Nella notte di mercoledì 15 maggio inizia la stagione forse più importante di sempre per la WNBA. La lega saprà sfruttare l’occasione e make women’s basketball great?

Caitlin Clark al WNBA Draft 2024 con Cathy Engelbert, commissioner della WNBA
FOTO: NBA.com

La rivoluzione parte dalla capitale. All’una di notte, ora italiana, si gioca Washington Mystics – New York Liberty. È l’inizio di un’annata che potrebbe cambiare per sempre il basket femminile, americano e non solo. Se finora la WNBA non era mai riuscita ad allargare il proprio bacino, rimanendo sempre in ombra rispetto al corrispettivo maschile, ora le cose potrebbero finalmente cambiare. La causa principale ha un nome e un cognome: Caitlin Clark. Ovviamente non è solo lei (ne parleremo più avanti), ma non è mai esistita una sportiva capace da sola di creare così tanto interesse nel movimento. Dopo aver battuto qualsiasi record individuale nel college basket, dopo aver sfiorato per due volte l’impresa storica di regalare un titolo alle Iowa Hawkeyes, e dopo aver fatto diventare la NCAAW (il campionato di basket universitario femminile) the hottest thing in sports, ora sta per iniziare la sua carriera professionistica nella WNBA. All’una e mezza di notte le Indiana Fever di Clark sfideranno le Connecticut Sun, che per la prima volta hanno fatto sold-out. Non sappiamo ancora se riuscirà a ricreare la magia anche tra le professioniste, ma tanti indicatori suggeriscono di sì.

The Girl from West Des Moines, Iowa

A soli 22 anni, Caitlin Clark ha già una carriera iconica alle spalle. È un termine ormai abusato e da usare con parsimonia, ma nel suo caso è ben speso. Nei suoi quattro anni nella NCAAW ha fatto cose incredibili. La prima delle quali è stata portare la squadra di un’università statale (categoria già molto bistrattata negli Stati Uniti) di uno stato anonimo come l’Iowa, famoso solo per i campi di grano e per essere lo stato dove hanno inizio le primarie (i caucuses) per le elezioni presidenziali, a sfiorare l’impresa di vincere il titolo nazionale arrivando in finale per ben due volte. Non ci è riuscita, ma per l’Iowa è già entrata di diritto tra le leggende del proprio stato, insieme a John Wayne, Johnny Carson, Frodo Baggins e… be’, non ce ne sono molti altri.

Di ruolo point guard, eccelle soprattutto in due cose. È una tiratrice fenomenale: ha il record di punti da tre nel campionato, ed è capace di tirare praticamente da ogni posizione. Nella NCAAW aveva l’abitudine di tirare appena superata la metà campo nei primi minuti della gara, cosa che portava le difese avversarie a uscire a marcarla, costringendole così a scoprirsi e a lasciare dei buchi. Buchi che sa sfruttare al meglio: è una passatrice eccezionale, con il record di assist nel campionato.


Nel corso dei suoi quattro anni nella NCAAW ha attirato l’attenzione di sempre più persone. La Carver-Hawkeye Arena, sede delle partite della squadra di Iowa City, ha fatto quasi sempre sold-out nella scorsa stagione, una cosa assolutamente impensabile fino a qualche anno fa; una stagione partita con il record di spettatori della storia del basket femminile: 55mila per un’amichevole giocata nello stadio di football dell’Iowa. La stessa cosa succedeva nelle partite fuori casa. ESPN ha seguito le incredibili trasferte delle Hawkeyes, raccogliendo un po’ di storie. «Alle 6 di mattina del 31 gennaio, Madisyn Bellis si è svegliata, si è messa la maglia di Caitlin Clark e ha lasciato la sua casa di Oshkosh, Wisconsin, per andare alla Northwestern University in Illinois a vedere la sua giocatrice preferita». Di storie come quella di Madisyn se ne trovano a centinaia; bastava vedere le file chilometriche fuori da ogni partita delle Hawkeyes, con persone arrivate sul posto dopo 5, 6 o 9 ore di macchina. O bastava vedere gli ultimi minuti di ogni loro partita, quando una massa di spettatori e spettatrici, spesso molto giovani, si alzava dal proprio posto per andare verso la panchina delle Hawkeyes, in attesa di farsi firmare le proprie maglie e i propri cartelloni.

