Dopo aver perso la loro ala titolare, i Chicago Bulls stanno provando ad adattarsi con soluzioni alternative, ma di dubbia efficacia.

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C’erano molte aspettative nei confronti dei Chicago Bulls dopo la passata offseason: DeMar DeRozan, Lonzo Ball e Alex Caruso i nomi illustri aggiuntisi al roster a disposizione di coach Billy Donovan. Se questo rinnovamento, dispendioso e impegnativo, poteva creare un pareggio nel bilancio fra eccitazione e dubbio, l’inizio di stagione ha decisamente permesso di protendere verso la soluzione più ottimistica.


L’attuale record di 6-3 li pone fra i team di spicco della Eastern Conference, con un avvio secondo solo a Philadelphia 76ers e Miami Heat, in termini di mero storico. Ma nel bel mezzo di questo esordio positivo, è importante soffermarsi su quello che già potrebbe rappresentare lo spartiacque di questa stagione per i Bulls.

Secondo quanto riportato da Adrian Wojnarowski su ESPN, l’operazione a cui Patrick Williams si sottoporrà sarà mirata a sistemare i legamenti del polso sinistro del giocatore, lesionati in seguito ad una lussazione perilunare, tenendo fuori il giocatore per dai 4 o 6 mesi, cioè l’intera Regular Season.

Nonostante ci sia la possibilità che Williams rientri per i Playoffs, Chicago adesso dovrà trovare soluzioni ad un problema abbastanza importante: la mancanza di un backup di livello nel ruolo. Sebbene per adesso il campione di partite trascorse dall’infortunio sia piuttosto ridotto, si è già potuto notare quali siano state le soluzioni di coach Donovan per colmare il vuoto.

Quale vuoto?

Intanto, sicuramente, la vera e propria voragine nel reparto di competenza.

Come si può benissimo notare dai matchup, i profili marcati da Williams in questo inizio corrispondo a quello delle power forward, o “ali grandi”, più in generale ali versatili offensivamente, capaci di giocare sia spalle a canestro, sia di mettere palla per terra creandosi un tiro dal palleggio o in penetrazione.

Nelle due sfide contro Detroit il principale obiettivo è stato quello di limitare Jerami Grant, che nei 13.08 minuti di matchup contro l’ala di Chicago ha tirato con un mediocre 5/13 dal campo e 1/4 da tre punti, in aggiunta a due palle perse. Williams non è ancora in tutto e per tutto un difensore point-of-attack d’élite, nonostante sia già ad un ottimo livello, né tantomeno un’ancora difensiva in grado di elevare da solo il livello di squadra nella propria metà campo, ma è esattamente ciò che manca a Chicago: un’ala con chili e stazza, capace di cambiare su più ruoli senza pagare dazio, né sul perimetro, né sui pressi del ferro.

Sarà una sfida. Siamo un po’ più “piccoli” in quella posizione, e abbiamo già giocato small lì. Ma quando perdi un ragazzo che possa marcare così tante posizioni, che ha anche forza e taglia per limitare i giocatori avversari in post-up, come fa Patrick, fa decisamente male. – Coach Billy Donovan, via ESPN

Certo, come detto, nonostante sia un’ottimo difensore, non è ancora un profilo in grado di fornire da solo una copertura tale ad una squadra che abbia ambizioni come quelle dei Bulls. Proprio qui, almeno nei piani, il lavoro svolto da Lonzo Ball e Alex Caruso si sarebbe rivelato fondamentale.

Alex CarusoLonzo Ball
Deflections/game4.1 (3°)3.1 (15°)
Steal/game (STL%)2.3 (3.7%, max percentile)1.9 (2.4%, 89° percentile)
Blocks/game (BLK%) 0.4 (0.9%, 65° percentile) 1.0 (1.5%, max percentile)

Chicago, come si può notare, ha fatto fino ad ora di deflections (a cui vanno aggiunte le 3.2 di Nikola Vucevic) e palle rubate la propria forza, disturbando molto efficacemente la costruzione dell’azione avversaria, passando forte sopra tutti i blocchi e cambiando senza troppi problemi.

