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	<title>Riccardo Punis | Around the Game</title>
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	<description>Dove il basket sopravvive agli highlight</description>
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		<title>Tra i campetti, sotto le bombe: la storia di Mirza Teletović</title>
		<link>https://aroundthegame.com/tra-i-campetti-sotto-le-bombe-la-storia-di-mirza-teletovic/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Punis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 May 2021 11:22:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fiba]]></category>
		<category><![CDATA[brooklyn nets]]></category>
		<category><![CDATA[draft]]></category>
		<category><![CDATA[Mirza Teletović]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla guerra in Bosnia all’NBA, un viaggio fatto d’amore per la pallacanestro e sopravvivenza: la storia di Mirza Teletović.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Dalla guerra in Bosnia all’NBA, un viaggio fatto d’amore per la pallacanestro e sopravvivenza: la storia di Mirza Teletović.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_b94aa55ad34c4fa0a725bb9a954004cc-mv2.jpeg" alt=""/></figure>



<div></div>



<p>Tantissimi giocatori ormai hanno compiuto la tratta Europa-USA in cerca di successi in qualche franchigia <strong>NBA;</strong> alcuni ne hanno fatto le fortune (Nowitzki e Ginobili su tutti), altri sono stati solamente meteore di passaggio, ma tante sono le storie umane che vale la pena raccontare.</p>



<p>Uno di questi giocatori, che in NBA non ha lasciato grandi prestazioni e viene definito anche “<em>il peggior investimento della storia dei Milwaukee Bucks”</em>, è il protagonista di questo racconto.</p>



<p>Pensare di poter giocare a basket sotto gli incessanti bombardamenti croati è già di per sé assurdo, ma un giorno, dopo un’infanzia vissuta nella <strong>guerra,</strong> calcare i parquet oltreoceano lo è ancor di più: questa è la storia di <strong>Mirza Teletović.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">&#8220;Real pressure is to survive&#8221;</h2>



<p>Questa scena è ancora nella memoria di tutti: <strong>LeBron James</strong> lanciato in contropiede, praticamente da solo; sul fatto che segni non ci sono dubbi, magari inchiodando una schiacciata spettacolare in reverse, ma no…troppo presto. Il giocatore numero 33 in maglia Nets gli si para davanti e compie un gesto inevitabile per poter fermare &#8220;<em>King&#8221;</em> James: un braccio teso, altezza collo, degno del miglior Hulk Hogan. La reazione di James non si fa attendere.</p>



<p>Come si dice in quel della Capitale, “sbrocca” e si scaglia immediatamente contro il giocatore avversario sfidandolo in un duro faccia a faccia, prima di essere allontanato dai compagni di squadra. Volete sapere la reazione dell’avversario? Gli ride in faccia senza alcun timore. Da quel momento Mirza Teletović diventa per molti una sorta di leggenda.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Real pressure is to survive. That’s the real pressure, not James…”</em></p>



<p>&#8211; Mirza Teletović</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="LeBron James Fouled Hard &amp; Laughed At by Mirza Teletovic" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/L2bhRrOAI-0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Oltre ad un palese gesto di sfida e ad una dimostrazione del tipo “<em>il tuo nome per me non conta nulla”</em>, c’è un motivo ben più profondo di un gesto di scherno in quella risata, e inizia tutto quando Mirza ha appena sette anni e vive ancora nella piccola cittadina Mostar, nell’attuale <strong>Bosnia-Herzegovina. </strong></p>



<p>Siamo nel 1992. Il territorio balcanico è in pieno subbuglio, conseguenza della caduta del muro di Berlino avvenuta appena tre anni prima. La Jugoslavia è politicamente e territorialmente a pezzi. Il nazionalismo tipico degli anni ’80 ha avuto pian piano il sopravvento sul sistema comunista di influenza russa. La Bosnia, territorio di separazione tra Croazia e Serbia, è obiettivo di un’espansione dei due stati.</p>



<p>Due anni prima, nel 1990, in Bosnia si tengono le prime elezioni democratiche a libera partecipazione. Sono tre i partiti che si spartiscono il controllo del territorio: uno di matrice serba, uno di matrice croata e il terzo “autoctono”. Per quanto culturalmente diversi, i tre movimenti trovarono un fronte comune nell’anti-comunismo. Gli interessi personali, però, prevalgono sempre in situazioni di scarsa stabilità politica. Il presidente croato Franjo Tudman e quello serbo Slobodan Milošević nel 1991 si accordano sulla spartizione del territorio bosniaco.</p>



<p>Nello stesso anno la Croazia si dichiara stato indipendente. Sfruttando la fuoriuscita serba dal governo, il Partito d’Azione Democratica di matrice bosniaca dichiara la supremazia del popolo bosniaco sul territorio, affermazione confermata dopo il Referendum del 3 Marzo 1992. Le fazioni sovraniste croate e serbe, insite nel tessuto sociale, non riconoscono l’indipendenza e così inizia il conflitto bellico, inquadrato in quelle che vengono chiamate generalmente “<strong>guerre jugoslave”</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_c98ecb2ded62401d810d7dc4ee13cb58-mv2.jpg" alt="" style="width:573px;height:381px" width="573" height="381"/><figcaption class="wp-element-caption">FONTE: NBA.com</figcaption></figure>



<p>I bombardamenti serbo-croati colpiscono incessantemente i territori della Bosnia. I rombi delle esplosioni diventano sottofondo costante della vita di tanti ragazzini, di tante famiglie. Ogni giorno muoiono conoscenti, amici, vicini di casa, parenti; ci si chiede nient’altro che: “<em>Qualcuno è riuscito a sopravvivere a questo attacco?”</em></p>



<p>Questa stessa domanda la pone Mirza a sua madre, ma non vi è nessuna risposta esatta. “<em>Forse”</em>. A colpire duramente è anche l’embargo deciso dalle Nazioni Unite, come tentativo estremo per placare gli scontri con la tortura forzata della fame.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“La prima cosa che vedi è che il cibo scarseggia, poi arrivano i bombardamenti, la città intera trema sotto i temibili colpi e senti le grida della gente.”</em></p>
</blockquote>



<p>Non ci troviamo però di fronte ad un ragazzo che si lascia intimidire dalle bombe. Anzi, la sua routine giornaliera ha qualcosa di veramente alieno, al di là di ogni pensiero umanamente formulabile.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ogni giorno mi svegliavo vero le sei del mattino, facevo colazione, se c’era qualcosa da mangiare, e poi andavo immediatamente al campetto vicino casa a nemmeno trecento metri di distanza. In realtà non avevo nemmeno le scarpe, ma con i miei amici giocavamo anche fino a mezzanotte. Quando sentivamo le sirene, avviso per un imminente bombardamento, filavamo a casa, giusto per proteggerci la testa, finché non fosse terminato l’attacco.”</em></p>
</blockquote>



<p>Lo si dice spesso, forse non comprendendo appieno le parole, che la vita è fatta di priorità. Per tanti può essere il lavoro, lo studio, una passione; per Mirza era ed è il basket. Nonostante vivesse in un clima bellico, con le bombe che gli cadano in testa, con la fame e la sofferenza tutt’attorno, la sua priorità è la palla a spicchi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Se dovevo morire, l’avrei fatto per il basket.”</em></p>
</blockquote>



<p>Sotto le bombe di <strong>Mostar,</strong> il canestro è l’unica speranza, l’unico sogno, e sì, si può sognare anche con la pallacanestro, Teletović ne è un esempio.</p>



<p>Le vittime non si contano, le bombe non si contano, la fame è tanta, ma pian piano, dopo la firma dell’accordo di Dayton datata 14 Dicembre 1995, che sancisce la creazione di fatto dello stato della Bosnia-Erzegovina e la fine dei conflitti, la vita può ripartire con maggiore serenità. Quando la guerra finisce, Mirza ha dodici anni e il suo sogno continua.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Bosnia, Belgio, Spagna: la rincorsa all’NBA</strong></h2>



<p>Ad appena quindici anni firma il suo primo contratto in una lega minore in <strong>Bosnia,</strong> ma sin da subito si capisce che il ragazzo ha talento, e tanto. A diciassette anni sbarca per la prima volta nella massima lega del paese tra le fila dello <strong>Slodoba Tuzla.</strong> La prima stagione comprensibilmente non è a livelli assurdi, nonostante il basso profilo tecnico del campionato: 7.2 punti e 2.7 rimbalzi a partita.</p>



<p>Nella seconda stagione però esplode con tutto il suo talento: 26.4 punti e 6.6 rimbalzi a partita. Risulta sin da subito evidente che debba trovare fortuna in qualche altro paese, magari in un campionato più competitivo e di risalto maggiore a livello di esposizione internazionale. Per questo motivo a diciannove anni parte e si accasa nella prima divisione belga col <strong>Telindus Ostende.</strong> Non che il livello sia eccessivamente elevato, ma è un ottimo banco di prova per saggiare le doti del ragazzo. La prima stagione a livello personale è abbastanza buona con 9.8 punti a partita conditi da 5 rimbalzi di media; a livello di squadra è deludente col titolo belga perso lottando contro Proximus Spirou.</p>



<p>Nonostante la sconfitta nella corsa al titolo, l’ottimo piazzamento in campionato dà la possibilità di partecipare ad una competizione europea la stagione successiva.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_58fbfe6f09e24708b81fdb1abcc7843a-mv2.jpg" alt="" style="width:255px;height:360px" width="255" height="360"/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: ACB.com</figcaption></figure>



<p>Il secondo anno le medie non migliorano per Mirza, che colleziona 11.1 punti e 4.8 rimbalzi a partita, ma il suo nome circola nel circuito europeo grazie alla partecipazione alla ULEB Cup (attuale EuroCup), raccogliendo 6.7 punti a partita. Dati bastevoli per fare un ulteriore salto di qualità, complice anche la vittoria del campionato belga. La finestra europea gli apre le porte della Spagna, della Liga ACB.</p>



<p>Il <strong>Saski Baskonia,</strong> reduce da una vittoria in Supercoppa, una Coppa del Re, l’ottimo secondo posto in ACB (escono in finale contro Malaga) e l’ancor più ottimo terzo posto in Eurolega (finalina vinta contro il Barcellona dei due italiani Gianluca Basile e Denis Marconato), sceglie di scommettere sul talento bosniaco.</p>



<p>Per stessa ammissione di Teletović, i primi anni tra le montagne basche attorno a Vitoria sono di ambientamento, ma le sue medie lievitano di anno in anno. Nonostante non sia tra i migliori giocatori del club, nel 2007 decide di rendersi eleggibile per il <strong>Draft NBA,</strong> ma non viene selezionato da nessuna franchigia.</p>



<p>Continua così la sua avventura col Saski. L’evoluzione nel gioco è evidente. Capisce che per approdare un giorno in NBA deve allontanarsi dal canestro e inizia a costruire un ottimo tiro dalla lunga distanza, modernizzando il suo ruolo di ala grande. Viene inizialmente promosso in quintetto base, dimostrando ad ogni partita di poter essere decisivo anche in campo europeo, vincendo il premio di rivelazione dell’anno nel 2008 e nel 2009 il titolo di MVP della Coppa del Re. Viene anche eletto a capitano della squadra. Nel suo ultimo anno in terra basca si afferma definitivamente in Europa registrando 17.8 punti, 6 rimbalzi e 1.2 assist a partita con un eccezionale 43.1 % al tiro da tre punti. Complessivamente nella sua carriera spagnola lunga sei stagioni raccoglie due scudetti, tre Supercoppe, una Coppa del Re e due Final Four di Eurolega.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Finalmente arrivano i Nets</strong></h2>



<p>In realtà non pensa nemmeno di poter andare in NBA, nonostante le ultime ottime stagioni. Dopo la cocente non-selezione al Draft 2007, l’NBA per lui è qualcosa di assai lontano, e alla sua età sbarcare oltreoceano non è affatto così facile, meglio se si è giovani. Inoltre ha ancora due anni di contratto col Saski, e in fondo gli piace giocare in Europa ad alto livello, non la vive come una necessità impellente. Non gli servono gli U.S.A. per sentirsi grande.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Non ci stavo nemmeno minimamente pensando, ma un giorno il mio agente mi chiama e mi dice che c’è un forte interesse su di me dall’NBA. Ho semplicemente pensato di sfruttare l’occasione.”</em></p>
</blockquote>



<p>I primi ad interessarsi sono i Suns, ma la trattativa si arena, complice anche il deciso ingresso dei <strong>Nets,</strong> pronti a cambiare casa e sbarcare nella grande mela, che strappa all&#8217;Arizona il talento bosniaco. Così Teletović si aggrega ai suoi nuovi compagni di squadra. Brooklyn, nella sua prima stagione newyorkese, ha un ottimo record a fine stagione, ma Mirza gioca davvero poco, relegato molto spesso alla panchina. Si deve ancora abituare alla velocità e gli serve una stagione di transizione, ben inserita nel contratto garantito da tre stagioni.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Non era nelle rotazioni principali. Era sicuramente molto difficile per lui non poter giocare, ma il suo atteggiamento era ottimo. Quando ha avuto qualche possibilità, l’ha sempre sfruttata al massimo.”</em></p>
</blockquote>



<p>Complici delle buone prestazioni e l’incremento dei parametri atletici, Teletović nella stagione successiva trova sempre più spazio, grazie anche alla rivoluzione decisa dalla dirigenza. Sono tantissimi i giocatori che vengono scambiati, ma sono altrettanti quelli che vestono la maglia Nets e si aggiungono agli All-Star Joe Johnson, Brook Lopez e Deron Williams: tra questi <strong>Kevin Garnett,</strong> <strong>Paul Pierce,</strong> Jason Terry e Andrej Kirilenko. Anche la guida tecnica cambia e viene ingaggiato il leggendario e prossimo Hall of Famer <strong>Jason Kidd.</strong> Le sue prestazioni si alzano notevolmente di livello: 8.6 punti, 3.9 rimbalzi a partita col 39% da 3 a pari. La scommessa di diventare un ottimo tiratore dalla stazza notevole (Teletovic è un 2.03 m) è vinta.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_b824a051c2f14df1ad6508a9e731c2a7-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>La squadra però non funziona e il progetto attorno a Garnett e Pierce fallisce miseramente, tanto che Paul decide di lasciare la squadra direzione Wizards e anche Kidd si accasa ai Bucks. Teletović porta a termine il suo contratto replicando praticamente le stesse medie della stagione precedente, diventano però un’ottima pedina da poter far entrare dalla panca, un tiratore affidabile e un ottimo agonista col suo atteggiamento sprezzante. Anche se la sua carriera pare subire un improvviso arresto.</p>



<p>In una partita contro i Los Angeles Clipper nel Gennaio 2015 è costretto ad uscire dal campo per una seria fatica respiratoria. Già in precedenza aveva avuto qualche problema, ma nulla di paragonabile a quella sera. Lo portano immediatamente al vicino ospedale. La diagnosi è inaspettata: <strong>embolia polmonare.</strong> Oltre alle bombe, anche la malattia. Riesce a recuperare parzialmente solo per concludere la stagione. L’intera Off-Season la passa a recuperare e riprendere la forma persa per lo stop forzato. Mirza sa perfettamente come rimettersi in sesto. L’Off-Season per il recupero coincide anche con la sua Free Agency. Bussano alla porta i Suns e lui accetta di buon grado l’Arizona.</p>



<p>La sua stagione, nonostante i molti dubbi, è di alto livello raggiungendo i 10.7 punti di media col 39.3% dall’arco. Entra anche nella storia registrando un record di Lega: segna ben 179 triple partendo dalla panchina. Le ottime prestazioni convincono Kidd e i <strong>Bucks </strong>a firmare un contratto molto importante per aggiudicarsi il talento bosniaco: 10 milioni di dollari per tre stagioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Con la salute non si scherza, anche se si ha affrontato la guerra</strong></h2>



<p>Ricordandoci che viene definito da molti nel Winsconsin “<em>il peggior investimento di sempre”</em>, possiamo sicuramente affermare che i due anni nei Bucks non hanno atteso le alte aspettative, un po’ per una forma fisica decisamente non a livello, complice anche un infortunio al ginocchio nel 2017, un po’ per gli scarsi rendimenti e il poco feeling coi compagni di squadra e molto per le complicazioni legate all’embolia polmonare, che lo costringe ex abrupto a terminare la carriera. Alla guerra si sopravvive, la si combatte; il fisico semplicemente abbandona, e nel suo caso non si può fare granché.</p>



<p>Cosa possiamo dire di lui? Un uomo coraggioso, questa è l’unica definizione valida. Ad oggi è presidente della federazione cestistica bosniaca, pronto a restituire quello che ha guadagnato sotto i fischi incessanti delle bombe della sua infanzia.</p>



<p>Questa storia ci insegna che il basket è capace di far sognare anche tra le macerie della guerra.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“See the blind man/Shooting at the world/Bullets Flying/Ohh taking roll”</em></p>



<p>– Child in Time, Deep Purple</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Around Africa: le 6000 miglia di Pascal Siakam</title>
		<link>https://aroundthegame.com/around-africa-6000-miglia-pascal-siakam/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Punis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 May 2021 00:01:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[finals]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal Camerun fino al tetto dell’NBA, diventando - quasi - prete: la storia di Pascal Siakam.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Dal Camerun fino al tetto dell’NBA, diventando &#8211; quasi &#8211; prete: la storia di Pascal Siakam.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_ca6f2399d6384d3e89e05ea81673d82b-mv2.jpeg" alt=""/></figure>



<div></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Lo dirò onestamente. Quando vidi per la prima volta Pascal Siakam al Basketball Without Borders Camp nel 2012, mai avrei pensato che sarebbe diventato un giocatore NBA.”</em></p>



<p>– Masai Ujiri</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Tanto tempo fa, in una &#8220;galassia&#8221; lontana lontana&#8230;</h2>



<p>Il nostro viaggio parte a seimila miglia di distanza dalla gradevole Toronto, nel villaggio di <strong>Douala,</strong> quanto mai lontano dalle lande canadesi.</p>



<p>In <strong>Camerun </strong>si gioca a basket, e anche ad ottimi livelli. Nella famiglia Siakam tutti e tre i fratelli maggiori sono in America in qualche college ad inseguire il sogno di giocare per una franchigia NBA. Per Pascal il destino, pensato dal padre <strong>Tchamo,</strong> è tutt’altro: deve diventare <strong>prete.</strong></p>



<p>All’età di undici anni, Siakam viene iscritto al <em>St. Andrews Seminary </em>di <strong>Bafia,</strong> sperduta località distante circa otto ore di autobus dal suo villaggio natio Douala, sotto l’esperta guida di padre <strong>Armel Collins Ndjama.</strong> Le condizioni di vita non sono le migliori: l’acqua del villaggio non si può bere perché inquinata e molto spesso scarseggia, non c’è un ospedale vicino, molto spesso i bambini si ammalano di malattie che nel Continente sono disconosciute da diversi anni; insomma, non il miglior posto per crescere. Ma, nonostante le difficoltà, la comunità del seminario, che conta circa settanta ragazzi, insegna una vita di disciplina e fede. Ogni mattina, infatti, tutti i seminaristi debbono adempiere a dei compiti loro assegnati: tagliare la legna, percorrere diversi chilometri per approvvigionarsi d’acqua, pulire i dormitori, etc.</p>



