Dopo l’inizio complicato e la doccia fredda di Harden, i Philadelphia 76ers dovranno risolvere ogni difetto e sfruttare al meglio i propri pregi.

FOTO: Yahoo! Sports

Nove partite dentro la stagione e i Philadelphia 76ers hanno già fatto vedere tutto il campionario di pregi e difetti di questo roster e di questa guida tecnica. Con 4 vittorie e 5 sconfitte, la barca è stata rimessa in linea di galleggiamento dopo l’inizio shock che ha visto dei Sixers inqualificabili perdere male contro Celtics, Bucks, Spurs e Raptors. Proprio la partita in back-to-back con i canadesi sembra però aver segnato una svolta, coincisa con un maggior coinvolgimento di Matisse Thybulle e un miglior utilizzo di De’Anthony Melton.

Andiamo a vedere cosa sta funzionando e cosa invece non va in questi Sixers, eterni incompiuti e sempre abbarbicati al “totem” Joel Embiid (soprattutto dopo l’infortunio di Harden), sospesi su un filo di speranze teso tra 40 anni senza titolo e la terra promessa.


Promossi

  • Fear the beard

Tra le cose che funzionano, sicuramente c’è James Harden. The Beard gira a 22 punti di media, 7.0 rimbalzi – che ne fanno curiosamente il secondo miglior rimbalzista di squadra – ma soprattutto 10 assist (quarta miglior assist% in carriera) a partita, che mostrano come El Chapo abbia abbracciato con successo un nuovo ruolo. Pur restando un mega-creator tra i più incredibili che la lega abbia mai visto, questa nuova veste che lo vede coinvolgere molto di più i compagni è un viatico essenziale per le chance di questa squadra.

Prima della notizia delle ultime ore riguardo ai problemi al tendine, Harden fisicamente stava bene, molto meglio dello scorso anno, dimostrandosi una fonte quasi inesauribile di basket. Ma, come ha mostrato la partita persa contro i Raptors, se deve mettere energie importanti anche in difesa, perde lucidità nell’altra metà – e i Sixers non se lo possono permettere, non avendo playmaking secondario. Questione, questa, che sarà davvero cruciale in vista del prossimo mese senza Il Barba, e su cui certamente torneremo a scrivere.

  • Melton point

In questo contesto si inserisce un’altra nota positiva che è De’Anthony Melton. L’ex Grizzlies sta venendo utilizzato con maggior giudizio dal corpo tecnico, che ha condotto un curioso esperimento tra training camp, pre-season e primissime partite, provandolo da point guard nei quintetti senza Harden. Melton non ha però capacità di creare ad un livello adeguato e l’esperimento è stato accantonato in favore in un suo maggior impiego come two-way shooting guard, dove può esprimere il massimo del suo potenziale, risultando tra l’altro leader nella Lega per passaggi deviati (33) e quarto in tutta la lega per palle recuperate (16).

  • TOBIAS HARRIS!

Un nome che non avrei mai pensato di fare tra le cose che funzionano è quello di Tobias Harris, che forse ha davvero accettato un ruolo profondamente diverso da quello che pensava di meritare in passato. Tobi, liberato dal compito di essere il difensore primario sulle stelle avversarie, sta facendo un buon lavoro difensivo, con ruoli più confacenti alle sue caratteristiche, andando con energia negli aiuti e rimanendo sempre attento contro i diretti avversari.

Inoltre, Harris sembra aver rinunciato ai suoi amati, ma (personalmente) ben poco graditi, isolamenti per sposare una dimensione offensiva da tiratore, e le percentuali lo sostengono: 44.9% dall’arco e un ancor più impressionante 51.0% di 3PAr (percentuale di tiri da tre punti rispetto al totale), indice di un nettissimo miglioramento rispetto al suo massimo in carriera di 36.4%. Certamente ha un contratto senza senso, ma questo è il Tobias che può dare qualcosa ad una corsa al titolo.

  • Matisse, olio su tela

L’uomo della svolta, sicuramente, è Matisse Thybulle. L’australiano è stato massacrato sui social media perché non in grado di produrre molti punti e ne è stata chiesta, anzi invocata, la cessione per un’intera estate. Fortunatamente, però, è rimasto con i Sixers e, dopo aver giocato 5 minuti nelle prime 5 gare, ha visto il suo minutaggio crescere esponenzialmente fino a cambiare totalmente la squadra.

