
In quelle che sono le Conference Finals della novità totale, della transizione generazionale, la sfida tra New York Knicks e Indiana Pacers riprende una delle rivalità più classiche della NBA degli anni ’90. Si sfida chiunque a non pensare al gesto del “soffocamento” di Reggie Miller in faccia a Spike Lee dopo i 25 punti nel quarto periodo in Gara 5 del 1994, o ai suoi 8 punti in 9 secondi in Gara 1 dell’anno seguente. O ancora al doppio e antitetico ricordo delle gesta di Patrick Ewing, che nel culmine della gioia newyorkese portò i suoi alle Finals all’ultimo secondo di una soffertissima Gara 7 nel 1994, salvo poi spegnere tutte le luci di speranza della Grande Mela con un clamoroso layup sbagliato l’anno successivo. Sei serie tra 1993 e 2000, tre vinte da ciascuna squadra, almeno trecento momenti drammatici.
Adesso basta, però. Di quei nomi non resta che l’abbonamento di Ewing a ogni partita Playoffs al Madison Square Garden e la voce su TNT di Miller, che – ironia della sorte – seguirà queste Conference Finals da commentatore. Questa rivalità è tutta nuova e ricca di contorte connessioni. I Pacers non hanno mai vinto un titolo NBA, ma sono la squadra più “esperta” alle Conference Finals, dopo esserci stati anche lo scorso anno. I Knicks il titolo lo hanno vinto, ma oltre 50 anni fa, non tornavano su questo palcoscenico dal 2000 e non chiudevano una serie in casa, al Garden, dal 1999. Indiana è arrivata fino a questo punto nel 2024 battendo proprio New York in Gara 7, e tutti gli infortuni patiti dalla squadra di coach Thibodeau hanno probabilmente portato quel core a divenire quello che è adesso. Una squadra nuova, che ha portato aria nuova in una città che ne aveva estremo bisogno da ormai 25 anni.
Non resta niente di quella rivalità, ma ci sono tutti i presupposti per creare una completamente nuova. E soprattutto completamente diversa e ricca di contraddizioni al proprio interno. A guidare New York è una point guard “scoring first” piccola e senza alcuna paura, capace di segnare a piacimento sui tre livelli e inarrestabile nel clutch time, in un sistema lento e stagnante che si regge su di lui. Jalen Brunson. A condurre le operazioni per Indiana c’è ancora una point guard, altrettanto clutch ma che fa del playmaking la propria arma principale, fungendo da connettore a un attacco fluido, instancabile, veloce, perfetto. Tyrese Haliburton. Le due squadre, i due sistemi, le due stelle principali non potrebbero essere più differenti, e questo si rispecchia soprattutto sul campo.
Ritmo contro shotmaking
I Pacers corrono, e tanto. Il pace ne è un indicatore e recita 7° dato più alto della Lega in regular season, ma non costituisce il fattore principale da osservare. La vera chicca di Indiana, ciò che rende questo attacco imprevedibile e a tratti difficilmente arginabile, è la early offense, la produzione nei primi secondi dell’azione. Il sistema di coach Rick Carlisle prevede che questo tipo di attacco rappresenti oltre il 16% dei possessi di squadra, dietro solo ai Thunder ma con un’efficienza migliore di chiunque altro, 58.7 di effective field goal%. Per far capire di che razza di qualità si parli, Indiana ha chiuso i primi due turni tirando con il 50.1% dal campo e il 40.4% da tre punti, le percentuali più alte mai registrate ai Playoffs dagli Spurs del 2014. Una precisione ben nota ai Knicks già dalla Gara 7 dello scorso anno, purtroppo per loro.
I Cavaliers, che avevano tutti i mezzi per pareggiarne le produzione nei primi secondi dell’azione – si parla di forse la migliore early offense stagionale – un po’ per gli infortuni, un po’ (tanto) per i meriti avversari sono crollati sotto il peso delle offensive avversarie. Cleveland, da squadra attrezzatissima, ha perso la lotta dei possessi, dei passaggi, di tutto quello che concerne la fluidità dell’attacco e la produzione. Nessuno la muove come i Pacers.
Come si può vedere, però, i Knicks non hanno grossi problemi nel mantenere la propria identità. Svariati isolamenti, svariati post-up e soprattutto moltissimo pick&roll per far chiudere il possesso al portatore, leggasi Brunson, dietro solo ai Cavaliers in questo aspetto fra le squadre arrivate al secondo turno ai Playoffs.
New York sarà meno efficiente, meno bella da vedere, meno organizzata, ma si affida a uno shot making che nessuna altra squadra NBA può permettersi, aspetto che aiuta moltissimo in competizioni con un campione statistico ristretto – quali i Playoffs, appunto – e fondamentale per generare punti in situazioni di gioco rotto, come nel clutch time. Nessuno ha giocato più partite decise punto a punto nel finale rispetto ai Knicks (8), quasi nessuno segna più punti di media degli 11.0 della squadra di Thibodeau (Timberwolves, 11.3). Di questi, 5.4 sono di Jalen Brunson, che tra quarto periodo e clutch time sta scrivendo la storia della produzione offensiva nei momenti cruciali.
Anche i Pacers sono 5-0 nel clutch time in questi Playoffs, mantenendo un’elevata produzione, tirando con le solite percentuali surreali ed eseguendo giochi anche complessi alla perfezione, ma c’è da dire che hanno anche il migliore attacco dei Playoffs. I Knicks, se si considerano anche le squadre arrivate al secondo turno, sono il 3° peggior attacco. Il che rende tutto ancora più impressionante, e ancora più antitetica la sfida fra le due realtà.
Flessibilità contro doppio lungo
Quello che fa la differenza per i Knicks è la fase difensiva, al contrario di quanto avvenuto in regular season, dove l’attacco top-5 e la difesa mediocre (12esima) si sono traslati di converso in un attacco mediocre e una difesa top-5. Un maggiore adattamento da parte di coach Thibodeau sia al proprio roster, sia alle richieste della pallacanestro moderna ha rivoluzionato questo rendimento.
Questo quintetto non è costruito per la drop coverage che tanto piace all’allenatore. Difensori come OG Anunoby e Mikal Bridges, che nella drop devono restare di fronte al portatore, non hanno i mezzi o la rapidità per passare costantemente sui blocchi contro juggernaut offensivi come Cunningham, Tatum e Brown, così come Karl-Anthony Towns è un rim protector troppo mediocre per restare così profondo. Contro i Pistons, la soluzione è stata uscire più in alto al livello dei blocchi con il lungo, mentre contro i Celtics ci si è affidati a cambi continui, sfruttando la mobilità molto sopra la media tanto di KAT quanto di Mitchell Robinson.
Quest’ultimo, soprattutto, ha dominato nei propri minuti contro Boston, e la convivenza con Towns si è dimostrata corretta. L’ex Timberwolves ha giocato gli ultimi due anni con Rudy Gobert, un rim protector elitario ma molto limitato offensivamente, un archetipo simile a quello di Robinson; le sue doti perimetrali e la capacità di mettere palla a terra gli permettono di convivere con un lungo tradizionale offensivamente, e l’esperienza precedente lo ha aiutato a crescere anche nella mobilità in fase difensiva, snaturandosi ulteriormente dal suo ruolo di lungo rivestito nella prima fase della carriera. Il risultato? Un rendimento molto migliore con il doppio lungo per i Knicks nonostante una serie contro i Celtics giocata perlopiù sul perimetro.
I quintetti con i due contemporaneamente in campo tengono gli avversari a soli 95.4 punti per 100 possessi, massimo percentile per questi playoffs, con un net rating di +12.6, 88esimo percentile.
Il problema per New York? Che i Pacers hanno già tirato fuori dal campo il duo composto da Jarrett Allen ed Evan Mobley, trovando sia metodi per forzare i cambi a piacimento, sia sfruttando il proprio attacco “cinque fuori” con Myles Turner sul perimetro. Con tutto questo movimento di palla, a questa velocità, avere due corpaccioni da attaccare – per quanto dotati di mobilità sopra la media rispetto alla posizione – è un vantaggio per l’attacco. Contro questi quintetti “pesanti”, i Pacers possono correre ancora di più, assicurandosi in questa maniera il successo nella lotta dei possessi.
Lotta dei possessi che, al contrario, i Knicks dovranno vincere proprio con il doppio lungo in campo per mantenere questo assetto. Come? I quintetti con Towns e Robinson recuperano il 38.7% dei rimbalzi offensivi disponibili, problema che Indiana ha avuto per tutta la stagione, concedendo agli avversari di recuperare quasi il 29% degli errori sotto i tabelloni. La serie si giocherà sul successo delle due strategie completamente opposte.
Ali contro lunghi
I due sistemi offensivi sono opposti anche per il modo di impostare l’attacco. Per i Pacers, si gioca spesso con un cinque fuori, aprendo gli spazi per le penetrazioni nel pitturato e sfruttando il fatto che ci siano davvero pochi nomi battezzabili a roster. Per i Knicks, nonostante le enormi doti nel tiro da fuori di Towns, la presenza di Josh Hart in quintetto non permette di avere sempre il pitturato sguarnito, perciò spesso si ricorre all’utilizzo di KAT come uomo dentro per cercare di forzare il raddoppio e aprire le linee per i tagli. Il “cinque fuori” di Thibodeau è più una soluzione per fare spazio all’isolamento di Brunson, che nel pratico non prevede però alcuna collaborazione complessa se non piazzare il lungo in angolo.
Per questo motivo, le difese si sono adattate marcando Towns con dei “piccoli”, lasciando il lungo – teoricamente, l’uomo che marca Hart – in aiuto, la cosiddetta fase di “roaming”. Con questa semplice strategia, Luke Kornet ha raccolto in Gara 5 ben 7 stoppate contro New York, fermando totalmente l’attacco – adeguatosi nella partita successiva.
Indiana ci proverà con Myles Turner, leader per stoppate in questi Playoffs, nonostante in stagione Carlisle e il suo staff abbiano optato per una marcatura più tradizionale – nulla di nuovo, è Regular Season – che ha fatto sì che KAT abbia dominato questo matchup. Towns è troppo rapido e ha troppe soluzioni per i pariruolo, per questo un’ala fisica come Aaron Nesmith potrebbe anche rappresentare il suo accoppiamento primario.
Questo renderebbe Andrew Nembhard il primo incaricato di rallentare Jalen Brunson. Il difensore dei Pacers è sicuramente attrezzato per questo accoppiamento, ma forse ha troppi pochi centimetri per la stella di New York, trovatosi più in difficoltà contro profili quali Ausar Thompson o sui cambi contro le ali di Boston. E la serie dello scorso anno sembrerebbe dimostrare questo punto. Posto che la difesa è di squadra e mai individuale, il fatto che i Knicks giochino tanto in isolamento e portino pick&roll principalmente per le conclusioni del portatore rendono questo aspetto particolarmente degno di nota. La pallacanestro offensiva di Thibodeau è quasi sconnessa a tratti, così concentrata sulla “Brunson-ball” e così in grado di coglierne i risultati da dare molto più peso del solito all’uno-contro-uno.
Pacers contro Knicks, tutto e il contrario di tutto
Si potrebbe continuare all’infinito nell’enfatizzare queste differenze fra le due squadre, come per quanto concerne le rotazioni. La panchina newyorkese produce solo 13.9 punti a partita ai Playoffs e viene sfruttata per soli 10.1 minuti a partita, in entrambi i dati sotto chiunque altro. I Pacers ricavano 35.7 punti dai panchinari in 16.6 minuti di impiego, con 10 giocatori che spendono in campo almeno 10 minuti a partita – Thomas Bryant si ferma a 9.9, ma ha senso contarlo. E via dicendo.
Proprio per queste numerose contraddizioni, leggere una serie simile è molto complicato. Towns ha i mezzi per dominare il matchup, ma dall’altro lato potrebbe essere infilato in qualunque possesso dei Pacers, in quanto anello debole, e i suoi problemi costanti di falli potrebbero tirarlo fuori dalla partita. Allo stesso tempo, però, i minuti di Mitchell Robinson sono stati molto positivi per New York, con o senza KAT, specialmente in fase difensiva, nonostante la mobilità di Boston. Mobilità che hanno anche i Pacers e che potrebbero aumentare con quintetti più leggeri, i quali però si esporrebbero ai rimbalzi offensivi di New York etc. etc.
Non resta che godersi lo spettacolo, lasciando ogni tentativo di pronostico semplicemente al campo, perché questa serie potrebbe davvero dirci tutto e il contrario di tutto.