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I Philadelphia 76ers hanno iniziato un nuovo corso quest’anno, ancora, questa volta sotto la guida di Nick Nurse, dopo aver deciso di licenziare il precedente head-coach Doc Rivers, stante le tre eliminazioni in semifinale di conference, di cui l’ultima arrivata con la squadra in vantaggio 3-2 dopo le prime 5 partite. L’ex capo allenatore dei Raptors ha vinto la concorrenza, secondo quanto riportava a suo tempo Adrian Wojnarowski, di Mike Budenholzer, Monty Williams e Frank Vogel. La panchina dei Sixers faceva gola a molti, non solo perché a guidarla c’era e c’è tutt’ora l’MVP in carica Joel Embiid, ma anche per la presenza di James Harden – il cui futuro non era ancora stato scritto – Tyrese Maxey e un core che tutto sommato poteva avere aspirazioni da cavalcata più profonda nei Playoffs rispetto alle tre uscite al secondo turno.

L’arrivo di Nurse è stato salutato con estremo interesse visto quanto mostrato sulla panchina dei Toronto Raptors, portati al titolo nel 2019. Certo, potreste dirmi voi, l’avere quel Kawhi Leonard in salute quando i momenti contavano lo ha favorito e non poco, ma non dimentichiamoci le difese di squadra messe in atto contro Antetokounmpo (costruendo il famoso muro a centro area) e Curry (inserendo la difesa box-n-one contro una Golden State decimata) e l’uso massiccio del duo Lowry-VanVleet (fino a quella stagione di impensabile utilizzo a quel livello). Intervistato un anno fa da JJ Redick nel suo podcast “The Old Man & the Three”, il nuovo allenatore di Philadelphia ha disegnato la sua filosofia attorno ad alcuni punti cardine: tutti devono sapere che si sta giocando per vincere, tutti i giocatori devono poter migliorare il proprio valore (e questo riflette il loro market value, quindi, banalmente, il loro contratto), tutti devono essere messi nella condizione di migliorarsi.

Tutto molto bello a parole, ma la realtà non è quasi mai all’altezza della fantasia, a meno che non ci si trovi nella città dell’amore fraterno. Nei primi due mesi mal contati di regular season, tutti e tre questi punti sono stati messi in pratica e, ad oggi, i risultati sono lì da vedere. Philadelphia, dopo la vittoria (facciamo massacro) contro Washington nella notte tra lunedì e martedì (orario italiano), si trova quinta nella lega e quarta a est con un record di 15-7, nel pieno di una striscia ad est non troppo impegnativa contro Washington, Atlanta, ancora Washington, Detroit, ancora Detroit, Charlotte e Chicago. I 146 punti con cui hanno liquidato la città della capitale mostrano tutta la potenza di fuoco di una squadra che è seconda nella lega in offensive rating a 121.1 punti su 100 possessi, in ascesa di 4.1 punti rispetto alla stagione passata.


Il cuore pulsante della squadra era, è e sarà sempre Joel Embiid, capocannoniere a 33.4 punti di media a partita su 34.5 minuti di utilizzo a sera, alpha e omega di tutta una franchigia che vuole guardare al progetto del “Process” da lontano, avendo già messo la freccia verso le posizioni altissime della lega.

L’attacco che Doc Rivers gli aveva cucito addosso non metteva lui e la squadra nella condizione di rendere al massimo delle proprie potenzialità (singolare, considerando che il centro camerunense è l’MVP in carica).

Coach Nurse, considerate le attestazioni del suo credo, ha quindi modificato e migliorato l’attacco di Philadelphia, diminuendo le situazioni di isolamento sterile di Embiid, passando dal 23% al 15.6% di frequenza, più facile da marcare per le difese avversarie (specialmente quando il compagno che dovrebbe ricevere e tirare sugli scarichi è James Harden che, come amplificato maggiormente questa stagione ai Clippers, è riluttante a prendersi questo tipo di conclusione), spaziandolo invece sul perimetro, così da impostare l’azione tramite hand-off, permettendo al ricevitore di ottenere vantaggio tramite il passaggio consegnato e il blocco del lungo – proponendo spesso i principi di flex offense già visti a Toronto (QUI la spiegazione del termine).