<p>Appena catapultato in questo mondo austero Pascal ci si trova bene. Sempre ligio ai suoi doveri trova una sua dimensione, anche per non infrangere i sogni del padre. Nel serrato programma giornaliero c’è anche spazio, dalle quattro alle cinque del pomeriggio, per un’ora d’aria in cui poter praticare qualche sport. A differenza dei fratelli, Siakam non ha nessun interesse per la pallacanestro; qualche volta gioca con i suoi amici, ma niente di più. Quello che lo appassiona veramente è il pallone. Come la maggior parte dei ragazzi africani, prospetta la sua realizzazione nel mondo del <strong>calcio,</strong> magari arrivando un giorno ad alzare al cielo la coppa dalle &#8220;grandi orecchie&#8221;.</p>



<p>Dopo poco la vita da seminario però inizia a stargli stretta. Di certo non sarebbe diventato un prete. All’età di quindici anni pensa già di lasciare la comunità. Diventa sempre più insofferente e i rapporti con padre Collins diventano sempre più conflittuali e ingestibili: non fa i compiti, non adempie ai propri doveri mattutini, molto spesso entra ed esce dal seminario quando vuole, altre volte si rifiuta addirittura di seguire le lezioni del giorno. Lo stesso padre Collins lo vorrebbe mandare via.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Ho pensato molte volte di mandarlo via, ma i suoi risultati scolastici erano, nonostante tutto, molto buoni. Non potevo permettermi di perderlo.”</p>



<p>– padre Collins</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_958853049eb04fc09e64bbcb2a4914ca-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>Per rimetterlo in riga, padre Collins lo rispedisce a casa. Tchamo cerca in tutti i modi di convincere il figlio a terminare il percorso scolastico e diventare un giorno prete, ma Pascal non vuole sentire ragione. Arrivano ad un compromesso: lui terminerà la scuola, ma non proseguirà sulla strada della fede.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“L’unica speranza del padre era quella di rendere il figlio non un prete, ma almeno un uomo”</p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Non avrei mai voluto andare contro ai suoi desideri. Non c’è stato miglior uomo nella mia vita che mio padre. Ma la chiamata non è mai arrivata per me. Il mio destino sarebbe stato altrove.” – Pascal Siakam</p>
</blockquote>



<p>Così, con moltissime difficoltà, termina il suo percorso scolastico arrivando al diploma, ma è tempo di decidere cosa fare della sua vita.</p>



<p>Bafia dista esattamente 129 km dalla capitale Yaoundé, ventisei ore a piedi, nessun mezzo pubblico compie quella tratta, ma le notizie arrivano lo stesso. Quasi per caso nel 2011, Siakam viene a sapere di un camp gratuito nella capitale organizzato da un certo <strong>Luc Mbah a Moute.</strong> Non sa chi sia, ma con dei suoi amici decide di iscriversi e parteciparvi. La sua esperienza non viene ricordata, del resto deve ancora sopportare un anno in seminario ed il suo umore non è dei migliori. L’anno successivo però vi partecipa con un altro spirito. Dopotutto i suoi fratelli hanno in qualche modo sfondato nel mondo della pallacanestro, e chi è lui per non riuscirci?</p>



<p>La seconda partecipazione non passa inosservata come la prima. La famiglia Siakam ha un’ottima reputazione cestistica ed il ragazzo questa volta, nonostante gli evidenti limiti tecnici, si presenta con una voglia pazzesca di aggredire il Gioco. Proprio per questa sua grinta – e non per altro – Pascal viene invitato ad una tappa importantissima per tutti i giocatori africani, per la quale è <a href="https://aroundthegame.com/around-africa-simply-trust-the-process/">passato anche Joel Embiid</a>, ovvero il <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://global.nba.com/basketball-without-borders/" target="_blank" rel="noopener">Basketball Without Borders</a></span>, organizzato in Sud Africa.</p>



<p>All’età di diciotto anni per Pascal è il primo vero contatto con la pallacanestro organizzata. Un’età alla quale molto spesso si pensa che non esistano alternative nello sport o nell&#8217;iniziare una nuova attività; ed è proprio questo approccio tardivo che rende la sua storia ancora più interessante.</p>



<p>Arriva finalmente il primo giorno di camp. Entra, insieme a tantissimi altri giovani, in un grandissimo palazzetto e nota che una gran massa di gente si accerchia attorno a due figure imponenti. Non li riconosce, del resto non ha mai visto in vita sua una partita NBA, se non per sbaglio. Decide di chiedere ad un ragazzo che gli è a fianco: “<em>chi sono quei due?</em>” “<em>Come chi sono quei due? Sono <strong>Luol Deng </strong>e <strong>Serge Ibaka,</strong> come fai a non conoscerli?”</em></p>



<p>A poco a poco raccoglie tantissime informazioni su quei due giocatori e li apprezza sempre di più. Capisce perfettamente che l’occasione di giocare di fronte a due stelle NBA è la prima vera possibilità di cambiare la sua vita, di andare via dal Camerun, da Bafia, e vivere la sua vita libero dalle imposizioni della famiglia. Rimane comunque consapevole di non essere un grande giocatore e punta tutto sull’unica cosa che sa fare: giocare con grinta. L’energia che dimostra sul campo è elettrizzante e tutti lo notano. Il suo atletismo è dirompente; in difesa è già uno specialista, un muro che stoppa chiunque provi ad avvicinarsi al ferro.</p>



<p>In Africa non contano i risultati, conta la prospettiva; e in quel ragazzo gli organizzatori ci credono tantissimo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“La sua voglia era pazzesca.”</p>



<p>– Masai Ujiri</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Un destino molto lontano dall&#8217;Africa</h2>



<p>Arriva la notizia. Lui non ci crede, nemmeno i suoi familiari, men che meno suo fratello James.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Gli ho riso in faccia. Lui? Il basket? Non ci potevo credere.”</p>



<p>– James Siakam</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_16cd8d1657e343e7b87d6daef362aa3d-mv2.jpg" alt=""/></figure>



<p>Pascal si accasa alla <em>God’s Academy </em>a Louisville (Texas) per poi passare appena un anno dopo a <strong><em>New Mexico State,</em></strong> pronto per affrontare la sua prima stagione di college.</p>



<p>Il primo anno passa il suo tempo in palestra, ogni momento libero lo usa per migliorare le sue doti tecniche. Lo stesso college decide di optare per un periodo di “<em>redshirt”</em>, una sorta di sospensione, un ritardo nella partecipazione di un atleta alle competizioni ufficiali volto sia a completare la formazione atletica sia ad uniformare il percorso di studi, così da poter ottenere una <em>bachelor’s degree </em>(traducibile con la nostra laurea triennale) al termine del percorso collegiale.</p>



<p>Si affaccia finalmente, un anno dopo, alla prima vera<em> pre-season </em>in un clima di assoluta fiducia nelle sue doti cestistiche.</p>



<p>Ma quando si prepara per il grande evento, la vita gli affonda senza preavviso un pesantissimo pugno nello stomaco.</p>



<p>Una sera di fine estate, Pascal si trova nel suo letto, pronto per andare a dormire. D’un tratto il suo telefono squilla. Durante la sua permanenza negli U.S. le chiamate fatte a casa sono state molto poche e solitamente chiama lui. Molto spesso sente suo padre. Nella sua voce però non trova quasi mai dispiacere o rammarico, anzi, tutt’altro: sente un accento di orgoglio.</p>



<p>La telefonata arriva quindi in modo inaspettato. Subito si preoccupa. Le chiamate estemporanee sono sempre sintomo di qualche importante avvenimento, molto spesso tragico; ed è purtroppo quello che accade. Dall’altra parte del telefono c’è sua sorella <strong>Raissa,</strong> anche lei trasferitasi negli Stati Uniti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Ehi, ciao&#8230; Ti devo dire una cosa importante. Papà è morto… non sappiamo ancora molto, ma sembra essere stato coinvolto in un incidente stradale.”</p>
</blockquote>



<p>Poco dopo telefona anche suo fratello James per comunicargli la notizia. A quanto pare il padre era stato trasportato in fin di vita dopo un incidente frontale con un’altra macchina all’ospedale quattro giorni prima. I medici hanno provato di tutto, ma quella sera si è spento. Sua madre è sconvolta dal dolore, tanto da non riuscire nemmeno a contattare i figli preoccupatissimi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Non ricordo nulla di quella notte. Per me è tutto bianco. Ho solo pensato ad una cosa: devo tornare a casa, assolutamente, ma non era possibile…”</p>
</blockquote>



<p>Purtroppo per lui, la sua richiesta di rinnovo della visa, visto necessario per rimanere su suolo statunitense, è ancora in elaborazione: se fosse tornato in Africa, anche solo per presenziare ai funerali del padre, non sarebbe più potuto tornare negli Stati Uniti.</p>



<p>Pochi giorni dopo riesce a mettersi in contatto con la madre che, ancora sconvolta da dolore, convince il figlio a seguire il suo sogno e a non tornare in patria. Saluterà il padre, un giorno. Fortunatamente trova il sostegno morale che serve in queste situazioni: il suo allenatore, <strong>coach Marvin Menzies,</strong> ha perso i genitori in circostanze simili appena due anni prima e decide di stargli, affrontando con lui, quasi fosse uno zio, il dolore per la scomparsa del padre.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Non poter partecipare al funerale di nostro padre è qualcosa che non ha mai lasciato il cuore di Pascal, ma è stato meglio così per la sua vita”</p>



<p>– James Siakam</p>
</blockquote>



<p>Nonostante questo Siakam prosegue nella sua preparazione. Decide di commemorare il padre, non solo impegnandosi al massimo per raggiungere il suo obiettivo, ma scrivendo sulle sue scarpe per tutta la stagione “<em>RIP Dad”</em>.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_7ecd666e5dd84658a1f1e9e61b89c9eb-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>Nella sua prima competizione non si esprime a livelli altissimi, ma mostra un potenziale molto grande: chiude la stagione con 12.8 punti, 7.7 rimbalzi e 1.8 stoppate a partita in 30.8 minuti di impiego. Per essere uno che fino a due anni prima il basket non sapeva cosa fosse, non è per nulla male come inizio di carriera. Nonostante questo vince il <em>WAC Freshman of the Year.</em> La stagione successiva, però, è nettamente migliore e lo consacra come giocatore dell&#8217;anno con delle statistiche spaziali: 20.3 punti, 11.6 rimbalzi, 1.7 assist e 2.2 stoppate in 34.6 minuti di impiego.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Pascal è diventato molto più appassionato dalla scomparsa del padre. Ha convertito il suo dolore in spinta per migliorare il suo gioco e per rendere orgoglioso il padre.”</p>



<p>&#8211; Marvin Menzies</p>
</blockquote>



<p>I tempi sono maturi per compiere il passo decisivo verso l’NBA. La routine per arrivare al <strong>Draft 2016 </strong>parte con degli allenamenti a cui si accede per invito. Lui viene chiamato dai Raptors, proprio da quel<strong> Masai Ujiri </strong>che lo vide in Sud Africa e che ora ricopre il ruolo di General Manager della franchigia canadese. Ad allenare i Raptors c&#8217;è <strong>Dwane Casey </strong>che nota immediatamente le grandi capacità difensive del ragazzo camerunense, oltre che alla sua incredibile rapidità di piedi e la sua famelica voglia di recuperare il pallone.</p>



<p>I <strong>Raptors </strong>lo selezionano con la scelta n° 27.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ora è tempo di vincere</h2>



<p>Nel tour di partite della Preseason Pascal deve andare a Washington per giocare contro i Wizards. Nella capitale vive anche sua sorella Raissa e per l’occasione la madre prende un volo e raggiunge i figli negli Stati Uniti. Dopo cinque lunghi anni, Siakam rabbraccia finalmente la madre <strong>Victorie.</strong> In un serata davanti ad una normalissima pizza recuperano tutti i momenti perduti in quegli anni di lontananza, rincuorandosi a vicenda e commemorando la scomparsa del padre.</p>



<p>Esattamente cinque giorni dopo quell’incontro, Pascal vede per la prima volta &#8220;dal vivo&#8221; una partita NBA: peccato che sia lui stesso in campo e che parta addirittura titolare contro i Detroit Pistons. Suggella l’esordio con 4 punti e 9 rimbalzi in 21 minuti di gioco. Come ci si può giustamente aspettare, il suo impiego non è ampio, anzi. Gioca solamente 55 partite con appena 15 minuti di media giocati. Evidentemente non è ancora pronto per essere un fattore determinante nei Raptors, ma per questo c’è tempo.</p>



<p>La sua crescita, oltre che per necessità tecniche, viene anche frenata per due arrivi importanti: quello di Patrick Patterson e quello di Serge Ibaka. Poiché lo spazio è molto ristretto, la franchigia canadese sceglie di mandarlo ai Raptors 905 – squadra affialiata in <strong>G-League </strong> – per il finale di stagione. Il suo arrivo aiuta la squadra a raggiungere il titolo nella lega minore e per le sue prestazioni viene premiato come MVP delle Finals.</p>



<p>Nella stagione successiva il suo spazio e le sue statistiche ancora stentano a maturare nel complesso a causa del grande minutaggio riservato ad Ibaka. La vera crescita avviene nella stagione 2018-2019. La Preseason dei Raptors inizia all’insegna degli adii. Demar Derozan, assieme a Jacob Pöltl e ad una scelta protetta al primo giro del Draft 2019, viene spedito con i San Antonio Spurs in cambio di <strong>Kawhi Leonard </strong>e <strong>Danny Green.</strong></p>



<p>A Febbraio arriva anche <strong>Marc Gasol,</strong> in cambio di Jonas Valanciunas, C.J. Miles e Delon Wright. Questi scambi permettono di aprire una grossa fetta di minutaggio a Siakam, che molto spesso gioca insieme a Gasol con ottimi risultati. Le sue statistiche in Regular Season esplodono: chiude la stagione con un minutaggio di 31.9 minuti a partita in cui raccoglie 6.9 rimbalzi, segnando 16.9 punti con un ottimo 61.2% al tiro da due punti.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_d64098aabba54da7a7e649d00ab6232e-mv2.jpeg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>Queste prestazioni, infatti, gli valgono il titolo di <strong><em>Most Improved Player </em></strong>della Lega. I Raptors di Leonard, Lowry, Gasol, Ibaka e, ora, anche di Siakam sono un vera e propria contender per il Titolo. Il 25 Maggio vincono il Titolo della Eastern Conference pronti per battagliare nelle <strong>Finals </strong>contro i <strong>Golden State Warriors </strong>di Stephen Curry. Siakam conferma di essere assoluto protagonista delle Finals con ottime statistiche offensive – 18.8 punti, 3 assist e un ottimo 48,4 % dal campo – e con grandissime prestazioni difensive – cattura anche 7.3 rimbalzi a partita. La serie termina a Gara 6 con un incredibile successo della franchigia canadese, primo nella loro storia.</p>



<p>Siakam diventa ogni minuto di più una pedina fondamentale per i Raptors, aumentando ancora le sue statistiche stagionali nei due anni successivi, anche se la franchigia non riesce più ad assestarsi ad ottimi livelli, dopo l’addio di Leonard trattenuto a <strong>Toronto </strong>per solo una stagione. Ora, con gli <strong>Indiana Pacers</strong>, sta continuando a scrivere la storia, sua e della NBA, dopo essere arrivato a un passo &#8211; falso, quello fatale di Tyrese Haliburton per l&#8217;infortunio al tendine d&#8217;Achille di Tyrese Haliburton in Gara 7 delle Finals 2025 contro i Thunder &#8211; dal secondo titolo NBA in carriera, dopo una run da assoluto protagonista. </p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">“You gotta hold both.”<br><br>Tyrese Haliburton made sure that Pascal Siakam got a photo of him holding both the Eastern Conference Finals trophy and the ECF MVP trophy 🏆📸<br><br>(via <a href="https://twitter.com/NBA?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">@NBA</a>) <a href="https://t.co/ficoT8ilhR">pic.twitter.com/ficoT8ilhR</a></p>&mdash; ClutchPoints (@ClutchPoints) <a href="https://twitter.com/ClutchPoints/status/1929362233022198127?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">June 2, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Fermiamoci un attimo a riflettere su questa storia. Nel giro di una decina di anni questo ragazzo è passato dalle strade polverose del Camerun al tetto del mondo cestistico. Rifiutando un futuro clericale già scritto per lui e lottando ogni singolo giorno &#8211; anche contro i dolori lancinanti della vita, tra cui la morte violenta di padre Collins, ossia colui che per primo aveva ciecamente creduto in lui &#8211; per migliorarsi e raggiungere i propri obiettivi.</p>



<p>Questi risultati non sono solo frutto del talento, ma anche della caparbietà nel volere a tutti i costi perseguire i propri sogni. La perdita del padre, paradossalmente, ha giovato a Pascal, spingendolo sempre di più a migliorare il suo gioco e le sue capacità.</p>



<p>Il suo successo è basata sull’umiltà e sul rispetto delle persone che lo hanno accompagnato, sia incoraggiandolo che sgridandolo, durante la vita, e lui non se ne è scordato mai.</p>



<p>Avete mai notato il suo rito pre-gara? Beh, ha un significato molto importante.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Ogni volta che entro in campo, tocco il mio numero 4 sulla maglietta per quattro volte per mio padre e per i miei tre fratelli, poi tocco il numero 3 tre volte per mia madre e per le mie sorelle, poi mi faccio il segno della croce e punto un dito al cielo. So che mio padre – e anche padre Collins – mi sta guardando da lassù.”</p>
</blockquote>



<p>Un viaggio lungo seimila miglia&#8230;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Deandre Ayton: l&#8217;uomo che si meritò un Junkanoo</title>
		<link>https://aroundthegame.com/deandre-ayton-l-uomo-che-si-merito-un-junkanoo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Punis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Apr 2021 13:28:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Dalle spiagge dorate di Nassau al Grand Canyon State... tutto al frenetico ritmo dei tamburi bahamensi: la storia di Deandre Ayton.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Dalle spiagge dorate di Nassau al Grand Canyon State&#8230; tutto al frenetico ritmo dei tamburi bahamensi: la storia di Deandre Ayton.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_fa50e5b9e74f4e96ac0db43ee233090a-mv2.jpeg" alt="" width="752" height="393"/></figure>



