Avversari facili? Beh, li hanno comunque piallati. E comunque i Knicks alle Finals intanto ci sono arrivati – e pure bene.

Chi pensa che i New York Knicks arrivino alle NBA Finals partendo già sconfitti, non ha mai visto giocare i New York Knicks non solo nell’ultimo mese, ma da gennaio scorso. Non c’è nemmeno bisogno di risalire fino alla finale di NBA Cup persa dai San Antonio Spurs, sarebbe proprio sbagliato poiché a dicembre queste squadre giocavano in maniera molto differente, troppo per fare un paragone. Sarebbe sbagliato tirare fuori l’equilibrio della regular season, perché non esiste paragone con la pallacanesto dei Playoffs e perché l’unico successo dei Texani è avvenuta in assenza di Mitchell Robinson.
La verità è che ci resta solo il percorso delle squadre prima delle NBA Finals, e quello dei Knicks è stato fottutamente terrificante per gli avversari. New York è reduce da 11 vittorie di fila ai Playoffs, impresa riuscita solo a quattro squadre in precedenza, tre delle quali hanno poi vinto il titolo – sebbene quella dei Knicks sia stata la “run” statisticamente più facile, tutti e tre gli avversari precedenti avevano un net rating stagionale molto positivo. Ma non sono solo le 11 vittorie, bensì lo scarto.
Hanno vinto con una differenza punti di +271 rispetto agli avversari, +41 rispetto ai Golden State Warriors del 2017 per avere un termine di paragone. Hanno battuto tutti e tre gli avversari precedenti con 30+ punti di scarto nelle partite di chiusura, rifilando un doppio sweep ai 76ers che hanno eliminato i Celtics e ai Cavaliers. Il loro net rating è di +19.8 secondo NBA.com: nessuna squadra ha mai vinto un titolo con un net rating superiore a +13.7.
Un errore molto comune è pensare che le squadre battute fossero scarse perché hanno subito questi parziali infiniti dai New York Knicks – si ricorderà l’ultimo da parte dei Cavaliers in Gara 1, dal +22 a sette minuti e spiccioli dalla fine del quarto periodo. La verità è in realtà ancora più semplice: se queste squadre erano davvero così scarse, New York le ha comunque piallate, perciò ha solo confermato lo scarto senza alcuna fatica; se queste squadre invece erano nella media, sono sembrate scarse solo per merito dei Knicks.
Qualunque sia la verità, il dato di fatto è che New York è dannatamente forte. Per l’esattezza, assieme a Spurs e Thunder, la miglior squadra NBA da gennaio in poi – sia in attacco, sia in difesa.
La rivoluzione offensiva
New York, dopo essersi ritrovata sotto per 2 a 1 contro gli Atlanta Hawks, ha cambiato ulteriormente marcia. Dopo un inizio stagionale con una motion offense, la squadra era in un certo senso tornata alle origini: più improvvisazioni, più ricerca passiva dei mismatch, tanto pallone nelle mani di Jalen Brunson. Questo si è rivelato un problema da subito, tanto che i Knicks da Gara 4 del primo turno hanno deciso di tornare alle origini, implementando il proprio sistema motion con concetti molto semplici.
Partiamo dai risultati, prima di parlare del processo: New York è la squadra più efficiente dei Playoffs, con il 62.4% di True Shooting, nonché il migliore attacco della post-season, viaggiando a 123.3 punti per 100 possessi. Mikal Bridges è passato dalle prime tre partite contro Atlanta da 7.0 punti di media in 30.0 minuti con il 36.4% al tiro a 16.6 punti di media segnando 77 delle 123 conclusioni successive.
Menzioniamo Bridges perché paga ancora quelle prime tre partite, altrimenti sarebbe comodamente tra i 10 giocatori più efficienti di questi Playoffs. Tra di loro, ben tre sono dei Knicks: Landry Shamet, reduce da un clamoroso 11/12 da tre punti nella serie contro i Cavs; Karl-Anthony Towns e OG Anunonoby, reduci da una run Playoffs perfetta. E Jalen Brunson? Merita un discorso diverso.

New York non è più la squadra con isolamento pesante e solo pick&roll vista per ampi tratti della seconda parte di stagione e fino a Gara 3. Adesso gioca molto più di flusso, con Brunson a impostare il maggior numero di blocchi lontano dalla palla della propria carriera, raddoppiando (con margine) le cifre della regular season.
Questo non significa che il suo carico offensivo sia diminuito, ma semplicemente che la sua attività sia meglio distribuita tra possessi con e senza palla. Dopo le prime tre partite contro Atlanta, dove ha prodotto 27.7 punti di media con un volume altissimo e una bassa efficienza (47.2 eFG%), nelle undici gare seguenti ha continuato a viaggiare a 26.6 punti di media, ma con un’efficienza salita del +9.3%. Dal 2023, primo anno da stella a New York, non ha mai tirato così poco e mantenuto un’efficienza così alta ai Playoffs.