Il momento in cui Caitlin Clark, a febbraio, diventa la giocatrice con più punti nella storia della NCAAW. Le mancavano 8 punti, dopo due minuti ne ha già segnati 5. Gli ultimi tre decide di farli direttamente from the logo. La coach Lisa Bluder è poi costretta a chiamare il timeout perché l’arena è completamente impazzita. Come se non fosse già abbastanza, nella stessa partita mette a referto 49 punti e 13 assist, il massimo di punti in carriera suo e della storia delle Hawkeyes. Poche settimane dopo, batte anche il record maschile di Pete Maravich.

Quello che ho notato, soprattutto negli ultimi mesi della sua carriera universitaria (quando ormai il fenomeno stava diventando impossibile da ignorare), è che era cambiato qualcosa anche nella narrazione. Fino a poco tempo prima, il basket femminile soffriva dei pregiudizi che da sempre affliggono gli sport tradizionalmente praticati dagli uomini. Se già la copertura mediatica della WNBA e della NCAAW era molto più scarsa rispetto ai corrispettivi maschili, essa era anche condizionata dai commenti sprezzanti. Il basket femminile non era preso sul serio, pur avendo già avuto, negli Stati Uniti, giocatrici di grande livello come Maya Moore, Cynthia Cooper, Candace Parker, Sheryl Swoopes.

È qui che Caitlin Clark ha fatto quello che non era riuscito a nessuna finora. Se prima disprezzare il basket femminile era tollerato e tutto sommato accettato come parte del gioco, ora è diventato qualcosa da fessi. Molte star dell’NBA presenti e passate si sono espresse in tal senso: Shaquille O’Neal ha dichiarato di aver guardato solo il basket femminile durante la March Madness – il torneo tra marzo e aprile che decreta i vincitori e le vincitrici del campionato di college basket – perché più bello e competitivo. Quando hanno chiesto a Luka Dončić se si rivedeva in lei, ha detto di no: «Lei tira meglio di me. Mi ricorda Steph Curry».

Clark è consapevole della sua importanza per il movimento. Ed è sempre stata abituata ad abbattere i pregiudizi. Una volta, al Downing Catholic High School, quando il suo nome cominciava a circolare nella sua scuola e a West Des Moines, un gruppo di ragazzi decise di andare a una sua partita per deriderla, gridandole «Overrated!». Lei rispose sul campo segnando 42 punti, coprendoli di ridicolo.

Forse era meglio se andavano al cinema quel giorno.

Le ultime partite di Clark da giocatrice delle Hawkeyes, dagli ottavi fino alla finale, hanno battuto ogni record di spettatori. La finale del 7 aprile, persa contro le South Carolina Gamecocks della fortissima Kamilla Cardoso, è stata vista da 18,9 milioni di spettatori (senza contare gli spettatori pirati), con un picco di 24,1 milioni negli ultimi minuti della gara. È la partita di basket più vista in assoluto dal 2019, più delle Finals di NBA, e la partita di basket femminile più vista di sempre (seguita dalla semifinale e dai quarti sempre delle Hawkeyes).

Anche la WNBA entrerà nella sua Caitlin Clark Era?

Clark non ha avuto nemmeno il tempo di smaltire la delusione per la finale persa che è già iniziata la sua nuova vita. A febbraio aveva annunciato l’intenzione di dichiararsi eleggibile al Draft della WNBA. Avrebbe potuto giocare un altro anno di college basket ma, una volta battuti tutti i record individuali, ha deciso di fare il grande salto. Siccome nel dicembre scorso la lottery era stata vinta dalle Indiana Fever, che quindi avrebbero avuto la prima scelta, era ovvio a tutti che quella sarebbe stata la prossima squadra di Clark. Ufficialmente è una giocatrice delle Fever dal 16 aprile 2024, giorno del Draft più seguito di sempre della WNBA, ma il Caitlin Clark effect era già in moto da tempo. Le Las Vegas Aces, campionesse in carica e ancora la squadra da battere (che al draft hanno preso, come 18esima scelta, la capitana delle Hawkeyes Kate Martin; potrebbe essere l’affare del draft), e le Washington Mystics avevano già deciso di cambiare arena in vista della partita contro Indiana, per spostarsi in una molto più grande, seguite poi dalle Los Angeles Sparks. Altri dati indicativi: le partite della regular season di Indiana che saranno trasmesse in tv saranno 36 su 40 (l’anno scorso erano solo 5); le magliette di Clark, messe in vendita sullo store delle Fever appena dopo la scelta al draft, sono andate esaurite in mezz’ora.