E così, qualora ci fosse stata una disattenzione, anche da parte di uno fra Ball o Williams, ci poteva sempre essere una valvola alternativa a sporcare la palla con una rotazione o a disturbare in aiuto.

Senza Williams, il meccanismo potrebbe rischiare di incepparsi, per una pura e semplice questione di versatilità. Già da prima dell’infortunio, i Chicago Bulls avevano iniziato ad adattare un giocatore come Javonte Green, non proprio dotato della taglia richiesta, a poter svolgere un ruolo simile a quello di Williams.

Come si può notare dai numeri sottostanti, è passato dal marcare “piccoli”, perlopiù scorer o tiratori, ad ali più perimetrali (Bertans, Korkmaz, McDermott), fino a completare l’ibridazione passando tempo anche su ali forti o lunghi come Horford, Randle o Grant.

Questa versatilità è certamente ammirevole, ma porta con sé degli evidenti problemi. Ciò che può fornire Green è sì un’ottima presenza a rimbalzo offensivo (87° percentile offensive rebounding%, con 7.7) e un buon feeling con la stoppata (1.3 BLK%, 70° percentile), dovuti soprattutto alla terrificante verticalità del suo salto, ma il trovarsi spesso in dei mismatch lo porta a giocare con un’energia troppo sopra la media, costringendolo a commettere molti falli (3.9 foul%, 17° percentile), sia preventivi, sia dovuti all’eccessiva foga.

Tutto questo, paradossalmente, potrebbe essere il problema minore per i Bulls. Oltre ad una maggiore efficacia nel contestare i tiri e una minore tendenza al fallo, la vera assenza di Patrick Williams si noterà nella metà campo offensiva. Il prodotto di Florida State è tutto da sviluppare, ma aveva confermato i progressi attesi nel palleggio, arresto e tiro, in cui ha dimostrato abbastanza tocco e capacità di self-creation, cose che non appartengono a Green (per niente).

Il segnale di emergenza raggiunge però la frequenza massima in un punto ben preciso: le letture dallo short-roll.

Ovviamente non si parla di Draymond Green, e nemmeno di Vucevic, ma poteva essere un’ottima valvola di sfogo con il macedone fuori dal campo, sia sullo short-roll che sul “pop”. Sul pick&roll Williams aveva anche l’opzione da tagliante, così come giocando da secondo uomo sui double screen, tutti fondamentali in cui i backup dovranno migliorare, sebbene non possano arrivare all’eccellenza del compagno infortunato.

Chi sono, ad oggi, i backup?

Di Javonte Green abbiamo parlato, e da lui è corretto riprendere. Green ha certamente i difetti elencati sopra, e non ha le letture di Williams dallo short-roll, né può permettersi di giocare da ipotetico 5 senza Vucevic in campo. Ma se c’è una cosa in cui Green si è dimostrato di una spanna sopra gli altri compagni improvvisati di reparto è la consapevolezza del proprio ruolo in fase offensiva, che sia usato come bloccante lontano dalla palla, tagliante o nel dunker spot.

In questo Williams era eccezionale, curando tutti quei piccoli dettagli non percettibili dal tracking NBA, ma agendo nelle pieghe dell’attacco di Chicago con blocchi ciechi o pin down screen di ottimo livello. Tutte cose che Javonte è sembrato in grado di fare.

In ogni caso, se in questo frangente può, e potrà, rivelarsi utile, i limiti difensivi e offensivi elencati lo renderanno un target, soprattutto se si dovesse arrivare a competere a livello Playoffs.

Ancora più importanti, nel momento in cui Green fosse caricato di falli o dovesse accomodarsi in panchina, saranno gli altri due sostituti di Williams: Troy Brown Jr. e Derrick Jones Jr.