Per capire di che tipo di impatto si parli, cominciamo col dire che i Sixers delle prime 5 gare erano una delle peggior 5 difese dell’NBA con 118.6 di Defensive Rating, sceso (con l’avvento di Tisse) a 113.0, fino a portare Philadelphia tra le prime 15 difese della Lega. Con Thybulle in campo, i Sixers concedono -7.2 punti per 100 possessi, nei pressi dell’80° percentile, dato abbastanza indicativo, seppur su un campione limitato.

  • consapevolezza

Durante il training camp, Doc Rivers ha parlato spesso dell’intenzione di giocare 4-out 1-in e di una squadra che doveva diventare migliore nel costruire il post ma, come abbiamo visto anche nella presentazione della stagione, questo sogno è destinato a rimanere tale, con Joel Embiid che continua a servire poco i giocatori sugli scarichi, anche a causa di una certa riluttanza al continuo ricollocamento da parte dei tiratori.

Nonostante questo, il gioco dei Sixers, come già visto lo scorso anno, basato largamente sulla creation di un all-timer come Harden e sulla gravity del camerunense, sta dando risultati molto apprezzabili grazie a una serie di fattori: maggior consapevolezza di tutti gli interpreti; il passo di lato di Harris, che non ferma più la palla; una maggior propensione alla condivisione, con i Sixers che sono sì la quindicesima squadra in assist%, ma la ottava senza le prime due orrende partite.

Ci sono diversi indicatori che testimoniano questi miglioramenti, escludendo per l’appunto le prime due sconfitte:

INDICATOREPERCENTUALERANK CORRENTERANK FINALE STAGIONE SCORSA
3PAr41.0%22°
True Shooting60.7%10°
Effective FG%57.2%16°
Corner 3 Freq%11.3%12°
Corner 3 %46.6%12°
ORTG116.413°
Scorri per vedere l’intera tabella
I numeri dei Sixers evidenziano una nettissima crescita nell’efficienza del gioco della squadra

Non ci piace

  • la gestione di Tyrese Maxey

Come già detto, i Sixers sono comunque una squadra con dei limiti abbastanza grossolani e un paio di equivoci tecnici da risolvere. Molti di questi girano attorno a Tyrese Maxey, la cui gestione continua a non convincere affatto. L’ottimo Rese, con l’assetto corrente, non ha senso stia in quintetto, tanto a causa della sua dannosità difensiva, quanto per i limitati possessi che può giocare se in campo c’è l’Embeard. In questa stagione, pur in un sample ridottissimo di 87 possessi giocati da Maxey senza le due stelle, i Sixers hanno +5.2 di Net Rating, 72esimo percentile, con 131 punti segnati per cento possessi (massimo percentile). Con tutti e tre in campo, la lineup più usata dai Sixers (226 possessi) è al 48esimo percentile per Net Rating.

Dice bene Embiid quando asserisce che Maxey deve tirare molto, ponendo l’accento sulle triple che, del resto, sta tirando con un’efficacia spaventosa – 46.8% su 6.9 tentativi da fuori.

In generale, però, Maxey deve essere messo nelle condizioni di prendersi 20/25 tiri a gara, cosa che – non essendo lui un giocatore da set, ma un iso scorer sensazionale, che ha imparato molto bene anche a tirare in uscita dal pick&roll – può succedere solo qualora gli vengano messe a disposizione lineup pensate per lui, con 4 difensori intorno che gli permettano di crearsi tutto quel che vuole. Incastrare Maxey in un ruolo di combo guard vicino a Harden e con Embiid come stella polare non serve davvero a nessuno: non massimizza le possibilità di vittoria della squadra e non fa esprimere il meglio di sé a Maxey.

  • Embiid with no D

Questa gestione porta peraltro anche ad altri due problemi direttamente collegati: la necessità di essere aggressivi con l’heavy switch in difesa, tattica che però sfavorisce molto Embiid, e la mancanza di playmaking nella lineup secondaria con Melton e Maxey.

