<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Alessandro Rosi | Around the Game</title>
	<atom:link href="https://aroundthegame.com/author/alessandro-rosi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://aroundthegame.com</link>
	<description>Dove il basket sopravvive agli highlight</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Oct 2025 16:44:41 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>La Cabeza della Generazione Dorata &#8211; Carlos Delfino</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/carlos-delfino-la-cabeza-della-generazione-dorata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Feb 2022 14:14:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fiba]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[carlos delfino]]></category>
		<category><![CDATA[detroit pistons]]></category>
		<category><![CDATA[houston rockets]]></category>
		<category><![CDATA[larry brown]]></category>
		<category><![CDATA[manu ginobili]]></category>
		<category><![CDATA[milwaukee bucks]]></category>
		<category><![CDATA[olimpiadi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=12448</guid>

					<description><![CDATA[Il racconto - a ritmo serrato - della carriera di Carlos Delfino, uno dei giocatori più iconici che il basket argentino abbia donato ai parquet dei due mondi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Il racconto &#8211; a ritmo serrato &#8211; della carriera di Carlos Delfino, uno dei giocatori più iconici che il basket argentino abbia donato ai parquet dei due mondi. </h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/carlos-delfino-1024x536.jpeg" alt="" class="wp-image-12450" width="768" height="402" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/carlos-delfino-1024x536.jpeg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/carlos-delfino-300x157.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/carlos-delfino-150x79.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/carlos-delfino-768x402.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/carlos-delfino-1080x565.jpeg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/01/carlos-delfino.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<p>Per la testa grande, quadrata, sin da piccolo <strong>Carlos Delfino</strong> veniva chiamato “Cabeza”. Il suo soprannome preferito. Anche se nel tempo ce ne sono stati degli altri: come “Lancha” (barca) o “Quesón&#8221; (Grande formaggio). Ma la “testa”, evidentemente, era destinata a prevalere. Quella che lo ha portato all&#8217;oro olimpico, a <meta charset="utf-8">far parte della “generazione dorata” argentina (che ha collezionato un totale di 17 medaglie d’oro, di bronzo e d’argento), a essere il&nbsp;primo giocatore argentino selezionato nel first round del Draft NBA.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Carlos Delfino siendo elegido en el draft 2003 de la NBA" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/cwATppFw9gM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>UNA FAMIGLIA DI CESTISTI</strong></h3>



<p>Carlos Francisco Delfino, questo il suo nome completo, nasce a <strong>Santa Fe</strong> il 29 agosto 1982. Ha casa vicino alla sede del club per cui gioca da bambino: il Deportivo Libertad. Ma inizia a tirare a canestro molto prima, all&#8217;età di 6 anni, quando suo nonno Carlos Felipe gliene costruisce uno nel giardino di casa.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;Sono sempre stato appassionato di basket. Tanto che da ragazzo, quando mio padre mi mandava a letto la sera, aspettavo che tutti in casa si addormentassero e al buio, in camera mia, giocavo con la palla e un piccolo cerchio che avevo fatto appendere al muro.&#8221; </p><cite>Carlos Delfino</cite></blockquote>



<p>Carlos rappresenta la quinta generazione dei Delfino con lo stesso nome. Il nonno Carlos Felipe è un muratore, che ripara e costruisce giocattoli di cartone e palle da calcio con calzini bucati. Ma si diverte con il nipote anche a camminare sul tetto di casa, a trovare l&#8217;equilibrio giusto. Quello che si respira nel luogo dove cresce il piccolo Carlos. In un&#8217;abitazione sempre piena di persone, di vita: una squadra.</p>



<p>Lo sport è molto presente in famiglia, ma chi più vuole che diventi un giocatore di basket professionista è il padre, <strong>Carlos Gustavo</strong>, che ha giocato ad alti livelli in Argentina. “<em>Non fare i blocchi, fatteli fare</em>”, gli dice. “<em>Impara a palleggiare</em>”. Così, a 15 anni, Carlos Francisco decide di diventare professionista nel basket. <meta charset="utf-8">“<em>Mia madre era arrabbiata </em>– ricorderà più avanti Delfino – <em>perché avevo lasciato la scuola”. </em>Ma la mamma non sapeva che il figlio avrebbe cambiato anche Paese<em>.</em></p>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;ARRIVO IN ITALIA</h3>



<p>A portare Carlos Francisco Delfino in Italia è <strong>Geatano Gebbia</strong>. All&#8217;epoca, l&#8217;allora allenatore della <strong>Viola Reggio Calabria</strong> &#8211; poi anche vice della Nazionale maggiore italiana nel 2001 &#8211; rimane colpito da <strong>Carlos D&#8217;Aquila</strong>: un ottimo giocatore argentino che ha giocato a Cantù e a Napoli, poi ritornato in Argentina, e che faceva parte della prima ondata di naturalizzati in Italia. Così contatta chi lo ha allenato, <strong>Tonino Zorzi</strong>, e punta gli occhi sugli stranieri. <meta charset="utf-8"></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;Avevo molta attenzione per il mondo cestistico sudamericano. Sono andato a vedere il campionato juniores panamericano in Colombia. Fra l’altro, con un certo livello di incoscienza, perché Cali non era tranquilla: infatti mi si raccomandava di non uscire la sera perché pericoloso. Io ero andato per vedere l’Argentina, non sapevo di Carlos. Mentre nel Brasile giocava <strong>Thiago Splitter</strong> (lo Splitter dell&#8217;incredibile <a href="https://www.youtube.com/watch?v=QI8-PbK1wmY" target="_blank" rel="noopener">stoppata </a> in Gara 2 delle Finals a <strong>Lebron James</strong>). Per essere una guardia, aveva una forza atletica non indifferente. Aveva una tecnica più pulita degli altri argentini. È arrivato senza avere la naturalizzazione in Italia. Si è iniziato ad allenare in attesa. Era il giocatore straniero più giovane ad aver giocato in Italia, prima di lui <strong>Bodiroga</strong>.&nbsp;&nbsp;</p><cite>Gaetano Gebbia<br></cite></blockquote>



<p><meta charset="utf-8">Gebbia non sa di essere riuscito<span style="font-size: revert;"> a trovare un accordo con Delfino per puro caso:  egli, infatti, sarebbe dovuto</span> andare a giocare negli States, in una High School. Ma non gli è mai arrivato il visto. </p>



<p>Quando &#8220;Cabeza&#8221; debutta in Italia con Reggio Calabria segna subito 18 punti. Prestazione che Gebbia non dimenticherà mai: soprattutto per una giocata.<span style="font-size: revert;"> </span></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><span style="font-size: revert;">&#8220;Contro la <strong>Scavolini Pesaro</strong>, alla prima partita, prende la linea di fondo e fa una schiacciata rovesciata di potenza che mi ha lasciato impressionato. Senza alcun tipo di intimidazione</span>.&#8221;&nbsp;</p></blockquote>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">PALADOZZA: IL TITANIC</h3>



<p>Con la Viola resta due anni. Poi passa alla <strong>Fortitudo Bologna,</strong> dov&#8217;è subito amore. Per lui rimane &#8220;<em>il periodo più bello fuori dall&#8217;NBA&#8221;</em>. Sensazione? &#8220;<em>Ogni volta che entro lì è come il Titanic. E senitre quella canzone che mette i brividi&#8221;</em>. I tifosi lo accolgono, lo tifano, lo amano. Prima che arrivino le sirene oltreoceano, segna 598 punti in 58 partite. E disputa due finali scudetto, oltre a una di Eurolega. Però, tutte e tre, perse.</p>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">L’ORO AD ATENE</h3>



<p>Il riscatto arriva ad Atene 2004. L’Argentina di <strong><a href="https://aroundthegame.com/hes-manu-diventando-ginobili/">Ginobili</a></strong>, <strong>Scola</strong> e <strong>Delfino</strong> batte il Dream Team degli USA alle Olimpiadi, in semifinale. &#8220;<em>Preparando la partita, per quanto sia difficile farlo con meno di 24 ore di tempo</em>&#8220;, ricorda Delfino all&#8217;<em><a href="https://www.ultimouomo.com/basket-argentina-generacion-dorada/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ultimo Uomo</a></em>, &#8220;<em>abbiamo fatto una scommessa: scommettere contro il loro tiro da fuori e chiuderci in area, puntando su Manu che in quel torneo era come baciato dalle stelle, visto che tutto quello che toccava diventava oro&#8221;.</em> Risultato? 89-81. È finale olimpica. Qui Carlos trova l’Italia e molti compagni di squadra, tra cui <strong>Basile</strong> e <strong>Pozzecco</strong>. “<em>Quel periodo guardavamo la talpa</em>  (ndr, reality show in cui era prevista l’eliminazione dei concorrenti). <em>Prima della finale ci siamo messi in mezzo al campo io, Gianmarco e Gianluca Basile, dicendoci</em> &#8216;Chi perde questa finale è la talpa della squadra&#8217;, <em>visto che quell’anno avevamo già perso finale di Eurolega e campionato, e tra di noi qualcuno avrebbe perso anche la finale olimpica</em>&#8220;. Delfino non è la talpa. Si prende la sua rivincita e conquista l&#8217;oro.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Argentina v Italy - Men&#039;s Basketball Final | Athens 2004 Replays" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/HBJ9u9B1v3A?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">NBA: SUBITO LE FINALS</h3>



<p>Scelto nel 2003 con la numero 25 al primo giro del&nbsp;draft dai <strong>Detroit Pistons</strong>, si trova in una squadra da Titolo: con <strong>Ben Wallace</strong>, <strong>Rip Hamilton</strong> e <strong>Chauncey Billups</strong>. In stagione regolare riesce a tenere 4 punti di media, mentre ai playoff il rookie Delfino non mette piede in campo. Vive però Gara 7 delle Finals, persa contro gli Spurs. Ma resta ancora la Nazionale argentina, tuttavia, a dargli le maggiori soddisfazioni.</p>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">IL BRONZO DI PECHINO</h3>



<p>Per arrivare a lottarsi il terzo posto alle Olimpiadi di Pechino 2008, prima l&#8217;Argentina deve arrivare alle semifinali. Contro la Grecia, quando mancano meno di due minuti alla fine del terzo quarto, i biancocelesti sono in difficoltà. Tutta l&#8217;inerzia è dalla parte degli ellenici. Delfino segna una tripla con 1&#8217;50&#8221; alla fine del terzo quarto, con l&#8217;assist di&nbsp;Manu Ginobili. Poi, i compagni, continuano a servirlo. Lo vedono in ritmo. Delfino segna 18 punti consecutivi. L&#8217;Argentina si porta a casa la vittoria per 80-78. Con gli Stati Uniti esce sconfitta in semifinale, ma è bronzo contro la Lituania.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Beijing 2008 - 4os de final ARG vs GRE - DELFINO 18pts seguidos" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/2Ltdyc5IK3k?start=2&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;ASCESA CON I MILWAUKEE BUCKS</h3>