<p class="has-text-align-left">Una volta l’anno, tutti gli abitanti di Nassau (<strong>Bahamas)</strong> si ritrovano all’alba di una giornata splendente armati di <strong>tamburi,</strong> campanacci e fischietti, travestiti con meravigliose maschere variopinte, per festeggiare lo <strong>Junkanoo;</strong> un momento speciale per festeggiare i grandi avvenimenti dell’anno. Una festa tradizionale che solitamente si svolge nel giorno di Santo Stefano, a Capodanno o in particolari ricorrenze durante l’anno.</p>



<p class="has-text-align-left">Lo Junkanoo può essere anche festeggiato per il ritorno in patria di un eroe nazionale, qualcuno che abbia reso valore alle proprie radici caraibiche nel mondo, e quel qualcuno è proprio la <strong>scelta numero 1 </strong>del Draft 2018, l’attuale <em>big man</em> dei<strong> Phoenix Suns, Deandre Ayton.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Quando si tratta di basket, a Nassau si fa sul serio</h2>



<p class="has-text-align-left">Ci avreste mai scommesso che la pallacanestro è lo sport più popolare alle Bahamas?</p>



<p class="has-text-align-left">Insomma, nessuno pensa che su un’isola caraibica immersa nel limpido e tumultuoso Oceano Atlantico si possa giocare a pallacanestro, ma l’aspetto ancor meno banale che questo agglomerato di isole sia anche la patria di pluricampioni NBA. Un nome? <strong>Mychal Thompson…</strong> sì, un due volte campione NBA con i Lakers di “Magic” Johnson, nonché padre di un quattro volte campione Klay Thompson<strong>.</strong> Per non parlare di vari <strong>Buddy Hield, Eric Gordon </strong>e <strong>Rick Fox </strong>(questi ultimi due hanno salde radici bahamensi).</p>



<p class="has-text-align-left">La cosa ancora più assurda è che questi nomi non siano nemmeno i più famosi in patria. Uno in particolare supera di gran lunga tutti gli altri, nonostante non sia mai riuscito a calcare i parquet della NBA, ed è quello di <strong>Jeff Rodgers.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">Perché parlare di un figura così sconosciuta, mai apparsa nei radar della Lega e di cui nessuno praticamente sa nulla?</p>



<p class="has-text-align-left">Nulla è lasciato al caso in questa storia. Jeff Rodgers è un profondo credente ed è sempre stato attivo nell’organizzazione di eventi per i giovani nella capitale bahamense. Il connubio tra chiesa e giovani lo porta ormai trentaquattro anni fa, sotto richiesta della Chiesa Avventista del Settimo Giorno &#8211; di cui è un fedele &#8211; ad organizzare un camp di pallacanestro per tutti quei ragazzi e ragazze sfaccendati che nelle lunghe giornate d’estate, bighellonano per le strade senza scopo. Con la scuola finita e poco o nulla in cui spendere il proprio tempo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“I giovani hanno la possibilità, tutt’altro che remota, di finire nei guai o in situazioni particolari. Io l’ho sempre vista come un’opportunità per me stesso, per vedere come potessi in qualche modo stimolarli e dar loro l’opportunità di credere in loro stessi, come ho sempre creduto in me stesso.”</em></p>
<cite>&#8211; <em>Jeff Rodgers</em></cite></blockquote>



<p class="has-text-align-left">Così, un po’ dal nulla, nasce il primo camp di pallacanestro alle Bahamas, ma questo non basta. Non serve solo spargere la voce, serve qualcosa di ancora più forte. Tramite qualche strano contatto, Rodgers riesce a raggiungere e convincere a partecipare come “<em>special guest”</em> il più basso vincitore dello Slum Dunk Contest, nonché guardia degli Atlanta Hawks, <strong>Spud Webb.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">Ad una sola condizione, che Spud porti con sé alcuni dei suoi compagni di squadra, e non uno a caso: “<em>The Human Highlight Film”</em>, il numero 21 degli Hawks, il nove volte All-Star e vincitore della Coppa dei Campioni col Panathinaikos nel 1996, <strong>Dominique Wilkins.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">Come inizio non è davvero male. Avere due dei giocatori mediaticamente più presenti nella NBA degli anni ’80 come ospiti del proprio camp non è da poco. Il progetto decolla e anche il padre di Klay Thompson, Mychal, decide di farne parte come organizzatore. Insomma, a Nassau tutti gli anni un fantastico camp di basket, creato appositamente per i giovani, viene organizzato con tantissime stelle <strong>NBA,</strong> ed è proprio tramite questo camp che Deandre Ayton entra in contatto con la pallacanestro.</p>



<p class="has-text-align-left">Ayton cresce accudito da sua madre e dal padre adottivo in quartiere molto difficile di Nassau. La violenza, la malavita e le droghe la fanno da padrona. La sua famiglia non era ricca. Il padre adottivo è un semplice idraulico.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Non essere catturato dalle brutte amicizie, dai brutti giri è davvero difficile quando vivi tutti i giorni tra quelle vie. Che Deandre ne sia uscito illeso è stato un vero e proprio miracolo.”</em></p>
<cite>&#8211; Jeff Rodgers</cite></blockquote>



<p class="has-text-align-left">Deandre, che prima si limitava a qualche partitella di calcio con i suoi amici di quartiere, dimostra sin da subito due caratteristiche fondamentali per un futuro giocatore di basket professionista: l’altezza – già a dodici anni sfiora i due metri di altezza – e l’agilità dei piedi, dote tutt&#8217;altro che comune. Per questo motivo e per toglierlo dalla strada, il padre adottivo lo iscrive al camp di Rodgers, andando contro la volontà del ragazzo.</p>



<p class="has-text-align-left">Sin da subito Deandre dimostra di essere un atleta eccellente, peccato che fino a quel momento, come tanti giocatori di cui è stata raccontata la storia (ad esempio <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/around-africa-simply-trust-the-process" target="_blank" rel="noopener">Joel Embiid</a></span>), non sapesse nemmeno cosa fosse un pallone da basket e quali fossero le regole di quello strano sport. Lo stesso Ayton racconta molto spesso un aneddoto molto divertente a riguardo.</p>



<p class="has-text-align-left">In uno dei suoi primi allenamenti, gli organizzatori del torneo decidono di far giocare una piccola partitella, giusto per capire a che livello siano i giovani giocatori che dovranno formare nel corso del camp. Il <em>big man</em> Deandre entra in campo. Dopo un paio di campi da campionato minors con diversi “<em>sdeng”</em> e palle perse, finalmente riceve palla e accade l’inevitabile.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ad un certo punto mi ritrovo davanti ad un avversario. Non sapevo bene cosa fare, allora la mia mente ha viaggiato creando il film dell’azione. Salto, batto l’uomo, vado per segnare e…l’arbitro fischia. Avevo intuito di aver commesso qualche tipo di infrazione. Ho saltato senza tirare, avevo commesso passi. In realtà pensavo fosse una finta consentita.”</em></p>
<cite>&#8211; <em>Deandre Ayton</em></cite></blockquote>



<p class="has-text-align-left">Il camp termina, il dispiacere è davvero enorme. Dopo tutto l’esperienza gli è piaciuta moltissimo. Bisogna purtroppo tornare alla vita di sempre, a tentar di sopravvivere per le violente strade di Nassau. L’unica speranza è quello di poter tornare l’anno dopo, soprattutto dopo aver imparato tutte le regole.</p>



<p class="has-text-align-left">Il tempo passa, lento, ma passa, inesorabile. Finalmente arriva di nuovo l’estate.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ehi, Deandre, quest’anno non potrai andare al camp…non abbiamo i soldi per mandarti.”</em></p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-left">La batosta è bella forte, ma ha imparato che tutte le difficoltà possono essere affrontate a testa alta e si trova sempre una qualche soluzione. “<em>Papà, posso venire a lavorare con te? Almeno così posso fare qualcosa durante l’estate per tenermi occupato”</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Era più felice di quanto mi aspettassi nel venire al lavoro. Lo pagavo circa venti dollari alla settimana, una miseria, ma era quello che potevo permettermi. Dopo cinque settimane di intenso lavoro, mi si para davanti e mi dice ‘Papà, lunedì prossimo non vengo al lavoro ’ e gli chiedo ‘Come mai? ’. ‘Semplice papà, ho guadagnato i soldi necessari per tornare al camp.&#8221;</em></p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-left">I genitori di Deandre intuiscono che ci sia qualcosa di speciale nel ragazzo. Non pensavano minimamente che il basket fosse diventato così importante, sebbene il suo livello non fosse poi così elevato.</p>



<p class="has-text-align-left">Prendono una decisione rischiosa, ma definitiva: avrebbero iscritto Deandre ad una scuola privata. Dovevano allontanarlo dai bassifondi di Nassau, conoscendo anche il suo brutto carattere. Solamente l’anno prima, infatti, DeAndre era stato coinvolto in una rissa in un parco vicino casa, cavandosela solamente con un bell’occhio nero. Chi li assicurava che non si sarebbe mai più cacciato nei guai, magari anche più grossi?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ero solito bazzicare con cattive compagnie. L’unica cosa bella era il camp.”</em></p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Destinazione San Diego</h2>



<p class="has-text-align-left">Proprio al camp conosce una figura che cambierà definitivamente la sua vita. Uno degli assistenti dello staff tecnico è un allenatore professionista in Messico. Nota immediatamente il talento atletico di Ayton e decide di mettere in contatto la famiglia col suo capo, l’ex giocatore NBA <strong>Reggie Jordan.</strong> Jordan a sua volta segnala il talento ad un allenatore, in California, del circolo della <strong>AAU </strong>– <em>Amateur Athletic Union,</em> un’organizzazione con sedi sparse in tutti gli US per la formazione di giovani atleti in diverse discipline &#8211; di nome <strong>Shaun “<em>Ice”</em> Manning.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">Manning invita la famiglia e Deandre a <strong>San Diego </strong>per una prima prova. Il ragazzo non ha alcuna base tecnica, non è nemmeno capace di tirare un tiro libero, ma ancora una volta le sue doti atletiche riescono a strabiliare, e il coach californiano decide di investire su di lui. Proprio nello stesso periodo, Manning, assieme ad un filantropo di nome <strong>Ryan Stone,</strong> crea una squadra giovanile alla <strong>Balboa City School,</strong> una piccola scuola privata di San Diego.</p>



<p class="has-text-align-left">Mancano solo i termini legali. Manning parla con la madre di Deandre. I documenti sono firmati: la sua educazione e la sua carriera cestistica sono completamente in mano ad un semi-sconosciuto che promette di portarlo nella NBA.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“A quel tempo non pensavo assolutamente ad arrivare nella Lega, anzi. Pensavo solo che col basket avrei tolto dalla povertà la mia famiglia. Insomma, glielo dovevo dopo tutto quello che ha fatto per me.”</em></p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-left">Iniziano gli allenamenti. Il ragazzo è acerbo, ma è molto sveglio e impara in fretta, molto in fretta. Con la sua abilità di piedi il gioco spalle e fronte a canestro per lui sono uno scherzo. Si costruisce un ottimo tiro dalla media e pian piano ne aumenta il range.</p>



<p class="has-text-align-left">Per un due metri giocare a quel modo è semplicemente assurdo, ma non è ancora pronto. “<em>Semplicemente pronto a tutto pur di sfondare”</em>, dice Manning alla madre di Deandre. <em>“Deve solo pazientare prima di essere pronto per competere con gli altri ragazzi della sua età”.</em></p>



<p class="has-text-align-left">Due anni dopo, quando Ayton ha tredici anni, arriva l’occasione giusta. Coach “<em>Ice”</em> lo porta a Portland e Salt Lake City ad un torneo organizzato dalla AAU.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Era semplicemente uno scherzo, assurdo. Dominava letteralmente il campo. Non c’è altro da dire. Riusciva in due azioni consecutive a schiacciare in testa all’avversario di piena forza e gestire un contropiede come un play-maker.”</em></p>
<cite>&#8211; <em>Coach Manning</em></cite></blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="DeAndre Ayton #1 Prospect in High School Basketball - Sophomore Class of 2017 - Basketball Phenom" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/T01ko3TvvMA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="has-text-align-left">Non arriva solo il successo sul campo, ma anche sul web. Il sito <em>ballislife.com,</em> famoso per chi è avvezzo alla scoperta di giovani talenti negli US, lo classifica come il miglior giocatore di tutti gli Stati Uniti. Il suo talento è ormai di dominio pubblico.</p>



<p class="has-text-align-left">Avendo nella faretra una freccia come Ayton, la Balboa diventa un’attrazione troppo forte per tanti giovani che vogliono sfondare nel basket highschool. Per questo motivo coach Manning si rende conto di dover assumere qualcuno che abbia grande esperienza. Decide, assieme a Stone, di nominare <strong>Zack Jones </strong>direttore del progetto.</p>



<p class="has-text-align-left">Jones non è affatto una figura da poco nel basket giovanile US, anzi: è stato il mentore di un ottimo giocatore NBA quale Jared Dudley. I due però non si trovano molto d’accordo sul futuro di Deandre, tanto da arrivare allo scontro verbale. Non si può continuare così. Stone decide di licenziare Manning e convince Ayton ad andare a vivere in una famiglia del luogo, così da poter continuare il suo percorso di crescita.</p>



<p class="has-text-align-left">Molti avrebbero preso questo sballottamento come un pretesto per mollare, per abbattersi, ma DeAndre non è tipo da gettare la spugna. Il suo scopo è solo uno e la possibilità di sfondare nel mondo cestistico è estremamente concreta.</p>



<p class="has-text-align-left">La sua ultima stagione in Middle School è paurosa. Il titolo di migliore del paese lo tiene stretto con le unghie e con i denti.</p>



<p class="has-text-align-left">Il suo percorso con Balboa continua anche durante l’highschool senza particolari intoppi. È evidente che sia un “<em>big man”</em> dominante in entrambe le parti del campo, ma sorgono alcuni problemi. Poiché la Balboa è nel circolo AAU, non è mai entrata nel circolo ufficiale dei campionati della California; questa non è un’ottima mossa per la visibilità del giocatore. Per questo motivo Balboa e Ayton sono costretti a giocare partite di cartello in giro per gli US, dove comunque il suo talento inevitabilmente spicca.</p>



<p class="has-text-align-left">La sua popolarità è alle stelle. I college di tutto il paese fanno a gara, anche se i dubbi su una società che non ha mai partecipato alla Divison I Highschool rimangono, e sono molto forti. La popolarità, però, non ha solamente effetti positivi. Quando qualcuno raggiunge la fama, tante persone attorno ad essa tentano di beneficiarne in modo indiretto, ed è proprio nell’anno precedente alla scelta del college che il padre biologico di DeAndre si rifà vivo, “volendo riallacciare i rapporti col figlio”.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Io volevo solo certe persone nella mia cerchia, anche se continuamente qualcuno cercava di entrarvi. Una di queste era mio padre naturale. Per me era solo uno sconosciuto. Non volevo saperne proprio nulla.”</em></p>
<cite>&#8211; Deandre Ayton</cite></blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Attenzione Arizona: uragano Ayton in arrivo!</h2>



<p>&nbsp;La scelta viene finalmente presa: Deandre Ayton è un nuovo giocatore degli <strong>Arizona Wildcats.</strong> Nello stesso anno in cui sceglie Arizona, dai Wildcats esce una settima scelta assoluta: Lauri Markannen.</p>



<p class="has-text-align-left">Arizona ha una storia cestistica di tutto rispetto. Sono tanti i giocatori passati nel corso del tempo in quel college, basti pensare a Mike Bibby (seconda scelta assoluta nel ’98), “Agent zero” <strong>Gilbert Arena,</strong> Aaron Gordon (quarta scelta assoluta nel 2014) o Andre Iguodala (nona scelta assoluta nel 2004).</p>



<p class="has-text-align-left">Non è tutto oro ciò che luccica.</p>



<p class="has-text-align-left">La stagione NCAA di Ayton parte alla grande. Le prestazioni sono in linea con le aspettative, domina senza problemi da tutte e due le parti del campo e il ragazzo è felice di poter giocare in un College così prestigioso. Lo scandalo però è dietro l’angolo.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-left">È il 23 Febbraio 2018. <strong>ESPN </strong>dà una notizia bomba: l’<strong>FBI </strong>ha intercettato un file audio in cui il suo allenatore di Arizona, coach Sean Miller, ammette di aver pagato centomila dollari per ingaggiare un agente che convincesse Ayton ad andare nella sua squadra. DeAndre è incredulo. Si vocifera anche di un coinvolgimento della famiglia, che però viene immediatamente smentito. Il colpo è durissimo per la popolarità del “<em>big man from Nassau”</em>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ero con i miei amici. Poco tempo prima di entrare al college, mi avevano costretto a creare un profilo Twitter. Il mio telefono è impazzito, come quelli di tutta la squadra. Non ci potevo credere. Non era l’esposizione mediatica che volevo.”</em></p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-left">Il giorno dopo è tempo di scendere in campo. La partita va in scena in Oregon, contro i Ducks. Tutti nello spogliatoio di Arizona si aspettavano qualcosa, ma non di certo una cosa del genere.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Stavo per uscire per il riscaldamento e vedo questo ragazzino col suo bel microfono sugli spalti. Io ero pronto nel tunnel e sento ‘Eccolo che arriva! ‘. Tutta la palestra mi gridava contro. Al mio ingresso l’intero palazzetto inizia ad urlare ‘<em>Hun-dred thou-sand! Da-da-da-da-da. Hun-dred thous-and’. Semplicemente assurdo. Arriva il momento dell’inno nazionale. All’inizio non ci volevo credere ma, guardando meglio tra gli spalti, noto alcuni studenti vestiti come gli agenti della FBI. Solo un giorno dopo la notizia?”</em></p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-left">Ayton sa di non avere nulla da nascondere e, anzi, quell’atmosfera completamente avversa provoca due sensazioni in lui: la prima è di estremo attaccamento ai compagni, che con quella storia non hanno nulla a che vedere, e la seconda è di riscatto. Quella partita la chiude con un tabellino mostruoso: 28 punti, 18 rimbalzi e 4 stoppate giocando 44 minuti su 45 di partita, costantemente subissato dai cori avversari “Cen-to-mi-la! Cen-to-mi-la”. Purtroppo però Arizona perde all’overtime.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Non sono stato mai così impressionato da un giocatore di quell’età. Avere il suo nome tirato in ballo in qualcosa di losco lo aveva demoralizzato. Ma i numeri parlano chiaro…”</em></p>
<cite><em>– Coach Romar (assistente di coach Miller)</em></cite></blockquote>



<p class="has-text-align-left">Dopo quella partita, i Wildcats riescono ad arrivare nei primi dodici del torneo NCAA, per poi essere eliminati al primo turno, ma per Ayton rimane comunque un’ottima stagione collegiale. Chiude con 20.1 punti e 11.6 rimbalzi (ottima doppia-doppia di media). Ora sì che il ragazzo è pronto per una chiamata NBA.</p>



<p class="has-text-align-left">La stagione è finita. Il Fanta-Draft si fa caldo. I nomi in ballo sono tanti.</p>



