dorato che protegge, custodisce e consolida. <em>The Hoosier State</em> lo sa meglio di tutti: <em>Blue collar, Gold swagger. And better</em>.</p>
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