Contro gli Spurs, che sin qui hanno fatto benissimo impacchettando il pitturato contro grandi scorer di volume come Anthony Edwards e Shai Gilgeous-Alexander, Brunson arriva come un animale differente. Non solo, come detto, ha iniziato a lavorare da bloccante lontano dalla palla, ma si muove molto più del suo solito e molto più di quanto non abbiano fatto i due nomi sopracitati. Una bella differenza per l’attacco di New York e per la difesa di San Antonio, soprattutto considerando che rimane lo stesso mostro dal palleggio – rispetto a SGA molto più pericoloso in pull-up, nel palleggio-arresto-tiro, da tre punti, aspetto importante contro la difesa profonda di Wembanyama.
La mano di Josh Hart po’ esse fero e po’ esse piuma
Ne abbiamo parlato molto nei turni precedenti, e il concetto è tornato più vivo che mai in Gara 1 contro i Cavaliers. Le difese avversarie se ne fregano delle percentuali al tiro di Josh Hart, del fatto che tira con oltre il 42% su tiri quasi solo smarcati, delle triple segnate con l’uomo a metri di distanza. Le difese continuano a “battezzarlo”, e da questo dipende il destino di New York.
In Gara 1, i Cavaliers ci hanno quasi vinto la partita, perdendola nei minuti di Landry Shamet. In Gara 2 l’ha vinta praticamente da solo, segnando 26 punti e 5 triple. I San Antonio Spurs hanno fatto lo stesso con Alex Caruso, che ha chiuso la serie della vita al tiro, beneficiando dello spazio concesso da Wembanyama per proteggere il pitturato. Alle Finals, per Hart sarà lo stesso:
Nei Playoffs, quando le difese prendono scelte drastiche, ignorando il non-tiratore in un quintetto altrimenti dotato di potenza di fuoco illimitata, a stimolare l’attenzione – quindi a determinare la gravity, la forza di gravità che si porta dietro un giocatore – è il volume di tiro. Per questo è importante che Josh Hart continui a tentare conclusioni e attacchi con decisione, come in Gara 2 contro i Cavaliers, altrimenti diventa un uomo in meno.
La passività di Hart peggiora di gran lunga l’efficacia delle due stelle, sia in quanto singoli, sia in quanto coppia. Nel caso di Towns, molto più pericoloso fronte a canestro a causa dell’ottima mano da tre punti e della rapidità rispetto ai pariruolo, nonostante sia un lungo, le difese spesso scelgono di marcarlo con un esterno, impiegando i lunghi più statici su Hart. Questo vanifica l’efficacia di KAT, poiché la difesa può contare su un personale migliore per marcarlo sul perimetro e allo stesso tempo impiegare l’uomo di Hart in aiuto, al ferro o chiudendo le linee di penetrazione. Immaginate Wembanyama al posto di Jarrett Allen:
Con l’uomo di Hart sempre staccato, inoltre, il playmaking di Towns – 8.0 assist di media da Gara 3 contro gli Hawks – ne ha risentito molto nella serie contro i Cavaliers, perché i Knicks non sono riusciti ad effettuare tagli verso il ferro grazie ai soliti blocchi a palla lontana effettuati da Brunson. Nonostante questo, New York gode di svariate soluzioni.
La più efficace è quando il possesso non si chiude con un tiro di Hart. Gara 3 e Gara 4 contro i Cavaliers sono state le migliori, preparando New York alla serie contro gli Spurs e consentendo di testare più possessi con Hart da bloccante lontano dalla palla. Per un lungo, anche per uno come Wembanyama, è scomodo passare sopra, perciò quasi sempre si chiamano dei cambi che finiscono con il favorire i giocatori dei Knicks.
Hart è molto sveglio in questo e nel fungere da appoggio per dei semplici uno-due, dei consegnati rapidi, che scombinano tutta la difesa avversaria. Soprattutto con un lungo atipico come Towns, un giocatore super crafty come Brunson e ali di movimento come Bridges o Anunoby, non stupisce che questo attacco giri così bene.
L’alternativa numero due è segnare i tiri. La numero tre, che dipende dalla numero due, consiste semplicemente nel togliere Josh Hart dal campo, impiegando tiratori di movimento come Shame o Deuce McBride, oppure inserendo Mitchell Robinson. In questo rientra l’espressione “la mano di Josh Hart po’ esse fiero e po’ esse piuma”, uscendo al di fuori della metafora originale: in Gara 2, per i Knicks è stata piuma, perché ha alleggerito l’attacco; in Gara 1, e in generale spesso in carriera, è stata “fero” – ma ferro davvero, quello dei tabelloni.
I lunghi di New York
Due grossi fattori, grossi seriamente, sono Karl-Anthony Towns e Mitchell Robinson. Il primo dovrà aumentare il volume offensivo per forzare gli Spurs a cedere alla tattica di non marcare Josh Hart. KAT si troverà spesso accoppiato sui cambi con i numerosi esterni avversari, e allora dovrà sia sfruttare la taglia per crearsi tiri facili ad alta qualità, sia processare la difesa per far uscire il pallone con i tempi giusti.