<p class="has-text-align-left">Si parla molto di un ragazzo europeo: Luka Doncic.</p>



<p class="has-text-align-left">Michael Porter dichiara: “<em>Sono nettamente più forte di Ayton. Sono il migliore del Draft”.</em></p>



<p class="has-text-align-left">Tutti hanno gli occhi pieni delle triple à la Steph Curry di Trae Young.</p>



<p class="has-text-align-left">Siamo alla sera del 21 Giugno 2018, è tempo di Draft. A Nassau sono tutti col televisore acceso. Sanno che un loro concittadino è eleggibile e anche il primo ministro Hubert Minnis sta guardando la serata. I <strong>Phoenix Suns</strong> stanno per chiamare la prima scelta assoluta. Il silenzio cala in casa Ayton. Non vola una mosca per tutta Nassau, tutti con le mani a coprirsi gli occhi e le orecchie tese per ascoltare quelle parole magiche. “<em>With the first pick in 2018 NBA Draft the Phoenix Suns select…DeAndre Ayton from Arizona”</em>.</p>



<p class="has-text-align-left">Tutti in piedi! Prima scelta assoluta!</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/7d8e0c_c37fc7782b1c466b89ce2e4b06998daf-mv2.jpg" alt="" class="wp-image-17687" width="522" height="379" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/7d8e0c_c37fc7782b1c466b89ce2e4b06998daf-mv2.jpg 696w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/7d8e0c_c37fc7782b1c466b89ce2e4b06998daf-mv2-300x218.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2022/04/7d8e0c_c37fc7782b1c466b89ce2e4b06998daf-mv2-150x109.jpg 150w" sizes="(max-width: 522px) 100vw, 522px" /></figure>



<p class="has-text-align-left">L’evento è epocale: è dal 1978 che le Bahamas stanno aspettando una nuova prima scelta, quando Mychal Thompson precedette un certo Larry Bird. Ora da Nassau ne è giunta un’altra. La capitale è pronta a festeggiare.</p>



<p class="has-text-align-left">Appena un mese dopo la serata del Draft, Deandre ritorna in madre patria. L’evento è talmente tanto sentito che, in accordo col governo, si organizza uno Junkanoo speciale proprio per lui.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Ero contentissimo. Uno Junkanoo solo per me non me lo sarei mai aspettato. Penso di essere andato molto oltre agli obiettivi che mi ero posto. Nessuno avrebbe mai pensato di vedermi un giorno prima scelta assoluta a Draft, probabilmente nemmeno io.”</em></p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-left">Chissà, magari un giorno ci sarà un altro Junkanoo, per il ritorno in patria di un campione NBA&#8230;</p>



<div style="height:68px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Around Africa: Simply “Trust The Process”</title>
		<link>https://aroundthegame.com/around-africa-simply-trust-the-process/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Punis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Mar 2021 10:42:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[bill self]]></category>
		<category><![CDATA[hakeem olajuwon]]></category>
		<category><![CDATA[joel embiid]]></category>
		<category><![CDATA[kansas jayhawks]]></category>
		<category><![CDATA[kobe bryant]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[philadelphia 76ers]]></category>
		<category><![CDATA[trust the process]]></category>
		<guid isPermaLink="false"></guid>

					<description><![CDATA[Tutto ciò che ci capita - e che facciamo - fa parte di un enorme disegno, forse previsto da Dio o forse no. Di un processo. E questa è la storia di “The Process”: Joel Embiid.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Tutto ciò che ci capita &#8211; e che facciamo &#8211; fa parte di un enorme disegno, forse previsto da Dio o forse no. Di un processo. E questa è la storia di “The Process”: Joel Embiid.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_7aa04bbd8a5142bab5533096188deb98-mv2.jpeg" alt=""/></figure>



<div></div>



<p>Quando si inizia una serie sui giocatori che hanno portato l’Africa nella Lega è inevitabile dover raccontare una storia in particolare. E il protagonista di questo racconto  ha da poco ottenuto il riconoscimento di <strong>Most Valuable Player </strong>della stagione 2022/23.</p>



<p>Parliamo di “The Process”: <strong>Joel Embiid.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Una famiglia del tutto normale</h2>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Lo giuro su Dio, la mia vita è un film. È proprio un film” – Joel Embiid</p>
</blockquote>



<p>Joel nasce il 16 Marzo 1994 a Yaounde, capitale del <strong>Cameroon,</strong> da Thomas e Christine Embiid. Quando si pensa ad un bambino nato in <strong>Africa,</strong> forse per una mentalità europea e americana molto ancorata al bisogno colonialista, si immaginano i più gravi scenari di insofferenza e miseria: guerre civili &#8211; come nel caso di <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/around-africa-l-uomo-venuto-da-wau" target="_blank" rel="noopener">Luol Deng</a></span> &#8211; disagi legati a malattie e fame, famiglie perseguitate per religione o etnia.</p>



<p>Nel caso del piccolo Joel, invece, non è assolutamente così. Il padre è un ufficiale militare; questo consente alla sua famiglia di vivere una vita, se non nel lusso, almeno più che dignitosa. Inoltre, grazie all’incrollabile fede della mamma Christine, trasmessa poi ai figli, la famiglia Embiid si colloca nell’assoluta maggioranza dei cristiani, che nel paese centro-africano rappresenta la religione più diffusa in assoluto. Insomma, una vita pacifica, al di là delle aspettative.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“E no, questo non vuole dire che fossimo così poveri da non avere una TV. Ce l&#8217;avevamo. Vivevamo una vita normalissima. Gli americani hanno una strana idea sull&#8217;Africa, un pò come se fosse un&#8217;unica grande nazione”</p>
</blockquote>



<p>Joel, però, non vede mai l’<strong>NBA </strong>in televisione. Non sa nemmeno cosa sia, non ne sente mai parlare in casa, né tantomeno fuori. Questo non tanto per limiti economici, ma per espressa volontà della madre. La priorità è la scuola. Tutti i giorni, Joel si sveglia, fa colazione, segue le lezioni dalle sette di mattina alla cinque di pomeriggio, corre a casa, piccolo riposino, cena e conclude la giornata studiando e facendo i compiti fino a mezzanotte; e così, sempre. Sembra la routine di uno studente-atleta di un qualsiasi college americano. Tutto questo lavorare, studiare, mangiare programmato ha, purtroppo, un effetto negativo sulla sua infanzia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Non avevo alcun amico perchè tutto quello che facevo era dormire e fare compiti”</p>
</blockquote>



<p>Sa, però, che tutto questo viene fatto per il suo bene, anche se si riscatterà molto presto.</p>



<p>Il piccolo Joel vive in un periodo d’oro per lo sport camerunense. Infatti, nel 2002, quando lui ha solo otto anni, la nazionale di calcio camerunense è la più prestante di tutto il continente africano, forte delle sue due vittorie, rispettivamente nel 2000 e nel 2002, della Coppa d’Africa e della qualificazione al Mondiale in Sud Corea e Giappone. In quella selezione milita una Scarpa d’Oro e candidato al Pallone d’Oro, parliamo di Samuel Eto’o.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_4d4dfb28da0c4978966ec7260943787e-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>Anche Joel vuole diventare come lui, vuole giocare a calcio, ma i suoi genitori non sentono ragione: la scuola è più importante di tutto.</p>



<p>Gli anni passano e Joel diventa più grande. Ormai è stanco stanco di quel tremendo obbligo al non divertirsi ed il suo carattere ribelle viene fuori.</p>



<p>Quando finisce le lezioni alle cinque del pomeriggio, può sfruttare una finestra di un’ora circa per giocare con i suoi compagni di scuola a calcio nel vicino campo, adiacente al complesso scolastico e non troppo lontano da casa sua. Torna a casa di corsa al suono della campanella, dispone sul tavolo libri, matite, quaderni; insomma, tutto quello che poteva far sembrare stesse studiando. Torna indietro al campo e gioca con i suoi amici.</p>



<p>L’aspetto formidabile è che quel campo da calcio è costeggiato da una strada, quella stessa strada che sua mamma percorre tutti i giorni per tornare a casa. Appena lui o i suoi compagni scorgono la macchina della madre in lontananza, Joel, incitato dalle urla amiche, corre a più non posso verso casa, tagliando per un scorciatoia. Di tutta fretta si siede sul tavolo dove aveva preparato anche un bel bicchiere pieno di acqua o succo: “<em>Ciao mamma! Hai visto che bravo che è tuo figlio?”</em> Così, tutti i giorni.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Ero talmente bravo che riuscivo a distinguere esattamente il suono che faceva la macchina di mia madre sulla strada. Se mi trovavo dalla parte sbagliata del campo, chiunque stesse giocando portiere e avesse visto la sua macchina mi urlava, “Joel! <em>Joellllllllllll!</em> Tua mamma sta arrivando! Corri!””</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">“My life is a movie. I swear”</h2>



<p>La prima partita di NBA che vede in vita sua non è una a caso. Siamo nel 2009,<strong> NBA Finals.</strong> Si affrontano i primi ad Ovest e i terzi ad Est, Lakers contro Magic, le “<em><strong>Disney Series”</strong></em>. Il campo è pieno di stelle: Dwight, Pau, Odom, Kobe. Il Titolo non ha contendenti seri: finisce con uno schiacciante 4-1 per i losangelini. In tutta la sua vita Joel non ha mai visto niente di comparabile. Il calcio era qualcosa di molto lontano da quello spettacolo di tecnica, cattiveria agonistica e atletismo. In quei giorni decide di voler fare quello nella vita, di voler giocare allo sport di Kobe.</p>



<p>Inizia a tartassare i suoi genitori, ma non trova l’effetto sperato. Il diniego impera sovrano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;Mio papà mi diceva: &#8220;Nessuno in Camerun gioca a pallacanestro. Puoi benissimo giocare a pallavolo”</p>
</blockquote>



<p>Da qui inizia il suo film. Proprio mentre viene a contatto con l’NBA per la prima volta, Joel, grazie all’avvento di internet inizia a conoscere la cultura hip-hop americana. Non capisce una sola parola delle canzoni che ascolta, ma gli piace, da morire. Lo attirano tantissimo gli Stati Uniti e l’amore che il mondo hip-hop prova per il basket, soprattutto se si tratta dell’affetto per quel <strong>Kobe Bryant </strong>che ha visto in quelle assurde Finals.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Quella erano i miei riferimenti nella cultura americana: Bow Wow, Kanye e Kobe. Ogni tanto andavo a giocare nel campetto vicino casa con altri ragazzi e ogni volta che facevo un tiro urlavo: &#8220;KOBEEEE!!&#8221;</p>
</blockquote>



<div>&nbsp;</div>



<p>La sua carriera, però, non inizia per qualche illuminazione particolare di uno Scout NBA giunto in Cameroon che lo ha visto giocare in un campetto e ha notato il suo immenso talento. No. Va bene un film, ma non un <em>fantasy.</em></p>



<p>Quando ha sedici anni, un altro giocatore camerunense (meno male che nessuno in Cameroon gioca a basket),<strong> Luc Mbah a Moute, </strong>lo invita al suo camp. Non tanto perché fosse talentuoso, ma piuttosto perché è alto quasi un metro e novanta. Non ha mai giocato a pallacanestro in vita sua.</p>



<p>Arriva il primo giorno di camp. Joel è nervoso. Che figura farà davanti a tutti gli altri, lui che non sapeva nemmeno come era fatto un pallone da basket?</p>



<p>Il primo giorno non si presenta nemmeno al campo. Il secondo, forse sospinto dalle richieste dell’organizzatore del camp, si presenta. Tutti voglio vedere quello che sa fare il “<em>big man”</em> col pallone in mano. Non ci capisce molto, non sa bene come muoversi. Tutto d’un tratto si ritrova con la palla in mano. “<em>E ora cosa c***o combino?”</em> Fa la cosa più semplice e naturale possibile: posterizza il primo ragazzino che gli capita sotto tiro…</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Diretto, prima partita. E non una schiacciata normale, ma una schiacciata in testa a qualcuno. Ho pensato tipo: &#8216;<em>OH S**T&#8217; ”</em></p>
</blockquote>



<p>Non sapeva fare nient’altro, ben intesi, ma quella schiacciata rimane negli occhi di tutti, compresi quelli di Luc. Proprio quel poster gli vale una convocazione a sorpresa al <strong>Basketball Without Borders camp </strong>in Sud Africa, una specie di tappa obbligatoria per i tanti giocatori africani che un giorno sognano di arrivare in NBA; perché la popolazione media di scout della Lega sul continente, in quel preciso periodo di tempo, aumenta esponenzialmente. Nonostante tutto, Joel, un marcantonio di quasi due metri che non conosce nulla del basket a parte quelle bellissime Finals del 2009, riesce ad essere notato.</p>



<p>Appena un anno dopo approda negli U.S., in <strong>Kansas.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Moving to Kansas</h2>



<p>Non è facile andarsene da casa, come per tutti, ma la prima esperienza di Joel negli U.S. e nel mondo cestistico non è delle migliori. Al suo primo allenamento <strong>Tarik Black </strong>(ex NBA, ora in forza allo Zenit) lo posterizza brutalmente, come per lanciargli un segnale forte e chiaro: “<em>Qui sei solo l’ultimo arrivato”</em>. Magari fosse la parte più brutta dell’accaduto. Con una schiacciata in testa ci si convive. Qualche incubo alla notte, ma prima o poi passa. Quel giorno, però, forse per ammirare la novità camerunense, in palestra c’è anche tutto il corpo delle cheerleader che assiste all’allenamento…tutti quanti ridono di lui.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_b131a64ff5c74cfa9046182515501f66-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>Il giorno dopo è pronto già a smettere e va nell’ufficio di <strong>Bill Self,</strong> allenatore dei Kansas Jayhawks (un signore che ha un record in diciotto anni di 501-109), e gli dice che vuole smettere: la palla a spicchi non fa per lui.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Cosa? Sei serio? Nel giro di due anni sarai la prima scelta assoluta al Draft” – Bill Self</p>
</blockquote>



<p>Ma si sa che tutti gli allenatori di college mentono…</p>



<p>Joel pensa solo ad una cosa: uscire con una laurea da quel posto per far contenta almeno la mamma. Se per questo deve continuare a giocare a basket, lo farà.</p>



<p>Il suo allenatore camerunense gli invia, insieme alle raccomandazioni di sua mamma, un DVD. Il filmato che contiene è lungo appena un’ora: un’ora intera di <strong>Hakeem Olajuwon </strong>che esegue i suoi famosi movimenti spalle a canestro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Probabilmente ho visto quel DVD ogni giorno per tre anni. Volevo studiare nel minimo dettaglio come Olajuwon si muovesse e provare ad imitarlo sul campo” – Joel Embiid</p>
</blockquote>



<p>Se doveva provarci, almeno doveva farlo bene, così gli era stato insegnato.</p>



<p>Il potere della mente è immenso. Joel si convince sempre di più di voler assomigliare a Olajuwon. Ci crede così tanto che finisce per imitare alla perfezione i suoi movimenti, e non solo: diventa sempre di più un giocatore dominante. I movimenti vicino al ferro sono impressionanti, ma gli manca ancora qualcosa: non è in grado di tirare come si deve.</p>



<p>Ovviamente, un po’ come col video speditogli dal Cameroon, Joel nella sua stanza cerca su YouTube dei video per capire come affinare la sua tecnica di tiro. Non riesce a trovare un video che lo soddisfi. Continua a cambiare la frase che inserisce nella barra di ricerca: “HOW TO SHOOT 3 POINTERS”, no; “HOW TO SHOOT GOOD FORM”, no.</p>



<p>Ad un certo punto arriva a toccare una dimensione al limite del comico digitando “WHITE PEOPLE SHOOTING 3 POINTERS”.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;Lo so benissimo che è un classico stereotipo, ma avete mai visto un normalissimo trentenne bianco che tira da tre? Il gomito è piegato, le gambe sono piegate, il movimento è fluido. Sempre perfetto.&#8221;</p>
</blockquote>



<p>A questo punto gli serve solo qualcuno con cui allenarsi.</p>



<p>C’è un suo compagno di squadra, un tiratore formidabile, uno da undici triple in un partita: <strong>Michael Frazier II </strong>(oggi reduce da una stagione in NBL con i Perth Wildcats). Alla fine di ogni allenamento lui e Michael si fermano a fare gare di tiro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Così, dopo allenamento, facevo queste garette da tre punti con lui e ovviamente mi stracciava sistematicamente. Ma io ero competivo come lo sono oggi.<em> Dovevo batterlo. Dovevo trovare il modo.”</em></p>
</blockquote>



<p>Si mette a guardare decine e decine di video sul tiro, alcuni centinaia di volte, osservando al dettaglio ogni singolo movimento di ogni tiratore che gli capiti sott&#8217;occhio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Io e Michael giocavamo per ore dopo allenamento e, imitandone i movimenti di tiro, stavo diventando via via sempre più competitivo”</p>
</blockquote>



<p>Ormai sono tre anni che è lontano da casa. Non vede nessuno della sua famiglia da allora, solo qualche chiamata sporadica e qualche lettera. Gli manca davvero casa, ma il suo obiettivo è un altro e ci sta finalmente riuscendo.</p>



<p>Qualcosa di brutto deve sempre capitare, quando qualcuno sta per realizzare un suo sogno, sta per raggiungere un importante traguardo; la vita è così, e anche a Joel capita qualcosa che farà tremare le profonde radici di quel suo impegno, di quella sua missione…</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sometimes &#8220;The Process&#8221; (apparently) doesn&#8217;t work</h2>



<p>Il primo giorno del camp di Mbah a Moute, come ricordate, non si è presentato agli allenamenti. Non poteva andarci, alla luce di un fallimento pressochè certo ai suoi occhi.</p>



<p>In quei momenti di sconforto ognuno di noi ha una persona speciale a cui rivolgersi, una persona che sappia prendersi cura della nostra anima e che ci faccia rinsavire e affrontare paure talvolta presenti solo nella nostra testa.</p>



<p>Quella persona per Joel è suo <strong>fratello Arthur.</strong> Quando decide di non andare al camp, si rifugia proprio da lui. Torna di corsa a casa e, sfruttando l&#8217;assenza della madre lontana in vacanza, lui e suo fratello giocano tutto il giorno alla play: quasi un dono poterlo fare in alternativa ai compiti. Tornei su tornei, partite su partite: la migliore giornata di sempre. Quel giorno si divertono da pazzi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;Probabilmente ricorderò quel pomeriggio più limpidamente di tanti fantastici momenti della mia carriera cestistica.&#8221;</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_f770f5ef8cfc4469928fed5ecc75aa2f-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>Il tempo condiviso con Arthur lo aiuta a rinfrancarsi e a riprendere le redini del suo percorso, consapevole dei propri mezzi. Joel fa ritorno al camp.</p>



