In virtù della collaborazione fra LakeShow Italia e Around the Game, ecco tre elementi positivi, e tre negativi, del mese di dicembre dei Los Angeles Lakers.

FOTO: NBA.com

Anche a Dicembre i Los Angeles Lakers hanno viaggiato sulle montagne russe, chiudendo il mese con un record di 6-8. La notizia più negativa è sicuramente l’ennesimo infortunio di Anthony Davis, che lo ha già tenuto lontano dal campo per quattro settimane e sarà rivalutato in questi giorni (un parere medico QUI), ma ci sono tante prestazioni individuali e cambiamenti strutturali nella squadra di Vogel che meritano un’analisi approfondita.

✅ PLUS

Anche se non c’è stata la svolta invocata dai tifosi Lakers, nel mese di dicembre abbiamo visto comunque alcuni segnali positivi che possono far pensare al futuro con cauto ottimismo.

👑 King James is still a f***ing problem

Mai scommettere contro LeBron James. È una regola che dovrebbe essere incisa nella tavola delle leggi NBA, eppure molti (compreso il sottoscritto) continuano a trasgredirla. Dopo un inizio di stagione caratterizzato dagli infortuni e dalla brutta lite con Isaiah Stewart, a dicembre LeBron si è lasciato alle spalle le polemiche e i dubbi degli scettici giocando il suo basket migliore dal post bolla di Orlando.

Nelle quattordici partite disputate a dicembre James ha viaggiato ad una media di 30.7 punti (secondo solo a KD nello stesso periodo), 9.3 rimbalzi, 6.5 assist tirando con il 40.4% da tre su 7.4 tentativi e facendo registrare ben 7 partite consecutive sopra i 30 punti. Numeri che avrebbero portato prepotentemente il Prescelto nel discorso per l’MVP se solo i Lakers non avessero un record deludente.

Nella partita di Natale persa al fotofinish contro i Nets LeBron ha mostrato come, anche a 37 anni, sia ancora un autentico carrarmato quando può attaccare in semi-transizione con l’area libera.

Il cambio di passo del quattro volte MVP è coinciso con la scelta di Vogel (e Fizdale) di panchinare Howard e Jordan ed adottare in pianta stabile una strutturazione small. Questa conformazione ha migliorato le spaziature dei Lakers consentendo a James di attaccare il pitturato con più costanza ed efficienza. La frequenza dei possessi conclusi al ferro è passata, infatti, dal 35% di inizio anno al 41% di dicembre, così come sono migliorate le sue percentuali negli ultimi 4 piedi (dal 69% di ottobre e novembre all’81% di dicembre).

Merito sicuramente di un LeBron più aggressivo e pienamente recuperato dopo gli acciacchi degli ultimi mesi, ma anche di lineup migliori per massimizzare il suo talento.

La presenza contemporanea di più shot creator ha consentito innanzitutto a James di giocare più spesso lontano dalla palla. Il suo usage, infatti, è sceso al 31% (minimo da quando è a Los Angeles) mentre sono aumentate le conclusioni prese in situazioni dinamiche. Spicca in particolare la capacità di LeBron di agire come tagliante e soprattutto come rollante, sia con Westbrook che con THT e Monk come portatori di palla. In questa stagione in situazioni di roll LBJ produce ben 1.43 punti per possesso (91%ile), rappresentando un rebus pressoché irrisolvibile quando riceve la palla in movimento dopo il pocket pass dei compagni.

Il pick and roll Westbrook/James sta funzionando molto bene.

La strutturazione small dà inoltre la possibilità a James di giocare in maniera ancora più sistematica il suo basket di mismatch hunting. Soprattutto nei quarti periodi, infatti, l’ex giocatore di Cavs e Heat è solito cercare in maniera ossessiva il difensore più debole provando a forzare un cambio contro quest’ultimo. Con le spaziature fornite dal sistema five out è più facile per lui “bullizzare” le guardie avversarie sugli switch o punire gli eventuali aiuti.

James cerca il matchup favorevole anche nei primissimi secondi dell’azione, qui forza un cambio contro Lillard e porta a casa un agevole and-one.

In generale James appare finalmente al top fisicamente e ancora in grado di manipolare a suo piacimento le difese NBA. Nelle prossime settimane sarà sicuramente da monitorare il suo minutaggio perché i 37 minuti di media rappresentano un carico rilevante anche per un highlander come lui. La mia sensazione, però, è che la presenza di più giocatori capaci di crearsi un tiro e le spaziature migliori fornite dai quintetti piccoli stiano rendendo il suo compito meno faticoso di quanto possa sembrare, almeno nella metà campo offensiva.