Questi sono stati i suoi migliori Playoffs in carriera e in generale questa run è una delle più efficienti offensivamente della storia NBA. Non ha mai fatto uscire così tanto e così bene il pallone sulle penetrazioni, ha chiuso le prime due serie praticamente flirtando in ogni partita con la tripla-doppia, ha punito i piccoli e convertito sostanzialmente ogni tiro, triple incluse, ad altissima percentuale.
Alle Finals dovrà continuare così perché, semplicemente, se segna tanto allora le difese iniziano a raddoppiare. E se le difese lo raddoppiano, il vantaggio che deriva dal non marcare Josh Hart si vanifica. Inoltre, alzando il volume di tiro, permetterà di aprire ulteriormente spazi che tenderanno a mancare. Il grafico qua sotto mostra una combinazione tra punti segnati per tocco diretto e percentuale di tiri assistiti: i Playoffs di KAT del 2026 sin qui sono pura storia NBA.
Il problema è Towns stesso e qualcosa che non gli si può scrollare di dossi: i falli. Non ha mai difeso così bene in carriera, è diventato molto attivo in aiuto e sulle linee di passaggio, girando a 1.2 rubate e 1.4 stoppate, assumendo più consapevolezza della propria posizione e della propria mobilità, tenendo allo stesso tempo bene sui cambi. In attacco ha imparato a decelerare, elemento che mancava al suo gioco, eliminando così molti falli e palle perse in attacco. Ma i falli li commette lo stesso perché tende a farsi trovare troppo spesso con le mani nel barattolo della marmellata, o con un angolo del corpo leggermente sbagliato.
Qui diventerà fondamentale Mitchell Robinson. La sua presenza è stata a rischio a causa di un intervento alla mano effettuato in questi giorni, il quale però non dovrebbe precluderne un debutto già da Gara 1 – anche perché, con tutto il rispetto, non è che in generale da quelle dita escano delle perle. La sua presenza sarà fondamentale per ridurre l’impatto di Wembanyama sotto i tabelloni.
Mitchell Robinson è un rimbalzista offensivo folle, tra i migliori mai visti in circolazione. Con lui in campo, i Knicks catturano il 9.1% in più di rimbalzi offensivi, 94esimo percentile tra i pari ruolo in questi Playoffs, e la sua fisicità contro il francese può avere un peso simile a quello avuto da Isaiah Hartenstein in alcuni minuti per OKC.
Inoltre, Robinson non allarga il campo ma è una presenza verticale e sotto i tabelloni impossibile da ignorare, il che lo rende compatibile anche con Towns in un assetto con doppio lungo che nel corso della serie potrebbe essere testato molto più spesso del solito per limitare Wembanyama nel pitturato. La finale di NBA Cup è stata esemplificativa del potenziale impatto a rimbalzo e in difesa di Mitchell Robinson:
La difesa dei Knicks
New York è la migliore difesa perimetrale di questi Playoffs, e non ha nulla da invidiare a quella di Spurs o Thunder. Il lavoro costante di Bridges e Anunoby sulla palla fa paura, e sono stati bravissimi nel proteggere Brunson dopo le prime partite contro Atlanta. Lo stesso KAT, come detto, ha imparato a muoversi tra gli spazi, a differenza di un’intera carriera, nonostante poi pecchi in termini di qualità individuali. Dalla panchina, McBride e Shamet forniscono ulteriore pressione sulla palla e abilità nel passare su tutti i blocchi che rende la squadra, contando anche Mitchell Robinson, profondissima e versatile anche a livello difensivo. Questa sotto è una semplice compilation, e dura 4 minuti:
Sarà un matchup interessante contro San Antonio, che fa della cura del pallone il proprio tratto distintivo, nonostante una serie contro OKC pagata più per meriti avversari che per demeriti personali – e comunque le cose sono molto migliorate dal ritorno di De’Aaron Fox in Gara 3.
I Knicks, di contro, segnano quasi sempre – 1.67 punti per giocata – in transizione da palla rubata, e spingono moltissimo (26.9% dei possessi) da rimbalzo difensivo catturato. Aggiungono 4.5 punti per 100 possessi solo in transizione, con una elevata frequenza del 15% e 1.39 punti-per-giocata in transizione. Non c’è margine di errore contro New York, che non solo esegue per tutti e 24 i secondi, ma punisce anche ogni singola palla persa o tiro finito sul ferro.
Insomma, i New York Knicks non sono qui per fare da spettatori alla parata dei San Antonio Spurs. Sono pericolosi quando corrono, insaziabili nell’attaccare la difesa schierata e godono di un personale molto variegato per adattarsi a ogni circostanza. Se ne parla da tempo, ma il messaggio non sembra essere arrivato alla maggior parte del pubblico, quindi lo ripetiamo: occhio ai New York Knicks.