<p>Al ritorno da Pechino, Delfino trova negli States la casacca dei <strong>Milwaukee Bucks</strong>: dove riesce a esprimersi al meglio. Nella stagione 2009/2010 veste la maglia da titolare e registra una media di 10 punti, 4 rimbalzi e 2,6 assist a partita. È inoltre tra i protagonisti del primo turno dei playoff che i Bucks giocano contro gli Atlanta Hawks.</p>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">LA COMMOZIONE CEREBRALE</h3>



<p>Nel novembre 2010, all&#8217;inizio della stagione, subisce una commozione cerebrale da un colpo ricevuto in una partita contro i&nbsp;<strong>Minnesota Timberwolves</strong>. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><span style="font-size: revert;">“È come se a un certo punto ti levassero il sogno. Questo è quello che mi ha fatto più paura. Ero pessimista, non sapevo se sarei uscito dal tunnel. Poi, alla fine, ce l’ho fatta. Mi sono spaventato molto. Non potevo guardare la tv, leggere o fare altro. Stavo solo con il cane”</span>&nbsp;.</p><cite>Carlos Delfino</cite></blockquote>



<p>Dopo aver trascorso più di due mesi e mezzo senza giocare, torna rapidamente nel quintetto titolare.&nbsp;E nel marzo 2011 batte il suo record di punti in una partita NBA:&nbsp;ne segna 30 sia contro i&nbsp;New York Knicks&nbsp;che contro i&nbsp;Sacramento Kings.</p>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">IL LITIGIO CON JAMES HARDEN</h3>



<p>Nell&#8217;estate del 2012 sceglie di andare agli&nbsp;<strong>Houston Rockets</strong> con James Harden.&nbsp;Qui realizza una delle sue migliori stagioni giocando come sesto uomo, raggiungendo anche i Playoff.&nbsp;Carlos finisce come il miglior tiratore da 3 punti per minuti giocati dell&#8217;intero campionato NBA.&nbsp;In questa stagione c&#8217;è anche un aneddoto. </p>



<p>&#8220;<em>Era la partita di Natale</em> – racconta Delfino in un&#8217;intervista – <em>Nel primo tempo James Harden non la passava mai. Allora all&#8217;intervallo, mentre eravamo nel corridoio che conduce agli spogliatoi, l’ho preso per la barba per dirgliene quattro. Ma poi l’ho lasciato perché si è mossa la telecamera”</em>.</p>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">LA FRATTURA</h3>



<p>La stagione con gli Houston Rockets, però, non si conclude bene. Mentre &#8220;posterizza&#8221; con una schiacciata Kevin Durant in Gara 4 dei Playoff contro gli&nbsp;Oklahoma City Thunder, cade male, e si frattura l&#8217;osso scafoide del piede destro. Un infortunio che lo costringe a stare lontano dai campi per più di tre anni. 1000 giorni in cui si sottopone a sette operazioni. Pensa anche a mollare. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;Mi sono arrivate tantissime offerte: da allenatore, dirigente, manager. Ma volevo continuare a giocare.&#8221;</p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Carlos Delfino&#039;s posterizing dunk on Durant!" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/CbW3aAeUFiA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:50px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">IL RITORNO IN ITALIA</h3>



<p>Non ci poteva essere ritorno più romantico che in Italia.<strong> <a href="https://aroundthegame.com/post/directors-cut-woody-allen-racconta-larry-brown/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Larry Brown</a></strong> lo sceglie a <strong>Torino </strong>15 anni dopo averlo preso per il draft a Detroit. L&#8217;avventura nel capoluogo piemontese non finisce bene. Pugno in faccia al presidente della squadra dopo un diverbio tra i due nello spogliatoio. Delfino, allora, torna al Paladozza, dove vince il campionato italiano dilettanti. </p>



<p>E ora, all&#8217;età di 39 anni, continua a stupire con la maglia della <strong>Victoria Libertas Pesaro</strong>. </p>



<p>Tutta questione di testa.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dino Radja: la leggenda di Spalato</title>
		<link>https://aroundthegame.com/dino-radja-la-leggenda-di-spalato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jun 2021 09:51:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fiba]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Croazia, Italia, Stati Uniti e Grecia: un viaggio nella carriera di Dino Radja.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Croazia, Italia, Stati Uniti e Grecia: un viaggio nella carriera di un giocatore che ha letteralmente trasformato il ruolo di centro.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_319bc2fb58774389aa1ba5b72d740361-mv2.jpeg" alt="Dino Radja"/></figure></div>



<div></div>



<p class="has-text-align-center"><em>Si ringraziano Flavio Ciriaci e Jelena Adzic per il contributo.</em></p>



<p>Due ricordi non si possono dimenticare per chi visita <strong>Spalato.</strong> Uno riguarda le ginestre, le piante con i fiori gialli che circondano e danno il nome alla seconda città più importante in <strong>Croazia </strong>oltre che il colore alla squadra di riferimento del posto: la <strong>Jugoplastika.</strong> L’altro è <strong>Dino Radja,</strong> un giocatore che è diventato leggenda quando negli anni Ottanta mostrava un modo di giocare mai visto prima. Ricopriva il ruolo di centro, ma in realtà si muoveva come un’ala grande. Una visione del basket che non esisteva in precedenza, che però sarà utilizzata sempre più spesso dopo. Ed è anche per questo motivo che entrerà nella Hall of Fame nel 2018: terzo croato nella storia dopo Krešimir Ćosić e Dražen Petrović, e ottavo europeo. Ma Dino Radja è conosciuto anche per altre ragioni, tanto che Michael Jordan l’ha considerato il più forte giocatore d’Europa.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Dino Radja: l&#8217;inizio con la pallamano, il nuoto e la pallanuoto</h3>



<p>Il pivot di 212 centimetri nasce a Spalato il 24 Aprile del 1967. La città è un grande centro per il basket. E lo sarà dagli anni Sessanta fino a metà degli anni Novanta. La Jugoplastika è la squadra simbolo del posto. Radja ci arriva a 15 anni, nel 1983-1984, dopo aver giocato a pallamano, nuoto e pallanuoto.</p>



<p>Ma già due anni dopo sulla panchina c’è un cambio. La stagione 1985-86 non è delle migliori. La squadra è in zona retrocessione. E la società, allora, sostituisce il coach Slavko Trninic.</p>



<p>Ora c’è Zoran “Moka” Slavnić. “<em>Prima del suo arrivo </em>– racconta Dino Radja in un’intervista al canale televisivo K1 Televizija – <em>lavoravamo come cani ma non giocavano bene”.</em> Slavnić li cresce, ma c’è anche il momento dell’abbandono.</p>



<p>“<em>Avevamo 19 anni </em>– prosegue Radja – <em>era appena passato un anno e mezzo da quando ci aveva iniziato ad allenare. È venuto negli spogliatoi nel giorno della partita, ma noi non sapevamo che si era dimesso. Ci eravamo affezionati, era un genio, la persona giusta al momento giusto. Lavoravamo anche 10 ore al giorno. Moka ha cambiato il ritmo degli allenamenti, ha tanti meriti su come siamo cresciuti. Siamo rimasti sotto choc.”</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_f8a74d054bf748d2bf21abffc03e935e-mv2.jpeg" alt=""/></figure></div>



<h3 class="wp-block-heading">I successi con la nazionale</h3>



<p>Nel frattempo il giovane centro muove i primi passi in Nazionale. E per l&#8217;EuroBasket del 1987 ad Atene, l’allenatore della Croazia Cosic lo chiama insieme ad altre tre grandi prospetti: Kukoc, Divac e <strong>Djordjevic.</strong></p>



<p>Tornano a casa con la medaglia di bronzo, ma ad agosto c’è una nuova competizione ad attenderli. Che stavolta riguarda, però, la squadra U19 della Croazia. C’è il Mondiale U19 a Bormio. Lì vincono la medaglia d&#8217;oro battendo due volte gli USA allenati da <strong>Larry Brown,</strong> che schierava in campo Kevin Pritchard, Larry Johnson, Gary Payton, Scott Williams, Stacey Augmon, Dwayne Schintzius, Brian Williams e Stephen Thompson.</p>



<p>Nella partita per il titolo, Pesic punta tutto sul gioco interno: e la coppia Divac-Radja brilla con rispettivamente 21 e 20 punti.</p>



<p>Con la Nazionale vince anche un argento alle Olimpiadi di Seoul del 1988 e una d’oro, in Italia, all&#8217;EuroBasket del 1991. Un altro argento arriva un anno più tardi: nel 1992. Quando Radja gioca con la Croazia le Olimpiadi di Barcellona e conquista il secondo posto dopo aver perso in finale contro il<strong> Dream Team USA.</strong></p>



<p>Ma i successi con la Nazionale non finiscono qui. Nei tre anni successivi Radja vince medaglie di bronzo con la Croazia agli EuroBasket del 1993 in Germania (17,1 punti), del 1995 in Grecia (13,9 punti e 5,7 rimbalzi) e anche ai Mondiali del 1994 a Toronto (22,4 punti e 8,5 rimbalzi).</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Dino Radja - [MIX 2012] Ⓒ [HD]" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/ct8wHrSakKk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">La Jukoplastika dei sogni</h3>



<p>I risultati, però, arrivano anche con la Jugoplastika. Tre Euroleghe di fila, dal 1989 al 1991, insieme a Toni Kukoc. Anche se, all’inizio, c’erano molti dubbi sul nuovo allenatore.</p>



<p>“<em>Si aspettavano tutti un grande nome –</em> spiega Radja – <em>e invece arriva Božidar Maljković, che aveva fino a quel momento allenato nelle leghe minori. C’era grande sfiducia. Non solo in me, ma in tutti i giocatori.” </em></p>



<p>Il giocatore nato a Spalato non si tira indietro e ne parla apertamente con la società:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Perché avete scelto come coach Maljković? Si deve esercitare su di noi?”</em></p></blockquote>



<p>Ma basta un allenamento con quello che è soprannominato da tutti &#8220;Bozo&#8221; per convincerli. Radja e Kukoc vengono lanciati.</p>



<p>Nel 1987-88 la Jugoplastika vince il primo di quattro titoli consecutivi.</p>



<p>Per avere successo, però, ci sono dei segreti.</p>



<p>“<em>Ci vuole disciplina e tanto lavoro”,</em> racconta Radja in un’intervista a un’emittente locale.</p>



<p>Inoltre, agli allenamenti, nessuno poteva arrivare in ritardo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Boža parlava con tutta la squadra degli avversari e voleva anche sentire l’opinione di ognuno. Ha introdotto nuovi metodi, portando anche ‘il professore’ Nikolic”.</p></blockquote>