🔝 La svolta small

Da più di due anni ormai sono il capo del partito small ball in casa Lakers. Anthony Davis e LeBron James sono potenzialmente (e non solo potenzialmente) due dei migliori small ball five della lega e come tali dovrebbero essere utilizzati, anche in regular season. Finalmente, complice anche l’impresentabilità ad alti livelli di Dwight Howard e DeAndre Jordan, anche il coaching staff gialloviola ha deciso di abbracciare l’identità small relegando gli unici due centri a roster ad un ruolo marginale.

La svolta tanto agognata è arrivata nella partita contro i Rockets del 28 dicembre quando Fizdale, che in quel momento sostituiva Vogel sulla panchina dei Lakers causa Covid, ha deciso di far partire in quintetto LeBron James nel ruolo di centro. Se andiamo ad analizzare in maniera precisa i matchup difensivi, in realtà è il neo arrivato Stanley Johnson a svolgere le funzioni del centro, ma comunque spesso e volentieri James si trova a battagliare contro i lunghi avversari o a difendere i bloccanti in situazioni di pick-and-roll.

Per la prima volta nell’era Vogel, dunque, i Lakers hanno deciso di andare contro la filosofia del proprio coach per provare a massimizzare le caratteristiche del roster. L’allenatore gialloviola ha scelto da una parte di giocare una pallacanestro meno iso centrica e più improntata al drive-and-kick nella metà campo offensiva e dall’altra di cambiare più spesso in difesa.

La strutturazione small permette anche ad Horton-Tucker di far collassare la difesa con più facilità quando attacca il ferro.

Da quando i Lakers sono andati piccoli inserendo Monk e Johnson nel proprio starting five insieme a Westbrook, Bradley e James, l’Offensive Rating di squadra ha avuto un autentico boost: 121 punti per 100 possessi contro i 108.4 del resto della stagione. Sicuramente l’efficienza offensiva delle ultime partite è inflazionata dall’aver giocato contro difese “morbide” come quelle dei Rockets, dei Blazers e degli Hawks, ma rappresenta senza dubbio un enorme passo in avanti rispetto all’attacco asfittico e prevedibile dei primi due mesi di stagione regolare.

I possessi in post, complice anche l’assenza di Davis, sono passati da 12.7 a 6.8 a partita, mentre è migliorata la capacità di generare tiri ad alta efficienza come quelli al ferro o dagli angoli.

I Lakers stanno sfruttando tantissimo la gravity di James come rollante per creare conclusioni aperte per i propri tiratori.

Vogel dovrà ancora lavorare parecchio su questa nuova conformazione, soprattutto nella metà campo difensiva. In stagione, infatti, i quintetti con James da “cinque” hanno concesso ben 114.7 punti per 100 possessi. Decisamente troppo per una squadra che ha ambizioni da contender. La speranza dei tifosi gialloviola è che il rientro di Anthony Davis e magari l’arrivo di uno o più giocatori nel frontcourt possano rendere maggiormente sostenibile una strutturazione che, al momento, si sta rivelando deficitaria soprattutto in termini di rimbalzi concessi e protezione del ferro.

🔥 The real deal: Malik Monk

Il mercato estivo dei Lakers è stato al limite della parodia per il concentrato di giocatori ultratrentenni e disfunzionali arrivati a Los Angeles. Ma c’è una firma che è stata un autentico affare per il rapporto tra costi (minimo salariale) e rendimento sul campo (molto elevato). Il riferimento è ovviamente a Malik Monk.

Nel corso della stagione il prodotto di Kentucky è riuscito a scalare le gerarchie di Vogel fino a conquistare un posto nello starting five. Nelle ultime otto partite, quelle che hanno visto Monk partire in quintetto, l’ex giocatore di Charlotte sta viaggiando ad una media di 20 punti con il 51% dal campo e soprattutto il 50.8% da tre su 7.6 tentativi.

Malik ha sempre dimostrato nel corso della sua carriera di avere il talento offensivo per essere un protagonista nella NBA. Gli infortuni, però, e soprattutto i problemi comportamentali ne hanno condizionato il rendimento sul campo. I tanti bassi e i pochissimi alti a Charlotte lo hanno portato addirittura a non ricevere alcuna offerta in free agency se non quella – al minimo – dei Lakers. Quest’anno, però, per la prima volta in carriera, Monk è riuscito a trovare continuità grazie soprattutto ad un’intesa apparsa subito naturale con LeBron James.

In stagione i quintetti che vedono in campo Monk e LBJ hanno un Offensive Rating di 121.6, per distacco la migliore efficienza offensiva di squadra tra tutte le combinazioni che hanno giocato almeno 400 minuti.

Il successo di questa partnership è dato dalla capacità del prodotto di Kentucky di muoversi lontano dalla palla e soprattutto di essere un partner affidabile per il Prescelto in situazioni di pick-and-roll. I giochi a due tra LeBron e Monk, infatti, sono diventati la principale arma offensiva dei Lakers, soprattutto nei quarti periodi.

