Un titolo NBA a volte può aggiustare tutto, anche la reputazione di un eterno incompiuto come Karl-Anthony Towns.

Che tu sia maledetto, Karl-Anthony Towns. Questo è il solo modo di approcciare la vittoria dei Knicks e questi Playoffs di KAT da parte di chiunque ne sia mai stato un fan o abbia anche solo avuto la malsana idea che potesse diventare qualcosa di grande. Cioè, di davvero grande.
KAT non si è mai realizzato, è diventato addirittura un meme negli anni. E solo per demeriti suoi, aggiungiamo. Nessuna redenzione, nessuna empatia a livello cestistico, non avrebbe senso perché parliamo di una prima scelta assoluta, di uno dei giocatori più pagati della NBA e di un più volte All-Star e futuro Hall of Famer che, semplicemente, si è rivelato “solo” questo – una star, non una superstar in grado di guidare da solo una squadra al successo, come si credeva.
Si pensi che, dopo l’anno da rookie, i GM NBA votarono lui come elemento sul quale costruire una franchigia entrando nella stagione 2016/17, scegliendolo sopra LeBron James e Kevin Durant. Questo, direte voi, dice più dei GM NBA che non di tutto il resto, ma la realtà è che i mezzi Towns li ha sempre avuti. Nessun sette piedi, o quasi, ha mai dimostrato quella velocità di piedi in questi anni, nessuno ha mai combinato quella taglia e quella stazza con quel tocco e quel raggio di tiro. Per quanto goffa l’autoelezione a miglior tiratore di tutti i tempi tra i lunghi, questo titolo non va così lontano dalla realtà.
Gira al 39.7% in carriera da tre punti su 4.1 tentativi di media da fuori, 39.9% su 4.7 escludendo l’anno da rookie dove ha sfruttato molto poco queste abilità perimetrali. Facciamo un paragone del tutto insensato ma spesso abusato con il sempre menzionato in questi discorsi Dirk Nowitzki – il quale era molto più dinamico e come giocatore in generale su tutt’altro livello: il tedesco ha chiuso la carriera al 31% da tre sugli stessi tentativi di media. Pallacanestro diversa, giocatori diversi, ma questo per far comprendere quanto unico sia lo skillset di KAT. Al quale, tra l’altro, vanno aggiunte letture del genere:
Towns, però, è sempre rimasto più un’idea astratta che un giocatore concreto.La nomea di soft e perdente dopo la faida con Jimmy Butler, alla quale si sono accompagnate leggende riguardo all’umiliazione inferta in allenamento dal veterano attualmente in forza ai Golden State Warriors al quintetto titolare dei Timberwolves, ha definitivamente distrutto la reputazione di quello che è sempre rimasto un ottimo giocatore. Anche in squadre competitive, prima dei Knicks. Il solo problema è che Towns ha il pregio di aiutare a ricordare solo le cose brutte.
Nella serie contro i Grizzlies nel 2022, dove era ancora primo violino al netto della presenza di un giovanissimo Anthony Edwards, ha giocato un’ottima pallacanestro per ampi tratti, nonostante i canonici problemi di falli. Eppure, si ricorda solo la sua esultanza in Gara 5, con la serie sul 2 a 2 e i Timberwolves sopra di 13 a nove minuti dalla fine, che gli si è ritorta contro a causa della rimonta dei Grizzlies, i quali hanno poi vinto la serie.
Nel 2024, ha praticamente guidato da solo la rimonta dal -20 nell’epica Gara 7 effettuata dai Timberwolves contro i Nuggets, difendendo bene su Jokic come prima linea e giocando una serie di altissimo livello da playmaker aggiunto accanto a Gobert. Una vittoria leggendaria, forse la più memorabile nella storia della franchigia dove è cresciuto e che tutt’ora lo ama, apparentemente impossibile da macchiare:
Eppure, KAT ci è riuscito, giocando una delle peggiori serie della storia al tiro per una stella contro i Dallas Mavericks alle Conference Finals – facendo incazzare ulteriormente chiunque ci avesse creduto, dopo una prestazione tanto mostruosa, quanto beffarda nella Gara 4 vinta contro i Mavericks. A dimostrazione del fatto che il vero nemico di Karl-Anthony Towns è sempre stato Karl-Anthony Towns.
