Dopo due mesi di assenza, Draymond Green si prepara al ritorno in campo, e la squadra ne ha più bisogno che mai.

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Tornando indietro di due mesi esatti, al 9 gennaio 2022, Draymond Green lasciava il campo subito dopo la palla a due della partita del ritorno dell’amico Klay Thompson, per quello che doveva essere un infortunio al polpaccio di piccola portata.

Così non è stato, Green non ha più messo piede sul terreno di gioco, e solo di recente si è venuti a sapere di un ritorno ormai probabile nella prossima partita casalinga contro gli Washington Wizards.

In quel 9 gennaio, i Golden State Warriors erano lanciati verso quello che si prospettava un serrato testa a testa per il primo seed con i Phoenix Suns. Oggi la classifica mostra uno scenario diverso, con la squadra di Steve Kerr che rischia di perdere altre posizioni nella Western Conference.

Nelle 30 partite disputate senza il 23, Stephen Curry e compagni hanno comunque viaggiato ad un ritmo da squadra destinata a galleggiare sopra il 50% di vittorie: 17 vinte a fronte di 13 perse, con il decimo attacco e la tredicesima difesa della lega in questa span.

Peraltro l’andamento non è stato costante, ma ha visto i Dubs vincere inizialmente ben nove gare consecutive, per poi sprofondare con nove cocenti sconfitte in tredici partite e riprendere nuovamente inerzia con tre vittorie contro Clippers, Nuggets e Bucks.

L’assenza di Green non è stata dunque una di quelle cose che puoi nascondere sotto un tappeto, e nemmeno una ferita rimarginabile con qualche accorgimento. L’orso ballerino è stato più visibilmente fondamentale proprio nel momento in cui non era in campo.

I problemi causati dal dover giocare senza il prodotto di Michigan State sono stati ampiamente riconoscibili, specialmente nella metà campo di sua competenza. Proviamo a elencarli.

Difesa, dall’eccellenza alla mediocrità

Sempre tornando al 9 gennaio, all’epoca gli Warriors potevano vantare la miglior difesa della lega, con ampio margine sulle altre. Fino a quel momento erano solamente 102 i punti subiti ogni 100 possessi, tre in meno rispetto ai Phoenix Suns.

Togliendo il leader tecnico e vocale del reparto difensivo, sono presto saltati fuori molti difetti del roster prima in parte coperti dalla straordinaria intelligenza di Green, e da quel momento fino a oggi i punti subiti ogni 100 possessi sono saliti a 112, +10.

È possibile individuare tre ambiti principali in cui i passi indietro sono stati evidenti, quelli che hanno causato un calo così marcato.

  • Effort

Ciò che rendeva speciale la difesa nella prima frazione di stagione era in larga parte l’impegno, la concentrazione e l’intensità messi sul campo dai giocatori di Steve Kerr.

Il sistema difensivo ideato da Ron Adams ha bisogno di una certa dedizione per funzionare, e dopo qualche settimana di assenza del leader tecnico e vocale, quel tipo di impegno e dedizione ha cominciato a venire a mancare, e la differenza si è notata.

Mancanza di comunicazione, rotazioni mancate o sbagliate, distrazioni frequenti in moltissime delle sconfitte subite. Questo tipo di problema ha causato, per esempio, una sconfitta di fine gennaio al Chase Center contro dei Pacers pieni di assenze, guidati da Chris Duarte e Justin Holiday.

  • Overhelping

In un’intervista rilasciata poco dopo l’avvio della stagione, Green aveva sottolineato quanto fosse importante per un difensore in aiuto riconoscere i momenti in cui il compagno ha pieno controllo della situazione, e decidere di rimanere concentrato sul proprio uomo. Questa era una delle forze della difesa degli Warriors in quel periodo.

Senza l’aiuto comunicativo e la presenza di Draymond, il vizio di aiutare troppo è venuto a galla, portando Golden State a regalare spesso una quantità enorme di buoni tiri dal perimetro agli avversari.

  • Taglia

Questo è stato molto probabilmente il problema principe, che ha in parte provocato lo svilupparsi degli altri due citati.

Fiduciosi sul ritorno di James Wiseman, il front office ha deciso di non rinforzare il pacchetto lunghi, sia all’inizio della stagione che in corso d’opera (anche dopo l’infortunio di Green). Oltre a Green e Wiseman inoltre, anche Andre Iguodala si è iscritto presto all’elenco degli infortunati nel 2022 (anche lui sulla via del ritorno nei prossimi giorni).

Risultato: una vera e propria emorragia di conclusioni al ferro concesse agli avversari.

Con i soli Kevon Looney e Jonathan Kuminga ad offrire rim protection, la squadra non disponeva di abbastanza taglia, e tra lunghi offensivamente abili ed esterni penetratori la percentuale concessa nella restricted area tocca il 70% nel periodo senza Dray. Prima del 9 gennaio non superava il 64%.


Insomma, questo periodo di due mesi è servito a rendere evidente come Draymond Green sia la differenza tra una squadra che lotta per la qualificazione ai Playoffs e una squadra con ambizioni da titolo. Ciò che, con un termine tecnico, potremmo definire un ceiling raiser.

Sarà ora interessante vedere quanto ci metterà a instaurare nuovamente determinati meccanismi difensivi, all’interno di una squadra che è andata gradualmente dimenticandoli.