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Questo contenuto è tratto da un articolo di Ishaan Bhattacharya per Fadeaway World, tradotto in italiano da Marco Barone per Around the Game.


Joel Embiid è apparso sul podcast di Tyrese Maxey, “Maxey on the mic”, discutendo di molti temi vivi nell’ambiente dei Philadelphia 76ers, quali ‘The Process’ e soprattutto il turbolento addio di Ben Simmons. L’MVP della passata stagione ha ammesso il rimorso per come le cose siano andate a finire con l’attuale giocatore dei Nets, definendolo addirittura ‘the one that got away’, termine che si potrebbe rendere con “la grande occasione mancata”, sebbene sia maggiormente usato nella sfera sentimentale per definire quel grande amore “perfetto” conclusosi però per cause esterne o i motivi più disparati:


“Sono sempre stato uno di quelli a credere che non gli servisse un jumper affidabile, era davvero bravissimo, si parla di un mostro, veloce quasi quanto te [riferito a Maxey]. Sì, un mostro, potente, non ho proprio mai creduto che gli servisse tirare. Ci ho creduto tanto, anche solo trovando il modo di arrivare a tirare liberi con il 75/80% avrebbe cambiato completamente le cose. Penso che fossimo perfettamente compatibili, ecco perché lo considero la grande occasione mancata. Odio il modo in cui le cose siano andate a finire.”

– minuto 46:20

Embiid ha speso un pensiero anche su ‘The Process’, usando una frase molto corretta: “Si è concluso, ma non è completo, dal momento che l’obiettivo finale è quello di competere”. Definizione corretta, anche perché gli attuali Sixers sono un effetto collaterale figlio di ‘The Process’ e delle svariate trade che lo hanno accompagnato:

“The Process non riguardava la pallacanestro, ma tutto quello che passava attraverso essa, tutto quello che io in primis stavo affrontando. Perdo il mio secondo anno, tutti parlano e iniziano a uscire storie del tipo: ‘Joel pesa più di 225 chili’, ‘non giocherà mai più una partita di pallacanestro in NBA’, ‘la sua carriera è finita’ e via dicendo. Poi abbiamo avuto un nuovo GM, poi ho perso mio fratello. A quel punto, quando tutti dicevano ‘Joel non può fare questo, quest’altro, non sarà mai in grado con tutti questi problemi di giocare’, mi sono detto: ‘OK, questo è quello in cui credo, il MIO “process” e ci crederò’.”