<p>Si tratta di <strong>Aleksandar <em>Aca </em>Nikolić.</strong> Bozo lo chiama Nikolic senza aver paura di scegliere qualcuno che fosse più bravo di lui su alcuni aspetti. Con Nikolic si inizia a lavorare di più sulla psicologia: c’era più sforzo mentale. Un approccio che segna Radja.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Dopo Jugoplastika era difficile allenarsi con altri allenatori. Mi è successo spesso che mi rendevo conto di sapere più cose degli altri coach e, a 23 anni, mi sono sentito più competente dell’allenatore.”</p></blockquote>



<p>Nel 1989 conquista la prima Eurolega alle Final Four di Monaco, e la squadra di Spalato diventa un simbolo di quel periodo. Anche perché riesce a vincere senza nessun giocatore straniero. Un evento che non ha paragoni con i team di oggi. Ma per Dino Radja suonano le sirene dell’NBA.</p>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;NBA negata</h3>



<p>Fine giugno 1989. Il 22enne viene scelto dai <strong>Boston Celtics </strong>al secondo turno con la numero 40. Dino è pronto a raggiungere nella lega americana i compagni jugoslavi Vlade Divac, Dražen Petrović e Žarko Paspalj.</p>



<p>Ma Josip Bilić, direttore generale della Jugoplastika, si oppone.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Rađa è sotto contratto fino al 1992. Non si muove.” </em></p></blockquote>



<p>Anche Božidar Maljković chiede alla federazione jugoslava, la Jugoslav Basketball Association (KSJ), di adottare politiche di salvaguardia dei propri giovani: e così impedire ai giocatori di età inferiore ai 26 anni di trasferirsi nelle squadre NBA. Radja, però, forza la mano. A inizio agosto va Stati Uniti, firma un contratto di un anno con i Celtics e si inizia ad allenare. La Jugoplastika non molla la presa e passa alle vie legali. L&#8217;udienza è fissata il 26 settembre 1989. Il giudice Douglas Woodlock della corte del Distretto del Massachusetts si pronuncia a favore della squadra croata, impedendo così a Rađja di giocare per i Celtics. Torna alla Jugoplastica: ed è l’anno migliore.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Quando guadagnava più di Maradona</h3>



<p>Con la squadra di Spalato vince la coppa jugoslava, il campionato e, ancora una volta, l’Eurolega, stavolta a Saragozza, in Spagna.</p>



<p>L’estate successiva, tuttavia, il contratto gli scade. È libero.</p>



<p>Ma non sceglie l’NBA, bensì il Messaggero <strong>Roma.</strong> Anche perché gli offre un contratto migliore rispetto alla lega americana. Se il giocatore più pagato in Italia nel 1991 è Kukoc, che il 14 maggio firma un contratto da 15,3 milioni di dollari in cinque anni con la Benetton, Dino Radja è il secondo: con 15.</p>



<p>Più di <strong>Diego Armando Maradona </strong>e <strong>Ruud Gullit, c</strong>he prendevano rispettivamente 13,7 milioni al Napoli e 12,8 milioni al Milan.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Rispetto allo Jugoplastika, dove si guadagnava poco, quando arrivi al momento in cui ti offrono i milioni pensi solamente ad andare laddove ti offrono più soldi: che sia l’Italia, l’NBA o in Afghanistan. Tuttavia, dopo quel contratto con Roma i soldi non erano più importanti per me, perché facevo contratti per meno soldi ma andavo dove volevo giocare. Quando sono andato al Messaggero sono andato per i soldi.” </em></p></blockquote>



<p>È l’Italia dei grandi investimenti. E il gruppo agroalimentare Ferruzzi, proprietario della Virtus Roma, vuole creare una squadra per vincere tutto. Manca però qualcosa.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Avevo problemi quando sono arrivato in Italia: e</em>ro abituato con Boza ad allenarmi 10 ore al giorno e quando sono arrivato al Messaggero loro si allenavano un’ora e mezza due volte a settimana.”</p></blockquote>



<p>Dopo due mesi non riesce più a primeggiare contro gli avversari: prende allora un personal trainer con il quale lavorerà poi per 12 anni.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La coppa Korac con il Messaggero Roma</h3>



<p>La squadra gioca male, nonostante i tanti soldi investiti.</p>



<p><em>“È venuto allora il proprietario della squadra e ci ha chiesto quale fosse il problema? Io ho gli ho risposto che il problema era che non facevamo niente. Lo sapevo perché prima lavoravo tanto e avevo raggiunto quei risultati per i quali mi avevano portato lì; lì mi stavo allenando solo al 20% rispetto a quanto facevo prima.&#8221;</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;Come vi aspettate dei risultati con così poco allenamento?”</p></blockquote>



<p>Dichiarazioni che era meglio evitare.</p>



<p>&#8220;<em>A quei tempi, l’allenatore di Roma era una leggenda in Italia &#8211;</em> <strong>Valerio Bianchini, n</strong>dr<strong> &#8211; </strong><em>e tutti si sono arrabbiati contro di me: chi ero io per parlare così male a 23 anni di una leggenda? Anche i giornalisti se la sono presa con me. Tuttavia, il proprietario era intelligente e ha eliminato subito l’allenatore”.</em></p>



<p>Arriva <strong>Paolo Di Fonzo. </strong>Ma anche con il nuovo coach non trova subito la sintonia giusta.</p>



<p>“<em>È poi subentrato l’assistente del vecchio allenatore, nonchè suo migliore amico, che mi odiava a sua volta. Ma poi ha capito anche lui di aggiungere più allenamenti e subito si è notata la differenza”.</em></p>



<p>I risultati, però, non sono quelli che il gruppo Ferruzzi si aspettava. Dal 1990 al 1993 la società giallorossa vince solo la coppa Korac (1992).</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="[1992] Korac Cup Final (Game 2): Scavolini Pesaro vs Il Messaggero Roma" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/Mdt9ZhgpeV4?start=4944&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3 class="wp-block-heading">I quattro anni con i Boston Celtics</h3>



<p>A 26 anni suona ancora la sirena oltreoceano. Sono di nuovo i <strong>Boston Celtics </strong>a chiamarlo nel 1993.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“In quel momento, andare in NBA era uguale ad andare su Marte. Non sapevi cosa ti aspettasse. Noi li immaginavamo tutti come alieni che mangiavano la gente. E&#8217; stato il mio trasferimento più coraggioso.”</p></blockquote>



<p>Nella Lega delle stelle gioca anche contro Michael Jordan, che lo ritiene “il più bravo giocatore dell’Europa”. Ma Radja, che è un centro, gioca anche contro Shaquille O’Neal. Che sensazione ha provato?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Come spingere un camion. Non puoi marcarlo da solo, devi avere sempre due persone contro Shaq. Puoi solo limitarlo, ma quando lo marchi da solo comunque segna lo stesso.&#8221;</p></blockquote>



<p>Nei quattro anni a Boston Radja ha una media di 16,7 punti a partita e oltre 8 rimbalzi. Anche se non vince neanche un titolo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Quando sono andato a Boston, avevo uno stipendio cinque volte inferiore a quello di prima. Ma avevo più ambizione. Per me i soldi non erano più essenziali. Certo, è bello avere certe comodità: ma alla fin fine è uguale guidare da Spalato a Zagrabia, che sia una Golf o una Ferrari”.</p></blockquote>



<h3 class="wp-block-heading">La Grecia e il pugno al presidente dell&#8217;Olimpiakos</h3>



<p>Nell&#8217;estate del 1997 passa ai <strong>Philadelphia 76ers.</strong> Ma i medici dubitano che le sue ginocchia possano sopportare quattro partite a settimana. Radja, allora, chiede di tornare in Europa.</p>



<p>Atterra in Grecia, dove gioca per il <strong>Panathinaikos.</strong> E in due anni vince due campionati greci. Nella stagione 1999-2000 torna però in patria. Ma non con il KK Split (l&#8217;ex Jugoplastika), bensì il <strong>KK Zadar.</strong></p>



<p>Un anno più tardi sceglie come destinazione Il Pireo e firma per l&#8217;<strong>Olympiakos.</strong></p>



<p>Il 16 ottobre 2000, contro il Real Madrid, Dino Radja diventa il primo giocatore a segnare un canestro nella nuova Euroleague.</p>



<p>Dall’Olimpiakos va però via perché ha uno scontro con il figlio del presidente arrivando a tirargli persino un pugno in faccia.</p>



<p>Con i tifosi si trovava bene (<em>“mi è piaciuto molto stare ad Atene in quei tre anni, ho molti amici lì”) </em>ma non con i coach<strong>. </strong></p>



<p><em>“Volevo aiutarli, soprattutto l’allenatore del Olimpyakos che era giovane e non voleva sentire i miei suggerimenti. Mi incazzavo, rompevo tutto e sbattevo quello che avevo intorno. All’allenatore dell’Olimpiakos non piaceva il mio comportamento. Ci siamo incontrati poi dopo 10 anni e mi ha detto che io ero il miglior giocatore che avesse mai allenato, ma in quel momento non se ne rendeva conto.”</em></p>



<p>Dopo un anno all&#8217;Olympiakos, Radja torna in Croazia e firma con il <strong>Cibona,</strong> anche se per un breve periodo. La sua ultima stagione, però, decide di giocarla con la squadra con cui ha iniziato. Portando il KKSplit (ex Jugoplastika) alla vittoria e interrompendo così la striscia di 11 titoli consecutivi del Cibona.</p>



<p>È il momento per ritirarsi. Radja alza il titolo, si fuma un sigaro e festeggia la sua carriera.</p>



<p>Una vita da leggenda.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Dino Radja’s Basketball Hall of Fame Enshrinement Speech" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/j8TrVq-dcQ8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I lati nascosti di Peja Stojakovic</title>
		<link>https://aroundthegame.com/i-lati-nascosti-di-peja-stojakovic/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Apr 2021 08:32:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Dalla Croazia alla Serbia e dalla Grecia agli Stati Uniti: una carriera volta a ricomporre il puzzle della propria vita. Un campione ha sempre un lato nascosto, una parte da mostrare solo nei momenti importanti, in quelli di estrema difficoltà, nelle fasi decisive di una partita. Ma ci sono anche aspetti della propria persona che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Dalla Croazia alla Serbia e dalla Grecia agli Stati Uniti: una carriera volta a ricomporre il puzzle della propria vita.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_ab6a6ea078b7407f9a151244e6f450bb-mv2.jpeg" alt="Peja Stojokovic" width="710" height="400"/></figure></div>



<p>Un campione ha sempre un lato nascosto, una parte da mostrare solo nei momenti importanti, in quelli di estrema difficoltà, nelle fasi decisive di una partita. Ma ci sono anche aspetti della propria persona che non si vorrebbero far emergere mai.</p>



<p>Tra quelli di <strong>Predrag</strong> <strong>Stojakovic </strong>c’è Petros Kinis.</p>