Oltre infatti al massimo in carriera di punti di media, Embiid in questa stagione sta smazzando 6.2 assist, anche questo miglior dato quando ha messo piede in NBA, ben 2 in più rispetto all’anno scorso. È dalla posizione di post alto che il lungo dei Sixers esprime tutta la sua pericolosità, similarmente a quanto Nikola Jokic sta compiendo a Denver.

Essendo al centro del campo, poco dentro o poco fuori dalla lunetta cambia relativamente, per la difesa risulta molto più complicato raddoppiarlo, dato che dovrebbe lasciare completamente aperto un avversario oppure, presumibilmente, mettersi a zona difendendo con 3 giocatori i 4 attaccanti su una porzione di campo troppo elevata da coprire.

Come accade con l’attacco dei Nuggets, dove Jokic reagisce al movimento degli avversari in funzione di quello dei compagni, Embiid ha molteplici situazioni di gioco potenzialmente esplorabili da quella posizione, che sia appunto un hand-off, un attacco uno-contro-uno contro il marcatore, come mostrato nelle prime due clip, o uno scarico per il tagliante nella sequenza mostrata sotto.

Tutto questo movimento di palla e uomini aggiunge innumerevoli opportunità offensive ad una squadra che fino all’anno scorso basava buona parte del proprio attacco su situazioni individuali, dove era solamente la bravura di un giocatore a decidere le sorti dell’azione. Il primo ad essere soddisfatto di questo sistema offensiva è Joel Embiid stesso:

“La buona pallacanestro per me significa tagli, movimento, giocatori che si muovono lontano dalla palla, la palla circola e non sta ferma, giochiamo insieme, come una squadra.”

A sentire queste parole si capisce subito quanto lui e coach Nurse siano in sintonia e, ad essere maligni (ma a pensar male a volte ci si becca), questa frase pare essere una palese frecciata a Doc Rivers e James Harden, che col loro modo di intendere la pallacanestro non erano interessati ad esplorare altri lidi offensivi.

Il giocatore che più di tutti ha beneficiato da questo nuovo modo di attaccare è sicuramente Tyrese Maxey, le cui ali fino all’inizio di questa stagione erano tarpate dalla presenza ingombrante proprio di Harden, che con il suo usage di 24.7% (unito al 37% di Embiid) non lasciava molti spazi alle estemporanee voci fuori dal coro del numero #0. Proprio Maxey si è espresso così sul neo partner in crime:

“È difficile per le difese da risolvere. A volte conduco io palla e lui porta i blocchi. Se il lungo avversario sta in drop, io posso tirare da tre. Se il lungo difende alto, posso servire Joel. Ci sono così tante cose che possiamo fare. Posso giocare sugli scarichi quando è lui a gestire la palla.”

Questa è la filosofia di cui parlava sopra coach Nurse: mettere tutti i giocatori nella condizione di rendere al massimo. Sempre JJ Redick nel suo podcast diceva come Embiid gli avesse confidato che non avrebbe mai trovato un giocatore con cui giocare i passaggi consegnati meglio di lui: beh, a vedere questo inzio, Maxey “is making a case”.

In aggiunta al massimo in carriera in punti e assist, Embiid sta avendo numeri mai ottenuti prima anche nei tiri liberi conquistati e in quelli convertiti. Gli 11.7 tentativi a partita segnati con l’85.7% permettono ai Sixers di andare in bonus molto presto nei quarti e, per una squadra che sta tirando l’85% dalla lunetta in stagione, seconda nella lega, non è un brutto affare. La sua capacità, o se volete malizia, di guadagnare così tanti falli è spesso discussa e osteggiata ma, fintanto che i fischi gli arrivano e non sono contro il regolamento, ha ragione lui.