Clark è già una star in Indiana. Qui è quando i Pacers le hanno fatto fare il loro classico rituale pre-gara che riservano ai vip (un po’ cringe, si può dire?). Poi, a latere, qualcuno dovrebbe spiegare cosa sta succedendo a Indianapolis: le Fever hanno vinto due volte di fila la lotteria del Draft, di cui una nell’anno di Caitlin Clark; gli scalcagnati Pacers sono non si sa come ancora in gara ai Playoffs; i Knicks, loro avversari, hanno mezza squadra fuori per infortunio. Se vivessi a Indianapolis, proverei a scavare nel giardino di casa. Metti caso che spunta fuori un po’ di petrolio.

Ma ci sono delle questioni aperte. Prima di tutto, c’entra la natura della WNBA, e la sua differenza con il campionato di college. Mentre quest’ultimo è molto sentito dalle persone, perché tantissimi americani e americane tifano la squadra del college della propria città e del proprio stato (soprattutto negli stati come l’Iowa che non hanno squadre nelle leghe professionistiche), la WNBA non è mai riuscita a sfondare. Le squadre sono solo 12, meno della metà dell’NBA, dura solo da maggio a ottobre, e in meno di 30 anni (è stata fondata nel 1996) ha già visto molte franchigie spostarsi da una città all’altra. Questo ha complicato la nascita di grandi tifoserie e di grandi dinastie (le uniche sono state le Houston Comets nei primi anni della lega – squadra che però è stata dichiarata fallita nel 2008 -, le Phoenix Mercury di Diana Taurasi a fine anni Zero, le Minnesota Lynx di Maya Moore nei primi anni Dieci), ma soprattutto di grandi rivalità, viste invece nella NCAAW.

Una cosa che ha favorito il boom del college basket femminile in questi anni infatti è stata la sfida di Clark contro Angel Reese nella finale del 2023 e nel rematch nei quarti di quest’anno, o la sfida contro Paige Bueckers delle Uconn Huskies allenate dal leggendario Geno Auriemma (italiano di Montella, Avellino, considerato il miglior allenatore di sempre del college basket), che rifiutò di prendere Clark, e nei confronti del quale Clark covava un grande spirito di rivalsa. Rivalità che c’è anche tra le squadre e i college stessi. Basti vedere le polemiche che hanno seguito la semifinale tra le Hawkeyes e UConn – partita equilibratissima conclusasi con un episodio arbitrale molto controverso a due secondi dalla fine -, che da italiano mi hanno fatto sentire molto a casa.

C’è poi un’altra regola che avvantaggia il campionato di college femminile rispetto a quello maschile, e che si è notata in particolar modo quest’anno: per dichiararsi eleggibili nel Draft della WNBA, le giocatrici devono aver compiuto 22 anni ed essersi laureate, con una deroga di tre mesi dopo il Draft. Questo significa che le giocatrici della NCAAW possono costruire una carriera vera e duratura nel college, capace di lasciare un segno come ha fatto Clark, e tante prima di lei. Nella NBA, invece, il limite di età è di 19 anni, ed è stato introdotto solo recentemente, dopo che alcuni giocatori (come LeBron James, o Kevin Garnett prima di lui) erano stati scelti direttamente dal liceo. Questo vuol dire che i giocatori forti vanno subito in NBA, e le stagioni di NCAA finiscono spesso per diventare monotone e anonime, come l’ultima appena conclusa, che è stata surclassata dalla controparte femminile.