<div style="height:37px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">PEJA STOJAKOVIC, &#8220;FIGLIO ILLEGITTIMO&#8221; DI UN GIOCATORE GRECO</h2>



<p>È il 1993. Un giovane cestista greco sta andando con la squadra al palazzetto più grande di Salonicco, l’Alexandreio Melathron dedicato ad Alessandro Magno. Qui ci gioca l’Aris BC, ma anche il Paok. E con la maglia bianca e nera della seconda squadra c’è un ragazzo di 16 anni che segna triple a ripetizione. Nessuno l’ha mai visto prima. Come si chiama? È <strong>Petros Kinis</strong>: la nuova stella del Paok che viene dalla Serbia. Ogni volta che la sua squadra finisce l’allenamento rimane un’ora in più per tirare.</p>



<p>Quel giovane, in realtà, è Peja Stojakovic. Ha un nome greco perché a quel tempo c’è un numero massimo di giocatori esteri che una squadra ellenica può avere nel roster. E il Paok ha già raggiunto il limite, ma vuole avere il prodigio che viene dalla Serbia. Così <strong>Stavros Kinis</strong>, un atleta del <strong>Paok</strong>, spinto dalla società afferma di avere un figlio illegittimo: Peja.</p>



<p>Il giovane riesce in questo modo a prendere il passaporto greco come Petros Kinis e a giocare per il Paok. Ma il motivo per cui Stojakovic si trova in Grecia è un altro.</p>



<div style="height:37px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">LA STELLA ROSSA</h2>



<p>Predrag Stojaković nasce a Pozega, <strong>Croazia,</strong> nel 1977. È costretto però a spostarsi con la famiglia a <strong>Belgrado </strong>a causa delle guerre jugoslave: il padre ha combattuto nell’esercito e il supermarket dei genitori è stato raso al suolo dalle bombe. Nella capitale serba gioca la mattina a pallavolo e pallamano, perché nei licei sono gli sport da fare obbligatoriamente, e il pomeriggio si allena con la <strong>Stella Rossa, </strong>che tuttora è la sua squadra del cuore. Si mette in mostra e, a soli 16 anni, firma il primo contratto da professionista con il Paok.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja.jpeg" alt="" class="wp-image-20076" width="385" height="257" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja.jpeg 770w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-300x200.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-150x100.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-768x512.jpeg 768w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></figure></div>



<p>Non è l’unico a trovare rifugio in Grecia. Tanti altri seguiranno il suo esempio prendendo il passaporto greco: come Milan Tomic, Dusan Vuksevic, Dragan Tarlac (che giocherà per i Bulls nel 2000) e Franko Nakic. Tutti giocheranno per l’Olympiacos, la squadra contro cui Peja nella stagione 1997/98 mostra uno dei suo lati nascosti.</p>



<div style="height:37px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">GLI ANNI ALL&#8217;OLYMPIACOS</h2>



<p>L’<strong>Olympiacos </strong>della metà degli anni Novanta ha messo in piedi una dinastia. Dalla stagione 1992/93 fino al 1996/97 ha vinto cinque titoli in cinque anni, registrando il record di 111 vittorie e sole 19 sconfitte. Che sommate alle due finali consecutive in Eurolega nel &#8217;94 e &#8217;95 portano la FIBA a nominare la squadra greca come il miglior team degli anni Novanta.</p>



<p>Nella stagione 1997/98 la semifinale è al meglio delle 5 e la serie con il Paok di Stojakovic è sul 2-2. Gara 5 è in casa dell’Olympiacos. La partita è tiratissima, si segna pochissimo. A un possesso dalla fine, il risultato è ancora in bilico: 55 pari. Ma c’è un ventenne pronto a svelare la sua identità.</p>



<p>Stojakovic porta la palla avanti e segna il tiro che dà davvero inizio alla sua carriera, marcando la fine del regno dell’Olympiacos. Mostra il suo lato vincente, quello che lo porterà a essere conosciuto Oltreoceano.</p>



<div><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/OKn9YZc9YJw" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></div>



<div style="height:37px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;NBA</h2>



<p>L’<strong>NBA </strong>sa già che Stojakovic è un campione. E infatti nel <strong><a href="https://aroundthegame.com/greatest-class-ever-draft-1996/">Draft 1996</a> </strong>i <strong>Sacramento Kings</strong> lo chiamano dopo Kobe Bryant. Geoff Petrie, GM di Sacramento, ne rimane colpito quando lo vede segnare a ripetizione in allenamento, e lo sceglie alla 14.</p>



<p>Quando Peja comunica ai genitori la notizia, i suoi non hanno la minima idea di quanto è appena accaduto: <em>“Quattordicesima scelta? E cosa significa?»</em> Lui invece lo sa.</p>



<p>È cresciuto guardando i Bad Boys di Detroit, i Celtics di Bird e i Bulls di MJ. Ha un’ossessione per l’NBA, tanto che sua madre lo deve cacciare in stanza perché le partite iniziano alle 2 di notte e lui vuole rimanere a vederle in sala. Il suo sogno? Hasempre risposto: partecipare all’All-Star Game.</p>



<p>Quando nel 1993, a 15 anni, vede il tedesco Detlef Schrempf diventare il primo europeo a giocare la partita delle stelle, un giorno vuole esserci anche lui tra i migliori della Lega. Ma per arrivare in America deve aspettare due anni dopo il Draft. Il Paok non gli permette di uscire dal contratto: il proprietario non vuole soldi, ma solo che continui a giocare in Grecia.</p>



<p>È il 1998, quindi, il primo anno di NBA per Stojakovic, quello dove ha più difficoltà. Emerge il lato tenebroso di Peja. I tanti cambiamenti e le difficoltà lo trascinano in una profonda depressione. Dai 23.9 punti a partita che segnava per il Paok nel campionato greco, nella stagione da rookie il giovane dalla Serbia si trova con una media di 8.4 punti a partita e con una percentuale al tiro del 37.8%.</p>



<p>Non riesce a dimostrare il suo valore, vuole tornare a casa. Ma il compagno <strong>Vlade Divac</strong> lo prende sotto la sua ala protettiva. «<em>Il tuo tempo sta per arrivare»,</em> gli dice. Così Peja decide di provare a proseguire fino al termine del suo contratto di tre anni. E si mette a lavorare senza sosta, tirando dopo l&#8217;allenamento 100 triple alla volta.</p>



<p>Chi ha potuto vederlo dice che di solito ne segnava 70, ma una volta anche 87. Per lui non c’è nulla di strano, ci è abituato. Quando aveva 14 anni il coach insisteva per fargli tirare dalle 500 alle 800 triple al giorno. E così, nel 2001 arriva la consacrazione: 20 punti di media, 5.8 rimbalzi e percentuale al tiro da tre vicina al 40%. Coronando il suo sogno da bambino, arriva il suo primo <strong>All-Star Game</strong>.</p>



<p>La sua stella brilla anche in Nazionale. La <strong>Jugoslavia </strong>degli Europei del 2001 è imbattibile. Vince tutte le gare (tranne una: la finale contro Turchia che finisce 78-69) con uno scarto in doppia cifra. A motivare i giocatori è la sconfitta nei quarti di finale alle Olimpiadi del 2000. E Stojakovic è il leader della Jugoslavia degli Europei: nella competizione registra 23 punti di media segnando 18/35 da tre in 6 gare. Cifre che lo portano a essere nominato MVP. Ma il lato oscuro sta per tornare.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-divac.jpeg" alt="" class="wp-image-20077" width="480" height="240" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-divac.jpeg 959w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-divac-300x150.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-divac-150x75.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-divac-768x384.jpeg 768w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></figure></div>



<div style="height:37px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ERRORE DI GARA 7</h2>



<p>Stagione 2001/02, <strong>Western Conference Finals,</strong> Gara 7. I <strong>Lakers </strong>di Kobe e Shaq difendono il Titolo, mentre i Kings di Webber e Stojakovic provano a farli cadere.</p>



<p>I Kings sono sotto di 1 e con 13 secondi sul cronometro Turkoglu passa la palla a Peja tutto solo dietro l’arco. Ma il suo tiro non finisce dentro al canestro. All’overtime ha però l’occasione per riscattarsi: Bibby gli passa la palla e lui, di nuovo, non segna. Non tocca neanche il ferro.</p>



<div><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/FuRhocB5AWA" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></div>



<p>La caviglia destra gli fa ancora male. Se l&#8217;era slogata in Gara 3 delle Semifinali contro Dallas e l&#8217;infortunio l&#8217;aveva costretto alla panchina nelle prime tre partite contro i Lakers. L&#8217;episodio, però, lo segna, ma gli darà anche le energie per portarlo a mostrare il suo lato più luminoso. Ancora una volta, sarà la Nazionale ad accenderlo.</p>



<div style="height:37px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">I MONDIALI DEL 2002</h2>



<p>Ai Mondiali del 2002 Peja fa la storia. Porta la Jugoslavia a sconfiggere nei quarti di finale gli Stati Uniti, che peraltro giocano in casa, per 81-78. “<em>Abbiamo fatto la storia”</em>, dice a fine partita Ben Wallace, “<em>ma non quella che avremmo voluto”</em>.</p>



<p>Stojakovic ne segna 20 e nel torneo ha la media più alta della squadra con 18.8 punti a partita. Lo aiutano Dejan Bodiroga, la leggenda con in tasca lo yo-yo, e l’amico fraterno Vlade Divac. Insieme a lui, nella finale vinta contro l’Argentina, mettono in piedi un piccolo show. In <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.facebook.com/FIBAWC/posts/peja-stojakovic-goes-backdoor-in-the-2002-fibawc-in-the-latest-of-our-aeroflot-a/2210611639230905/" target="_blank" rel="noopener">un’azione</a></span> Peja fa un taglio backdoor, il compagno gli passa la palla battuta a terra, e lui schiaccia a canestro, guardando con occhi da assassino gli avversari.</p>



<p>Le Olimpiadi di Atene del 2004, invece, non lo vedranno come protagonista. “<em>Ho giocato per la nazionale per 6 anni. E ogni estate c’è una competizione: il Mondiale, l’Europeo, le Olimpiadi. Sono stanco. Guarderò le partite dalla spiaggia di Salonicco”</em>. Ma ci sono anche altri motivi: come obbligo per ogni cittadino greco, deve servire per l’esercito tre mesi, e la sua ragazza aspetta un bambino. Abbandonata la Nazionale, si riscatta però con Sacramento.</p>



<p>Stojakovic, nella stagione 2003/04, mette insieme numeri impressionanti. I Kings non hanno Webber (5 mesi fuori), Divac è sul viale del tramonto e Bobby Jax continua a infortunarsi. Lui alle percentuali registra 51.1 / 43.3 / 92.7 e Sacramento inizia 48-16. Peja conclude la stagione come miglior scorer della lega dopo T-mac, con più di 24 punti di media a partita, e diventa il primo europeo a finire nella Top-4 per l’MVP.</p>



