A seguito di alcuni recenti avvenimenti che hanno alimentato i conflitti interni, sia King James che la franchigia di Los Angeles starebbero facendo delle riflessioni sul futuro.

FOTO: The Athletic

LeBron James ha deciso di smuovere le acque e, come suo solito, lo ha fatto senza girarci troppo intorno. Le ultime dichiarazioni rilasciate durante l’All Star Weekend hanno fatto suonare qualche campanello d’allarme e, cosa ancora più grave, sono solo la punta dell’iceberg.

È parso chiaro come gli elogi mossi nei confronti del General Manager di OKC, Sam Presti (etichettato come MVP da James), fossero una – neanche troppo velata – critica al vice-president of basketball operations dei Los Angeles Lakers, Rob Pelinka, per il suo recente (non) operato.

Questa deduzione è frutto non tanto di quelle che sono le dichiarazioni di LeBron, quanto del periodo in cui avvengono. In atto a LA sarebbe agli albori quella che Bill Oram, su The Athletic, ha descritto come (ci venga perdonata la scelta di parole in questo periodo) “one-sided war”, una guerra con una sola fazione attiva. Una guerra, fino ad ora, fredda, su cui però le conferenze stampa di James non hanno fatto altro che versare benzina, in attesa di accendere la miccia.

Ma qual è il fittizio casus belli?

Innanzitutto, senza risalire troppo la corrente, la goccia che ha fatto traboccare il vaso potrebbe sicuramente essere stata versata alla trade deadline. Vari report usciti su Silver Screen&Roll avevano dapprima parlato – nel caso di Jacob Rude – di un allineamento di idee fra Rob Pelinka e le superstar dei Lakers, LeBron James ed Anthony Davis, sul preservare la first-round pick 2027 per altre occasioni, salvo poi smentire il tutto – nel caso di Austin Green, tramite Dave McMenamin di ESPN – rivelando la delusione delle due star verso l’immobilismo del front office.

Ovviamente, questa è solo la facciata della one-sided war cui abbiamo accennato prima, e non prende in considerazione la fazione nascosta della vicenda: Klutch Sports, e più in particolare il suo CEO, Rich Paul. Il fatto di avere frizioni con il rappresentante supremo del player empowerment è, già di per sé, grave; se a tutto questo si aggiunge il diventare invisi all’agente più potente in giro per la lega, allora appare inevitabile parlare di conflitti.

Una vicenda secondaria riguardante Klutch Sports, tra l’altro, coinvolge indirettamente un altro giocatore da tempo sotto i riflettori in casa Lakers: Russell Westbrook. Della trade mancata con i Rockets avevamo parlato QUI ma, a quanto pare, gli sviluppi sono stati ulteriori. John Wall è, infatti, uno dei clienti di Rich Paul, e il fatto di aver fatto saltare un accordo per l’approdo della point guard dei Rockets a LA avrebbe esacerbato le tensioni fra l’agente e la dirigenza.

Naturalmente, sono arrivate in pompa magna le smentite (indirette) di Paul tramite la risonante voce di Stephen A. Smith su ESPN, le quali hanno sì negato la frustrazione verso la mancata trade-Wall ma, come fatto notare da Harrison Faigen su Silver Screen&Roll, non hanno in alcun modo fatto chiarezza sul torbido rapporto fra le parti.

Si spera che tutto ciò possa rendere l’idea del tran tran mediatico che LeBron James e Rich Paul siano in grado di organizzare per manipolare, lavorando lentamente ai fianchi, le decisioni che Jeanie Buss e affini dovranno prendere riguardo l’operato di Rob Pelinka. Ma i Lakers possono rispondere a questa strategia?