Monk sta dimostrando di essere un buon bloccante e soprattutto di sapersi muovere in base alle scelte della difesa.

Come riportato da Zach Lowe nel suo ultimo pezzo, i Lakers segnano 1.37 punti per possesso quando Monk blocca per James. Merito della varietà di soluzioni offerte da questa situazione di gioco. L’ex giocatore degli Hornets è, infatti, molto bravo ad aprirsi subito dopo il blocco per una tripla sullo scarico (43% nelle conclusioni da tre piedi per terra in stagione) e soprattutto è particolarmente efficace ad attaccare i closeout e a rollare a canestro.

Quest’anno Monk si trova addirittura nel 97%ile nelle situazioni di roll e conclude al ferro con il 68% (career high).

I numeri, oltre a testimoniare l’elevato rendimento offensivo, mostrano come Malik sia ormai a tutti gli effetti uno scorer completo. Manna dal cielo per la creatività di LeBron James.

In generale, in contumacia di Anthony Davis, Monk appare in questo momento il secondo miglior giocatore dei Lakers per come è riuscito ad adattarsi ad un sistema offensivo incentrato sul genio di LBJ. L’impressione è che difficilmente Vogel lo toglierà dallo starting five cercando quindi di continuare a cavalcare lo stato di grazia in cui si trova il ragazzo dell’Arkansas.

❌ MINUS

Quest’anno non è difficile trovare gli aspetti negativi nelle performance dei Lakers. E i problemi non ci sono solo sul campo, anzi spesso e volentieri si annidano fuori dal parquet.

🩹 L’ennesimo infortunio di Anthony Davis

Il 18 dicembre, nel corso di un blowout inflitto dai Minnesota Timberwolves ai Lakers, Jaden McDaniels cade fragorosamente addosso ad Anthony Davis. L’ex giocatore dei Pelicans fatica addirittura a rientrare nello spogliatoio con le sue gambe per via del dolore al ginocchio sinistro. Per diverse ore i tifosi gialloviola temono il peggio, ma alla fine possono tirare un piccolo sospiro sollievo: AD ha subito una lesione, probabilmente di secondo grado, del legamento collaterale mediale del ginocchio sinistro che molto probabilmente lo terrà lontano dal campo per almeno sei settimane.

Non si tratta, quindi, di un season ending injury, ma è comunque un bruttissimo colpo per la squadra di Vogel già alle prese con altri infortuni (su tutti quello di James all’inizio della stagione) e problemi di chimica del roster.

In tanti si stanno chiedendo se vedremo mai più l’Anthony Davis dominante della bolla di Orlando. Dopo i fasti del 2020, infatti, AD non ha mai più dato la sensazione di essere uno dei primi 5 giocatori della lega, anche a causa dei problemi fisici che lo hanno tormentato. Sono addirittura tre gli infortuni di media/grave entità subiti da AD nelle ultime due stagioni: la tendinosi al tendine d’Achille del piede destro, lo stiramento all’inguine sinistro patito durante il primo turno contro i Suns e adesso la lesione del collaterale sinistro.

Malanni che gli hanno già fatto saltare 53 partite (and counting) nell’ultima stagione e mezza. Da come e quando rientrerà Davis passerà gran parte delle ambizioni gialloviola. A maggior ragione adesso che Vogel ha deciso di giocare in pianta stabile senza centri di ruolo, sarà quanto mai fondamentale la versatilità difensiva di AD.

Probabilmente dovremo aspettare febbraio per il suo ritorno in campo e il post All-Star Game per vederlo completamente recuperato dal punto di vista fisico. Nel frattempo i Lakers dovranno affrontare una stretch di partite molto difficile, con un road trip ad Est che li vedrà opposti, tra gli altri, ai Brooklyn Nets, i Miami Heat e i Philadelphia 76ers.

L’obiettivo, dunque, dovrà essere quello di restare sul 50% di vittorie per poi provare a fare una run nella parte finale di stagione per evitare il playin.

⁉️ Where is THT?

I Los Angeles Lakers hanno investito tanto in Talen Horton-Tucker. Non parlo solo dal punto di vista economico (in estate ha firmato un contratto triennale da 32 milioni di dollari), ma anche dal punto di vista tecnico. Tutti ricordano come nella scorsa trade deadline Rob Pelinka abbia rifiutato di inserire THT nel pacchetto che avrebbe potuto portare Kyle Lowry a Los Angeles. Quest’anno poi il front office e il coaching staff ritenevano che il prodotto di Iowa potesse fare un ulteriore salto di qualità, soprattutto nella metà campo difensiva, sopperendo così alle lacune del roster in termini di difesa perimetrale e atletismo sugli esterni.

