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Questo contenuto è tratto da un articolo di Shayna Rubin per The Mercury News, tradotto in italiano da Alberto Pucci per Around the Game.


Steve Kerr ha dovuto tirare fuori qualche variazione sul tema per portare i suoi Golden State Warriors ad una difficile vittoria in trasferta nella Gara 4 di venerdì.

Per iniziare, Otto Porter Jr ha preso il posto di Kevon Looney nel quintetto iniziale; in seguito, altri piccoli cambiamenti  si sono susseguiti all’interno della partita. Uno solo di questi accorgimenti tattici, tuttavia, ha suscitato grande scalpore.

Gli Warriors hanno chiamato timeout sotto sul -4 a 7 minuti dalla fine. Con il clutch time alle porte, coach Kerr ha deciso di cambiare rispetto alle proprie abitudini dell’ultimo decennio, tenendo in panchina Draymond Green.

“Non sarò mai entusiasta di venir tolto a sette minuti dalla fine di una partita che dobbiamo vincere. Non starò qui a fare la scena di quello contento, sono una persona competitiva.”

– Draymond Green

In realtà non si tratta di una bocciatura completa. Dopo un parziale di 11-3 ispirato dal solito Stephen Curry, Kerr ha deciso di far rientrare l’Orso Ballerino – con ancora 3:41 sul cronometro – al posto di Looney. Da quel momento, Draymond ha visto un continuo alternarsi con Jordan Poole nei possessi offensivi e difensivi, fino alla sirena finale.

“In fin dei conti, tutte le decisioni sono orientate all’obiettivo. Siamo stati tutti in posizioni infelici. Non è divertente, non è qualcosa che si accetta immediatamente, ma devi comprendere l’obiettivo comune, soprattutto quando la scelta paga, ovviamente. Alla base c’è più una fiducia nei confronti di Loon e di quello che può dare, rispetto a qualunque problema con Draymond.”

– Stephen Curry

Con i problemi offensivi di Green, i Warriors non potevano permettersi troppi minuti con due lunghi non-tiratori come lui e Looney in contemporanea. Uno dei due si doveva sacrificare. E Looney – che non è partito in quintetto per la prima volta da Gara 6 contro i Grizzlies – è stato essenziale difensivamente e anche nella lotta a rimbalzo: i suoi 11, infatti, si sono sommati ai 16 raccolti da un attivissimo Andrew Wiggins, risultando fondamentale nel +21 raccolto da Golden State negli ultimi 28 minuti di gioco.

Green si è spesso definito “un giocatore da 16 partite”, costruendo la sua legacy sulla capacità di chiudere le partite di Playoffs attraverso giocate offensive di visione e il solito lavoro difensivo. Vederlo in panchina alla fine di una gara di NBA Finals era come vedere un pesce fuor d’acqua, ma le sue difficoltà hanno reso la mossa di Steve Kerr quantomeno logica.

Persino la mamma di Draymond, Mary, si è lasciata andare a un tweet sulla sua prestazione: “Per favore, smettete di chiedermi cos’abbia Dray che non va. Non lo so! Magari quello in campo è un suo clone! Dov’è il Draymond che ci ha portato fino a qui?”

Contro la difesa di Boston, Green è stato un non-fattore. Nelle ultime due partite ha segnato quattro punti complessivi, equamente distribuiti. Nella gara di ieri, tuttavia, si è parzialmente riscattato con 8 assist, miglior dato della squadra, tra cui 2 nel clutch time: un passaggio a Curry dietro l’arco per estendere il vantaggio e un bell’assist per un layup di Looney in un momento cruciale.

Non è stato il solito Draymond Green, questo è evidente. Ma nella vittoria degli Warriors, il suo impatto difensivo, i 9 rimbalzi e le 4 palle rubate di Dray sono state preziose. La scelta di toglierlo nel quarto periodo è dovuta principalmente alla necessità di Kerr di avere un attaccante più pericoloso in quel preciso momento della partita.

“Bisogna essere pronti. È stata una buona decisione dello staff, noi crediamo in loro e nelle loro scelte. Avere il talento per cambiare continuamente in base ad attacco o difesa degli avversari, riuscendo a far funzionare questo sistema, è stata una gran cosa.”

– Jordan Poole