Se la seconda problematica potrebbe essere risolta con un maggior coinvolgimento di Shake Milton o di Furkan Korkmaz, rinverdendo i fasti di “Point Furk“, la prima sembra non poter avere soluzione diverse dal cambio di starter e closing lineup. Embiid è un rim protector d’élite nella lega, ma più lo si allontana dal canestro e meno risulta efficace. Tuttavia, con un back court composto da due – detta in gergo – “telepass” come Maxey e Harden, la scelta di cambiare su tutto sembra quasi forzata, tornando al vicolo cieco precedente: con dei difensori che faticano sul perimetro e un lungo che rende meno cambiando, la drop coverage di Embiid, che non vuole farsi portare troppo fuori, diventa punitiva per i Sixers tanto quanto un sistema heavy switch.

Naturalmente schierare due difensori eccellenti come Melton e Thybulle permetterebbe ad Embiid di guadagnare efficienza nell’interior defense e alla squadra di essere più efficace nella difesa perimetrale, gestendo diversamente i cambi e potendo anche lasciare uno dei due specialisti per lunghi minuti accoppiato alla maggior minaccia avversaria.

  • get the rebound!

A questo problema irrisolto si somma la tradizionale pessima figura dei Sixers a rimbalzo, dove sono stabilmente una delle peggiori squadre della Lega (13° a rimbalzo difensivo, ultimi per offensivo e penultimi in totale), condizione che si riflette nel 28° posto in frequenza di possessi in transizione dopo un rimbalzo, situazione che peraltro la squadra sa sfruttare benissimo, essendo al 6° posto per punti prodotti nella lega. Chiaramente Philadelphia è una squadra che sa correre e lo fa bene, ma questa sofferenza a rimbalzo toglie chance alla squadra e ne regala molte agli avversari che, contro i Sixers, squadra agli ultimi posti anche nel difendere in transizione (23° per punti concessi in transizione, ultimi per punti concessi per azione), convertono troppo spesso punti facili.

  • death lineup

Una delle fissazione da cui Doc Rivers sembra poco propenso a liberarsi sembra quella delle lineup con Harden, Harris e Niang in campo, storicamente il peggior terzetto della lega per rendimento, ma che il coach ama così profondamente da propinare continuamente. Semplicemente questi tre non funzionano insieme, e anche questa è una via che va abbandonata definitivamente. Se c’è una cosa positiva da trovare nell’assenza di Harden, è che non vedremo questo terzetto in campo per un po’.

  • you can’t beat father time

Le ultime note dolenti sono rappresentate da Danuel House e PJ Tucker, che non stanno dando affatto l’apporto che si sperava. House non sta portando praticamente nulla alla squadra e sembra stare in campo a far trascorrere minuti, più che a partecipare attivamente alla manovra, quasi come fosse in confusione sulle posizione da occupare. Questo potrebbe derivare da una non perfetta comprensione dei meccanismi o da una non adeguata comunicazione col giocatore, che senz’altro qualcosa potrebbe dare, ma deve essere messo nelle condizioni di farlo.

In condizioni, questa volta fisiche, accettabili, va messo PJ Tucker, che sta facendo molta (ma molta) fatica. Certamente può essere una voce importante nello spogliatoio e in campo, ma la paura è che lo scorrere del tempo stia colpendo irrimediabilmente un giocatore che di fisicità e aggressività ha fatto il proprio punto di forza ma che, in questo momento, non essendo mai stato un’arma offensiva dirompente, sembra poter dare un apporto davvero minimo alla causa. Ovviamente, alla luce dei 3 anni di contratto e dell’investimento fatto, la speranza è che cresca man mano di condizione e che arrivi al picco della forma ai Playoffs, quando certamente potrà dare un contributo importantissimo – al momento, però, molto, molto lontano.

Conclusioni personali

I Sixers sono sempre i soliti Sixers, una squadra piena di talento che sembra sempre sul punto di trovare la quadratura del cerchio per diventare davvero una contender di primissimo livello, ma che finisce per essere ogni volta vittima di sé stessa e dei propri, soliti limiti. Continuo a credere che Doc Rivers, per fissazioni e scarsa capacità di dare un’impronta funzionale alla squadra, non sia l’uomo giusto per condurre i Sixers alle Finals ma, dal momento in cui il Front Office ritiene invece sia così, non posso che augurarmi di essere in errore. Oltre che di vedere, dopo un inizio terribile, risolte durante la stagione regolare tutte queste criticità e massimizzati i punti di forza per arrivare, finalmente, a coronare The Process.