<p>Stavolta sembra non mancare nulla. Ma non è così. I Kings escono dai Playoffs a Gara 7 delle WCF buttati fuori dai Minnesota Timberwolves di Kevin Garnett e Sam Cassell. Peja ne segna 8 in quella gara e a fine partita Webber dice che alcuni compagni non sono stati duri al punto giusto. Stojakovic risponde: “<em>Non giochiamo bene. Non c’è la giusta chimica”</em>.</p>



<p>È la fine di un ciclo. Qualcosa si è rotto nello spogliatoio dopo che Divac è stato mandato ai Lakers. Lui non l’ha accettato. Chiede di andare via, ma verrà accontentato solo due anni più tardi, quando a fine contratto atterrerà a Indianapolis.</p>



<p>Con <strong>Indiana </strong>gioca 4 mesi nel 2006. Segna in media 19.5 punti a partita in 40 gare e aiuta i <strong>Pacers </strong>a raggiungere i Playoffs. Ma non scende in campo per 4 delle 6 partite del primo turno contro i Nets. Il ginocchio lo blocca. E l&#8217;incubo degli infortuni torna a fargli compagnia. Il suo agente dice: “<em>Vuole finire la carriera con Indiana”</em>. Ma Peja guarda nello spogliatoio e non è convinto.</p>



<p>Esce dunque dal contratto con i Pacers nel luglio del 2006 e firma con gli <strong>Hornets.</strong> Una squadra che l&#8217;anno prima aveva mancato di poco i Playoffs, con un record di 38-44. Peja si trova bene con Chris Paul, nominato Rookie dell’Anno nel 2005, e David West, lo scoring leader del team, cui la franchigia aggiunge Tyson Chandler. Ma a convincere il serbo c&#8217;è anche, ovviamente, un contratto da 64 milioni di dollari per 5 anni.</p>



<p>Nel novembre del 2006, Peja diventa il primo giocatore nella storia dell’NBA a segnare i primi 20 punti della sua squadra in una partita. Un’impresa che non è riuscita neanche a Chamberlain, Russell, Magic o Bird. Nella vittoria per 94-85 contro gli Charlotte Bobcats finisce con 42 punti e un primo quarto da 22 punti e 4 triple segnate. Ma non sono gli unici primati del campione serbo.</p>



<p>Il tre volte All-Star (2002-2003-2004), di record, ne ha collezionati diversi. Oltre a lui, solo cinque giocatori nella storia dell’NBA hanno vinto più di una volta (Stojakovic nel 2002 e nel 2004) il <strong>Three Point Contest:</strong> Larry Bird, Jeff Hornacek, Craig Hodges e Mark Price. Eppure il suo tiro non è ammirato. C’è chi lo definisce “dell’ubriaco” perché alza il gomito e sembra ogni volta che stia per cadere all’indietro. Anche lui è consapevole di avere un tiro che può sembrare “strano”, ma sa anche “<em>che il tiro parte dalla tua testa e da quanta fiducia hai.” </em></p>



<p>La soddisfazione più grande se la riserverà a fine carriera, dopo la parentesi a <strong>Toronto</strong>, dove<strong> </strong>gioca solo 2 partite. L’ombra degli infortuni torna su di lui. Una costante lungo tutta la sua carriera. Nel 2007 manca 69 partite per problemi alla schiena; nel 2009 è costretto a guardarne 15 dalla tribuna per gli stessi problemi; nel 2010 è fuori per 18 match a causa di dolori addominali; e poi ne mancherà 33 per problemi al ginocchio sinistro la stagione successiva.</p>



<p>Acciaccato, ma pur sempre un cecchino dalla distanza, lo prendono i <strong>Dallas Mavericks.</strong> Dove insieme a <strong>Dirk Nowitzki,</strong> <strong>Jason Kidd </strong>e <strong>Shawn Marion </strong>corona il sogno di una vita.</p>



<p>Nella sua ultima partita da giocatore, anno 2011, Peja Stojakovic vince l&#8217;anello. E così diventa uno dei tre giocatori ad aver vinto un titolo NBA, un mondiale e un Europeo, dopo <strong>Pau Gasol </strong>e <strong>Toni Kukoc</strong>. Ricomponendo i pezzi: il lato croato con quello serbo, e la parte greca con quella americana.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-dallas.jpeg" alt="" class="wp-image-20078" width="578" height="361" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-dallas.jpeg 1023w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-dallas-300x188.jpeg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-dallas-150x94.jpeg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-dallas-768x480.jpeg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/06/peja-dallas-800x500.jpeg 800w" sizes="(max-width: 578px) 100vw, 578px" /></figure></div>



<p>Una vita per trovare la pace, nella guerra che lo aveva portato a &#8220;combattere&#8221; in giro per il mondo.</p>



<p>Che lungo viaggio, Peja. E che lieto fine.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Michael Jordan Greatest Hits</title>
		<link>https://aroundthegame.com/michael-jordan-greatest-hits/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 10:22:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[chicago bulls]]></category>
		<category><![CDATA[michael jordan]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[R&#038;B, soul, hip hop. La carriera della leggenda dei Chicago Bulls è un mix di generi musicali. Ecco le principali tracce che hanno segnato la sua vita.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">R&amp;B, soul, hip hop. La carriera della leggenda dei Chicago Bulls è un mix di generi musicali. Ecco le principali tracce che hanno segnato la sua vita.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_d4716a90a1094cc9a930f9dabb9be59e-mv2.jpeg" alt=""/></figure></div>



<p>Veder giocare <strong>Michael Jordan </strong>è musica per le proprie orecchie. Nel palleggio l&#8217;<strong>hip hop,</strong> nelle schiacciate il <strong>funk </strong>e nel tiro l&#8217;<strong>R&amp;B.</strong> Un mix di generi che mischiati tra loro creano una sinfonia unica. La leggenda dell&#8217;<strong>NBA </strong>ha portato la musica in campo, ma anche fuori sono state diverse le collaborazioni con artisti, performer e musicisti. Tanto che alcune canzoni hanno segnato la sua carriera.</p>



<h2 class="wp-block-heading">1990. Anything Is Possible</h2>



<p>Non ha ancora vinto un Titolo Michael Jordan quando nel 1990 gira il suo primo videoclip musicale. Alzerà il <strong>Larry O&#8217;Brien Trophy </strong>nel 1991, ma nel frattempo ha raccolto tanti momenti decisivi. Li racconta tutti in &#8220;<strong>Michael’s Playground&#8221;,</strong> considerato da molti -prima di <em>The Last Dance</em> &#8211; come il <strong>miglior documentario </strong>sulla stella dell’NBA. Il film parte dal luogo dove Jordan ha iniziato: un playground.</p>



<p>Qui compare un giovane ragazzo che fa fatica ad emergere nello sport. Perché? Come Jordan è stato tagliato fuori dalla squadra della high school. Ma lui è lì per aiutarlo. Così ripercorrono insieme la carriera del giocatore dei <strong>Chicago Bulls,</strong> evidenziando i momenti più importanti. Che sono commentati da altre leggende della pallacanestro come Magic Johnson, Clyde Drexler, Karl Malone e Isaiah Thomas. Il videoclip musicale arriva alla fine, quando Jordan inizia a ballare e cantare insieme ai <strong>Full Force,</strong> un gruppo americano di hip hop e R&amp;B. Qual è il titolo della canzone? &#8220;<em>Anything Is Possible&#8221;, </em>tutto è possibile.</p>



<div>&nbsp;</div>



<h2 class="wp-block-heading">Aprile 1992. Jam</h2>



<p>L&#8217;incontro tra il Re del pop e His Airness avviene nell&#8217;aprile del 1992. <strong>Michael Jackson </strong>sta girando il videoclip di <strong>Jam, i</strong>l quarto singolo dell&#8217;album<strong> <em>Dangerous, </em></strong>e pensa a Michael Jordan per le riprese.</p>



<p>Come ricorderà più avanti, il campione di pallacanestro ha però dei dubbi: “<em>Prima non ero sicuro di volerlo fare, perché il ragazzo proverà a tirarmi fuori di lì, a farmi ballare e questo sarà molto imbarazzante. Ma poi ho detto:</em> &#8216;Beh, è Michael Jackson! Quando pensi di avere l’opportunità di frequentarlo e allo stesso tempo partecipare a uno dei suoi video?&#8217; <em>Così ho cambiato idea e l’ho fatto“.</em></p>



<p>Nel video, Michael Jordan insegna a Jackson come giocare a basket e il secondo insegna al primo come ballare. Nella versione estesa, inoltre, gli spiega anche come fare un moonwalk. C&#8217;è da dire che la canzone non ebbe grande fortuna, ma Jordan quell&#8217;anno vinse il suo secondo Titolo e i Bulls usarono la canzone per il video celebrativo del titolo del 1992: &#8220;<strong>Untouchabulls&#8221;</strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Michael Jackson - Jam (Official Video - Upscaled)" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/JbHI1yI1Ndk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">Maggio 1992. Be Like Mike</h2>



<p>Per il 50esimo compleanno, la <strong>Gatorade </strong>decide di festeggiare in modo speciale. Così nel 1992 chiama Michael Jordan per uno spot pubblicitario, ma girarlo non sarà semplice. Il primo take di <strong>Be Like Mike </strong>non piace al responsabile della pubblicità <strong>Bernie Pitzel.</strong> Troppe sequenze di azioni di gioco. Vuole qualcos&#8217;altro. Gli viene in mente la canzone &#8220;<em><strong>I Wanna Be Like You&#8221; </strong></em>del film <em><strong>Il libro della giungla </strong></em>del 1967.</p>



<p>La <strong>Disney </strong>però chiede troppo per i diritti commerciali. E allora Pitzel trova un’escamotage: scrive il testo di una nuova canzone ispirato a quella del film e usa le basi prodotte da <strong>Ira Antelis </strong>e <strong>Steve Shafer.</strong> Nella musica si sente il ritmo delle percussioni, la voce dei cori e l&#8217;atmosfera dell&#8217;<strong>Africa.</strong> Uno spot da leoni, uno spot per essere come Mike.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Be Like Mike  Remastered | Gatorade" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/qs2BRSWzrJE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">1996. I Believe I Can Fly</h2>



<p>Chi ha scelto il cantautore per la canzone più conosciuta del film <strong>Space Jam?</strong> Michael Jordan.</p>



<p>Nei playground di Chicago, spesso la stella dei Bulls incontra il Re dell’R&amp;B: <strong>R. Kelly.</strong> “<em>Quando ho conosciuto Michael Jordan su un campo da basket mi chiese se mi andasse di scrivere una canzone per il suo film in uscita&#8221;,</em> ricorda R. Kelly nel 2013. <em>&#8220;Io fui subito entusiasta. E capii che quella sarebbe stata la canzone che mi avrebbe portato in un altro genere rispetto all’R&amp;B”. </em>E così è stato.</p>