<div><hr></div>



<p>Siamo ormai nel 2014, tempo di <strong>Draft.</strong> Ci sono grandi speranze per il lungo africano. Ha mostrato doti cestistiche assolutamente uniche nel corso della sua esperienza a Kansas, anche se forse non è ancora pronto fisicamente per sostenere l&#8217;NBA. La chiamata arriva, ed è alta: terza scelta assoluta dei <strong>Philadelpha 76ers,</strong> dietro solo ad <strong>Andrew Wiggins </strong>e <strong>Jabari Parker.</strong></p>



<p>Purtroppo per Joel la stagione non può partire. Deve sottoporsi ad un intervento al piede e il suo esordio nella Lega dovrà obbligatoriamente attendere. Ancora una volta chi lo rincuora è il fratello. Tentano di incontrarsi negli U.S., ma per motivi sanitari l&#8217;uno è costretto nella costa Ovest, l&#8217;altro in quella Est. Parlano molto di quando potranno finalmente vivere insieme l&#8217;esperienza di una partita NBA, ovviamente Joel in campo e Arthur sugli spalti a fare il tifo.</p>



<p>La vita sa essere bastarda: spesso sembra non poter lasciare che un sogno si compia nel suo candore senza sporcarlo in qualche modo, e questa volta lo sporca di sangue.</p>



<p>Sono diversi mesi che i due fratelli non si vedono, esattamente quattro. Arriva una chiamata. Joel pensa al solito ragguaglio quotidiano, ma la voce che sente al telefono è rotta dal pianto. &#8220;<em>Ehi&#8230;tuo fratello non c&#8217;è più&#8221;</em>. Come non c&#8217;è più? Non può essere&#8230; Cosa vuol dire &#8220;<em>non c&#8217;è più?</em>&#8221; Le emozioni che prova sono troppo forti per sembrargli vere.</p>



<p>Suo fratello è morto. Un incidente d&#8217;auto. Tornando a casa da scuola un camion lo ha investito in pieno.</p>



<p>Joel perde tutta l&#8217;energia, non ha più il suo punto di riferimento. Poco tempo prima erano due bambini vivaci che giocavano a <em>FIFA,</em> mentre ora uno è &#8220;volato in cielo&#8221;, l&#8217;altro combatte col dolore sulla Terra.</p>



<p>Torna a casa per i funerali. Tutta la famiglia non riesce a credere a quell&#8217;immane tragedia. Purtroppo deve tornare a <em>Philly </em>immediatamente, deve continuare la riabilitazione.</p>



<p>Non ce la fa. Il dolore sembra prevalere su tutto, anche sul sogno di giocare un giorno contro quel Kobe che tanto adorava. L&#8217;unica cosa che vuole è tornare a casa e smetterla col basket. Nemmeno il conforto della fede riesce a lenire il suo dolore.</p>



<p>Ma come può ora buttare via tutto?</p>



<p>Ogni giorno per due anni si sveglia con l&#8217;estrema convinzione di tornare in salute, sia fisicamente che psicologicamente. Un passo alla volta, senza forzare. Deve ricordarsi che anche suo fratello avrebbe voluto vederlo un giorno sul campo. Due anni che hanno reso Joel mentalmente duro, motivato.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;Quando affronti il dolore, non ci sono scorciatoie. Non puoi girarci intorno. Devi solo attraversarli ed affrontarli. Non importa quanto ci metti, non importa quanto faccia schifo. &#8220;</p>
</blockquote>



<p>Finalmente quel giorno arriva. E&#8217; il 26 ottobre 2016. A Phila, contro gli Oklahoma City Thunder.</p>



<p>Pensa assurdamente che tutto il pubblico di Philadelphia lo avrebbe riempito di &#8220;<em>boo&#8221;</em> e di insulti; invece, quando finalmente fa il suo ingresso in campo, i tifosi della &#8220;<em>città dell&#8217;amore&#8221; </em>lo accolgono a braccia aperte, quasi stessero aspettando il ritorno del figliol prodigo. Non se lo sarebbe mai aspettato, tutto quell&#8217;amore. Ed è convinto che tra quel pubblico caloroso ci sia anche suo fratello, lì, a guardare il fratellone fare il suo ingresso nell&#8217;olimpo del basket.</p>



<p>Segna 20 punti con 7 rimbalzi e 2 stoppate in appena 25 minuti, partendo come starter: lo staff dei 76ers ha concordato con lui un inserimento graduale per evitare di sollecitarlo troppo al rientro dall&#8217;infortunio.</p>



<p>Tutto il resto, come si suol dire, è storia. In parte compiuta, proponendosi come membro indiscusso dell&#8217;élite dei centri, oltre che della Lega in generale; molta, moltissima ancora da scrivere.</p>



<p>A questo punto possiamo dire che <em>&#8220;The Process&#8221; works in any case.</em></p>



<p>Perciò <em>Trust The Process.</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;It’s a movie, I swear.&#8221;</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Around Africa: Luol Deng, l’uomo venuto da Wau</title>
		<link>https://aroundthegame.com/around-africa-l-uomo-venuto-da-wau/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Punis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Mar 2021 17:12:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[chicago bulls]]></category>
		<category><![CDATA[duke university]]></category>
		<category><![CDATA[lebron james]]></category>
		<category><![CDATA[Luol Deng]]></category>
		<category><![CDATA[manute bol]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla guerra civile in Sudan all’All-Star Game di Orlando 2012: la piccola grande storia di Luol Deng. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><span style="color: #2a2a2a;">Dalla guerra civile in Sudan all’All-Star Game di Orlando 2012: la piccola grande storia di Luol Deng. </span></h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_aa5251ba4e5f47dba979c1259b24f9fa-mv2.jpeg" alt=""/></figure>



<div></div>



<p>L’attenzione verso il basket africano da parte della Lega si sta facendo sempre più pressante e sono tanti i giocatori ad oggi che fanno la differenza; un nome su tutti il camerunense <strong>Joel Embiid</strong> (il suo &#8220;Around Africa&#8221; <a href="https://aroundthegame.com/around-africa-simply-trust-the-process/">QUI</a>), centro dominante e All-Star NBA.</p>



<p>Prima però di arrivare in un lega dove i talenti africani vengono effettivamente valorizzati, alcune figure hanno dovuto lottare per trovare uno spazio nelle franchigie ed uno spazio nel cuore dei tifosi. Il primo nome che viene in mente alla maggior parte degli spettatori<strong> NBA </strong>è <strong>Manute Bol.</strong> Lungo sudanese, giocatore più alto della storia della Lega, grandissimo personaggio sia in campo, con un cambio di gioco clamoroso diventando un discreto tiratore dalla lunga, sia fuori dal campo – gira voce che, mentre accudiva le sue pecore, uccise un leone con una lancia &#8211; con un’enorme popolarità trasformata negli anni in attività benefiche nel suo Sudan e in iniziative cestistiche.</p>



<p>Proprio da una di queste iniziative, ovvero l’apertura a Il Cairo (Egitto) di una scuola di basket, esce un altro talento cestistico africano e protagonista di questo racconto:<strong> Luol Deng.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal Sudan in guerra alle prime esperienze cestistiche in Egitto e UK</h2>



<p>La nostra storia parte nell’Africa centrale, nell’attuale stato del <strong>Sudan.</strong> Il paese è caratterizzato da diverse etnie, ma una in particolare si stima componga circa il 18% della popolazione, ovvero quella <em><strong>dinka.</strong></em> La tribù si sostenta principalmente con la pastorizia, ma ha una caratteristica che nel mondo cestistico aiuta sempre, checché se ne dica: è tra le popolazioni più alte al mondo. Lo stesso Bol apparteneva a questa etnia.</p>



<p>Non si tratta di un’<strong>Africa </strong>ricca e prosperosa. Il Sudan, come del resto la maggior parte dell’Africa centrale, vive in condizioni molto difficili ed il territorio è colpito molto spesso da carestie e malattie infettive. Ad aggravare ancor di più tale situazione entrano in gioco le mire militari. Il Sudan ha una storia a dir poco violenta e tratteggiata da costanti tensioni.</p>



<p>Tutto nasce da una spaccatura legata al colonialismo inglese: il territorio sudanese, per poter essere governate in modo più efficace, venne diviso in due parti, una regione a nord ed una a sud. Queste due aree, però, hanno caratteristiche molto diverse: il nord si presenta come un territorio desertico, poco sviluppato e arido; mentre i territori del sud sono ricchi d’acqua e di giacimenti petroliferi. Unitamente a questioni religiose, anteposte alla vera causa del conflitto, tali divergenze hanno portato a due guerre civili fratricide. La seconda si scatena nel 1983. Questa è una data molto importante per il proseguo del nostro racconto.</p>



<p>Nella regione del sud Sudan c’è una città molto importante lungo le rive del fiume Jur chiamata <strong>Wau,</strong> ed è proprio qui che il 16 Aprile 1985 nasce <strong>Luol Ajou Deng,</strong> ultimo di nove fratelli. Luol non ha solo la sfortuna di nascere in un periodo di aspro conflitto, ma subisce anche il peso politico del padre Aldo, ministro nel governo sudanese. Fortunatamente, per evitare rappresaglie verso la sua famiglia, il padre chiede asilo politico per la mogli ed i figli nel 1988 in <strong>Egitto.</strong> Per Luol e per i suoi fratelli è l’inizio di una nuova vita.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_48211dd864da4d03ab8aa9c7f7f33735-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption"> FOTO: NBA.com </figcaption></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Non ricordo niente della mia terra natia. L&#8217;ho dovuta lasciare con mia madre e altri 8 fra fratelli e sorelle quando avevo solo 3 anni.&#8221; – Luol Deng</p>
</blockquote>



<p>Senza padre ancora in Sudan, con tanti fratelli, in una patria che diventa “casa” per necessità e in un’abitazione piccolissima con tre sole stanze, il piccolo Luol cresce nel sacrificio e nell’impegno ad essere forte, anche lui che è il più piccolo di tutti.</p>



<p>La mancanza di una figura paterna è fondamentale, soprattutto dopo l’arresto del padre perpetrato dalle forze militari di Omar al-Bashir nel 1993, quando lui ha soli otto anni.</p>



<p>Una speranza si accende lontano. Due dei suoi fratelli maggiori, Ajou e Arek iniziano a frequentare un campetto polveroso con due canestri senza retine nella periferia de <strong>Il Cairo.</strong> Hanno trovato un loro punto di riferimento, un punto di ritrovo comune che li fa integrare nel tessuto sociale egiziano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Di solito andavo in un polveroso campo all&#8217;aperto a guardare i miei fratelli maggiori giocare e, a volte, mi facevano partecipare.&#8221;</p>
</blockquote>



<p>Ed è lì, in quel campetto polveroso, tra una partitella e l’altra, che incontra la leggenda NBA Manute Bol. Per Deng non sarà solo un mentore, una figura cestisticamente preparata – vista anche la sua notevole esperienza oltreoceano &#8211; ma sarà anche un riferimento umano non indifferente. Li accomuna l’origine <em>dinka,</em> tribù per la quale Bol ha sempre lottato e che ha anche sostenuto finanziariamente. Un legame etnico è sempre difficile da sciogliere.</p>



<p>Così Luol inizia ad appassionarsi al basket. Il talento si fa vedere, considerate anche le sue importanti doti atletiche.</p>



<p>Il padre, dopo alcuni anni di prigionia, viene rilasciato dalle autorità militari che lo tenevano recluso. Sapeva benissimo che il destino della propria famiglia non sarebbe stato quello di rimare a lungo in Egitto, perché il pericolo di eventuali ritorsioni non era così lontano. Decide, quindi, di sfruttare nuovamente la sua caratura politica. La nuova destinazione della famiglia Deng è il <strong>Regno Unito.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;Ero così entusiasta. Mio padre era riuscito ad andarsene dal Sudan e a richiedere asilo politico per tutti noi in Inghilterra. Ci fu assegnata una casa in South Northwood a Londra. Era fantastico essere circondati da roba così moderna, come le automobili o la metropolitana.”</p>
</blockquote>



<p>Esplorare e conoscere un paese così diverso dalle lande desertiche, dal rumore incessante, dalla stretta vita comunitaria per lo più passata tra le strade desertiche egiziane, non è stato assolutamente facile per Luol. La prima vera difficoltà è la lingua: lui non conosceva nessuna parola d’inglese, tanto meno i suoi fratelli. Non si lascia scoraggiare. Per quanto l’abbia fatto in modo indiretto, ha pur sempre vissuto le conseguenze di una guerra civile.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“L&#8217;unico problema che avevo era che non parlavo inglese, ma lo imparai presto e i miei fratelli si misero a ridere del mio nuovo accento.”</p>
</blockquote>



<p>Inizia ad essere parte attiva della comunità londinese, e come tutti i ragazzi inglesi – così almeno lui si considerava &#8211; pensava un giorno di diventare un grande calciatore. Un po’ come <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.aroundthegame.com/post/i-love-you-mama" target="_blank" rel="noopener">Ricky Rubio</a></span>, anche per Luol, nonostante la vita da campetto in Egitto, la prima vera passione sportiva è quella per pallone ad esagoni bianchi e neri, e non per gli spicchi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Attaccai un poster di Ian Wright sul muro della mia camera da letto. Ero abbastanza bravo a giocare, e tutti gli altri ragazzini mi volevano in squadra al campetto della scuola.”</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_3660814c54fd4ffbaa5a4f0930196ca0-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>C’è solo un piccolo &#8220;irrilevante&#8221; problema: Luol cresce, e tanto. Tutti quanti, compresi i suoi fratelli che la passione per il ferro non l’hanno mai abbandonata, lo convincono e lo incitano ad almeno provare a giocare a basket.</p>



<p>Decide di frequentare Brixton Recreation Centre e molto presto entra a far parte della squadra locale, i <strong>Brixton Topcats.</strong> Appena dodicenne, Luol si ritrova ad essere un punto di riferimento per il basket locale, ma non solo: tutti i rifugiati politici e non, provenienti dal continente africano, lo vedono come un punto di riferimento per la comunità. Questo ruolo non lo abbandonerà mai.</p>



<p>Passano alcuni anni, e Luol è diventato ancora più alto e ancora più bravo in quello sport che gli dona tante soddisfazioni. Ha quattordici anni, giunto da poco nel particolare periodo dell’adolescenza. Non si conosce se il mentore Bol abbia messo una parola buona sul suo nome, ma casualmente uno scout NBA lo nota giocare e con grande interesse gli fa una proposta irripetibile: andare a giocare negli <strong>USA.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">L’approdo negli Stati Uniti, le sfide col “The Chosen One”, Duke University e il Draft NBA</h2>



<p>Luol, con il consenso della madre, decide di accettare quell’importante quanto inaspettata offerta. Si trasferisce con una borsa di studio alla <strong>Blair Academy,</strong> poco più di cento chilometri da New York in New Jersey. Per il quattordicenne Luol è il terzo trasferimento in un altro paese; ma non si arrende mai. Per la prima volta nella sua vita si sente lontano da casa; lui, cittadino inglese a tutti gli effetti, è triste nell’abbandonare il proprio nido, la sua <em>comfort zone.</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Avevo nostalgia di casa, ma ero determinati a non sprecare l&#8217;opportunità che mi era stata data. Mi assicurai di lavorare più duramente di chiunque altro. Se vieni dall&#8217;Inghilterra non puoi essere bravo quanto gli americani, devi essere migliore. Mi alzavo alle sei in punto ogni mattina per fare dell&#8217;allenamento extra prima di un&#8217;intera giornata a lezione.”</p>
</blockquote>



<p>La sua determinazione lo porta a volare molto alto, vicino al Sole. Il Sole in quei tempi nel basket high-school è un certo <strong>LeBron James,</strong> uno che già riempiva i palazzetti e vendeva diritti televisivi. Sul campo si trovano molto spesso l’uno contro l’altro. Forse una sfortuna per lui trovarsi davanti ad un giocatore così famoso. Luol è il secondo miglior giocatore del paese, dietro proprio alla stella James.</p>



<p>Le loro due strade si dividono: LeBron opta subito per l’NBA, mentre Deng decide di proseguire un altro anno la sua preparazione.</p>



<p>Tante sono le università che provano a prendere il giovane talento inglese, ma solo uno riesce alla fine a spuntarla: <strong>Duke University </strong>del coach Mike Krzyzewski. Gioca solo un anno, ma le statistiche sono davvero impressionanti: in 31 minuti di utilizzo a partita mette a segno 15.1 punti, 6.9 rimbalzi, 1.8 assist con un ottimo 47.6 % dal campo.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_03ab804aab674331bf776cac9a833eba-mv2.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p>New York, <strong>Draft 2004,</strong> Madison Square Garden. Vestito grigio. Pronto ad essere chiamato. Non importa da chi, solo pronto per giocare nella NBA. La prima chiamata di quel Draft è Dwight Howard, seguono poi Emeka Okafor, Ben Gordon, Shaun Livingston, Devin Harris e Josh Childress. David Stern sta per annunciare le settima scelta assoluta. Le mani iniziano a sudare. La scelta tocca ai Suns. Le previsioni lo davano tra le prime dieci scelte. La voce di Stern riecheggia nell’arena: “<em>Luol Deng from Duke University”</em>. Come da rito, si alza, gioisce, stretta di mano vigorosa e via col cappellino dei Suns.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“In quel momento h sentito di poter finalmente respirare. Ho avuto la sensazione di aver trattenuto il respiro per così tanto tempo. La NBA una volta mi era sembrata così lontana, ma non ho mai dubitato che ce l&#8217;avrei fatta.”</p>
</blockquote>



<p>Tutto qui? Non proprio. La foto non la farà con una maglietta viola, ma con una rossa ed un toro stampato sopra: viene scambiato ai <strong>Chicago Bulls.</strong> Non è un fatto così banale, assolutamente. Lui, riferimento sin da ragazzino di tutti gli emigrati africani, viene scelto di fatto da una delle franchigie più popolari in quel tempo, figlia dei successi di Michael Jordan. Rappresenterà per lungo tempo, sino all’arrivo di altri giocatori come Antetokounmpo ed Embiid, il riferimento per il basket africano in NBA, nella lega più importante del mondo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Non riuscivo a non guardarmi attorno allo United Centre senza pensare: ‘Cavolo, qui è dove ha giocato Michael Jordan!&#8217;”</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Becoming an All-Star</h2>



<p>A Chicago trova la sua dimensione ideale, tanto da venire selezionato nell’All-Rookie First Team al suo primo anno nella Lega. Le prestazioni aumentano via via, soprattutto quelle difensive. Un’ala solida, dotata di una grandissima fisicità, in grado di tenere difensivamente atleti paurosi, tra cui il suo rivale in high-school LeBron James. C’è ancora un ultimo passo per consacrare definitivamente il giocatore; il piccolo bambino che dal Sud Sudan ha attraversato tre continenti per giocare in NBA.</p>



