Tra scenari poco appariscenti, rifiuti e un talento forgiato nel sacro fuoco della competizione: una carriera fieramente fondata sul credo di “O la va o la spacca”. Un viaggio nel fantastico mondo di Michael Redd.

La storia che segue è uno di quei viaggi inaspettati che sembrano fuoriuscire da un trip della mente; uno di quei viaggi che, una volta finiti, lasciano la sensazione che forse non siano mai davvero avvenuti.

La storia di Michael Wesley Redd è un viaggio che forse non avrebbe mai dovuto avere luogo. Perchè più volte durante il suo corso persone intorno a lui hanno cercato inopinatamente di forargli le gomme. 

Il natale stato dell’Ohio è freddo e davvero poco, nel suo contesto, è in grado di sbalordire guardando fuori dal finestrino. Le tre città più importanti, Columbus, Cleveland e Cincinnati, sono sterili e lo “skyline” timido rispetto a quello delle grandi metropoli presenti negli altri Stati.

Michael nasce a Columbus, capitale dello Stato nonchè detentrice del grande vanto, dicono negli States, di essere il luogo dove è nata la catena di fast food Wendy’s. 

Michael ha però la predilezione per la palestra e mostra fin da subito una grande predisposizione al lavoro duro. Alla West High School, gli inservienti alle volte lo devono cacciare dal campo, ansiosi di reclinare i tabelloni e andarsene a casa. Sul campo si mette in mostra specialmente per un ottimo tiro da 3, ma anche per la testardaggine con cui si pone di fronte al Gioco. Sbaglia un tiro? Non importa. State certi che il possesso dopo, vorrà dimostrare a se stesso e a tutti gli astanti che l’errore precedente è stato un caso. Un bel caratterino. 

“O-H?”  “I-O”

Al termine della sua carriera liceale non c’è traccia di Michael Redd nella lista dei primi 10 giocatori dello stato dell’Ohio. Preso come un affronto dal diretto interessato, Michael riesce ad ottenere un provino per l’Ohio State University. Piace, ma non troppo. Quella meccanica di tiro però è celestiale e gli vale l’ingresso in squadra. Arrivato alla corte di Jim Brown capisce subito come il basket sia lo sport più importante tra i meno importanti, in quanto a dominare il campus è la squadra di football, che a Ohio State ha sempre grande tradizione. 

Nel corso della sua carriera come “Buckeye” – ghianda dal nome intraducibile che a quanto pare cresce solo in Ohio – ribalterà in parte questo dogma per cui il football viene sempre prima del basket. Nel suo anno da sophomore lui e Scoonie Penn, guardia di 177cm con il fuoco sotto i piedi, guideranno i biancorossi alle Final Four, prima di incontrare i futuri campioni di Duke. Si è fatto un nome, ma la Big10 è una Conference dall’appeal in discredito e perciò quando decide di dichiararsi eleggibile per il Draft dopo l’anno da junior, gli unici davvero contenti sono i suoi familiari e i suoi amici. 

FONTE: ohiostatebuckeyes.com

Il Draft è quello del 2000, uno dei più scarni dal punto di vista di talento. Alla numero 1 va Kenyon Martin e Michael, che non si trova nemmeno nella “green room”, deve attendere 43 nomi prima che il suo venga chiamato dal Commisioner. Le 3 scelte prima di lui, tanto per fare degli esempi, sono Hanno Möttölä, Chris Carrawell e Olumide Oyedeji. Sono i Bucks a sceglierlo, perchè dopo aver preso alla 15 il centro Jason Collier da Georgia Tech, hanno bisogno di rimpolpare la batteria di esterni. 

LIFE AS AN UNDERDOG

La squadra viene dall’eliminazione al primo turno contro Indiana nei Playoffs e sta cercando di mettere pezzi interessanti intorno alla stella Ray Allen. Michael nelle idee dello staff dovrebbe essere una valida soluzione dalla panchina, ma nella prima stagione, terminata con la sconfitta in Gara 7 nelle Finali di Conference contro i 76ers di Iverson, è un corpo estraneo alla squadra. Appena 6 partite, per una media di 6 minuti di gioco a partita, chiuso da una squadra che aveva Ray Allen certo, ma anche Glenn Robinson da 3, Sam Cassel, Lindsay Hunter e Rafer Alston come play. 

Dovrà lottare, sudare e sgomitare per ritagliarsi dei minuti significativi. Ma soprattutto dovrà tirare e farlo bene se spera di emergere da una situazione che lo vede partire come ultima ruota del carro. Il duro lavoro funziona in allenamento e George Karl decide di coinvolgerlo per una media di 15 minuti a partita la stagione successiva. Si prende anche le luci della ribalta di tanto in tanto, come quando in una partita contro Houston, fedele al mantra “se sbaglio tiro di nuovo, se la metto tiro di nuovo uguale”, segnerà 8 triple nel solo quarto periodo, record NBA resistito anche a Steph Curry e Klay Thompson. 