Fa spavento il fatto che stia migliorando molte categorie statistiche rispetto alla scorsa annata in cui ha vinto l’MVP. Nelle prime 22 partite di regular season, ben 11 di queste le ha chiuse a 30 punti e 10 rimbalzi e, dopo la seconda contro i Wizards, è arrivato a sette partite filate con almeno 30 punti, 5 assist e 5 rimbalzi: ha superato Wilt Chamberlain che si è fermato a 5 partite consecutive, non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

Una statistica che unisce le due metà campo sono i fast break points: Philadelphia ne segna 16.5 a partita, contro i 14.7 dell’anno passato. Nonostante il rating difensivo sia infatti pressoché identico, 112.7 punti subiti su 100 possessi l’anno scorso contro i 112.1 della stagione attuale, ad aumentare è per esempio il numero di deflections a partita, a 16.6 dalle 13.5 dell’ultimo anno di Doc Rivers e, non a caso, le stagioni 2021/22 e 2022/23 hanno visto in testa i Toronto Raptors di guidati da coach Nurse in questa categoria. Le due cose sono chiaramente legate, le deflections con i fast break points, e questo è un lato del sistema difensivo che si pensava fin dall’estate che i Sixers avrebbero implementato.

Joel Embiid in questo nuovo assetto continua ad impattare sulla falsa riga delle scorse stagioni nella proprio metà campo, anche se quest’anno il nuovo allenatore gli sta chiedendo di essere più un rim protector, provvedendo poi ad elogiarlo per l’effort messo in campo e i tiri alterati, come successo nella partita contro Toronto di fine ottobre. Come ha detto nel podcast di Patrick Beverley, Nurse, prima dell’inizio della sua avventura nella città dell’amore fraterno, ha detto che “lascerà le guardie essere molto aggressive sulla palla convogliando tanta roba sul lungo camerunense“.

Philadelphia anche l’anno scorso non aveva una cattiva difesa, di conseguenza non serviva uno stravolgimento totale: le modifiche parziali che verranno apportate si vedranno man mano con l’avanzare della stagione. La squadra non ha bisogno di essere la miglior difesa della lega per poter competere fino in fondo, considerando il potenziale che hanno in attacco.

Ad oggi, la domanda probabilmente più gettonata per la prossima corsa ai Playoffs riguarda Tyrese Maxey e la sua abilità di performare anche al livello più alto. Andati Simmons e Harden, la franchigia non ha più a roster un secondo violino con uno status (presunto o effettivo, a voi la scelta) ingombrante, da considerare e dover coinvolgere più o meno ad ogni azione.

I sistemi offensivi e difensivi imbastiti da Nick Nurse, dopo 22 partite trascorse, quindi poco più di un quarto di regular season, risultano essere efficaci ad assolvere i tre principi d’identità con cui il nuovo allenatore approdato in Pennsylvania si contraddistingue e definisce la sua squadra.

Attualmente quarti ad est, l’obiettivo minimo è quello di ripetere l’approdo alle semifinali di conference, per poi affrontare squadre come Boston e Milwaukee sicuramente più attrezzate e che sulla carta partono favorite in un incrocio nella post-season. Questi però sono discorsi che verranno analizzati nelle prossime puntate di quest’annata. Ad oggi, una cosa è sicura: l’MVP in carica sta presentando alla corte un caso per poterne vincere un altro di premio come miglior giocatore.

Sì, quel giocatore che ha esultato dopo un and-one con il gesto della D-X, non tanto apprezzato dalla lega che gli ha fatto pervenire una multa da $35K: noccioline, ma nella partita successiva si è trattenuto, perché, anche se l’inflazione è scesa negli USA, $35K fanno sempre comodo.

I nuovi Phildelphia 76ers, da “trust the process” a “Enjoy the process”, less drama, more business. Nel segno dell’amore fraterno.