FOTO: Golden State of Mind

“E’ una follia”: tutti noi, o quasi, abbiamo avuto questa reazione alla trade che porterà Chris Paul ai Golden State Warriors in cambio di Jordan Poole, Ryan Rollins, Patrick Baldwin Jr. e draft capital (dettagli QUI). I Dubs hanno sostanzialmente ceduto il 24enne su cui avevano puntato prepotentemente solamente un anno prima, con un’estensione contrattuale lunga ed onerosa, per ottenere un 38enne parecchio incline a problemi fisici. Dopo un secondo sguardo, tuttavia, l’operazione sembra un po’ meno folle, e maggiormente fondata invece su una logica ben precisa.

Partiamo da un presupposto: il progetto tecnico a due “timeline” tanto decantato nel passato recente degli Warriors, di cui Poole era l’uomo simbolo, nella stagione appena conclusa è costato parecchio caro ai campioni 2022. E’ costato caro sul campo, dove nessun giovane è riuscito a trovare uno spazio importante nelle rotazioni di Steve Kerr e lo stesso Poole ha deluso (usando un eufemismo). Ed è costato caro fuori dal campo, con una chimica di squadra mai trovata fino in fondo, e un livello di fiducia interna profondamente segnato dal famoso episodio di inizio stagione tra il numero 3 e Draymond Green.

Un cambiamento, in un senso o nell’altro, andava fatto. Gli Warriors dovevano decidere se puntare ancora forte sul presente o guardare definitivamente alla costruzione del futuro. E la prima strada non poteva non prevedere, per logiche di spogliatoio, la cessione di Poole. Al suo posto, Golden State si affiderà ad un veteranissimo, che al netto delle 38 primavere sulle spalle può ancora ricoprire ad un buonissimo livello il ruolo di secondary creator, che tanto è mancato a Stephen Curry e compagni nel corso dei Playoffs 2023.


Se è vero che lo stile di gioco di Paul sembra essere poco compatibile con il sistema offensivo che Kerr ha voluto implementare nel corso di tutta la sua era da coach, è anche vero che quest’ultimo ha dimostrato recentemente di saper talvolta rinunciare ad alcuni suoi dogmi per venire incontro alle caratteristiche del roster e all’invecchiamento della spina dorsale della squadra.

Se guardiamo il lato salariale, l’operazione assume ancora più senso. Con il nuovo CBA, gli Warriors avrebbero incontrato parecchi ostacoli nel provare a mantenere a roster Draymond Green e Klay Thompson al fianco di Curry, con i due contratti in scadenza rispettivamente quest’estate e la prossima; naturalmente, una spinta sul presente non può prescindere da due dei tre componenti più importanti della dinastia. Un contratto pesante come quello di Poole, garantito fino alla stagione 2026-27, avrebbe ridotto significativamente il margine di manovra in questo senso. Con il nuovo assetto, invece, gli Warriors avranno la possibilità di tagliare il contratto di CP3 a fine 2024, svuotando il payroll di ben 30 milioni, garantendo maggior respiro al front office.

Detto tutto ciò, pur accettando la scelta fatta da Golden State, i dubbi non si possono né nascondere sotto un tappeto, né ignorare, e sono principalmente due.

Il primo è la condizione fisica di Paul: se l’ex Suns dovesse dimostrarsi nuovamente inaffidabile fisicamente, i Dubs si troverebbero punto e a capo, privi di un secondary creator affidabile in grado di alimentare efficacemente l’attacco.

Il secondo riguarda invece un difetto strutturale della rosa: gli Warriors hanno solamente due lunghi, di cui uno – Green – atipico. Utilizzando il loro principale asset di mercato per una Point Guard, dovranno ora arrangiarsi con quello che hanno (verosimilmente minimi salariali e forse Jonathan Kuminga) per acquistare maggior size sul mercato. In caso contrario, i medesimi problemi della stagione 2022-23 busserebbero presto alla porta.

Nel frattempo, si aspetta l’arrivo nella Baia di Chris Paul, il quale si è dichiarato entusiasta di questa nuova esperienza: