Ospite nel podcast di Draymond Green, Bradley Beal si è aperto sulla sua situazione, sull’ex-compagno Russell Westbrook e non solo.

FOTO: NBA.com

Dopo l‘infortunio di inizio febbraio, non rivedremo Bradley Beal in azione su un campo NBA prima della prossima stagione. “The Draymond Green Show” ci ha però dato l’occasione di sentirlo in una chiacchierata tra giocatori cammuffata da intervista, in cui sono stati affrontati i temi più scottanti, soprattutto quelli che lo riguardano direttamente.

Ecco alcuni estratti.


  • La situazione degli Washington Wizards

Beal è ormai giunto alla decima stagione in NBA e, nonostante il talento, non ha ancora avuto l’opportunità di lottare per il titolo. A Washington, città che non ha ancora abbandonato, non sembrano nemmeno ancora esserci i presupposti per diventare una contender nel breve termine.

“Da un po’ di anni siamo nel limbo, ci manca poco per essere un team da top 4 seed, ma anche per essere tra i peggiori. Al draft abbiamo scelte a metà lottery, quindi arrivano più che altro ragazzi da sviluppare, e non giocatori pronti per avere un grandissimo impatto da subito.

Un’altra cosa frustrante è che non siamo mai stati in grado di attirare free agent. Washington è una grande città e dovrebbe essere desiderata, ma penso sia più colpa nostra: quando non vinci e lo spogliatoio non trasmette positività, non vieni considerato un élite team e non attrai free agent.

Dobbiamo esplorare il draft e il trade market, questa è la nostra posizione. Mi piace? Non molto, perché vorrei un po’ più stabilità, devi trovare un nucleo stabile, e una volta che ce l’hai trovare giocatori da aggiungere al sistema per fare il salto di qualità. Noi stiamo ancora cercando il nucleo.”

  • La Free Agency

Quest’estate la stella con il numero 3 si troverà davanti a un bivio: accettare la player option da 37 milioni di dollari o diventare Unrestricted Free Agent e guardarsi intorno. Green non può che incalzarlo sull’argomento, ricordandogli che ri-firmando con i Washington WIzards avrebbe diritto a più soldi rispetto ad altri lidi. La risposta di Beal è criptica:

“I soldi sono importanti, a inizio carriera giocavamo per fare un sacco di soldi, per prenderci cura della famiglia. Ed è ancora importante, prendermi cura di me stesso e della mia famiglia, assicurarmi di prendere tutti i soldi che posso prendere.

Allo stesso tempo voglio giocare partite importanti, voglio giocare a metà giugno, quello è il mio obiettivo. E voglio farlo qui, perché non potrei farlo? Ci sono un sacco di squadre che ci sono riuscite. Cinque anni fa nessuno pensava che Milwaukee avrebbe vinto un titolo. Ma anche Phoenix e Memphis. È possibile, anche senza due/tre/quattro All-Star. Criticatemi pure ma questo è il mio mindset, voglio farlo qui.

Arriva però un punto in cui diventa business, e se senti che le stelle non sono allineate con tutto questo… Ognuno fa ciò che è meglio per se stesso”

  • Diventare un veterano in NBA

Come accennato prima, Beal è un giocatore NBA da ormai parecchi anni, e sta imparando cosa significa essere considerati veterani. In un passaggio interessante della chiacchierata, i due (che sono stati scelti al Draft nello stesso anno, 2012) parlano di quanto sia complicato capire le responsabilità che dipendono dal dover essere un riferimento per i compagni più giovani:

“Tutti pensano che il miglior giocatore sia il leader, ma non sempre è così. Molti di noi pensano di essere leader naturali, ma quando devi essere il veterano della squadra, ci sono molte cose che vanno aldilà del gioco, diventi il mentore dei tuoi compagni.

Una cosa che non avevo mai capito finora è l’importanza delle piccole cose; per esempio, se vado nello spogliatoio e non parlo con un giovane, potrebbe pensare che sono arrabbiato con lui. L’impatto di queste cose va molto oltre il gioco.”

  • Russell Westbrook

Solamente un anno fa, Beal e Westbrook erano compagni di squadra agli Wizards, protagonisti entrambi di una stagione positiva che li ha visti uscire al primo turno dei Playoffs. Il 28enne parla dunque del modo di essere di Russ, e delle critiche che riceve per le difficoltà incontrate ai Los Angeles Lakers:

“Gioca al 100% ogni singola partita. Di solito non riusciamo a essere concentrati al massimo tutte le partite, certe volte siamo stanchi o abbiamo la testa da un’altra parte. Invece ho visto Russ giocare al 100% delle sue possibilità ogni singola partita. E spingeva me a dare tutto, mi incitava continuamente, e mi sono sempre chiesto come riuscisse a farlo. Essendo intorno a lui quotidianamente, vedere come si prepara, svegliandosi alle sei di mattina, ho capito perché è diventato il giocatore che è.”

“Devono smettere di mancargli di rispetto. Parliamo di un futuro Hall of Famer. Potrebbe non piacerti il modo in cui gioca, non è il giocatore che segna un milione di triple, però gioca una pallacanestro vincente. Russ prende rimbalzi, Russ fa assist, Russ prova ad attaccare i matchup che ritiene migliori per lui, questo è Russ. E gioca al 100% sempre. Se non ti piace non guardarlo, non cambierai il suo stile di gioco al 14esimo anno in NBA. Ti piaceva sei anni fa? Gioca allo stesso modo. Quando andava alle Conference Finals, giocava allo stesso modo.”


Questi erano solo alcuni passaggi della chiacchierata. Qui sotto potete trovare l’intervista completa