Los Angeles, più di qualsiasi altra piazza in NBA, sembra predisposta a tenere botta rispetto a questo tipo di scenari, un po’ per ampiezza e appetibilità del mercato, e un po’ perché le controdeduzioni da esporre all’operato di James sono variopinte. Ad onore del vero, le ultime scelte suggerite da King James non hanno portato a grandi risultati. Vedere, a tal proposito, sotto la voce “Russell Westbrook”, per cui il nativo di Akron in persona ha fatto al tempo la voce grossa (ne abbiamo parlato QUI).

Russ ha deluso molto le aspettative e il suo arrivo è, tra l’altro, uno dei principali motivi – anzi, il primo motivo – dell’immobilità finanziaria dei Lakers, ricordando che nella prossima stagione percepirà la modica cifra di 47 milioni di dollari, difficilmente scambiabile, soprattutto per asset che possano portare il titolo a Los Angeles. Immobilità che lo stesso LeBron, come detto, condannerebbe… tirandosi la zappa sui piedi.

Specificato questo, appare abbastanza chiaro come quello della trade deadline si presenti più come un pretesto, anziché una causa effettiva. Le critiche che si possono muovere nei confronti di Pelinka sono tante, indubbiamente, ma non per quello che riguarda le ultime settimane, quando il margine di manovra era assolutamente limitato.

Ed è per questo che il dito potrebbe cominciare a puntare verso LeBron. Le riflessioni da fare sono e saranno tante, forse tutt’ora in corso.

Se a Los Angeles non dimenticano il fascino e il lustro che LBJ ha ridonato, non si può nemmeno ignorare che, delle sue quattro stagioni in giallo-viola, solo una si sia conclusa con un successo, arrecando nelle altre delusioni addirittura peggiori di quanto ci si aspettasse, tutto questo condito da scelte di mercato spesso condizionate.

Cosa fare, quindi? Se si dovesse proseguire insieme, i Lakers dovranno sborsare circa $48 milioni nel 2022/23, a cui aggiungere l’eventuale discussione sull’estensione (deadline: 4 agosto). Rinnovo che, vista la situazione, non si può dare per scontato.

Se le dichiarazioni su Bronny sono realistiche (le trovate qui sotto), la previsione è che il figlio di James si dichiari eleggibile per il Draft 2024. Timeline piuttosto sfasata e poco congeniale rispetto al biennale da circa $100 milioni che i Lakers potranno offrire a LeBron questa estate, senza il quale lo vedremmo diventare unrestricted free agent a fine stagione 2023.

In questo contesto, con un LeBron James che potrebbe comunque forzare la mano nelle prossime stagioni, potrebbe iniziare a profilarsi sullo sfondo la possibilità di uno scambio. Ed è qui che il passato gioca il suo ruolo. L’All-Star Game di Cleveland è stato casa delle dichiarazioni controverse dell’Akron Hammer, ultima delle quali su un’eventuale porta aperta per un ritorno in Ohio:

Ritorno che, però, non sarebbe scontato neanche per i Cavs. Durante le stagioni post-James, la dirigenza ha svolto un duro lavoro di ricostruzione che ha finalmente riportato la squadra a competere, tra l’altro in maniera abbastanza sorprendente. Il core formato da Jarrett Allen, Darius Garland (entrambi All-Star quest’anno) e il giovanissimo Evan Mobley ha riportato entusiasmo alla città, e in Ohio potrebbero non essere sicuri di voler andare a toccare quello che ad oggi sembra un giocattolo ben funzionante.

Certo, sarebbe dura dire di no a King James, soprattutto per ciò che rappresenta per i Cavs, ma sacrificare quanto di buono costruito per ingaggiare un giocatore accompagnato da vari infortuni negli ultimi anni, e che ha appena compiuto 37 anni, sembra una strada piuttosto accidentata.

Solo il tempo ci potrà dire come si concluderà questa storia. intanto, guardando al presente, a Los Angeles i Playoffs non sono una certezza, e questo non può far altro che generare ulteriore preoccupazione.

Per Lebron James, e per i Lakers, il futuro è tutt’altro che chiaro.