Con le tante difficoltà incombenti per arrivare ad Antetokounmpo, i Timberwolves potrebbero scommettere su Zion Williamson.

Zion Williamson contro Anthony Edwards dei Timberwolves
FOTO: Sports Illustrated

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Jace Frederick e pubblicata su Twin Cities, tradotto in italiano da Edoardo Viglione per Around the Game.


Giannis Antetokounmpo è, di gran lunga, il nome più importante che potrebbe animare il mercato NBA in vista di quella che si preannuncia un’altra offseason ricca di movimenti. Fin dalla trade deadline, i Timberwolves vengono accostati alla superstar greca e le speculazioni sono destinate a intensificarsi nelle prossime settimane. Soprattutto dopo la nuova eliminazione ai playoffs che ha evidenziato il divario tra Minnesota e il livello più alto della Western Conference.

Nel corso della sua conferenza stampa di fine stagione, il President of Basketball Operations Tim Connelly ha ammesso che la squadra ha bisogno di compiere un ulteriore passo avanti. E, se necessario, è disposto ad assumersi dei rischi per riuscirci.Uno di questi potrebbe essere un tentativo concreto di arrivare ad Antetokounmpo. Il leader dei Bucks resta uno dei migliori giocatori della lega e rappresenterebbe il partner ideale per Anthony Edwards in uno shot verso il titolo. La sua presenza aggiungerebbe inoltre quella combinazione di taglia e atletismo che oggi appare indispensabile per competere con le nuove potenze della Conference: gli Oklahoma City Thunder e i San Antonio Spurs.

La strada, però, è tutt’altro che semplice. Già alla deadline di febbraio uno scenario del genere era apparso remoto e, qualora Antetokounmpo dovesse realmente diventare disponibile nelle prossime settimane, non mancherebbero le pretendenti. Diverse franchigie (con i Boston Celtics e i Miami Heat tra le favorite) possono infatti mettere sul tavolo un pacchetto di scelte future più ricco rispetto a quello a disposizione di Minnesota.

Per questo motivo, qualsiasi operazione credibile per acquisire il due volte MVP, che nella prossima stagione guadagnerà quasi 60 milioni di dollari e che potrebbe arrivare a sfiorare i 70 milioni annui nel suo prossimo contratto, rischierebbe di costringere i Timberwolves a smantellare parte significativa dell’attuale nucleo della squadra.

Il paradosso è che, nel tentativo di affiancare a Edwards una seconda superstar, Minnesota potrebbe ritrovarsi con un roster estremamente sbilanciato verso l’alto. Una costruzione che, nella NBA degli ultimi anni, non ha spesso prodotto i risultati sperati. Quindi, è necessario che Minnesota provi ad annusare e a vagliare anche un piano B qualora non riesca ad arrivare alla stella greca.

In realtà esistono poche alternative in grado di garantire lo scossone necessario per colmare il divario, oggi enorme, che separa Minnesota da Oklahoma City e San Antonio. Un vero playmaker d’élite aiuterebbe certamente, così come una migliore costruzione del roster attorno ad Anthony Edwards, Jaden McDaniels e Naz Reid.

Ma il cambiamento richiesto per trasformare i Timberwolves da una squadra capace al massimo di sorprendere nei playoffs a una reale candidata al titolo deve avere proporzioni quasi sismiche. E sono pochissimi i giocatori in grado di produrre un impatto di questo livello.

E se fosse Zion Williamson?

Quando è sbarcato in NBA nel 2019, era considerato potenzialmente un giocatore destinato a cambiare gli equilibri della lega. In più occasioni ha mostrato lampi di quel talento generazionale che si è sempre portato dietro, ma il percorso verso la piena consacrazione è stato rallentato dagli infortuni e dalle difficoltà strutturali del roster costruito attorno a lui ai New Orleans Pelicans.

Eppure, il suo straordinario dominio fisico continua a rappresentare un fattore unico. A pochi mesi dal suo 26° compleanno, Williamson resta uno degli atleti più devastanti della lega. Un repertorio offensivo più completo sarebbe certamente auspicabile (il 95% dei suoi tiri in questa stagione è arrivato entro i tre metri dal canestro), ma l’ala dei Pelicans continua a fare a pezzi anche i migliori protettori del ferro della NBA.

Contro Minnesota, in particolare, è stato un problema irrisolvibile. Williamson ha vinto ben sei delle ultime sette sfide contro i Timberwolves e, in due occasioni durante questa stagione, ha imposto la propria legge anche contro i San Antonio Spurs di Victor Wembanyama.

Dopo l’inizio del 2026, gli Spurs avevano perso soltanto una delle loro prime 20 partite casalinghe di regular season, chiudendo quel periodo con un record di 19-1. L’unica sconfitta arrivò proprio contro New Orleans, in una serata in cui Williamson realizzò 10 dei suoi 15 tentativi nel pitturato escludendo appoggi e schiacciate su scarico.

La forza fisica produce vittorie. E non è mai stata più importante di quanto lo sia nei playoffs. Le squadre che riescono a imporla con maggiore continuità sono spesso quelle che avanzano. Williamson porta in campo un livello di aggressività e intenzionalità offensiva che Minnesota, troppo spesso, fatica a esprimere. E, come questa stagione ha ulteriormente dimostrato, non si tratta soltanto di potenza: nel suo gioco c’è anche molta più tecnica e consapevolezza di quanto gli venga generalmente riconosciuto.