Lo scorso anno, stessa storia. Prestazione iconica in Gara 1 contro Indiana, eppure tutti giustamente ci ricordiamo solo della rimonta clamorosa dei Pacers nel quarto periodo, con il tiro di Haliburton che rimbalza fino al tetto del Madison Square Garden prima di insaccarsi. Non solo errori suoi, ci si è messa anche la sfiga, insomma. Pochi giorni dopo, in Gara 5, abbiamo coniato l’espressione, rubata a Forrest Gump, “Karl-Anthony Towns è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita!”.
Nel momento della massima disperazione per i New York Knicks, sotto 2-0 e -10 in trasferta entrando nel quarto periodo, con Jalen Brunson fuori per falli, KAT ha segnato o assistito 22 dei 24 punti dei suoi nei primi otto minuti di quarto periodo, esplodendo con un 6 su 8 al tiro, 3 su 4 da tre punti e 5 su 6 ai tiri liberi. Prima di allora, aveva 4 punti con 2/8 dal campo, con 4 palle perse e 4 falli. Una faccia totalmente diversa, un cioccolatino di tutt’altro sapore non tra una gara e l’altra, ma da un minuto all’altro.
Adesso, nonostante il titolo NBA, ha trovato comunque un mezzo modo di rovinarsi. Dopo una Gara 1 e una Gara 2 perfette, dopo una Gara 3 e una Gara 4 sporcate dai falli (alcuni un po’ severi) ma comunque ricche di difese chiave su Wembanyama e di momenti importanti come nell’epica rimonta dal -29, Towns è riuscito a giocare una Gara 5 disastrosa da 6 falli e 5 palle perse, con l’unico plus/minus negativo tra i titolari. Cioè, avete capito? Il giocatore con il miglior plus/minus della storia ai Playoffs, che ha superato anche Stephen Curry e tutte le altre leggende in questo dato, ha chiuso con questa macchia una run immacolata.
Non poteva esserci cosa più da Karl-Anthony Towns di questa. O lo ami, o lo odi, e chi scrive ha patito un anatema, quello di amarlo per tutta la carriera. Tornando al dato del plus/minus, è ovvio quanto sia drogato dal fatto che i Knicks abbiano vissuto una delle run più dominanti di sempre, soprattutto a est, con due sweep e molteplici vittorie con vantaggi di 20 o 30 punti. Però, quel +258 non ce lo ha avuto mai nessun altro, e non è il solo dato che conta.
KAT è stato l’MVP assoluto di questi Knicks per tre turni e mezzo, un playmaker dal post e in un attacco 5-out capace di essere super efficiente sia da fuori sia al ferro, migliorando New York di +19.3 punti per 100 possessi nei suoi 578 minuti in campo, meglio di chiunque. Letteralmente chiunque. Entrando alle Finals, secondo le metriche avanzate, la sua run Playoffs è stata da all-timer: 11esimo di sempre, per l’esattezza, dietro solo a Jordan, Jokic, Kawhi Leonard, LeBron e Kareem. Dopo le Finals, ha chiuso al 43esimo posto all-time per Box Plus/Minus, più in linea con il suo livello – ma comunque notevole.
