Il primo, vero lungo moderno dell’NBA. Ingiustamente dimenticato.

Questo contenuto è tratto da un articolo di Chinedu Odeze per DoubleClutchUK, tradotto in italiano da Davide Corna per Around the Game.


Lo confesso: mi piacciono i diversi.

A mio parere, c’è sempre qualcosa da raccontare riguardo a chi non percorre i sentieri comuni e riesce a creare un nuovo percorso. Seguire la massa è “semplice”; io però sono sempre stato attirato dalle cose e dalle persone che vanno contro il pensiero comune, e questo anche in ambito cestistico.

Quando ho iniziato a seguire da vicino il basket, verso la fine degli anni ’80 e poi per tutti gli anni ’90, i miei giocatori preferiti erano sempre quelli più particolari. Adrian Dantley, in grado di giocare dentro l’area nonostante la sua stazza limitata; Chris Mullin, mancino capace di segnare da qualunque posizione; Kevin McHale, con la sua strana corporatura stile Frankenstein… e la lista potrebbe continuare.

A quei tempi, il pensiero condiviso era che i lunghi dovessero restare nel pitturato, e le guardie sul perimetro. I tiratori, anche se alti, erano spesso giocatori fisicamente deboli, e le guardie non andavano mai a giocare in post (a meno che non si trattasse di Gary Payton o di uno/due altri giocatori). Il concetto veniva reiterato tramite detti quali “niente rimbalzi, niente anelli”, o “serve un lungo per vincere un titolo”.

Da allora, abbiamo visto point guard alte 1 e 90 essere i migliori rimbalzisti della propria squadra, e “lunghi” di 2 metri e 10 in grado di trattare palla come un esterno.

Kevin Garnett resta uno dei miei giocatori preferiti di sempre, anche perché sapeva fare cose considerate impossibili per qualcuno della sua altezza. Ma prima di KG, ci fu un giocatore con caratteristiche in parte simili. Un gigante con una carriera all’high school e al college che lo ha reso uno dei giocatori non professionisti di maggior successo della storia, e che, se non fosse stato per gli infortuni e per la scarsa apertura mentale dei suoi coach, sarebbe probabilmente stato più che un Hall of Famer: Ralph Sampson.

Secondo molti, Sampson fu un fallimento. Un giocatore che non ha mai raggiunto il suo potenziale e non ha mai trovato una collocazione in cui fosse completamente a suo agio.

Riguardando la sua carriera, ciò che si vede è un giocatore colpevole solo di essere nato troppo presto, e che sarebbe stato dominante nell’era moderna. Non ne siete convinti? E allora facciamo un viaggio indietro di 40 anni, fino all’inizio di questa storia.

Partiamo dalla sua giocata più famosa (nel video qui sotto), probabilmente uno dei tiri più assurdi della storia NBA.

Ancor prima che Sampson arrivasse in NBA, il suo scouting report parlava di un giocatore che sembrava progettato in laboratorio.

Vinse due titoli statali consecutivi a livello di high school, con una media al terzo anno vicina ai 30 punti, 19 rimbalzi e 7 stoppate a partita, dopo aver fatto registrare 14 punti e 11 rimbalzi a partita da sophomore. Vinse un titolo NIT nel 1980, partecipò alla NCAA Final Four nel 1981 e alle Elite Eight nel 1983, oltre a vincere tre Naismith Awards come National Player of the Year, e un paio di Wooden Award.

Red Auerbach, leggendario coach dei Boston Celtics, provò disperatamente a convincerlo a rendersi disponibile per il Draft dopo il suo primo anno al college. Il basket non aveva mai visto nessuno che combinasse altezza, stazza e atletismo come Sampson: un centro che aveva le migliori caratteristiche di Bill Russell e di Wilt Chamberlain.