<p>&#8220;<em><strong>I Believe I Can Fly&#8221; </strong></em>raggiunge la numero 2 della classifica <strong>Billboard </strong>e sarà il singolo di maggior successo del cantautore statunitense.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Michael Jordan - I Believe I Can Fly - R.Kelly" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/hAguIGZWjKs?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading">1998. <strong><em>Days Like This</em></strong></h2>



<p>Mancano poche ore a Gara 1 delle <strong>NBA Finals </strong>del 1998. <strong>Michael Jordan </strong>è sul pullman che lo sta portando al <strong>Delta Center </strong>di <strong>Salt Lake City,</strong> nello <strong>Utah.</strong></p>



<p>Lì, quella sera, perderà Gara 1 per 88 a 85. <strong>Karl Malone </strong>e <strong>John Stockton </strong>saranno capaci di produrre rispettivamente 24 e 21 punti.</p>



<p>Jordan ne segnerà 33 in 44 minuti. Ma i 2 punti più importanti della serie li segnerà il 14 giugno in Gara 6, undici giorni dopo.</p>



<p>Sono quelli che porteranno i <strong>Chicago Bulls </strong>a vincere tre anelli consecutivi (di cui sei in otto stagioni) e che decreteranno la fine della carriera di Jordan in maglia Bulls, visto che quell’anno si ritirerà insieme a <strong>Phil Jackson.</strong></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
https://youtu.be/gtHlAww5ubo
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Ma torniamo sul pullman insieme a Jordan. Sta indossando un paio di occhiali da sole che lo fanno somigliare a un boss. E in più ha delle cuffie sulle orecchie. Scuote la testa, muove le spalle, schiocca le dita. Balla e si gode la musica che sta sentendo. Qualcuno gli chiede: “<em>Cosa stai ascoltando?”</em>. Ci si aspetterebbe una canzone che motivi un giocatore, una che gli dia una scossa di adrenalina per affrontare una finale. E invece Jordan risponde: “<strong><em>Kenny Lattimore”</em></strong><em>.</em> E aggiunge: “<em>È nuovo, non è ancora uscito. È un mio amico”</em>.</p>



<p>Ma chi è questo artista? Lattimore è un cantautore statunitense più giovane di Jordan di 7 anni. Il suo genere è l’<strong>R&amp;B,</strong> rhythm and blues, e nel 1996 esce il suo album di debutto, che ha il suo stesso nome.</p>



<p>La canzone &#8220;<em><strong>For You&#8221; </strong></em>viene nominata per i <strong>Grammy </strong>e l’EP permette a Lattimore di vincere il premio per Best New Artist agli NAACP Image Awards. Poi, nel 1998, esce il nuovo album &#8220;<em><strong>From the Soul of Man&#8221;.</strong></em></p>



<p>“<em>Ho mandato a Michael Jordan una copia che mi era avanzata&#8221;</em>, ha detto di recente Lattimore. &#8220;<em>Non pensavo che &#8220;<strong>D</strong></em><strong>ays Like This&#8221; </strong><em>fosse la canzone che lo (ndr, Jordan) elettrizzava prima delle partite”,</em> ha twittato il cantautore di recente.</p>



<p>La canzone che Jordan ascolta sul pullman è intrisa d&#8217;amore.</p>



<p><em>&#8220;Tu sei per me l&#8217;unica&#8221;.</em></p>



<p>E ancora. &#8220;<em>Non posso dimenticare tutto quello che abbiamo avuto&#8221;.</em></p>



<p>E infine. <em>&#8220;Mi scuso per tutti i cambiamenti che ci sono stati. Il mio intento non era quello di ferirti&#8221;.</em></p>



<p>Un amante che ha ferito e che ricorda &#8220;<em>i giorni come quelli di un tempo&#8221;</em>, sperando che ce ne siano &#8220;<em>ancora come quelli&#8221;</em>. Ma è anche una canzone che ha un certo ritmo. &#8220;<em>Stavo cercando di mischiare l&#8217;R&amp;B a un genere in voga quegli anni chiamato <strong>speed garage&#8221;</strong></em>, rivela in <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=TScQj0b15t0&amp;ab_channel=FULLMETALSPORTS" target="_blank" rel="noopener">un&#8217;intervista</a></span>. Di cosa si tratta? Di musica dance elettronica, che aggiunge una certa vivacità al pezzo di Lattimore.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Kenny Lattimore - Days Like This (Official 4K Video)" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/GLARVFxrWZk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Lattimore viene invitato da Michael Jordan nel 1997 a New York. “<em>Mi ha chiesto di andare nella Grande Mela per un pranzo sul suo brand. C’era anche <strong>Ahmad Rashad (</strong></em>ndr, ex giocatore di football e noto commentatore). <em>Mi porta in una stanza con una tastiera e mi chiede una canzone&#8221;</em>. Quale? &#8220;<strong><em>Forever&#8221;</em></strong>. A quel punto, Lattimore capisce che Jordan è un esperto delle sue canzoni. &#8220;<em>Realizzo che è davvero un mio fan&#8221;</em>, dice Lattimore. &#8220;<em>Perché <strong>Forever </strong>non era neanche tra le più conosciute. Allora comincio a suonare e lui inizia a canticchiare. Rimango stupefatto. Mi fermo e gli dico:</em> &#8216;Puoi continuare?&#8217; Lui risponde: &#8216;<em>Questo non può accadere, non sono in grado. Lasciami restare grande nel mio campo”</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Basketball&#8217;s Pills: perché si gioca 5 contro 5?</title>
		<link>https://aroundthegame.com/basketball-s-pills-perche-si-gioca-5-contro-5/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2020 19:39:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[5 contro 5]]></category>
		<category><![CDATA[amos alonzo stagg]]></category>
		<category><![CDATA[james naismith]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Se oggi si gioca in 5 contro 5 lo dobbiamo ad Amos Alonzo Stagg.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Il numero dei giocatori in campo è cambiato nel corso del tempo. E se oggi si gioca in 5 contro 5 lo dobbiamo ad una persona che partecipò alla prima partita di basket con il pubblico: Amos Alonzo Stagg.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="1000" height="819" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/0217_oag-stagg-1000x819-1.jpg" alt="" class="wp-image-33319" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/0217_oag-stagg-1000x819-1.jpg 1000w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/0217_oag-stagg-1000x819-1-300x246.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/0217_oag-stagg-1000x819-1-150x123.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/0217_oag-stagg-1000x819-1-768x629.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption>FOTO: WBUR</figcaption></figure></div>



<p>Sul parquet non c&#8217;è stato sempre lo stesso numero di giocatori, un tempo ce n&#8217;erano molti di più. Quasi il doppio nella prima partita di basket che si giocò il 21 dicembre del 1891 nella città di <strong>Springfield,</strong> Massachussets. Stato che era già entrato una volta a far parte della Storia, quando nel 1776 dichiarò l&#8217;indipendenza insieme ad altre 13 colonie e diede vita agli Stati Uniti d&#8217;America. Ma quel giorno del 1891 è un professore di 31 anni a portare il Massachussets dentro gli annali dello sport.</p>



<p><strong>James Naismith </strong>deve trovare un modo per riempire il vuoto tra la stagione di football e quella di baseball. E così gli viene in mente di prendere una palla, un canestro e far divertire i suoi alunni. Ma appena lo studente Frank Mahan vede due cesti di pesche appesi alla ringhiera del piano superiore della palestra, intuisce subito che si tratta di una delle strane idee del professore. <em>&#8220;Maledizione!&#8221;,</em> esclama. <em>&#8220;Un altro nuovo gioco!&#8221;.</em> Presto, però, si ricrederà.</p>



<p>Naismith ha già scritto alcune regole base, ma ha un problema. Quanti alunni far giocare? Ha una classe di 18 e non vuole scontentare nessuno. Allora li divide nove per parte e dà il via alla prima partita di basket: 9 vs 9. Finisce 1-0, ma poteva andare peggio. <em>&#8220;Dopo quel match avevo paura che si uccidessero l&#8217;un l&#8217;altro&#8221;,</em> rivelerà anni dopo il professore. &#8220;<em>Ma continuarono a pressarmi per farli giocare di nuovo e allora ho inventato nuove regole. La più importante era che non si potesse correre con la palla. Questo evitò sgambetti e scazzottate. Così nacque uno sport pulito&#8221;.</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/848ee7_2b65f2280ad949c29a53b54c2441f9ec-mv2.jpg" alt="Foto: nytimes.com"/></figure></div>



<div></div>



<p>E il nome della nuova disciplina? Molti suggeriscono &#8220;chiamiamolo &#8216;Il gioco di Naismith'&#8221;. Ma lui ha in mente altro. &#8220;Abbiamo una palla e un cesto. Perché allora non lo chiamiamo pallacanestro?&#8221;. Il basket ha adesso un nome, delle squadre e delle regole. Ma manca quella più importante: ovvero quanti atleti possono stare in campo. Naismith non l&#8217;ha scritto</p>



<p>Si inizia a pensare che si possa giocare con un numero di atleti variabile, che cambi in base al numero degli studenti delle classi e dalla grandezza del campo. Se è più piccolo di 170 metri quadrati, ne vengono utilizzati 5; se è di 335 metri quadrati o più grande, allora ci sono 7 giocatori in campo. Questo accade nel 1894, quando si arrivano a sperimentare squadre anche con 50 giocatori. Ma non funziona. Poi, però, in una partita di <strong>college basket </strong>a Iowa c&#8217;è la svolta.</p>



<p>Si gioca il 18 gennaio del 1896, cinque anni dopo l&#8217;invenzione del basket. Il match è tra la squadra dell&#8217;<strong>Università di Chicago </strong>e un gruppo di atleti dell&#8217;<strong>Università di Iowa.</strong> I primi si chiamano &#8220;<strong>Maroons&#8221;</strong>, granata, come il Torino calcio per il colore delle loro maglie. La squadra è stata fondata appena tre anni prima, mentre quella di Iowa verrà creata solo cinque anni dopo. I Maroons sono allenati da <strong>Amos Alonzo Stagg,</strong> un coach che conosce bene le regole del gioco, anche perché è legato all&#8217;inventore del basket: il professor Naismith.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_38bea283b10b454f8653c5e375fc66d4-mv2.jpg" alt="La squadra di football di Yale nel 1888. A sx, accosciato Amos Alonzo Stagg. Foto: wikipedia.org"/></figure></div>