<p>La stagione 2012-2013 è probabilmente la migliore in carriera: 16.5 punti, 6.3 rimbalzi, ma soprattutto 1.1 palle recuperate a partita. La sua grande popolarità in Africa e le sue ottime prestazioni, gli valgono finalmente quel tanto e ultimo desiderio: essere convocato all’<strong>All-Star Game.</strong> Quell’anno lo spettacolo va in scena ad Orlando – località a noi molto nota in quest’ultimo anno di pandemia &#8211; ed è proprio nel volo che lo porta da Chicago, mentre guarda fuori dal finestrino di un jet lussuoso, che pensa a tutta la sua vita.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Non mi piace pensare a cosa sarei diventato se fossi rimasto in Sudan. Avrei dovuto combattere una guerra. La mia vita sarebbe stata molto diversa. Sono stato molto fortunato a ricevere questa opportunità mentre altri lottano per la vita. A volte mi vedo come un prescelto.&#8221;</p>
</blockquote>



<p>E&#8217; riuscito, con grandi fatiche, a raggiungere l’apice in una carriera che in molti vorrebbero, ma non si vuole fermare solo a questo. Come tanti giocatori che hanno saputo ben sfruttare le opportunità che la vita ha serbato per loro, anche Luol, complice la sua storia travagliata fatta di fughe e trasferimenti precoci, deicide di concedere le stesse opportunità ad altre giovani vite nel suo continente di origine e nella sua terra natia. Decide di far nascere la sua fondazione, la “<strong><em>Luol Deng Foundation”</em></strong>, per aiutare tutti i ragazzi in difficoltà ad inseguire i proprio sogni.</p>



<p>Ma non si ferma qui.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_e70a2f847b7a4c69b6382377e451792c-mv2.png" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">FONTE: luoldeng.org</figcaption></figure>



<p>Il basket è stato il suo rifugio una volta arrivato in Inghilterra, e decide che è ora di implementare il movimento cestistico in Sud Sudan. Nel 2019-20 viene eletto presidente della giovane federazione cestistica – nata appena nel 2012- e nello stesso anno viene nominato head-coach della nazionale.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“La mia vita è stata un viaggio difficile, ma positivo. Mi ha aiutato a maturare prima. Vedo quello che ho passato come una benedizione, un regalo che mi aiuta a vedere le cose più nitidamente. So che sarebbe un peccato se non sfruttassi la mia posizione per aiutare altre persone. Ecco perché è così importante che io mi impegni a far crescere la consapevolezza di quello che sta accadendo in Sudan.&#8221;</p>
</blockquote>



<p>Luold Deng ha vestito, a suo modo, la carica di &#8220;pioniere&#8221; per il suo continente. Sia per la sua storia umana che per la sua carriera.</p>



<p>Per questo tanti giocatori di origine africana vedono ora in lui non solo un esempio e un riferimento, ma un vero e proprio idolo.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ogni cosa a suo tempo</title>
		<link>https://aroundthegame.com/ogni-cosa-a-suo-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Punis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Feb 2021 15:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fiba]]></category>
		<category><![CDATA[andrea trinchieri]]></category>
		<category><![CDATA[dallas mavericks]]></category>
		<category><![CDATA[eurolega]]></category>
		<category><![CDATA[new orleans pelicans]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolò Melli]]></category>
		<category><![CDATA[olimpia milano]]></category>
		<category><![CDATA[rick carlisle]]></category>
		<category><![CDATA[sergio scariolo]]></category>
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					<description><![CDATA[Da Reggio Emilia a Dallas, passando da Milano, Bamberg e Istanbul: ripercorriamo la lunga scalata che ha condotto Nicolò Melli nel mondo NBA.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Da Reggio Emilia a Dallas, passando da Milano, Bamberg e Istanbul: ripercorriamo la lunga scalata che ha condotto Nicolò Melli nel mondo NBA.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_c2af790bbd7644ec8c1929d49e65f22d-mv2.jpg" alt=""/></figure></div>



<p class="has-text-align-left">Come si trasforma un giocatore qualsiasi di pallacanestro in uno di livello <strong>NBA?</strong></p>



<p class="has-text-align-left">Questa è la domanda che tutti gli allenatori e tutti i giocatori del mondo si fanno. È di tutti l’aspirazione di diventare il nuovo Michael, il nuovo “Magic”, il nuovo “Shaq”. Trovare la ricetta perfetta per avere il miglior prodotto nel più breve tempo possibile sarebbe semplicemente fantastico. Un mondo cestistico di soli campioni, dove tra Europa, NBA, Giappone, Oceania non ci sia più alcuna differenza; una pallacanestro di fenomeni.</p>



<p class="has-text-align-left">La risposta a questa domanda (per ora) non esiste; o, meglio, per ciascuno è diversa. Impossibile pensare che con un dieta, un scheda per la palestra, la ripetizione per migliaia e migliaia di volte un movimento basti a creare un giocatore.</p>



<p class="has-text-align-left">Un grande giocatore non è solo un automa del basket, una mente stretta nella morsa delle quattro linee, delle due lunette e dei due canestri. Un grande giocatore ha bisogno anche di uno sviluppo mentale ed umano.</p>



<p class="has-text-align-left">Queste riflessioni non sono scritte a caso o per puro vezzo di forma; tali pensieri scaturiscono da una riflessione fatta nelle sedute di redazione: qual è stato il percorso che ha portato il “nostro” <strong>Nicolò Melli </strong>dalla Serie A2 alla parentesi NBA?</p>



<p class="has-text-align-left">Come detto, per lo sviluppo di un giocatore non basta solo l’allenamento, la costanza, una dieta e la palestra, ma un giocatore si costruisce anche con gli incontri &#8211; casuali o meno &#8211; che si pongono sul suo cammino e come questi eventi possono forgiare l’attitudine ed il carattere della persona dietro al giocatore. Questo pensiero non può essere più vero che per Melli; un giocare che ha abbracciato la massima espressione del basket mondiale a ventinove anni, dopo una carriera europea tortuosa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Pallacanestro Reggiana e VL Pesaro</h2>



<p class="has-text-align-left">Facciamo un viaggio a ritroso nel tempo e ci ritroviamo nella stagione 2007-2008. Siamo in Lega A2. La Pallacanestro Reggiana si appresta ad una rivoluzione dopo un’annata che è costata la retrocessione dalla massima categoria. Si decide di ripartire dal settore giovanile, che in quelle zone ha portato tantissimi talenti.</p>



<p class="has-text-align-left">C’è un ragazzo, un certo Nicolò. Ha appena sedici anni quando esordisce: 6 punti, 6 rimbalzi e 2 assist contro Pistoia. Il talento c’è, un talento cresciuto e coltivato nei due anni precedenti in quel di <strong>Reggio Emilia.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">Molto spesso il basket italiano si dimentica di quanto siano importanti i settori giovanili; ed è proprio in quelle giovanili, nelle eterne sfide contro la Virtus Bologna, che il giovane Melli inizia a prendere forma. Insomma, esordire in Lega A2 a soli sedici anni non è da tutti. La stagione è molto promettente, fa vedere ottime cose. Registra anche una doppia doppia contro la Libertas Livorno: 11 punti e 10 rimbalzi.</p>



<p class="has-text-align-left">Trascorre altre due stagioni in Emilia e le sue cifre crescono. L’ultima stagione in biancorosso la chiude con 10.7 punti, 7.1 rimbalzi e 0.9 assist di media. Non male per un diciottenne. Occhi particolari si puntano con sempre maggiore attenzione su quel talentino italiano. Gli occhi sono quelli dell’<strong>Olimpia Milano.</strong> Nell’estate del 2010 firma il contratto e il 24 Ottobre esordisce contro la Benetton Treviso: 0 punti e 4 rimbalzi. Esordisce anche in Europa.</p>



<p class="has-text-align-left">I tempi sono ancora troppo acerbi per il ragazzo. Viene mandato a farsi le ossa fino a fine stagione a Pesaro, alla corte di Luca Dalmonte ed in compagnia di un giovane <strong>Daniel Hackett.</strong> La migliore prestazione, però, arriva proprio contro Milano: 17 punti conditi da 5 rimbalzi. Si vede che il ragazzo ci teneva particolarmente.</p>



<p class="has-text-align-left">Questi sono anni di sperimentazione, di crescita pura per Nicolò; tutta esperienza da accumulare nel bagaglio tecnico per il futuro.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Olimpia Milano</h2>



<p class="has-text-align-left">Finalmente, forse anche dopo il netto segnale inviato alla società milanese, approda in un’Olimpia pronta all’ennesima rivoluzione con <strong>Giorgio Armani,</strong> al suo quarto anno di presidenza, e con l’arrivo di un head-coach di alto livello come <strong>Sergio Scariolo </strong>– già allenatore della nazionale spagnola. Le aspettative sono tante, anche in ambito europeo.</p>



<p class="has-text-align-left">Il roster viene completato da un ritorno notevole, complice Lock-out NBA: quello di <strong>Danilo Gallinari.</strong> Stiamo parlando probabilmente del miglior giocatore italiano degli ultimi dieci anni, e per Melli è sicuramente di grande allenamento confrontarsi con un giocatore NBA; forse anche troppo. La prima stagione non è male, anche se Milano non riesce ad ottenere i successi tanto sperati. In campionato porta buone medie sia a livello di minutaggio che di gioco: 4.7 punti e 4.3 rimbalzi in 15.5 minuti di utilizzo nelle dodici uscite ai Playoffs, dopo una stagione regolare in cui era stato meno impiegato dal proprio coach &#8211; solo 11 minuti a gara con 3.4 punti e 3.3 rimbalzi.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_4f08220c4da5493192acadd1b353d54d-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: olimpiamilano.com</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-left">Ci si aspetta inevitabilmente di più dal ragazzo. Le stagioni successive vanno meglio, ma non come si spera. Milano, dopo due stagioni con Scariolo, è ancora al palo. Il minutaggio di Nicolò aumenta, sia in campionato che nelle coppe europee. Il ragazzo non convince. Il talento c’è, ma Milano non è un piazza facile da gestire. I riflettori sono sempre puntati, illuminano qualsiasi scelta si faccia sul campo e fuori. Il pacchetto lunghi, in cui un Melli già fa vedere un ottimo gioco perimetrale, tipico di un basket più moderno ancora poco affine al mondo europeo è sovraccarico di talenti; basti pensare ai soli <strong>Alessandro Gentile </strong>e <strong>Leon Radošević.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">L’Olimpia non vince, e cambia ancora. Nella stagione 2013-2014 arriva <strong>Luca Banchi,</strong> reduce dei successi in casa Mens Sana Siena. La squadra viene ancora una volta rivoluzionata. Arrivano <strong>Samardo Samuels</strong>, Gani Lawal e C.J. Wallace.</p>



<p class="has-text-align-left">Melli inizia a carburare: in Eurolega sigla il suo primo career high di 20 punti contro lo Zalgiris e viene impiegato regolarmente &#8211; 21 minuti circa di media con 5.3 punti e 4.3 rimbalzi. In campionato diventa titolare e gioca 22 minuti circa con 7.8 punti + 5 rimbalzi abbondanti a partita. Un passo decisivo per la sua crescita, che lo porterà anche a disputare degli ottimi Playoffs di Eurolega come tutta Milano &#8211; fermata dal Maccabi futuro campione ad un passo dalle Final-4. Nella stagione dello Scudetto dopo un&#8217;astinenza durata 18 anni, Melli gioca degli ottimi Playoffs soprattutto nella propria metà campo compresa una sontuosa e decisiva Gara 7 di Finale contro Siena da 11 punti e 13 rimbalzi.</p>



<p class="has-text-align-left">La stagione successiva parte con un mercato faraonico che vede gli innesti di Linas Kleiza, MarShon Brooks e di Joe Ragland, autentica rivelazione dell&#8217;anno precedente a Cantù. Milano è chiamata alla riconferma dell&#8217;anno precedente, sia in campionato che in Eurolega, ma il tutto si traduce in un autentico disastro.</p>



<p class="has-text-align-left">Pur chiudendo al primo posto nella Regular Season, l&#8217;Olimpia viene eliminata in semifinale in 7 gare dalla Dinamo Sassari (complice lo stesso Nik che genera malauguratamente un fallo sul +3 Milano negli ultimi secondi di gara, passaggio fondamentale per il pareggio della Dinamo e i successivi supplementari poi persi) e fallisce clamorosamente la qualificazione alla Top16 di <strong>Eurolega.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">Il minutaggio in campionato ed in Eurolega per Melli diminuisce. E&#8217; evidente che non sia in fiducia, complice anche la fatica di Milano nel giocare di sistema, vittima troppo spesso degli assoli dei singoli.</p>



<p class="has-text-align-left">Molto spesso si sottovaluta quanto sia importante l’ambiente cestistico che si respira attorno alla squadra. La presidenza Armani ha segnato in modo deciso una rotta ben precisa: vincere, vincere, vincere, e subito. In quest’ottica, con un Gentile preferito per maturità, fisicità e stile di gioco molto più interno e la folta presenza di americani nel ruolo, Melli si trova stritolato tra la paura di sbagliare e un sistema poco fittante.</p>



<p class="has-text-align-left">A livello tecnico si vedono miglioramenti nella percentuale da oltre l’arco (38.2 % in stagione), ma manca sempre qualcosa. Lo si vede, non è a suo agio.</p>



<p class="has-text-align-left">A Nik serve qualcosa di più, serve spazio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Brose Bamberg</h2>



<p class="has-text-align-left">Il destino si presenta alla porta sempre in modo inaspettato. Gli incontri sono sempre frutto di qualche strana energia che circonda gli eventi. Qui, finalmente, Melli trova la sua dimensione. Lo vuole con tutte le forze uno dei migliori allenatori italiani nel mondo: <strong>Andrea Trinchieri.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">L’incontro tra i due doveva avvenire proprio in quell’anno, proprio in quel momento, proprio in quel progetto. Trinchieri viene da una stagione assolutamente positiva appena due anni prima con l’Unics Kazan: vittoria della Coppa di Russia – terza nella storia del club – e raggiungimento della finale di Eurocup – persa contro il Valencia di due vecchie conoscenze del basket italiano come <strong>Romain Sato </strong>e <strong>Kšyštof Lavrinovič.</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_c74e874aebfc49009b3ac51608a31f58-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: brosebamberg.de</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-left">Il progetto russo non lo convince. Sposa con assoluta convinzione il progetto del<strong> Bamberg.</strong> La pallacanestro tedesca non ha mai regalato grandi titoli a livello europeo e le grandi squadre si stanno pian piano formando, in un clima volto allo sviluppo di una cultura cestistica piuttosto che al raggiungimento di vittorie ambiziose. Porta con sé il suo play di fiducia <strong>Nikos Zīsīs–</strong> e si porta a casa il settimo titolo tedesco della storia del club. L’arrivo dell’emiliano avviene in tempi propizi.</p>



<p class="has-text-align-left">I giovani sono sempre stati un pallino per l’allenatore milanese, e Melli rappresenta una giusta sfida.</p>



<p class="has-text-align-left">Finalmente nella stagione 2015-2016 l’approdo del lungo emiliano è ufficiale. Ed è qui che inizia la magia.</p>



<p class="has-text-align-left">Tempo di conoscersi e l’asse Trinchieri-Melli è compiuto. Il gioco di Nicolò finalmente matura e il suo tiro da tre riesce ad aprire il campo in modo incredibile. Trinchieri ha sempre giocato con dei lunghi mobili – vedi la presenza di un promettente e giovane <strong>Daniel Theis </strong>(sarà forse un caso?) &#8211; e lui ci si adatta alla perfezione, mostrando anche un’ottima abilità nella visione di gioco, forse troppo nascosta sotto “la Madunina”. Le statistiche parlano chiaro: 2,7 assist di media a partita e miglior risultato in carriera.</p>



<p class="has-text-align-left">Piccola nota di contorno: in quella squadra c’è anche un venticinquenne di nome<strong> Brad Wanamaker,</strong> ex &#8211; tra le altre &#8211; di Boston Celtics e Golden State Warriors.</p>



<p class="has-text-align-left">C’è un dettaglio che colpisce ancora di più: si fa crescere la barba – chissà, forse influenza bavarese.</p>



<p class="has-text-align-left">Finalmente è divenuto uomo, finalmente si vede il giocatore.</p>



<p class="has-text-align-left">Tutti lo dipingono come un miracolo, in realtà non lo è. I segnali premonitori c’erano stati già a Milano, ben prima del passaggio in Germania, semplicemente il tempo ed il luogo non erano quelli giusti; non era ancora il tempo della maturazione.</p>



<p class="has-text-align-left">Nelle interviste, quando ancora oggi parlano l’uno dell’altro, Trinchieri e Melli sembrano quasi commuoversi. Il loro rapporto non è semplicemente quello tra giocatore ed allenatore, ma emerge l’immenso rispetto che li vincola elevandoli.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Nicolò, lo sapete, con lui ho un rapporto speciale. Non è solo un giocatore per me”.</em></p><p>(Andrea Trinchieri)</p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">I risultati arrivano e subito: Titolo di Germania e Supercoppa in bacheca, oltre all&#8217;approdo nelle Top16 di Eurolega. Anche a livello personale le soddisfazioni in ambito europeo sono tante. Segnarne 17 contro il CSKA Mosca di Miloš Teodosić e Nando De Colo, poi vincitori della competizione, è una grande soddisfazione.</p>



<p class="has-text-align-left">La stagione successiva è una ferma e solida conferma di quanto vista nella precedente. Melli è un giocatore pronto a tutto e soprattutto robusto anche a livello europeo. Manca però il successo internazionale, nonostante le statistiche aumentino in tutte le voci con una valutazione media di 16.1 – dato più alto in carriera – e con la media di rimbalzi difensivi più alta in Eurolega. Arriva il secondo scudetto consecutivo e il successo in Coppa di Germania a coronare il suo percorso tedesco.</p>



<p class="has-text-align-left">Il momento della consacrazione è giunto, e non può arrivare con Trinchieri. Le offerte dagli USA non mancano e sono indubbiamente allettanti, ma è qui che si fa vedere il lato saggio. Sceglie di aspettare, di essere veramente pronto, e sceglie il suo amico <strong>Gigi Datome </strong>(e il suo ex-compagno di squadra Wanamaker).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fenerbahçe Spor Kulübü</h2>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Nella mia carriera ho avuto due allenatori fantastici: Trinchieri ed Obradović. Al primo piace infiorettare il gioco, gli piacciono i pizzi; il secondo dà indicazioni nette e precise, non ci si può discostare troppo dalla traccia e funziona, ma sono riuscito ad adattarmi a pieno ad entrambi i giochi”</em></p><p><em>“Con Gigi ho un rapporto fantastico. Ne sono testimonianza le nostre live su Instagram. Ci divertiamo sempre insieme”</em></p><p>(Nicolò Melli)</p></blockquote>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_d264af1618a24fbb9720cd0d2e5bec09-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: euroleague.net</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-left">Queste due frasi fanno capire sia il passato che il presente e futuro del giocatore. Siamo nella stagione 2017-2018. Arrivare alla corte di <strong>Želimir &#8220;Željko&#8221; Obradović,</strong> uno degli allenatori leggendari del panorama europeo, e congiungersi con suo amico Datome segnano inevitabilmente la trovata maturità di Melli: una nuova sfida (tosta) in un sistema già equilibrato. Non scordiamo che si ritrova in una delle arene più calde di Europa. Passa da un ambiente molto tranquillo ad uno caldissimo, un netto passaggio di consegne; forse ora è tempo per tutto questo, è tempo per vincere in una società abituata a farlo, vista l&#8217;Eurolega conquistata la stagione precedente.</p>