La realtà, però, è stata fin qui molto diversa. Dopo l’infortunio al pollice della mano destra che lo ha tenuto lontano dal campo per più di un mese, Horton-Tucker ha fatto fatica a trovare un ruolo da protagonista nella squadra di Vogel.

Dicembre, in particolare, è stato per THT un mese da incubo: 9.6 punti in 28 minuti di media con il 38.7% dal campo e il 15.2% da tre. La sensazione guardando giocare la guardia nativa di Chicago è che abbia perso la sfrontatezza che aveva contraddistinto i suoi primi passi nella lega. Appare, infatti, per lo più confuso, esitante e incapace di prendere la scelta giusta nella metà campo offensiva.

Una delle tante azioni in cui THT non legge bene la difesa e invece di servire uno dei due uomini liberi negli angoli tenta una conclusione impossibile al ferro.

Lo scarso rendimento di Horton-Tucker va però contestualizzato. Stiamo parlando, infatti, di un ragazzo di appena 21 anni (il più giovane in assoluto del draft 2019) che non ha ancora giocato 100 partite nella lega. Normale dunque debba seguire la sua curva di apprendimento.

Siamo sicuri però che i Lakers lo abbiano messo nelle condizioni migliori per svilupparsi come prospetto? Probabilmente no. Al momento THT ha bisogno di avere la palla in mano per potere essere efficace e sfruttare le sue braccia lunghe per concludere al ferro. La sua dimensione di giocatore off the ball è completamente da costruire soprattutto a causa di uno jump shoot inaffidabile (30.4% nelle conclusioni da tre piedi per terra). In una squadra piena di guardie e di ball handler è difficile per lui avere il controllo dell’attacco per tanti possessi come testimoniato dal calo dello usage, passato dal 22.5% della passata stagione al 19.4% di quest’anno. Di qui la difficoltà a trovare un ruolo funzionale in questo roster.

A questo si aggiungono i problemi nella metà campo difensiva, dove spesso gli viene chiesto in maniera impropria di marcare in single coverage la stella avversaria, specie se si tratta di un’ala. Secondo Cleaning the Glass quest’anno Talen Horton-Tucker ha giocato addirittura il 79% dei suoi minuti nel ruolo di small forward, mentre nella passata stagione era stato utilizzato principalmente come shooting guard (56% dei suoi minuti) e solo marginalmente come ala (9% del tempo trascorso in campo). Si tratta quindi di un cambiamento radicale per un giocatore ancora acerbo e alla ricerca della sua dimensione in NBA. È lecito, dunque, per quanto mi riguarda, sospendere i giudizi sul suo rendimento e aspettare che trovi il suo posto nella lega, che sia nei Lakers o in un’altra squadra.

🥴 Too many turnover

Ci sono alcuni elementi negativi ricorrenti nelle partite dei Lakers dei primi mesi della stagione. Il primo è sicuramente la discontinuità, sia di rendimento che nelle rotazioni; il secondo è la percentuale di rimbalzi offensivi concessi agli avversari; il terzo e ultimo è la quantità enorme di palle perse. Nel mese di dicembre la squadra gialloviola è stata negli ultimi cinque posti della lega per numero di turnover (15.1), turnover percentage (15%) e punti segnati dagli avversari in seguito ad una palla persa (18.7).

Il principale responsabile è facile da individuare ed è ovviamente Russell Westbrook. Quest’anno Brodie sta vivendo la sua peggiore stagione in carriera da questo punto di vista, con una TOV% di 16.8 che rappresenta il suo career high. La tendenza a perdere palloni sanguinosi e a compiere la scelta sbagliata, specie nei finali di partita, sono state una costante nei quattordici anni di Westbrook all’interno della NBA.

Le palle perse di Westbrook sono particolarmente pesanti perché spesso, oltre a togliere il possesso ai Lakers, regalano punti facili alla squadra avversaria.

Si tratta di vere e proprie ingenuità/distrazioni, ma c’è anche un problema di natura tecnica. Russ appare, infatti, sovente fuori controllo sia in transizione che in generale quando attacca il ferro. Non a caso, secondo i dati di NBA.com, è sestultimo nella lega per percentuale di palle perse in seguito ad una penetrazione.

Vogel e Westbrook dovranno per forza di cose provare a risolvere questo problema. La soluzione adottata nelle ultimissime partite è stata quella di togliere la palla dalle mani di Russ (USG passato da 26.7% a 22.1%) per affidarla a THT e Monk. Risultato? Alienazione totale di Westbrook che, nella recente stretch, è sembrato un corpo estraneo alla squadra e totalmente sfiduciato (10 punti di media con il 25% dal campo nelle ultime quattro partite). Quando si dice di male in peggio.

Giuseppe Critelli per LakeShow Italia


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