Il suo momento, quello del “o la va o la spacca, quello grazie al quale ci si può elevare a stella NBA oppure inabissarsi negli inferi di uno small market, arriva nella stagione 2003-04, dopo la dipartita di Ray Allen in direzione Seattle. La guardia titolare adesso è lui: il catalizzatore dell’attacco dei Bucks, le mani da cui devono passare le fortune della franchigia del Wisconsin. I numeri parlano chiaro e proprio per i numeri – 22 punti o quasi di media nella stagione 03-04 – viene addirittura convocato per la prima e unica volta all’All-Star Game. Vittorie quella stagione? 41. Prima presenza ai playoff da leader della squadra messa in cascina, ma i Bucks vengono rimbalzati al primo turno dai Detroit Pistons che finiranno la stagione a coriandoli e champagne. 

Sembra solo l’inizio per una squadra che oltre a Michael, può contare su un Toni Kukoc prossimo all’imbalsamazione, Tim Thomas, Erick Strickland e Keith Van Horn. È invece l’inizio di una maledizione che renderà per anni Milwaukee il posto più infausto dove andare a giocare, una palude cestistica in cui nemmeno Re Mida avrebbe saputo mettere le mani. 

QUANDO LE STATISTICHE NON CONTANO 

Terrà una media superiori ai 20 punti in altre 5 stagione nel Wisconsin, ma di vittorie neanche l’ombra. La squadra è davvero poca cosa e Michael monopolizza l’attacco, andando vicino alle 20 conclusioni a partita, di cui 5 da 3, seppur con medie decenti che si aggirano intorno al 38%. 

Il punto più alto della sua carriera dopo l’All-Star Game lo raggiunge nel 2008, quando a latere di una stagione dove segna 22.7 punti di media con il 37% da 3, coach K crede che il suo tiro da 3 possa essere sfruttato per le Olimpiadi di Pechino. Far parte del “Redeem Team” è un grande onore, anche perchè si gioca il posto – linguaggio tecnico per dire che molto spesso li guarda giocare – con Kobe Bryant e Dwayne Wade, formalmente numero 1 e numero 2 nella posizione di guardia tiratrice nella NBA. 

Arriverà l’oro e una felicità indescrivibile per chi, dopo essere stato sottovalutato all’high school, al college e anche in NBA, ha finalmente qualcosa di scintillante da mettere intorno ad una parte del corpo. Non sarò l’anello ma comunque ci si accontenta. 

Con la medaglia d’oro, arriveranno però anche gli infortuni che faranno entrare il protagonista di questa storia in un calvario dal quale non si riprenderà più. 

FONTE: ESPN.com

AN IMPERFECT ENDING 

Tre infortuni alle ginocchia, due crociati e un menisco gli fanno perdere 20 mesi di parquet. Quando finalmente torna in campo dopo l’ultimo degli infortuni, nel quale si era rotto in un colpo solo menisco e crociato, il giocatore non è più quello di prima. Fuori forma, timoroso, disabituato ai ritmi di una partita NBA. 

Terminato il contratto con Milwaukee, Redd rimane a piedi. Il lockout nella stagione 2011-12 è imminente e le franchigie NBA hanno altro a cui pensare. Quando però la stagione finalmente ricomincia sono i Phoenix Suns a concedergli una chance, salvo constatare che il giocatore che era stato non c’è più. Gli infortuni hanno indebolito la spinta che le gambe devono avere per il tiro da 3, la condizione fisica è altalenante. Segnare segna anche più di quello che si aspettavano – 8 punti di media in 15 minuti – ma non è funzionale. 

La stagione successiva è di nuovo senza squadra. Nessuno lo chiama e allora il 6 novembre 2013, a soli 34 anni pianta il proverbiale chiodo per appendere le scarpe. A luci spente.

La storia di Michael Redd, se fosse terminata con un anello per Milwaukee, sarebbe stata l’ennesima riprova dell’ “American dream”, dello scartato che ribalta la realtà, le credenze e le condizioni circostanti per entrare nella leggenda. Non tutte le ciambelle, come si dice, riescono con il buco, è vero; ma è anche altrettanto vero che non tutte le 43esime scelte riescono ad emergere dalla melma come ci è riuscito Michael Wesley Redd. E riconoscerlo è un atto di giustizia nei confronti di un giocatore che ha raccolto decisamente meno di quanto ha seminato.