Dopo la chiamata come prima scelta al Draft 1983, al suo primo anno con gli Houston Rockets ha segnato 21.0 punti e preso 11.1 rimbalzi a partita, ha giocato all’All-Star Game e ha vinto il titolo di Rookie of the Year. A livello statistico, però, la sua miglior stagione fu quella successiva, nonostante fosse stato obbligato a fare spazio a un giovane rookie, il futuro Hall of Famer Hakeem Olajuwon, con cui andò a formare la coppia di Twin Towers che due anni dopo arrivò alle NBA Finals.

È il caso di dare un’altra occhiata alla stagione 1984/85, per apprezzare completamente ciò che Sampson riuscì a fare. In un nuovo ruolo, giocando più lontano dal canestro, si esaltò, con una media di 22.1 punti e 10.4 rimbalzi; vinse il titolo di MVP dell’All-Star Game 1985 e venne scelto nel secondo quintetto All-NBA.

Qui sotto potete vedere i suoi highlights all’All-Star Game, e c’è da tener presente che si tratta di una partita con e contro i migliori dell’NBA, che ai tempi veniva giocata molto più seriamente di quanto accada ora:

Nella loro prima stagione, le Twin Towers ebbero una media combinata di 42.7 punti, 22.3 rimbalzi e 4.7 stoppate a partita. Il backcourt di Houston poteva tranquillamente prendersi dei rischi ed essere aggressivo sulle guardie, sicuro del fatto che alle loro spalle Sampson e Olajuwon erano pronti a contestare o stoppare qualunque tiro in penetrazione.

Robert Reid, ex Rockets, ne ha parlato così in un articolo del 2012 pubblicato su Grantland:

“Una volta, Dennis Johnson stava portando palla per la sua squadra, e io, in difesa su di lui, mi sono spostato lasciandogli strada. Mi ha detto ‘Reid, che stai facendo? Non difendi?’ Ho risposto. ‘Guarda chi c’è laggiù. Ti senti fortunato?’ Mi ha mandato a quel paese.”

In quella stessa stagione, Sampson divenne il primo giocatore a far registrare 30 punti, 15 rimbalzi, 5 assist e 5 palle rubate da quando la Lega ha iniziato a conteggiare le steal. Era così forte che, secondo Olajuwon, nel 1984 i Blazers offrirono la scelta numero 2 e Clyde Drexler in cambio di Sampson. (Già: Drexler, Olajuwon e Jordan – “passato” dai Blazers in quel Draft e scelto poi alla 3 dai Bulls – avrebbero tutti potuto giocare nella stessa squadra.)

E invece, cos’è successo?

Gli infotuni ebbero un ruolo chiave nel suo declino, ma il problema principale è che Sampson era una guardia intrappolata nel fisico di un centro. Sotto molti aspetti, era più di ciò che ci si aspettava da un lungo. Sapeva tirare in fadeaway, in gancio, concludere da lontano, e aveva un ottimo trattamento della palla. Era più a suo agio sul perimetro: il gioco in post era l’alternativa, non la priorità. Un giocatore assolutamente unico per quei tempi.

Queste abilità, che oggi ne farebbero uno dei giocatori più intriganti della Lega, allora venivano sminuite. Un giocatore di 224 cm in grado di prendere il rimbalzo, partire in palleggio, battere l’avversario e concludere con una straordinaria sensibilità di tiro? Non era roba per gli anni ’80. Fosse arrivato nel nuovo millennio, con il ritmo e lo spacing di oggi, sarebbe potuto essere dominante.

Con gli infortuni che imperversavano, Sampson, che non è mai stato un giocatore adatto a fare semplicemente da gregario, regredì sempre di più, fino a uscire dalla Lega nel 1992. Tuttavia, i suoi primi anni in NBA furono sufficienti per garantirgli l’ingresso nella Basketball Hall of Fame, avvenuto nel 2012.

Sampson era un lungo straordinariamente versatile. Non si adattava al pensiero dell’epoca, e questo ha avuto un ruolo fondamentale nel far dimenticare a molti le sue prestazioni.

Hai spianato la strada molto più di quanto ti venga riconosciuto, Ralph.