<div></div>



<p>Quando l&#8217;11 Marzo del 1892 si gioca la prima partita di pallacanestro aperta al pubblico, lui infatti è in campo. All&#8217;epoca è un istruttore della <strong>YMCA School </strong>e nel match fa parte della squadra degli insegnanti che sfida quella degli studenti. Davanti a 200 persone i giovani sconfiggono gli adulti per 5-1. Stagg, però, riesce ad andare a segno per i suoi. Perché l&#8217;allenatore del New Jersey nella sua vita è stato un vincente, soprattutto nel football. Con la squadra dell&#8217;Università di Chicago ha vinto sette volte la Big Ten Conference tra il 1899 e il 1924. E ha anche innovato quello sport, inventando l&#8217;<em>huddle,</em> il momento in cui il quarterback si riunisce con i compagni prima dell’azione per decidere la strategia d&#8217;attacco. Ma anche nel basket il suo contributo è stato decisivo.</p>



<p>Quando i suoi Maroons devono scendere in campo contro Iowa fa in modo che quella partita passi alla storia. Ed è infatti la prima in cui si gioca <strong>5 contro 5.</strong></p>



<p>Ma Stagg non si ferma qui. Continua a credere che ci debbano essere massimo 10 giocatori in campo. Si batte e nel 1897 la regola diventa <strong>obbligatoria.</strong></p>



<p>Sono passati 6 anni dal 21 dicembre del 1891, da quella prima partita di basket 9vs9 in una palestra dello Springfield College. E ora, in quel punto, c&#8217;è un memoriale inaugurato l&#8217;8 agosto del 2010. Stagg non l&#8217;ha potuto vedere, perché è morto nel 1965 a 103 anni. Ma l&#8217;avrebbe apprezzato perché incarna il suo spirito.</p>



<p>Nella piazza Mason Square c&#8217;è una statua in bronzo di un adulto che passa la palla a un ragazzo più giovane. Un simbolo di continuità, di voglia di proseguire e tramandare gli insegnamenti alle generazioni successive. Come faceva Stagg e come ha sempre fatto, anche durante i suoi ultimi anni di vita. &#8220;<em>Potrei andare avanti per sempre&#8221;</em>, aveva risposto alla domanda su quali fossero i suoi piani futuri. Un&#8217;energia che ha trasmesso al basket e che sembra destinata a non arrestarsi mai.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>The Jump Shot Story</title>
		<link>https://aroundthegame.com/the-jump-shot-story/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2020 13:19:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[kenny sailors]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Da una fattoria del Wyoming, Kenny Sailors ha sviluppato il gesto che oggi conosciamo tutti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Da una fattoria del <span style="color: #353535;">Wyoming, </span>Kenny Sailors ha sviluppato il gesto che oggi conosciamo tutti. Ma il tiro in sospensione non è l&#8217;unico traguardo che ha raggiunto nella sua vita.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1950" height="1097" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/8c5069_4446163c503c4aac8d7279bd29924b36-mv2-edited.jpg" alt="" class="wp-image-34452" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/8c5069_4446163c503c4aac8d7279bd29924b36-mv2-edited.jpg 1950w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/8c5069_4446163c503c4aac8d7279bd29924b36-mv2-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/8c5069_4446163c503c4aac8d7279bd29924b36-mv2-edited-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/8c5069_4446163c503c4aac8d7279bd29924b36-mv2-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/8c5069_4446163c503c4aac8d7279bd29924b36-mv2-edited-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/8c5069_4446163c503c4aac8d7279bd29924b36-mv2-edited-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2023/01/8c5069_4446163c503c4aac8d7279bd29924b36-mv2-edited-1080x608.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1950px) 100vw, 1950px" /></figure></div>



<p><span style="color: #353535;">Per battere il fratello, <strong>Kenny Sailors </strong>deve inventarsi qualcosa di nuovo: come il <strong>tiro in sospensione.</strong> È il 1934. In una fattoria del Wyoming, Bud e Kenny si sfidano uno-contro-uno. Bud è più grande di 5 anni ed è più alto di 30 cm. Ogni volta che Kenny si avvicina a canestro, gli scaraventa via la palla e poi lo deride.</span></p>



<p><em><span style="color: #353535;">“Lascia perdere Kenny. Dovresti trovare un altro sport. Questo non fa per te”. </span></em>Ma lui non si arrende. Vuole superare le braccia del fratello. E allora salta, porta la palla sopra la testa e la lascia andare. Bud stavolta non riesce a fermarlo. È il primo tiro in sospensione.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_b91af77f5d4b4f64a08b569786bbed82-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: <a href="http://kennysailorsjumpshot.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=230:jumpshotaction&amp;catid=34:photographs&amp;Itemid=43" target="_blank" rel="noopener">jumpshotmovie</a></figcaption></figure></div>



<p><em><span style="color: #353535;">“Niente male Kenny. Dovresti svilupparlo”.</span></em> Il fratello lo sprona, ma nessun coach è in grado di insegnare al giovane Sailors qualcosa che non ha mai visto prima. Lui, però, continua a fare pratica. Ha bisogno di perfezionare il movimento. Quando salta, infatti, cade in avanti, finisce addosso agli avversari e gli arbitri fischiano sfondamento. Inizia allora ad andare su in verticale e il suo tiro diventa immarcabile.</p>



<p><span style="color: #353535;">Nel 1940 viene preso all’<strong>Università del Wyoming.</strong> E tre anni più tardi porta la squadra al Titolo. A quel tempo gli allenatori non possono parlare con i giocatori. Allora chi dà le indicazioni in campo? Il capitano: Kenny Sailors. </span></p>



<p><span style="color: #2a2a2a;">Contro Georgetown finisce 46 a 34. Sailors vince l’<strong>MVP delle Finali </strong>e il premio come miglior giocatore del college basket. Nella finale al <strong>Madison Square Garden </strong>segna 16 punti galleggiando in aria. A New York nessuno aveva visto prima nulla di simile.</span></p>



<p><span style="color: #2a2a2a;">Il fotografo Eric Shaal immortala il momento. E il numero della rivista <strong>LIFE </strong>vende milioni di copie. Tutti in America guardano quel nuovo modo di segnare e iniziano a imitarlo. I campetti si riempiono di ragazzi che tirano in sospensione. E il gioco comincia a cambiare, soprattutto nel punteggio. </span></p>



<p><span style="color: #2a2a2a;">Se nei primi 11 campionati NCAA si realizzano in media 50 punti a partita, dal 1950 al 59 se ne segnano ben 75. Merito anche del nuovo modo di tirare.</span></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_c65e37e154e84112b1615ccbc52888b6-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: New York Times</figcaption></figure></div>



<p><span style="color: #353535;">Ma non tutti lo apprezzano. </span></p>



<p><span style="color: #353535;">“<em>Il </em><em>jumpshot sta rovinando questo sport”</em>, scrive il giornalista Jimmy Breslin sul <strong>New York Daily News</strong></span><strong>,</strong><span style="color: #353535;"> “<em>non c’è più sforzo di squadra. Giusto un atleta che può saltare e tirare con una precisione da laboratorio”.</em> </span></p>



<p><span style="color: #353535;">Anche gli allenatori non vedono di buon occhio quel nuovo modo di tirare</span>. <span style="color: #353535;">Quando nel 1946 Kenny Sailors approda nel basket professionistico, si scontra con Dutch Dehnert. Appena il coach dei <strong>Cleveland Rebels </strong>lo vede tirare, ferma il giocatore e gli dice: <em>“Ragazzo, non ce la farai mai in questa Lega con quel tiro. Ti insegno io a tirare due mani piedi per terra”</em>.</span></p>



<p><span style="color: #353535;">Sailors non ha nessuna intenzione di modificare il suo tiro. Dehnert viene esonerato e Kenny porta la squadra ai Playoffs, segnando 10 punti a partita al primo turno contro i <strong>New York Knicks.</strong> </span></p>



<p><span style="color: #353535;">Nel 1950, a Denver, registra la sua miglior stagione: finisce quarto nella classifica dei migliori realizzatori con oltre 17 punti di media. Ma ormai non è più l’unico a tirare in quel modo. La maggior parte dei giocatori NBA ha iniziato a tirare in sospensione. E il gesto si evolve, diventa sempre più efficace, spettacolare e immortale.</span></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Jumpshot - The Kenny Sailors Story" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/TUnQxCSP2Vw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><span style="color: #353535;">Quando <strong>Michael Jordan </strong>segna The Shot nel 1989 è a un metro dal parquet, Ray Allen mette dentro la tripla decisiva nelle Finals nel 2013 mentre sta cadendo indietro. Tiri presi tutti sospesi in aria e tutti che vengono dalla stessa fattoria del Wyoming. Da un uomo che ha saputo prima superare i limiti fisici e poi i dubbi degli scettici. Per creare qualcosa di nuovo, che rimarrà per sempre sospeso nel tempo.</span></p>



<p><span style="color: #353535;">Ma Kenny Sailors non è stato solo un pioniere del tiro in sospensione. </span></p>



<p><span style="color: #353535;">Quando nel 1951 si ritira dal basket giocato, va a vivere in Alaska. La moglie non sta bene e i medici gli suggeriscono di andare via dalla città. Così nella piccola Glennallen</span><span style="color: #353535;"> inizia la sua carriera da allenatore. È il coach delle Panthers, una squadra femminile. </span></p>



<p><span style="color: #353535;">In quegli anni, però, per le donne non c&#8217;è un torneo statale tra le scuole pubbliche, viene organizzato solo tra quelle private. E anche le regole di gioco sono limitanti: solo tre giocatrici alla volta possono attaccare, le altre devono aspettare dietro la metà campo. Vengono considerate fragili e si pensa che in questo modo si stanchino meno velocemente. Non Sailors, che ha una figlia giovane e conosce l&#8217;atletismo delle ragazze. L&#8217;uomo del Nebraska inizia allora a girare i clinic in giro per l&#8217;America e a battersi per il basket femminile. Intanto inizia a rivoluzionare la sua squadra, partendo dalle native dell&#8217;Alaska. </span></p>



<p><span style="color: #353535;">Considerate poco adatte alla pallacanestro, spesso alle indigene non veniva dato molto spazio. Basse e poco agili, non erano considerate adatte. Lui insegna loro la tecnica, la perseveranza e la fiducia in se stesse. Peculiarità che gli avevano permesso di arrivare in NBA. </span></p>



<p><span style="color: #353535;">E così, alla guida delle Panthers, Sailors porta la squadra a vincere 68 partite consecutive tre Titoli dello Stato.</span></p>