<p class="has-text-align-left">La consacrazione arriva. Un giocatore estremamente solido, che riesce a congiungere un gioco trinchieriano ad uno più deciso, tipico dell’allenatore serbo. Un giocatore in tutte e due le metà campo: difensivamente, un lungo che riesce a tenere i 2-3 senza troppi problemi e fare a sportellate con gli “armadi” avversari; offensivamente, un assist-man – ricordo del gioco di Trinchieri &#8211; un ottimo tiratore dall’arco capace di aprire facilmente il gioco sia per gli esterni che per gli interni. Giocatore fondamentale.</p>



<p class="has-text-align-left">In patria si vince: scudetto e Coppa del Presidente arrivano, come previsto. Arriva l’ora di combattere per l’Eurolega. La Regular Season fa ben sperare: secondo posto, dietro solo al CSKA di Kyle Hines. Il cammino continua agilmente: 3-1 al Saski Baskonia del coach Pablo Prigioni. Il primo avversario delle <strong>Final Four </strong>è lo Zalgiris Kaunas di <strong>Šarūnas Jasikevičius,</strong> che di Eurolega ne sa qualcosa. La partita è combattuta, molto. Melli gioca una buonissima partita difensiva, ed è proprio la difesa che fa vincere la squadra turca, oltre ai 16 punti segnati dal “Gigione” nazionale.</p>



<p class="has-text-align-left">La finale, la tanto agognata finale europea finalmente raggiunta. La tensione è altissima, si punta a vincere, a tutti i costi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Quella è una delle notti più belle e più brutte della mia carriera. Tante emozioni, una ferita aperta che ancora si fa sentire”</em></p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">L’avversario è il<strong> Real Madrid </strong>di un predestinato del basket mondiale: <strong>Luka Dončić.</strong> Nicolò è in forma, è la sua stagione migliore della carriera, basta solo vincere. Ma quando di parla di Real mai niente è scontato. Non si può dire nulla a priori. La partita del lungo emiliano è spaziale, una prova di maturità incredibile, è dentro il gioco, non ci sono distrazioni, ed il tabellino lo sottolinea in modo fantastico: chiude la contesa con 28 punti (Career-High in Europa), 6 rimbalzi e 1 assist. Impressionante.</p>



<p class="has-text-align-left">Nonostante questo, l’Eurolega non arriva ad Istanbul, ma vola a Madrid.</p>



<p class="has-text-align-left">Dopo una partita così, ci si aspetta rabbia, frustrazione, ci si aspetta che le interviste siano imbestialite, fiammeggianti, ma qui parliamo di un Giocatore, con la “G” maiuscola.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Hanno semplicemente giocato meglio di noi”</em></p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">Dopo quella maledetta partita di Belgrado, si è assistito alla nascita di un professionista ormai consacrato, alla fioritura definitiva dell’uomo, l’esplosione di un talento cerebrale oltre che cestistico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">NBA: New Orleans Pelicans e Dallas Mavericks</h2>



<p class="has-text-align-left">La stagione successiva non è delle più rosee e i risultati non arrivano. Arriva, come era arrivata a Bamberg, l&#8217;ora di prendere il volo verso un nuovo lido, chissà…</p>



<p class="has-text-align-left">Sì, si sente pronto, è il momento di andare oltreoceano ad assaggiare finalmente il campionato più bello del mondo. Arrivano i <strong>Pelicans.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">Non una contender, una squadra che sta cercando di ripartire da fenomeno generazionale <strong>Zion Williamson,</strong> e per questo il luogo perfetto per un &#8220;rookie&#8221; di ventotto anni.</p>



<p class="has-text-align-left">La prima stagione è in crescendo: riesce ad ottenere uno spazio interessante da 3&amp;D, con il tiro da 3 in pick and pop come marchio di fabbrica. Fino alla pandemia e al blocco della stagione, durante la quale inevitabilmente le polveri si raffreddano. Nei mesi precedenti erano arrivati anche 8 Quintetti.</p>



<p class="has-text-align-left">L&#8217;esperienza della Bubble di Orlando si traduce in una delusione sia personale &#8211; netta la flessione nelle percentuali, dopo un&#8217;ottima stagione fino a marzo &#8211; che per i Pelicans, incapaci di raggiungere i Playoffs. Nik offre però un&#8217;interessantissimo spaccato della stessa raccontandola nel suo Podcast.</p>



<p class="has-text-align-left">Chiude la stagione a 17 minuti circa di media in cui produce 6.6 punti, 3.0 rimbalzi e 1.4 assist.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_1a84ec2b3add45e68a2004dfe4297388-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>L&#8217;inizio di stagione successivo, però, è deludente, e coach Van Gundy gli concede un impiego di soli 11 minuti a partita, dove tira con percentuali pessime: 25.4% dal campo e 18.9% da tre su 1.7 tentativi. Questo porta a una crisi inevitabile.</p>



<p>Alla trade deadline di marzo 2021 viene girato, assieme a JJ Redick, ai <strong>Dallas Mavericks</strong> per James Johnson, Wes Iwundu e una second-round pick, approdando alla corte &#8211; che ironia, eh? &#8211; di quel Luka Dončić che lo ha affrontato, e sconfitto, in quella maledetta finale di Eurolega.</p>



<p>Nik, pur migliorando, continua a faticare al tiro, restando abbondantemente sotto il 40% dal campo e convertendo solo il 33.3% dei suoi 2.1 tentativi di media a gara da dietro l&#8217;arco. Nonostante questo, l&#8217;impegno che Melli impiega, soprattutto nella metà campo difensiva, valgono l&#8217;apprezzamento di coach <strong>Rick Carlisle</strong>, che sporadicamente gli concede un minutaggio elevato &#8211; seppur alternato a gare di puro garbage time.</p>



<blockquote class="twitter-tweet" data-conversation="none"><p lang="it" dir="ltr">[4/4] La mia domanda a Carlisle sul ruolo di Melli:&#8221;È un ragazzo pronto, può coprire le posizioni di 4 e 5. È capace di switchare su più giocatori, da un prototipo come Tatum ad uno come Gay stasera. È un hard worker, siamo felici di averlo con noi per il resto della stagione&#8221;</p>— Mattia Tiezzi (@MattiaTiezzi) <a href="https://twitter.com/MattiaTiezzi/status/1381469049343901696?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">April 12, 2021</a></blockquote> <script async="" src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>



<p>Nik in Texas ha anche l&#8217;opportunità di giocarsi i Playoffs, nonostante venga relegato ai margini della rotazione, ultimo assaggio di una NBA che, l&#8217;anno successivo, non sarà più pronta ad accoglierlo. </p>



<p>Chi lo accoglierà a braccia aperte, invece, è quell&#8217;Olimpia Milano con cui è cresciuto, della quale diventa anche capitano poco dopo. E, se proprio volessimo imbastire una improvvisatissima <em>ringkomposition</em>, quest&#8217;anno è riuscito anche a superare quel Sergio Scariolo, seduto sulla panchina della Virtus Bologna, con il quale tutto era cominciato.</p>



<p>Dopo questa lunga descrizione della carriera di Melli, siamo giunti forse ad una riposta alla domanda originaria, sebbene l&#8217;esperienza di Nik negli <em>States</em> si sia chiusa dopo due sole stagioni: come si fa a costruire un giocatore di livello NBA?</p>



<p class="has-text-align-left">Ci possono essere due diverse riposte. La prima, forse un po’ (troppo) filosofica – e proprio per questo sarebbe apprezzata da Nik &#8211; è che ogni giocatore deve avere la fortuna e la caparbietà di costruirsi il giusto momento, il giusto spazio ed il giusto ambiente per poter esplodere; non tutti ci arrivano a vent’anni come Dončić. Ogni cosa a suo tempo.</p>



<p class="has-text-align-left">La seconda risposta? Potreste chiederla a Trinchieri o ad Obradovic.</p>



<p>Nel frattempo, Nicolò Melli non sta perdendo occasione per dimostrare al mondo che, possa trovarsi a Milano, New Orleans o Dallas (o Berlino), è ancora in grado di condividere il campo &#8211; e discretamente &#8211; con un due volte MVP. </p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr">“Pronto? Sì buonasera, non è che mi può preparare una stampa? È successa una cosa…” 🖼 <a href="https://twitter.com/hashtag/Italbasket?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">#Italbasket</a> | <a href="https://twitter.com/hashtag/EuroBasket?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">#EuroBasket</a> <a href="https://t.co/IotsGcsWDO">pic.twitter.com/IotsGcsWDO</a></p>&mdash; Italbasket (@Italbasket) <a href="https://twitter.com/Italbasket/status/1569050263373201417?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">September 11, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;I love you, Mama&#8221;</title>
		<link>https://aroundthegame.com/i-love-you-mama-ricky-rubio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Punis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2021 18:52:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fiba]]></category>
		<category><![CDATA[flip saunders]]></category>
		<category><![CDATA[lockout]]></category>
		<category><![CDATA[minnesota timberwolves]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[ricky rubio]]></category>
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					<description><![CDATA[Il campo non è tutto. E la storia di Ricky Rubio ce lo insegna.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Il campo non è tutto. E la storia di Ricky Rubio ce lo insegna.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_29150d1c1d504880a97d8f1f621770ab-mv2.jpeg" alt=""/></figure></div>



<p>Molto (troppo) spesso si associa un nostro mito, il nostro giocatore preferito, il nostro esempio a qualcuno dotato di eternità, dotato della capacità di non provare dolore, quasi fosse una divinità al di sopra della vita. Quello che è successo nel 2020 ci ha insegnato che tutto questo non è vero.</p>



<p>È l’estate del 2011, Los Angeles, California. Un ragazzino di nome <strong>Ricky Rubio </strong>compra un piccolo appartamento nella <em>Città degli Angeli</em>. Gli piace davvero molto. È vicino alla spiaggia. Si ritaglia un piccolo spazio per allenarsi tutti i giorni, duramente. Siamo in pieno <strong>lockout,</strong> in attesa che inizi la sua prima stagione <strong>NBA.</strong> Dal Barça ai T-Wolves, dopo una stagione paurosa con un titolo ACB accompagnato da una Copa del Rey e da una Eurolega appena l’anno prima.</p>



<p>Rubio è la quinta scelta assoluta nel <strong><a href="https://aroundthegame.com/il-peso-delle-scelte-il-draft-del-2009/">Draft 2009</a></strong>, ma decide di non sbarcare immediatamente oltreoceano. Due anni per prendersi la Spagna e l’Europa, e soprattutto per arrivare in NBA da giocatore maturo.</p>



<p>Un giorno il suo agente gli dice di partecipare ad un “<em>pickup game”</em>, una sorta di partitella tra amici; peccato che quegli “amici” siano gente come Kevin Garnett, Paul Pierce, Paul George, Danny Granger. Ma l’esperienza europea e con la nazionale spagnola accumulata negli anni precedenti lo rendono sicuro e gioca alla pari anche in quel contesto. Gli capita qualcosa di assurdamente lontano dalle sue più rosee aspettative. Proprio KG a fine partitella gli si avvicina e gli dice:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><span style="color: #nannannan;"><em>“Amico, lascia che te lo dica. Questo luogo, LA, è apposto, no? Ma credimi. Credimi. Se vai nel Minnesota, se dai a quella gente tutto quello che hai dentro? Credimi, ti ripagheranno con tutto quello che hanno. Credici, abbi fiducia!”</em></span><span style="color: #nannannan;"></span></p><cite>Kevin Garnett</cite></blockquote>



<p>Non se lo aspettava. Insomma, un campione NBA che dopo un partitella ti viene lì a dare un consiglio.</p>



<p>Arriva la prima partita della stagione. Ricky parte dalla panchina. È agitato, comprensibile. C’è la sua famiglia sugli spalti, ci sono sua mamma e suo papà. “<em>That’s my team”</em>. Tutto il palazzetto chiama il suo nome: “<em>Ricky! Ricky! Ricky!”</em>. Riesce a scorgere il viso materno tra il pubblico. Si apre un sorriso rassicurante, orgoglioso per il figlio partito da Badalona e arrivato fin lì, in NBA.</p>



<p>Per Ricky i suoi genitori non sono solo coloro che l’hanno generato, gli hanno donato la vita; sono un riferimento profondissimo. Il padre, durante i lunghi viaggi in macchina, suole raccontare vecchie storie sentite e risentiti del suo piccolo Ricky. In particolare, ne ama raccontare una: quando il figlio dovette scegliere tra il basket ed il calcio. Aveva dieci anni ed era tempo di decidere quale dei due sport praticare. Sua mamma gli disse: “<em>O uno o l’altro. Non ci possiamo permettere entrambi”</em>.</p>



<p>Il piccolo Ricky era un talento sportivo per eccellenza: bravo sia nell’uno che nell’altro. Scelse il calcio. D’altra parte in <strong>Spagna </strong>era lo sport più popolare e lui sentiva di avere più talento nel calciare punizioni che segnare triple. Gli dispiacque solo per suo padre, grandissimo fanatico della palla a spicchi.</p>



<p>Dopo solo poche settimane però quella scelta si rivelò non essere quella giusta. Mancava tantissimo quella palla arancione. Andò da sua madre per un consiglio. “<em>Mamma, voglio tornare a giocare a basket”</em>. La reazione di sua mamma non fu quella sperata. “<em>Non puoi cambiare a stagione inoltrata. Abbiamo già pagato la retta per il calcio”</em>. Si doveva però trovare un’altra soluzione.</p>



<p>Suo padre all’epoca lavorava in una società sportiva locale. Parlò con lo staff societario. Non era consuetudine far entrare in una squadra un ragazzo a metà stagione, ma fortunatamente un accordo venne trovato: in cambio di lavoro extra, il figlio avrebbe potuto unirsi alla squadra di basket.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><span style="color: #nannannan;"><em>“Mia madre e mio padre, la mia famiglia: è questa la mia squadra. Sono sempre stati lì. Li amo per questo.&#8221;</em></span></p><cite>Ricky Rubio</cite></blockquote>



<p>Ricky non è solo. Ci sono sempre i suoi genitori, sempre.</p>



<p>Quella prima stagione non va per nulla bene. Record di 26-40 in Regular Season, niente Playoffs. La ricostruzione di <strong>Minnesota </strong>è in atto. A livello personale va anche peggio: rottura del legamento crociato anteriore e stiramento del collaterale contro i Lakers. Un disastro. Passa l’estate del 2012 in riabilitazione. Ma la notizia dura da digerire è un’altra.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_fa7a9153265e44068b4d6e3062979e16-mv2.jpg" alt="" width="587" height="392"/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p>Per un breve periodo torna in Spagna, a Barcellona. Sua madre non sta bene. Dopo diversi controlli, si ritrovano in un ospedale catalano. Il medico la guarda, la parola maledetta risuona nell’aria: cancro, ai polmoni. Fortunatamente lo hanno preso in tempo. Ricky è positivo, deve esserlo, per sua mamma e per suo papà, per la sua famiglia, per la sua squadra. “<em>We all beat it. As a family.”</em></p>



<p>Nelle due stagioni successive è distratto, non è concentrato. Nemmeno quel basket tanto agognato e preferito al calcio riesce a tranquillizzarlo. Non è una valvola di sfogo, anzi. Lo spettacolo dell’NBA non gli permette di resettarsi, di prendersi del tempo, di dedicarsi a pieno alla sua famiglia. “<em>The show must go on”</em>, anche se l’uomo dietro al giocatore è a pezzi.</p>



<p>Siamo ormai nel 2015. Minnesota tenta di ripartire nuovamente, questa volta con un rookie. È <strong>Karl-Anthony Towns</strong> alla numero uno. Ad allenarli è <strong>Flip Saunders.</strong> Ricky riceve la telefonata del coach: deve aiutare KAT ad entrare nel clima NBA. Forse Flip aveva visto che il ragazzo non era quieto e questo impegno forse avrebbe potuto aiutarlo: avere un chiaro obiettivo davanti a sé.</p>



<p>Anche la mamma sta migliorando. Il cancro ai polmoni è sotto controllo, almeno così dicono le innumerevoli analisi che ormai accompagnano la routine da due anni.</p>



<p>Arriva comunque una brutta notizia. Un giorno, mentre si sta allenando con KAT, si palesa Flip. Lo vede dimagrito. Tenta di coprire il volto con un cappello, ma si vede che ha qualcosa che non va. Non è il solito. “<em>Ciao Flip, ti vedo bene!”</em>. No, non lo vedeva bene. A fine allenamento i due si incontrano nell’ufficio del coach. Da vicino sembra ancora più magro; si vede che è stanco.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><span style="color: #nannannan;"><em>“Ricky, ho un linfoma di Hodgkin”</em></span><span style="color: #nannannan;"></span></p><cite>Flip Saunders</cite></blockquote>



<p>Quel giorno parlano parecchio. Ognuno racconta all’altro la propria esperienza. Ricky racconta di sua madre, di quanto siano stati difficili per lui quei due anni, di quanto sia difficile avere a che fare con la parola “<em>cancro”</em>, soprattutto quando affligge qualcuno che ami. Parlano molto di Ricky e poco di Flip. Lui era fatto così, non cercava le attenzioni di nessuno.</p>



<p>Ricky per quella stagione cambia casa. Va a vivere in appartamento nella downtown di <strong>Minneapolis.</strong> Anche questo gli piace molto. Quando la nebbia si dirada, riesce persino a vedere le rive del Mississippi, tanto caro al popolo americano. La casa ha due camere: una per sé e una per gli ospiti. I suoi genitori lo vanno a trovare dopo un lungo periodo passato in Spagna.</p>



<p>Pochi giorni dopo il loro arrivo, devono fare un piccolo viaggio: Mayo Clinic, Rochester. Sono lì per la mamma. Il medico che a Barcellona diede la cattiva notizia nel 2012 si era trasferito lì.</p>



<p>Entrano in una stanza. Il medico arriva e porta con sé una cartella clinica. Contiene gli esami di controllo. Il suo sguardo dice qualcosa. Ricky lo nota, è lo stesso sguardo di tre anni prima. Il medico è impacciato, sinceramente dispiaciuto. Il cancro è tornato, più forte e più rapido. Il colpo è molto forte.</p>



<p>Quella stessa notte Ricky capisce di odiare il suo nuovo appartamento. Ci trova un grande difetto: le pareti sono troppo sottili. Sente i suoi genitori piangere tutto il tempo, se non per brevi tratti di opprimente tranquillità. Anche lui non dorme. Si sente perso, totalmente. Vuole solo far star bene sua madre, ma non sa come.</p>



