FOTO: NBA.com

Questo contenuto è tratto da un articolo di Jeff Clark per Celtics Blog, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.


Come raccontare che giocatore sia stato Kevin Garnett a qualcuno che non ha avuto la fortuna di vederlo giocare?


Non c’è mai stato e probabilmente mai ci sarà un giocatore come Garnett. Si dovrebbero riunire le caratteristiche di diversi giocatori per creare qualcosa di simile. KG ha un fisico simile a quello di Kevin Durant (più robusto e con spalle più possenti), la velocità nel girarsi giocando spalle a canestro di Robert Williams III, l’intelligenza difensiva e il senso della posizione di Al Horford, il tiro dal mid-range di Chris Paul, lo spirito di sacrificio di Derrick White e la competitività di Michael Jordan. Ah già, e l’intensità di Mike Tyson.

Garnett era quella persona che in un gruppo di amici cambiava l’umore generale semplicemente con un gesto, o anche solo essendoci. Sarà il sorriso contagioso o il ghigno malefico, oppure il suo modo di trattare chiunque come se sia la persona più importante in quel preciso istante: le vibrazioni positive che emanava, miste al suo modo di non necessitare le attenzioni degli altri (pur avendole), erano un valore aggiunto nell’allora spogliatoio dei Celtics.

Kevin Garnett è quel giocatore che chiunque creerebbe, giocando ad un videogioco sul basket. Più di 210 cm di altezza, dotato di un fisico atletico e di un tiro paragonabile a quello di un’ottima ala, oltre che di una capacità difensiva senza eguali. Potrebbe guidare una squadra in ogni voce statistica e dare al team l’esatto contributo di cui ha bisogno.

KG era un compagno di squadra unico nel suo genere. Era un mix tra fratello maggiore, padre amorevole, sergente di ferro, zio bonaccione, coach di AAU e gangster.

Un suo ex compagno di squadra ha detto questo di Kevin, e di come rapportarsi con lui in uno spogliatoio: “Stai alla larga da lui nel game-day, ascolta tutto ciò che ti dice, dai il 101% di te stesso e non dargli da mangiare dopo la mezzanotte”.

Kevin Garnett ha cambiato il basket esattamente come i Beatles hanno rivoluzionato la musica. E in un modo per certi versi simile, si sono migliorati ed evoluti nel tempo.

Prima con Minnesota (dove ha giocato per 12 anni, vincendo un MVP) e poi con Boston (6 anni, un titolo), The Big Ticket ha rivoluzionato la concezione del ruolo di Big Man in campo.

A 21 anni, ha firmato il contratto che ha triggerato il lockout della stagione 1998/99 e portato a un cambiamento del salary cap NBA, gettando le fondamenta per gli odierni max contracts.

Sul parquet era onnipotente, e a Boston tutti hanno un ricordo speciale di lui dopo il titolo del 2008. KG era un giocatore che emozionava il pubblico. Dominava difensivamente e contagiava tutto il TD Garden con la sua grinta.

I suoi numeri in carriera, i premi e trofei vinti, le tantissime frasi di apprezzamento da personaggi del mondo NBA, i video-tributi e, poche settimane fa, il ritiro della sua maglia a Boston: sono tante le “certificazioni” dell’importanza del passaggio di KG nella lega, anche se spesso si ha l’impressione che non bastino per raccontare i suoi anni migliori.

Se si è troppo giovani per ricordarlo, ci sono davvero pochi modi per descriverlo. Si deve prendere per buona la parola di chi ha avuto la fortuna di vivere in quel periodo. Perché Kevin Garnett era tutto da vivere.

Perché Kevin Garnett è one of a kind, in every way.