<p><span style="color: #353535;">A 70 anni si ritira da ogni attività legata alla pallacanestro. E nel 2012 viene introdotto nella <strong>Hall of Fame </strong>del college basket. Tutto tace invece a <strong>Springfield,</strong> sede della Basketball Hall of Fame. Nel 2015 emittenti televisive, giocatori NBA, commentatori sportivi e tanti altri si spendono per lui, perché possa essere inserito tra i nomi che hanno segnato la pallacanestro. Ma non viene scelto. Kenny Sailors non sarà (ancora) un membro della Hall of Fame, ma la sua storia vive nei film, nei libri e nella mente di tutti degli appassionati di basket. </span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>The Alcindor Rule</title>
		<link>https://aroundthegame.com/the-alcindor-rule/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2020 16:55:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[gancio-cielo]]></category>
		<category><![CDATA[kareem abdul-jabbar]]></category>
		<category><![CDATA[Lew Alcindor]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[skyhook]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Storia di come Kareem Abdul-Jabbar sviluppò il gancio-cielo in risposta ad una singolare regola che vietava la schiacciata.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Storia di come Kareem Abdul-Jabbar sviluppò il gancio-cielo in risposta ad una singolare regola che vietava la schiacciata.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_2d3df0e306b646c5a6306e43688c7f37-mv2.jpg" alt="test alt text" width="616" height="415"/></figure></div>



<p>Di tiri e movimenti inventati per creare separazione col difensore ce ne sono un&#8217;infinità nel basket. In sospensione, in allontanamento, dopo uno step-back o una virata. Ma ce n&#8217;è uno che continua ad essere considerato, a distanza di tanti anni, il più difficile da marcare.</p>



<p><em>&#8220;Quel gancio è così alto che sembra uscire fuori dal cielo&#8221;,</em> commenta nel 1974 Eddie Doucette, telecronista dei <strong>Milwaukee Bucks,</strong> vedendo giocare <strong>Kareem Abdul-Jabbar.</strong> “<em>È un gancio-cielo&#8221;. </em></p>



<p>È il 1974. <strong>Lew Alcindor </strong>si è già convertito all&#8217;Islam (1968) e ha cambiato il suo nome in Kareem Abdul-Jabbar, ovvero &#8220;nobile servo dell&#8217;Onnipotente&#8221;. Gioca per i Milwaukee Bucks, con cui segna 14.211 dei suoi 38.387 punti (tuttora record nella storia dell’NBA). Molti dei quali li ha segnati proprio con lo skyhook, il <strong>gancio-cielo.</strong></p>



<p>Ruota il corpo, lo mette perpendicolare al canestro e porta la palla verso il soffitto con una mano. Un’altezza proibitiva, superiore ai 3.05 cm del canestro, che nessuno riesce a stoppare.</p>



<p>Ma probabilmente non avremmo mai visto questo gesto se la NCAA non avesse vietato nel 1967 di schiacciare. Per arrivare a capire perché nel college basket è stato inserito il divieto, bisogna però prima fare un passo indietro nel tempo.</p>



<p>1937. Forrest Allen allena al college di Kansas e dice:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>&#8220;La schiacciata non mostra nessun talento, ma solo un vantaggio di altezza&#8221;.</em></p></blockquote>



<p>Conosce personalmente <strong>James Naismith,</strong> l’insegnante che ha scritto le regole della pallacanestro. Da lui ha imparato il gioco proprio all&#8217;Università di Kansas, dove Naismith ha allenato dal 1898 al 1907. E sa che l&#8217;inventore del basket ha messo il canestro a 10 piedi (3.05cm) per puro caso.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_f13316902d98462eb57f59ab933eac64-mv2.jpg" alt="Fonte: Kansas Historical Society" width="-194" height="-153"/></figure></div>



<p>Quando Naismith entra nel 1891 nella palestra della YMCA a Springfield (Massachusetts), non ha davanti una struttura simile a quelle cui siamo abituati oggi.</p>



<p>C&#8217;è un primo piano in parquet e sopra una pista d’atletica. Non avete letto male. Il soffitto è molto alto ed è sorretto da due colonne che si trovano al centro. La loro posizione non permette di costruire due piani, e allora, per sfruttare lo spazio a disposizione, viene realizzata una pista di atletica che corre lungo tutto il bordo della palestra. Come delimitazione c’è solo una ringhiera.</p>



<p>Ed è su questa che Naismith appoggia un cesto di pesche e inizia a giocare allo sport che sarà poi chiamato basket. Quella ringhiera è posizionata a 10 piedi: 3.05 cm. L&#8217;altezza del canestro è quindi frutto di una casualità. Perché allora non si può cambiare?</p>



<p><strong>Forrest Allen </strong>ci prova. E nel 1934 organizza due partite con canestri posizionati a 12 piedi (3.65 cm). Naismith è presente e approva. La regola non viene modificata, i giocatori però iniziano a cambiare. Un dato in particolare è più rappresentativo di altri. Se nella lista dei migliori atleti di pallacanestro pubblicata nel 1940 l&#8217;altezza media è di 178 cm, nel 1944 si presenta al college un centro di 2.13 cm. È Bob Kurland degli Oklahoma A&amp;M.</p>



<p>Contro Temple, Kurland realizza la prima schiacciata nella storia della NCAA. <em>&#8220;C&#8217;era una palla vagante sotto canestro&#8221;</em>, ricorda Kurland nel 2012 all&#8217;Orlando Sentinel,<em> &#8220;io la prendo e la metto dentro. Non è stato intenzionale né programmato. È stato un caso, uno gesto spontaneo&#8221;.</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_ffb821847e1040b39bd57cc337178a0d-mv2.jpeg" alt="Fonte: NCAA" width="685" height="385"/></figure></div>



<p>La giocata non passa inosservata, ma non tutti l’accolgono con entusiasmo. Molti la considerano un insulto al gioco. &#8220;Viola una regola non scritta del basket&#8221;, diranno gli avversari. E spesso, durante le partite, si scagliano contro le gambe di chi sta schiacciando per impedirglielo.</p>



<p>Si ritorna allora a parlare di alzare il canestro. Nel 1954 la NBA organizza una partita di Regular Season con i ferri piazzati a 3.65 cm. Si sfidano i Minneapolis Lakers contro i Milwaukee Hawks.</p>



<p><strong>George Mikan</strong>, leggendario centro degli Hawks, chiude con 2/14 e fatica a segnare. Sembra quindi che l’altezza dei canestri possa incidere sulle partite. Ma non tutti sono d’accordo. <em>“È stato un terribile flop”,</em> commenta Vern Mikkelsen, centro dei Lakers che segna in quella partita 17 punti, 6 in più della sua media stagionale. <em>“Non aiuta i più piccoli”,</em> prosegue Mikkelsen, <em>“ma i più grossi come me, visto che abbiamo più tempo per piazzarci meglio a rimbalzo”.</em></p>



<p>La commissione NCAA si riunisce. Discute se aumentare l&#8217;altezza dei canestri così come di altre regole. Ridurre il diametro dell&#8217;anello, ingrandire la palla, cambiare il punteggio dei canestri realizzati da sotto e farli valere 1 punto, e anche di inserire un &#8220;foot cap&#8221;, &#8220;un limite d&#8217;altezza&#8221; simile al salary cap: 30 piedi (914 cm) da dividere tra i 5 giocatori in campo. Ma l&#8217;unica regola che viene cambiata è quella della schiacciata.</p>



<p>Nel 1967 si proibisce ai giocatori di segnare direttamente da sopra il cilindro del canestro. L<strong>&#8216;NCAA g</strong>iustifica la scelta dicendo che è il divieto è dovuto a un aumento degli infortuni. L&#8217;anno passato si sono infatti contati 1500 casi di infortuni vicino a canestro. Ma la ragione è diversa, ed è dovuta a un giocatore in particolare: Lew Alcindor.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_5b462d32bbc642e08e169db44e98b658-mv2.jpeg" alt="Fonte: Los Angeles Times" width="607" height="318"/></figure></div>



<p>Nelle high school il giovane Alcindor ha portato la squadra per cui gioca, la Power Memorial, a una striscia di 71 vittorie consecutive, conquistando il soprannome di &#8220;The tower from Power&#8221;. È alto 2.18 cm, una torre, e ora è pronto per il college. Ma in molti temono che possa dominare anche là.</p>



<p>Il 1967, quando arriva a UCLA alla corte di John Wooden, è lo stesso anno in cui viene introdotto il divieto di schiacciare. Una casualità? Lui non crede. Pensa che la &#8220;<strong>Lew Alcindor Rule</strong>&#8220;, come l&#8217;hanno ribattezzata i media, sia legata alla razza e non agli infortuni.</p>



<p>In quegli anni l&#8217;America sta cambiando. La segregazione razziale e il movimento per i diritti civili influiscono molto anche nello sport. E il basket non è più solo uno sport per bianchi.</p>



<p>L&#8217;anno prima del divieto, nel 1966, i Texas Western vincono la NCAA con un quintetto titolare di afroamericani. Non era mai successo prima. E molti non vogliono che accada più.</p>



<p>Lew Alcindor lo sa e non si nasconde. <em>&#8220;Per me&#8221;,</em> dice al Chicago Defender, <em>&#8220;la nuova regola puzza di discriminazione. Se andiamo a vedere le partite, la maggior parte dei giocatori che schiacciano sono neri&#8221;. </em>Ma il suo coach, John Wooden, vuole che si concentri sul gioco:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>&#8220;Non è importante se sei la ragione di questa regola, perché ti farà diventare un giocatore migliore&#8221;.</em></p></blockquote>



<p>Alcindor sviluppa lo skyhook, il gancio-cielo, e al suo debutto segna 56 punti. Porta i Bruins a vincere il titolo nelle due stagioni successive. E tutto senza una sola schiacciata.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/8c5069_8ad9cef747a44165a49d8f0aad968f5f-mv2.jpg" alt="Fonte: sporthistoria"/></figure></div>



<p>Il divieto termina nella stagione 1976/77. Giocatori come<strong> Julius Erving </strong>dell&#8217;Università del Massachusetts e David Thompson di North Carolina State hanno dovuto giocare al college senza portare a segno una singola schiacciata.</p>



<p>Solo una volta Thompson non si riuscì a trattenersi. Durante l&#8217;ultima gara del suo anno da senior si trova da solo in contropiede. L’opportunità è troppo ghiotta: prende e schiaccia di prepotenza. <em>&#8220;L’arbitro mi diede un fallo tecnico”,</em> disse Thompson,<em> “ma il pubblico mi regalò una standing ovation&#8221;.</em></p>



<p>Forrest Allen non sarà riuscito a cambiare l’altezza del canestro, ma i giocatori più piccoli sono stati &#8220;avvantaggiati&#8221; nel tempo da altre regole. L’introduzione dell’arco dei tre punti nell’NBA (1979) è una di queste.</p>



<p>Modifiche che hanno inciso, ad esempio, anche sul premio dell’MVP: da quando il riconoscimento è stato introdotto (1956) fino al 1986, nella lista dei vincitori comparivano solo centri (eccetto due casi); dopo, nessun centro ha più vinto se non <strong>Shaquille O&#8217;Neal </strong>nel 2000 e <strong>Nikola Jokic</strong> negli ultimi due anni.</p>



<p>Nessuno, comunque, è più riuscito a padroneggiare il gancio-cielo come Kareem Abdul-Jabbar. E nessun altro ha vinto sei MVP, un record che appartiene ancora a lui.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