<p>Un’altra notizia devastante arriva tre giorni prima del Season Opener contro i Lakers: Flip se n’è andato. La mente di Ricky torna immediatamente a quella conversazione, torna a sua madre. Lei sta abbastanza bene, tutto sotto controllo, ma la mente umana porta sempre a pensare al peggio, anche quando non dà alcuna avvisaglia. Non riesce a darsi pace in alcun modo. “<em>Cosa ci faccio ancora qui?”</em>. Chiama il padre, vuole farsi dire esattamente come sta la madre.</p>



<p>Quella stagione è un dannato inferno. I risultati non sono continui, la perdita così improvvisa di Saunders li lascia abbastanza scombussolati. Le condizioni di sua <strong><em>mama</em></strong> non sono delle migliori. Un sali-scendi, come la sua carriera.</p>



<p>Arriva l’All-Star Break. Quattro giorni di pausa dalla Regular Season. Non ci pensa due volte, prende e torna in Spagna, dalla sua famiglia. Diciassette ore di viaggio per rivedere sua mamma. Ad accoglierlo sulla porta di casa è proprio lei: è una cura per la malattia rivedere il figlio a casa dopo tanto tempo. Il giorno dopo torna a Minneapolis. Quella visita ha fatto bene anche a Ricky, e non per caso i due mesi successivi vanno molto meglio, sia dal punto di vista individuale che di squadra; la franchigia chiude con un record di 29-53 con un discreto finale di stagione.</p>



<p>Ricky ritorna a casa. È l’ultima volta che vede sua madre. Le sue condizioni peggiorano, tanto.</p>



<p>Muore poche settimane dopo il suo rientro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><span style="color: #nannannan;"><em>“Quando qualcuno che ami muore, è come se una nebbia fitta ti circondasse. Fu così per me. Mi sentivo disorientato, senza una strada.&#8221;</em></span></p><cite>Ricky Rubio</cite></blockquote>



<p>Il dolore è enorme, come è naturale che sia. A volte pensa di chiamare a casa, sua madre, ma non può. Ogni tanto, consapevole dell’inutilità materiale del gesto, le manda un messaggio. Quell’azione gli fa bene, per un attimo, ma è arrabbiato. Non sopporta nemmeno più il basket. Attraversa un periodo di profonda depressione. <em>“Quando qualcuno che ami muore, è come se una nebbia fitta ti circondasse.”</em></p>



<p>Ha bisogno di un aiuto professionale, ma torna in sé stesso, ad essere quello di prima. Si ricorda di una promessa fatta alla madre nel viaggio di ritorno dalla Mayo Clinic.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em><span style="color: #nannannan;">&#8220;</span>Le ho promesso che mi sarei assicurato che, qualunque cosa le fosse accaduta, avremmo aiutato molte persone nell&#8217;attraversare situazioni difficili di questo tipo&#8221;.</em></p></blockquote>



<p>E vuole assolutamente mantenerla. Nel 2017 Ricky viene scambiato, va a Utah. Quell’anno scopre una cosa: è la prima volta che in NBA si possono attaccare sulle magliette pubblicità. Quella degli Utah Jazz è di “<strong>5 FOR THE FIGHT”</strong>, una fondazione benefica per la ricerca scientifica contro il cancro.</p>



<p>Si informa di più sugli enti benefici e sulle loro attività. Vede una grande opportunità per mantenere la sua promessa e decide di creare la sua fondazione, la “<strong><em>Ricky Rubio Foundation”</em></strong>, in onore di sua madre.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>&#8220;Non mentirò, i sorrisi dei bambini negli ospedali mi fanno andare avanti. Questo è il modo in cui mi sento soddisfatto. So che questo è quello che Mama avrebbe voluto. Lei è qui con me, adesso.&#8221;</em></p></blockquote>



<p>Nello Utah gioca per due stagioni, nelle quali riscopre la dolcezza della tranquillità. Il suo livello di gioco cresce, e a fine anno viene scambiato a Phoenix, dove trova una squadra costituita da un core di giovani talentuosi e di ottime speranze. Dopo l&#8217;esperienza con Donovan Mitchell, il nuovo fit con Devin Booker è per lui molto stimolante, e gioca un&#8217;ottima stagione con occupazioni da veterano (con 13 punti e 8.8 assist in oltre 31 minuti).</p>



<p><span style="color: #nannannan;">Nonostante qualche altra trade &#8211; tornerà a Minnesota, prima di trasferirsi a Cleveland &#8211; e un pesante infortunio, le </span>migliori annate di <strong>Ricky Rubio</strong> in <strong>NBA </strong>sono probabilmente nella seconda metà della sua carriera. Dopo aver ritrovato sè stesso, dentro e fuori dal campo.</p>



<div style="height:43px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>
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		<title>Ronny Turiaf, “when the life hits you”</title>
		<link>https://aroundthegame.com/ronny-turiaf-when-the-life-hits-you/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Punis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Dec 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[los angeles lakers]]></category>
		<category><![CDATA[Miami Heat]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[ronny turiaf]]></category>
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					<description><![CDATA[La storia di un uomo dal cuore (troppo) grande.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>La storia di un uomo dal cuore (troppo) grande.</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_5929441f6953400b8345359fa1faa86c-mv2.jpeg" alt=""/></figure></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Ero appena uscito dal college, mi sentivo al meglio, il draft era andato bene, tutto stava andando bene, mi stavo allenando duramente; una piccola vita perfetta, e poi bam&#8230; la vita ti colpisce duramente.”</em></p><p>(Ronny Turiaf)</p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">Così inizia il racconto di un uomo, di un atleta, che per amore del basket ha rischiato la vita.</p>



<p class="has-text-align-left">Corre l’anno 2005, il draft, Chicago. Il draft di Bogut, Paul, Ellis e Granger, e anche di una conoscenza italiana come Trevis Diener, giusto per intenderci. <strong>Ronny Turiaf,</strong> scelta del secondo giro (numero 37) dei <strong>Los Angeles Lakers </strong><em>“from Gonzaga University”, </em>il miglior giocatore della costa ovest quell’anno.</p>



<p class="has-text-align-left">Non un momento eccelso per la franchigia californiana, ma sembra essere l’uomo giusto per ridare un po’ di grinta al collettivo. Sì, perché Ronny è un giocatore intenso, fisico, un lungo atipico, con un buon tiro dal mid-range, ma allo stesso tempo ottimi movimenti spalle a canestro, un uomo da spogliatoio; tutto ciò che serviva per appianare gli attriti in casa giallo-viola, già pronti a ricostruire dopo il pesante addio di Shaq l’anno prima e una stagione disastrosa: niente Playoffs e un grave infortunio per <strong>Kobe Bryant.</strong></p>



<p class="has-text-align-left">Il più grande sogno di ogni giocatore per Ronny si avvera: è un giocatore NBA, in una nobile franchigia, il massimo. Me ecco che&#8230; <em>“the life hits you”. </em>La vita si dimostra sempre imprevedibile e quando colpisce, colpisce duramente e senza porsi tanti problemi.</p>



<p class="has-text-align-left">Quando si dice che una persona ha il <strong>cuore g</strong>rande è un complimento, ma quando l’espressione la si intende letteralmente non è poi tanto positivo; e Ronny ha letteralmente il cuore troppo grande. La sua aorta è cresciuta troppo. Il suo cuore non può sostenere tutto questo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Sai, quando a tredici anni sei un metro e novantotto tutto ti sembra grande e normale: piedi, braccia, mani. Ma anche la mia aorta lo era. Il mio cuore era grande tre volte il normale.”</p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">A dargli la notizia è il medico dei Lakers, John Moe. Lui e il medico in una stanza. Solo loro due. L’aria è pesante, la notizia non è di quelle belle, di quelle per cui gioire. Una notizia che arriva come un fulmine a ciel sereno prima che la stagione inizi; quasi nemmeno il tempo di allacciarsi le scarpe ed entrare in campo. Gli viene detto chiaramente. Ha due possibilità: o smettere di giocare a basket, prendere per il resto della vita anti-coagulanti e non poter mai fare sforzi, oppure operarsi, l’unica possibilità di tornare sul campo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Perfetto, quanto presto potrò operarmi?”</p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">Non un solo momento di esitazione. Un giocatore, un ragazzo, un piccolo uomo che ha sempre agognato l’NBA, ha sempre desiderato di entrare nella massima lega cestistica al mondo, che ha sacrificato la sua adolescenza per inseguire un obiettivo, non può rinunciare di punto in bianco al suo sogno, anche se di mezzo c’è una delle operazioni più rischiose: a cuore aperto.</p>



<p class="has-text-align-left">La reazione è comprensibile, ma pone davanti a sé delle responsabilità difficili da gestire, anche solo da comprendere.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“I don’t give a damn what I have to do. I will be back on the court.”</p></blockquote>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_3bb9877d3eef461794beed396ad7e38c-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-left">Il viaggio è molto più grande dell’uomo Turiaf. Lo capisce perfettamente.</p>



<p class="has-text-align-left">Non può lasciare all’oscuro la sua famiglia. Troppo delicata la situazione per far finta di nulla, anche se avrebbe voluto. Chiama sua madre. Le dice tutto in una singola frase&#8230; di getto, come se stesse andando al mare con gli amici.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Devo operarmi al cuore, mamma.”</p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">Ronny, sin da piccolo, non è mai stato capace di esternare i propri sentimenti, per quello dice tutto di fila, senza pause, senza quasi riflettere. Si costruisce una barriera tutt’attorno. La madre, per quanto preoccupata, lo sa e lo capisce. Non dice nulla al figlio, non gli chiede nulla; accetta tutto.</p>



<p class="has-text-align-left">Deve essere forte per sé e per la famiglia. Ma da solo non può affrontare tutto. Gli serve un consiglio, e chiama il padre. Che non accetta la scelta del figlio. <em>“Meglio un figlio vivo che un campione morto”, </em>dice<em>.</em></p>



<p class="has-text-align-left">È comprensibile la sua reazione. In fondo, la vita è più importante della carriera. Ma non si può chiedere ad un ragazzo di appena 22 anni di pesare la vita, di pesare la morte, di pesare una scelta dal peso specifico spropositato. Troppo complicato. Troppo complicato rinunciare alla pallacanestro.</p>



<p class="has-text-align-left">C’è un dato che mette la scelta di operarsi seriamente in discussione: al tempo non si conosce alcun giocatore in grado di tornare a giocare dopo un intervento a cuore aperto, nessuno. Il chirurgo Craig Miller però è fiducioso e Ronny continua sulla sua strada.</p>



<p class="has-text-align-left">La prima impressione è quella che conta; la prima scelta è quella da perseguire.</p>



<p class="has-text-align-left">È tempo di raccontare tutto al mondo NBA. È ora che Ronny affronti le proprie responsabilità. Viene convocata una conferenza stampa.</p>



<p class="has-text-align-left">Quando entra nella stanza si rende finalmente conto di avere paura. O meglio, capisce di averla sempre avuta. Non riesce a trattenere le lacrime, piange davanti a tutti. È difficile tutto questo. Ma decide di farsi coraggio, non può mollare.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“I have something that is in my heart but i’m gonna be back&#8230;”</p></blockquote>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_b60db103128e4873b365ad328bb01a13-mv2.jpg" alt="" width="567" height="377"/><figcaption>FOTO: The Players’ Tribune</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-left">Asciuga il pianto con una felpa Lakers. Pensare che sia bagnata di lacrime prima che di sudore è davvero drammatico.</p>



<p class="has-text-align-left">È normale aver paura della morte.</p>



<p class="has-text-align-left">La franchigia sceglie di annullare il contratto &#8211; non può usare spazio salariale per un ragazzo che potrebbe non farcela. Non vogliono, però, abbandonarlo al suo destino. Non erano obbligati a fare nulla, ma spesso gli uomini ci sorprendono. E così, nessuna spesa medica a carico di Ronny: deve pensare solo a recuperare il prima possibile.</p>



<p class="has-text-align-left">Il 26 luglio 2005 si sottopone all’intervento chirurgico presso lo Stanford Medical Center. Tutto pronto per sistemare il suo cuore troppo generoso. Ma qualcosa non va come previsto. Il rischio di morire si alza notevolmente. Il suo cuore non batte più. Un coagulo ha bloccato il battito regolare. È una corsa contro il tempo, non si può sbagliare.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Non so per quanto tempo il mio cuore si sia fermato. Non l’ho domandato perché non lo volevo sapere. Solo alcuni mesi dopo lo seppi, fui l’ultimo&#8230;”</p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">I medici riescono a evitare il peggio, e dopo sei ore di intervento Ronny può uscire dalla sala operatoria. Si tira un profondo sospiro di sollievo.</p>



<p class="has-text-align-left">La prima voce che sente è del suo amico <strong>Fred Adjiwanou,</strong> suo ex compagno di squadra e suo <em>“older brother”. </em>Non ricorda se gli avesse detto o meno dell&#8217;intervento, ma le prime parole che sente sono le sue.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Bro! How are you doing?” “Who is that&#8230; <em>Fred???</em> Is that you?”</p></blockquote>



<p>Poi abbraccia la madre. Non può permettersi che soffra.</p>



<p>Tutta la famiglia gli sta vicino, mai come allora. Non lo lasciano solo. Quell’enorme peso che gli schiaccia il cuore non può essere sopportato solo da lui. Quasi sempre le tragedie non portano con sé solamente dolore, ma anche opportunità. I genitori di Ronny sono separati da quando lui ha cinque anni, da ben 17 anni. È la prima volta da allora che riesce a mangiare con sua mamma, suo papà e sua sorella allo stesso tavolo.</p>



<p>Dopo la paura e lo sconforto, può apprezzare un momento di quelli che fanno bene al cuore.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7d8e0c_9961d25cff924678a03db83f4370ff2a-mv2.jpg" alt=""/><figcaption>FOTO: NBA.com</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-left">È ora di pensare alla pallacanestro. Chiama <strong>Mitch Kupchak,</strong> controverso General Manager dei Lakers, e lo fa andare in ospedale. Ha qualcosa da dirgli. Gli chiede anche di portare una divisa con sé.</p>



<p class="has-text-align-left">Quello che Kupchak si trova davanti è un ragazzo con tubi nel collo, con tubi ovunque, un morto vivente (letteralmente); un ragazzo che pieno di passione e voglia di riprendersi gli dice:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“I’m gonna rock that No. 21. I guarantee you”</p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">La riabilitazione va bene. I medici gli raccomandano di non fare sforzi, lui non li sta a sentire. Quando gli permettono di camminare la prima cosa che fa è provare a scalare una piccola collinetta. Per i tre giorni successivi non riesce a fare altro che stare a letto. Ma il pensiero è uno solo: <em>“posso usare le braccia; beh, posso anche allacciarmi le scarpe”.</em></p>



<p class="has-text-align-left">Non è tutto all’acqua di rose, no. Ogni giorno è una sfida, ogni piccola azione è fatica, ma anche conquista; la paura che qualcosa vada storto in qualche momento, in qualsiasi momento, è sempre presente.</p>



<p class="has-text-align-left">Un tatuaggio che ha sulla schiena dice “mai perdere la fede”, e lui non la perde affatto. Lotta come ha sempre fatto nella vita e sul campo.</p>



<p class="has-text-align-left">Tre mesi dopo l’intervento solleva pesi, quattro mesi dopo si allena, per poco, ma si allena. Un recupero che ha dell’incredibile. Torna ad allenarsi col contatto; torna ai Lakers, il contratto c’è. Deve vestire una protezione di plastica sul petto. Kwame Brown la rompe in un contatto durante un allenamento, sta bene.</p>



<p class="has-text-align-left">L’unica cosa che gli manca da realizzare è entrare finalmente in campo in una partita ufficiale, solo quello. Il più grande ostacolo è <strong>Phil Jackson.</strong> L’episodio con Brown lo preoccupa e non poco. Non vuole che Ronny si senta male in campo. Anche quando si allena lo invita sempre ad andarsene dal campo. Non per dispetto ad un rookie, ma per paura che accada qualcosa. Probabilmente ha più terrore lui che lo stesso Turiaf. In fondo, i giocatori per gli allenatori sono come figli; non li si può perdere per una disattenzione, per una leggerezza.</p>



<p class="has-text-align-left">L’occasione arriva. È l’8 Febbraio 2006. Houston, Lakers contro Rockets. Manca un minuto o poco più alla fine. Ormai la partita ha detto tutto. Phil Jackson si gira vero la panchina.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Hey, Ronny, vuoi giocare”“Certo che sì!”</p></blockquote>



<p class="has-text-align-left">Tutto era più veloce e intenso, nulla a che vedere con gli allenamenti &#8211; ma era in campo! Tutta la squadra lo supporta. <strong>Lamar Odom </strong>è il primo ad incitarlo. Non si dimenticherà mai quel giorno; il giorno della sua rinascita.</p>



<p class="has-text-align-left">Da allora la sua carriera NBA continua. Non diventa di certo un All-Star, ma un ottimo giocatore di sistema. È l’uomo-panchina, pronto a dare una scossa con la sua energia sotto i tabelloni. Carica i compagni, li incita, c’è sempre sia nelle vittorie sia nelle sconfitte. È il primo ad alzarsi quando i suoi compagni segnano, è il primo a festeggiare, è il primo a dare il 100% in tutto quello che fa, è il primo a sostenerli nello sconforto. Di certo non può demoralizzarsi, ha subito un intervento a cuore aperto!</p>



<p class="has-text-align-left">Warriors, Knicks, ASVEL (Francia), Wizards, Heat, Clippers e T-Wolves.</p>



<p class="has-text-align-left">Kobe, LeBron, Bosh, Wade.</p>



<p class="has-text-align-left">Phil Jackson, Don Nelson, Mike D’Antoni.</p>



<p class="has-text-align-left">Volto della Nazionale francese assieme a Boris Diaw e Tony Parker.</p>



<p class="has-text-align-left">Un anello con gli Heat nel 2012.</p>



<p class="has-text-align-left">Una signora carriera. Cosa può volere di più?</p>



<p class="has-text-align-left">Beh, lui vuole di più. Non nel basket, sia chiaro, ma nella vita. Lui vuole aiutare gli altri, è fatto così.</p>



<p class="has-text-align-left">Parte con altri giocatori che hanno problemi al cuore: Channing Frye, Chuck Hayes, Jeff Green. Ma non gli basta. Vuole aiutare altre persone.</p>



<p class="has-text-align-left">Ronny Turiaf è il fondatore della “<em><strong>The Ronny Turiaf Heart to Heart Foundation”</strong></em>, che ha la missione di aiutare tutti quei bambini e tutte quelle famiglie che non riescono a permettersi le costose cure mediche americane.</p>



<p class="has-text-align-left">Sì, si può dire ora che Ronny Turiaf ha davvero un gran cuore.</p>
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