Gli arrivi di Royce O’Neale e David Roddy in Arizona sono costati l’addio di diversi membri della second unit di Phoenix. È la mossa giusta?

FOTO: Arizon Sports

Questo contenuto è tratto da un articolo di John Volta per Bright Side of the Sun, tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game.


Siamo giunti alla parte di stagione post-trade deadline. Un giorno emozionante, come sempre, soprattutto per le squadre che si comportano come “buyer”: è il caso dei Phoenix Suns, che nell’ultimo giorno disponibile per effettuare scambi non sono rimasti con le mani in mano. Gli asset disponibili non erano molti, e il poco spazio salariale occupato dalla maggior parte di essi rendeva difficile effettuare veri e propri miglioramenti per la squadra… ma il GM James Jones l’ha migliorata per davvero. 


Per prima cosa: è vero, la cessione di Yuta Watanabe ha colpito molti tifosi che credevano in lui; lo capisco, ma bisogna lasciar perdere, è un buon giocatore ma è rimasto a Phoenix per 6 mesi e ha giocato 29 partite. A luglio, l’hype per la free agency era alle stelle: Bradley Beal appena arrivato per formare il Big 3 assieme a Kevin Durant e Kevin Booker e, anche con poco spazio, Phoenix è riuscita a costruire un roster guidato dalle tante necessità, ma allo stesso tempo efficace e ricco di giocatori giovani e atletici.  Alcuni, tuttavia, non hanno dimostrato ciò che si sperava, e questo ha avuto un impatto sulla qualità dei minuti della panchina. Le superstar vengono pagate molto per performare, ma bisogna anche conceder loro un po’ di riposo, altrimenti il sistema implode. La cosa migliore sarebbe disporre di un reparto di sostituti all’altezza, che ti dia fiducia anche quando le stelle non sono sul parquet. Ebbene, prima della deadline la panchina di Phoenix era ultima per punti a partita (27.4), percentuale da 3 punti (29.7%) e assist (5.4), 22esima per plus/minus (-42) e 15esima per rimbalzi (15.1). 

Ecco perché, nonostante la fiducia riposta nei membri della second unit acquisiti in estate, alcuni sono stati sacrificati per puntare sulla qualità: Yuta Watanabe, Jordan Goodwin, Keita Bates-Diop e Chimezie Metu sono stati scambiati in una trade a 3 con i Memphis Grizzlies e i Brooklyn Nets in cambio di David Roddy e Royce O’Neale

Circondato da futuri Hall of Famer, si può tendere ad essere passivi. In campo, piuttosto che pensare a giocare al massimo, alcuni preferivano fare il compitino, limitandosi a non sbagliare e a non compiere le decisioni sbagliate. Il tutto si è concretizzato in un attacco stagnante, e non è mai lo scenario ideale.

Per questo i Suns hanno sacrificato i pezzi più distaccati dal giusto spirito di squadra per acquisirne due (O’Neale e Roddy) che non presentassero gli stessi problemi. RO è un po’ come Eric Gordon: affidabile, sicuro di sé, diverso successo (relativo) alle spalle. Quando gioca ci mette tutto sé stesso e sa tirare.

È la mossa giusta per distaccarsi dagli errori estivi, perché Phoenix non ha tempo per attendere. La corsa all’Ovest è più ardua che mai, per questo c’è bisogno di giocatori sicuri e preparati che siano in grado di giocare accanto ai grandi. O’Neale assicurerà alla squadra un aiuto prezioso ambo i lati del campo. Roddy? Vedremo.

Questa trade ha lasciato ai Suns anche due spot liberi a roster, uno dei quali subito riempito con un’altra buona aggiunta come Thad Young. Le squadre avranno tempo fino al primo marzo per ingaggiare altri giocatori per i Playoffs; già così, in ogni caso, Phoenix sembra più pronta.