Partendo dal primo, si parla di un profilo decisamente più perimetrale degli altri due backup, seppur le percentuali non siano da tiratore puro (circa il 33% in carriera su 2.0 tentativi di media), eccetto un discreto 43% in carriera dall’angolo. A livello difensivo, però, nonostante non ai livelli di Williams, potrebbe essere una figura più appropriata di Green nel difendere le ali, almeno a livello di dimensioni.

Il problema è che si parla di matchup con esterni specializzati principalmente nello scoring, e lo scarso numero di partite disputate finora (complici alcuni problemi fisici) non aiuta a capire come si possa evolvere il suo utilizzo nel prosieguo della stagione.

Chi non ha bisogno di un banco di prova, invece, è Derrick Jones Jr. Certo, il campione è piuttosto ridotto, ma l’ex-Portland ha già dimostrato di poter ricoprire il ruolo che gli si richiede: quello dello specialista difensivo.

DJJ nelle ultime quattro partite ha giocato 18.6 minuti di media, racimolando 1.0 steal (2.3 STL%) e 2.0 stoppate (5.2 BLK%) di media. Al di là dei numeri, quello che è apparso ad occhio nudo è una capacità disarmante di passare sopra i blocchi sul pick&roll avversario, permettendo di limitare i cambi e recuperando più volte sui ball handler.

In attacco il suo ruolo si limita ad una navigazione in acque tranquille in spot-up o nel dunker spot, più usato nel caso in cui Chicago si trovi a fronteggiare drop coverage o decida di giocare pick&roll centrali. Si sta comportando abbastanza bene anche come bloccante, principalmente sulla palla, sebbene troverà un utilizzo maggiore in flare screen per i tiratori.

Queste sue limitazioni nella metà campo offensiva sono evidenti e non di certo una novità, ma le prestazioni nel limitare il pick&roll avversario si sono rivelate, fino ad ora, d’élite, permettendo a Chicago di trovare soluzioni efficaci sui pick&roll laterali, come ottime difese ICE.

Morale della favola: le alternative ci sono, e consistono nell’approcciarsi alla gara con un quintetto small, limitando il più possibile i cambi forzati e i tentativi di mismatch hunting degli avversari sul pick&roll, ricordandosi anche di raddoppiare sui post-up contro giocatori come Randle o Sabonis.

La lineup deputata a chiudere le partite resta comunque, senza alcun dubbio, quella con Caruso in campo al posto di Green, con quattro giocatori atletici e in grado di ruotare senza problemi attorno a Vucevic. I risultati di questo quintetto appartengono all’élite della Lega, dopo aver raccolto un Net rating di +17.5 su 120 possessi giocati (97° percentile di Cleaning the Glass).

AttaccoDifesa
115.0 off. rating (79° percentile)97.5 def. rating (79° percentile)
50.5 efg% (38° percentile)44.4 efg% (94° percentile)
42.7 FT rate (max percentile)31.3 FT rate (min. percentile)
Lineup: Lonzo Ball-Alex Caruso-Zach LaVine-DeMar DeRozan-Nikola Vucevic (via CTG)

Da questo punto di vista, in ottica Playoffs, i Bulls potrebbero ancora contare su questa “death lineup”, che però andrà sicuramente a risentire di un aumento di minutaggio quando le partite si faranno più tese.

Per questo motivo, sulla carta, Chicago potrebbe arrivare a soffrire squadre nella stessa Conference con profili come Randle, Sabonis, Antetokounmpo, se non giocatori di post come Embiid. Williams, più che un’ancora, era un collante, il giocatore adibito a sbrigliare una situazione intricata con un aiuto o uno stunt efficace all’ultimo momento, oltre, naturalmente, a rappresentare il più futuribile dei giocatori a roster.

Naturalmente è piuttosto presto per tirare le somme o anche solo fare previsioni su eventuali difficoltà in post-season (che potrebbe anche non esistere), perciò è saggio risparmiare giudizi. L’eccitazione rimane, e forse crescerà ancora, ma dall’infortunio di Williams, se c’è qualcosa che è salito di pari passo, è il rischio di trovare molte difficoltà in una stagione, più che mai, ambiziosa.