E qui si apre un’altra questione. Clark è indubbiamente la principale causa dell’interesse nei confronti del basket femminile. Ma con lei c’è tutto il gruppo di cestiste della classe del 2020, ovvero quelle giocatrici che sono entrate nel college basket nell’anno del Covid, e che hanno portato la qualità del gioco a livelli forse mai visti. Oltre a Clark, ci sono le già citate Angel Reese (grande trash talker, cosa che a mio avviso gioverà tanto alla WNBA), Paige Bueckers, Kamilla Cardoso, fresca del titolo di campionessa, e Cameron Brink. Tutte queste giocatrici (tranne Bueckers, che a causa di un infortunio che l’ha tenuta ferma per quasi un anno, ha deciso di rimanere nella NCAAW per un’altra stagione) sono sbarcate nella WNBA, e sono tutte giocatrici di alto livello capaci di portare nuovi e nuove fan. Ma la lega forse non ha ancora capito che cos’ha tra le mani. In questo mese scarso dal Draft all’inizio del campionato, ha puntato i riflettori quasi interamente su Clark, ignorando le altre giocatrici che invece meriterebbero più spazio; molti si sono lamentati del fatto che alcune partite di pre-season, come quella tra le Chicago Sky di Reese e Cardoso e le Minnesota Lynx, non siano state trasmesse da nessuna parte; un utente del fu Twitter l’ha trasmessa in diretta e ha generato oltre 600mila visualizzazioni in pochi minuti. L’interesse c’è, eccome, ma la WNBA e i cugini della NBA (che detengono il 50% della lega femminile e hanno quindi tutto l’interesse a farla crescere) non lo stanno ancora alimentando come potrebbero. L’attenzione spasmodica nei confronti di Clark ha già generato qualche malumore o risentimento, ma questa a mio avviso è una buona notizia per il movimento. Da una parte tra i tifosi e le tifose, che hanno cominciato a fare paragoni con Bueckers o con Reese, alimentando lo spirito di competizione.

Angel Reese che, a pochi secondi dalla conquista del titolo nel 2023, prende in giro Caitlin Clark copiandole l’esultanza e mostrandole l’anello destinato alle vincitrici. Un anno dopo, Clark si prenderà la rivincita eliminando Reese e LSU con una prestazione da fuoriclasse: 41 punti, 7 rimbalzi e 12 assist. Speriamo di rivedere la stessa competizione in WNBA.

Dall’altra, dalle cestiste già affermate in WNBA ha ricevuto un’accoglienza più fredda del previsto. Soprattutto da Diana Taurasi, storica guardia delle Phoenix Mercury ormai alla soglia dei 42 anni e probabilmente all’ultima stagione in carriera, che in vista del suo arrivo tra le professioniste l’ha avvertita: «Reality is coming», come a dire che non sarà tutto facile come nel college basket. Parole di buon senso, di per sé, ma dette da Taurasi suonano più come un modo di incutere timore. Si tratta di una delle trash talker più spregiudicate del mondo del basket, motivo per cui la sfida tra Phoenix e Indiana prevista per il 30 giugno sarà assolutamente da non perdere.

Nell’ultimo mese e mezzo Clark è stata invitata praticamente ovunque. È stata da Pat McAfee, da Good Morning America. È stata ospite al Saturday Night Live in quella che è stata una delle puntate più belle degli ultimi anni. Nel Weekend Update con Michael Che e Colin Jost, è riuscita a ritagliarsi lo spazio per un breve monologo in cui ha omaggiato le grandi giocatrici che l’hanno preceduta: «Sheryl Swoopes, Lisa Leslie, Cynthia Cooper, la grande Dawn Staley, e la mia eroina d’infanzia, Maya Moore: sono le donne che hanno buttato giù la porta, così che io potessi entrare». È stata la loro era, ma ora sta per iniziare quella di Caitlin Clark.

Come vedere la WNBA in Italia?

Infine, proviamo a fare un piccolo vademecum per chi volesse seguire la 28esima stagione della WNBA. Le partite saranno divise tra alcuni network americani (ABS, CBS, ESPN) e alcuni servizi di streaming come Prime Video e Disney+, ma solo per il pubblico residente negli Stati Uniti. Per seguire legalmente le partite dall’Italia si può fare il League Pass direttamente dal sito della WNBA, che costa 35 dollari ed è valido per tutta la stagione. Con il League Pass non si possono vedere tutte le partite in diretta, ma solo quelle indicate sul calendario; tutte le partite saranno comunque disponibili con il League Pass una volta conclusa la diretta. Per i possessori italiani del League Pass c’è un vantaggio rispetto agli americani: alcune partite infatti vengono oscurate in alcuni stati, per via di regole introdotte per favorire la presenza negli stadi; una persona residente a New York per esempio potrebbe non vedere in diretta alcune partite delle New York Liberty. Ma questo problema per i residenti in Italia non c’è.