Ha chiuso questi Playoffs con il 59.2% da due punti, un assurdo 45.6% da tre punti e oltre il 90% ai liberi, il primo lungo della storia NBA con una run per il titolo da 50/40/90. A partire da Gara 4 (inclusa) contro gli Hawks, ha cambiato il volto dei Knicks abbracciando un ruolo da playmaker primario, liberando Brunson e viaggiando a 6.5 assist di media fino alle Conference Finals, incluse tre partite da 10 assist. Qualitativamente, tra scoring e playmaking, qualcosa di mai visto. Godetevelo:
E questo giocando la miglior pallacanestro difensiva della propria carriera, come àncora della migliore difesa NBA. Ha chiuso i Playoffs a 1.3 stoppate e 1.3 rubate di media, e New York ha concesso -14.2 punti per 100 possessi con lui in campo anziché fuori, migliore di squadra e tra i migliori NBA. Ma soprattutto ha arginato Wembanyama sin da Gara 1 – ne abbiamo parlato QUI – e nel corso di tutta la serie. Come nessun altro.
Tom Haberstroh di Yahoo Sports ha fatto una ricerca a riguardo, ed è venuto fuori che Towns in realtà è stato un po’ il “Wembanyama stopper” non solo durante queste NBA Finals, ma nel corso di tutta la stagione. I Knicks, nelle prime due gare, hanno per esempio vinto i minuti con KAT e Wembanyama in campo insieme di 13 punti. Durante questi possessi, il francese ha segnato 36 punti tirando con un pessimo 48.7% di True Shooting e perdendo 9 palloni, mentre KAT ha messo a referto più assist, più rimbalzi, meno palle perse e tirato allo stesso tempo con un clamoroso 62% di True Shooting.
Ampliando il confronto alla regular season, diventa emblematico il dato delle palle perse di Wembanyama. Nove sono state quelle forzate dai Knicks, non da KAT direttamente, nei 62 minuti di matchup tra Gara 1 e Gara 2, ma nel corso di tutto l’anno Towns aveva provocato in prima persona ben 9 palle perse del francese in 124 minuti di marcatura fino a Gara 2 (inclusa). Dieci difensori SOMMATI, per un totale di 569 minuti di marcatura, hanno portato Wemby a perdere soltanto 8 palloni. Di seguito, potete vedere coi vostri occhi i numeri del francese contro KAT alle NBA Finals, davvero ottimi per il lungo dei Knicks:

L’MVP delle Finals è andato giustamente a Brunson, e prima di lui ci sarebbe stato OG Anunoby, ma sbaglia chi pensa che Towns non sia stato decisivo. Purtroppo, fa parte della carriera di KAT trovarsi dalla parte sbagliata della storia. Nella rimonta di Gara 4, per esempio, il tocco finale per sporcare l’ottima rimessa disegnata da San Antonio è stato suo, ma tra le giocate di Anunoby nel finale e l’epica stessa del momento, è passato inosservato.
Così come, negli anni, è passata inosservata la sua maturazione nel porsi sempre più a servizio della squadra per una pallacanestro vincente. Come dicevamo prima, non è una storia strappalacrime, prende più di 60 milioni di dollari, il minimo che può fare è offrire questo contributo, che esso sia visibile o invisibile, toccando la palla o portando via i difensori, apparendo negli highlights o meno, poco importa.
Strappalacrime casomai è la storia del legame con la madre, morta durante il COVID-19 assieme a molteplici membri della famiglia e sempre ricordata in questi Playoffs, soprattutto dopo Gara 1, quando Towns si è definito “come un bambino al parco, grazie alla calma arrivata da una forza superiore”. Questo merita tutto l’amore e il supporto del Mondo, ma la pallacanestro è più cinica.
Eppure, incredibilmente, contro ogni pronostico, per una volta anche in campo è andato tutto bene, anche in campo Karl-Anthony Towns ha finalmente avuto successo, e non si può fingere che i traguardi contino solo e soltanto quando non vengano raggiunti. Serviva questo per mettere a tacere le varie manfrine social su softness, “giuggiolonaggine” e cazzate varie: un titolo da protagonista, una run Playoffs dove mettere in mostra quel talento. Era ora, dannazione.