Stephen Curry
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Stephen Curry è campione NBA per la quarta volta e finalmente Finals MVP. Ecco le sue parole dopo il trionfo.

Dopo una run di Playoffs impeccabile, finalmente Stephen Curry ha conquistato titolo e il tanto ricercato premio di MVP delle Finals. Un’attesa lunga 11 anni di carriera, 7 dalla prima finale vinta, che oggi è però terminata. Con questo premio Curry entra con un piede in più nell’Olimpo definitivo della pallacanestro, e le emozioni che ha esternato nel finale di Gara 6 contro i Boston Celtics hanno parlato per lui.

Dopo aver alzato Larry O’Brien con i Golden State Warriors e Bill Russell Trophy, il 4 volte campione NBA ha concesso ai microfoni una lunga conferenza stampa. A voi l’intervista integrale.


Cosa significa essere un MVP delle Finals?

Ma che domanda è? Perché cominci con questa domanda? Abbiamo quattro titoli. Dio è grande, avere la possibilità di competere su questo palcoscenico e giocare con questi compagni favolosi contro una grande squadra che ci ha dato del filo da torcere è incredibile.

Questo titolo ha un sapore diverso, di sicuro, solo per quello che hanno significato gli ultimi tre anni, dagli infortuni ai cambi di roster, l’arrivo di Wiggins, i giovani che hanno portato la giusta motivazione per tornare qui e vincere, anche se non aveva senso per nessuno quando lo abbiamo detto. Queste cose contano. 

Ora abbiamo quattro titoli. Io, Dray, Klay, Andre, finalmente abbiamo preso anche questo. È speciale, è speciale. Per tutto il lavoro che ci abbiamo messo, la fede e la fiducia di tutti nello spogliatoio. Tutti hanno avuto un ruolo e sono orgoglioso di tutti. 

Alla fine ti sei seduto con le mani nei capelli. Cosa ti passava per la testa? 

Avevo in testa questi due mesi. Questi Playoffs, questi tre anni, questi due giorni, ogni pezzettino è stata una montagna russa emotiva in campo e fuori. E ti porti dentro tutto questo quotidianamente per realizzare un sogno come oggi. 

Ti viene la pelle d’oca a pensare a momenti ed episodi che abbiamo dovuto superare per essere qui, sia individualmente che come gruppo. Per questo penso che sia un titolo diverso e ho cosi tante emozioni, e ne avrò ancora. Per quello che ci è voluto ad arrivare qui. Lo sentiamo tutti, ma non lasciamo che ci distragga. Però quel peso lo porti per arrivare qui e poi esce tutto. È speciale. 

Sempre su questo tema. Sei sparito con tuo papà per qualche minuto. Sembravi in lacrime e lo abbracciavi. Eri così a tuo agio con le tue emozioni? O è stato pesante? 

È stato pesante. È stato surreale. Solo chi c’è stato sa che sacrifici si portino dietro per fare questa cosa. 

Parlando di me, i miei allenamenti durante la scorsa offseason sono stati duri dopo la sconfitta al Play-in. Un anno e sei giorni fa ho iniziato il processo per essere qui. Ha pagato. Non sapevo se sarebbe successo o come, non sapevo che ambiente avrei trovato, le emozioni, che sono state diverse.Sul campo non ho nemmeno capito bene cosa stesse succedendo. È suonata la sirena e mi sono perso. Volevo prendermi quel momento, perché era speciale.

Il talento nel coaching è la chiave dei titoli, ma anche la testardaggine non è da meno. Quanto lo siete stati nelle ultime 3 stagioni, con tutto ciò che avete affrontato?

Mi piace questo termine, dato che venivamo da un brutto record, da tani infortuni e da una narrativa particolare. Abbiamo scavato a fondo, provando a vincere il Play-In per un misero posto ai Playoffs. Per tutto l’anno abbiamo messo in luce il nostro DNA da campioni, e la leadership che è venuta fuori ha giocato un ruolo fondamentale.

Abbiamo portato tutto questo sulle spalle per 3 anni, non sapendo come sarebbe finita. Abbiamo continuato a crederci, ogni giorno. E quando abbiamo potuto cogliere l’opportunità, l’abbiamo fatto.

Due mesi da ero infortunato, la nostra difesa traballava, ma ci siamo detti che avremmo dovuto giocare al meglio in post-season, al momento giusto, anche s non sapevamo quale sarebbe stata la nostra intesa. Ma ce l’abbiamo fatta comunque, è pazzesco. Tutto ciò ha ripagato i nostri sforzi, il destino si è mostrato davanti a noi, la testardaggine che abbiamo avuto dimostra perché siamo qui ora.

Questo titolo vale più degli altri? 

Il momento in cui ci riesci è diverso. Sembra tutto uguale, perché lasci sempre scorrere le tue emozioni di quella stagione e sai di stare festeggiando. Ma questo è diverso, l’ho detto. Dal 2015 al 2019 era un percorso graduale e continuo, fisso, che vincessimo o perdessimo sapevamo di aver dato tutto. 

Questi due anni invece, abbiamo sentito le conversazioni e le narrazioni. Siamo “troppo vecchi”, abbiamo dovuto fare scelte difficili per tenere il nostro core e sviluppare i giovani. Abbiamo timeline parallele troppo distanti. Sono cose che pesano durante il percorso.

Poi arrivi ad una serie contro Denver, poi Memphis, poi Dallas e poi arrivi a Boston e sei qua. Surreale. Per questo penso che questo titolo sia diverso, per i tre anni da Gara 6 del 2019. 

Ora lo posso dire, non so quante squadre possano giocare a questo livello per tutto questo tempo con le stesse aspettative e gli stessi paragoni con le dinastie del passato. Per poi essere capaci di tornare ancora in vetta. 

Molte persone in quello spogliatoio si stanno godendo al massimo questo momento, e dovrebbero, per quello che siamo diventati come squadra. È pazzesco.