Williamson rende al meglio quando gioca palla in mano, aspetto che gli permette di segnare con efficienza o far collassare le difese. Sebbene abbia disputato appena 30 partite nella stagione 2024-25, Zion ha fatto registrare almeno nove assist in cinque occasioni, offrendo ulteriori segnali di una crescita costante come creator.

Minnesota, dal canto suo, ha manifestato l’intenzione di togliere parte della gestione offensiva dalle mani di Anthony Edwards nella prossima stagione, così da generare un maggior numero di conclusioni in catch-and-shoot, una delle situazioni in cui la stella dei Timberwolves è particolarmente efficace.

Riuscirci senza dover affidare minuti pesanti a un playmaker tradizionale (rischiando di compromettere l’identità fisica, atletica e di grande size della squadra) rappresenterebbe lo scenario ideale, e Zion Williamson possiede le qualità per assumersi le responsabilità da portatore di palla e dirigere l’attacco quando necessario.

Curiosamente, però, a New Orleans ciò è accaduto molto meno del previsto. Per lunghi tratti della stagione i Pelicans hanno scelto di togliergli il pallone dalle mani. Una decisione che non ha prodotto risultati significativi in termini di vittorie, ma che ha comunque permesso di osservare aspetti differenti del suo gioco offensivo.

Williamson si è dimostrato particolarmente efficace nei tagli, nelle ricezioni in movimento e nel ruolo di rollante. La sua comprensione del gioco gli consente di adattarsi e incidere praticamente da qualsiasi zona del campo. Una versatilità che potrebbe renderlo il primo compagno di squadra capace di costruire con Edwards un autentico e costante “two-man game“, qualcosa che Minnesota non è mai riuscita a sviluppare pienamente attorno alla propria superstar.

Williamson potrebbe fungere sia da valvola di sfogo per Edwards sia da regista offensivo dell’intero sistema. Inoltre, rappresenta uno dei pochi talenti per cui Edwards sarebbe probabilmente disposto a fare un passo indietro in determinati momenti della partita.

Difficile immaginare una difesa disposta a raddoppiare sistematicamente Edwards accettando poi di difendere in inferiorità numerica contro un attacco guidato da Williamson sul lato debole dell’azione. Nella migliore versione di sé, il numero 1 dei Pels avrebbe tutte le caratteristiche della seconda opzione offensiva stabile e affidabile che Minnesota continua a cercare: un giocatore capace di sostenere il peso dell’attacco e, all’occorrenza, assumersi il ruolo di protagonista assoluto.

E, aspetto non secondario, il costo per acquisirlo potrebbe essere sensibilmente inferiore rispetto a quello richiesto per altre superstar. Lo scorso mese il general manager dei Pelicans, Joe Dumars, ha dichiarato che New Orleans non ha “alcuna intenzione” di cedere Williamson durante questa offseason, ma è una posizione che si scontra con la realtà dei fatti. I Pelicans hanno appena concluso una stagione da 26 vittorie con l’attuale nucleo della squadra, restando lontanissimi anche solo dalla corsa ai playoffs.

Continuare a percorrere la stessa strada, aspettandosi risultati differenti, rischierebbe di somigliare molto alla definizione stessa di follia. Poco più di un anno fa New Orleans ha legato una parte significativa del proprio futuro alla trade realizzata la notte del draft per assicurarsi il giovane lungo Derik Queen che, a 21 anni, è destinato ad assumere un ruolo sempre più centrale nel progetto tecnico della franchigia.

Dal punto di vista strettamente cestistico, però, accanto a Zion Williamson nel frontcourt il fit non sembra ottimale. Diverso il discorso per Joan Beringer, che rappresenta, almeno sulla carta, un complemento ideale per Queen nel lungo periodo. Le sue caratteristiche difensive, la mobilità e la capacità di proteggere il ferro sembrano incastrarsi perfettamente con quelle del giovane talento arrivato al draft.

In quest’ottica, un pacchetto costruito attorno a Beringer e Julius Randle potrebbe essere sufficiente per spingere Joe Dumars e la dirigenza dei Pelicans a valutare seriamente un cambio di direzione.

Dopo anni di aspettative, lampi di dominio e continui problemi di continuità fisica, l’esperienza di Williamson a New Orleans potrebbe infatti essere arrivata a un punto di svolta. E se la franchigia dovesse decidere che il ciclo è giunto al termine, un’offerta di questo tipo potrebbe rappresentare un’uscita più che dignitosa da una pick importante che non ha mai prodotto i risultati sperati.

Un’eventuale operazione di questo tipo aprirebbe una nuova era a Minnesota, fondata sulla coppia Edwards-Williamson. E, nel migliore degli scenari, potrebbe consentire ai Timberwolves di ridurre molto più rapidamente del previsto il divario che oggi li separa da quelle che sembrano destinate a monopolizzare la Western Conference nei prossimi anni: Oklahoma City e San Antonio.

Ma c’è un altro aspetto da considerare. Anche nel caso in cui la scommessa non dovesse funzionare, le conseguenze per il futuro della franchigia potrebbero non essere così pesanti come si potrebbe immaginare. Low risk-high reward?