Tra gli sviluppi sul campo e le operazioni sul mercato, quali potranno essere le ambizioni dei Celtics?

FOTO: NBA.com

Al termine della trade deadline di un anno fa, i Boston Celtics non furono risparmiati dalle critiche per le operazioni sul mercato. Qualche mese dopo aver perso Gordon Hayward ed averne pagato le conseguenze sul campo, l’unico nuovo innesto fu Evan Fournier, nonostante la squadra già palesasse problemi di una certa natura. L’allora General Manager Danny Ainge fu accusato di immobilismo, non solo per quella finestra di mercato ma per tutti gli asset non “investiti” nel corso degli anni.

Un anno dopo, con Brad Stevens nuovo responsabile, i Celtics si sono mossi. Le operazioni non sono state di quelle che rivoluzionano una squadra e un ambiente, ma la sensazione è che la direzione sia quella giusta. Oltre al ritorno del solido Daniel Theis, che era stato accompagnato alla porta un anno fa, è arrivato nel Massachussets Derrick White, di cui più avanti si sottolineeranno le caratteristiche e l’utilità in questa squadra.

Nel frattempo, la squadra guidata da Ime Udoka sta provando a lasciarsi alle spalle un inizio di stagione fatto di alti e bassi, ed è in striscia aperta di 8 vittorie consecutive, che l’hanno portata alle porte dal sesto seed e dunque dell’accesso diretto ai Playoffs.

Quali sono ora le reali prospettive?

Cosa può portare Derrick White

Il ritorno di Theis e la discesa sotto la soglia della luxury tax hanno indubbiamente il loro posto nella scacchiera, ma il vero fiore all’occhiello del mercato dei Celtics è stato l’arrivo di Derrick White dai San Antonio Spurs. Da un pacchetto comprendente Romeo Langford, Josh Richardson e una scelta, Stevens ha probabilmente ottenuto il miglior giocatore raggiungibile.

Innanzitutto dal punto di vista salariale, visto il contratto lungo che lo vedrà prendere “solamente” 68 milioni di dollari spalmati nei prossimi quattro anni, un affare considerando il valore del giocatore e la crescita del salary cap in arrivo.

Ma anche dove più importa, ovvero sul parquet, White sembra rappresentare un’aggiunta utile, compatibile e complementare con il roster dei Celtics, soprattutto per quanto riguarda la metà campo difensiva. L’ormai ex Spurs è infatti un difensore completo, soprattutto (ma non solo) per la sua difesa perimetrale, particolare in cui appartiene probabilmente all’élite della lega. Non è un caso che San Antonio, nel corso di questa stagione, abbia subito 8.1 punti in meno ogni 100 possessi con lui in campo rispetto a quando era seduto in panchina.

Tra l’altro, Boston era già dotata di una difesa di pregevole fattura, guidata dal solito Marcus Smart e da elementi sempre più determinanti come Robert Williams III e Grant Williams. Grazie all’ultimo stint di 10 partite con un defensive rating mantenuto a 94.8, i Celtics sono ora la seconda miglior difesa in stagione, dietro ai soli Golden State Warriors. Ecco, se si pensa a questo, l’aggiunta di White diventa davvero preoccupante per gli attacchi avversari.

Anche per quanto riguarda la metà campo offensiva, non si tratta certamente di un giocatore inutile, anzi. Non è una star e non è un self-creator di alto livello, ma è intelligente (i cinque anni passati con Gregg Popovich dovrebbero garantire in questo senso) e abbastanza versatile. Il tiro da tre punti è ancora ondivago (32% in stagione) ma è in grado di concludere sia al ferro che dal mid-range (47% in stagione, 81esimo percentile) e ha migliorato esponenzialmente le abilità di playmaking, testimoniate dai 5.6 assist con solo 1.8 palle perse di media finora.

Qui sotto, per esempio, vediamo una giocata al suo debutto in maglia verde, in cui riconosce la piccola incertezza nella difesa di Denver e attacca, poi scarica per Tatum e infine si riposiziona, trovando così lo spazio per una tripla comoda:

Jayson e Jaylen, tra pregi e mancanze

Partiamo da una certezza inattaccabile: Jayson Tatum e Jaylen Brown sono due realizzatori eccezionali, tra i migliori della lega; possono segnare in qualsiasi modo, grazie a uno skillset che offre atletismo, fisicità, ball-handling e tocco. Da qui la domanda: i “Jays” possono portare il titolo a Boston in queste condizioni?

La risposta è quasi certamente no.

La pallacanestro offensiva, specie in quella ad alti livelli (e per alti livelli si intendono i Playoffs), non è fatta solo di scoring puro, ma soprattutto di creazione e concretizzazione continua di un vantaggio, che sia per sé o per i compagni (e spesso le due cose sono collegate), distribuito in modo equilibrato. Il punto è questo: Tatum e Brown non possono, ad oggi, soddisfare il fabbisogno di creation di una squadra con ambizioni da titolo. E molto probabilmente non potranno nemmeno in futuro.

Specialmente Tatum, che ha sulle sue spalle il carico offensivo maggiore (come testimonia il 31.9% di Usage, probabilmente più di quello che dovrebbe avere), mostra spesso lacune a proposito dell’identikit ideale che dovrebbe avere il principale creator di una squadra: creazione di vantaggi dal pick&roll contro varie coverage difensive e concretizzazione di vantaggi creati a favore dei compagni.

Se non bastasse l’eye test per valutare la situazione, alcune statistiche possono aiutare a porre l’accento su questo aspetto. E’ per esempio curioso (e preoccupante per Udoka) come i Celtics siano 27esimi per punti per possesso del rollante dei pick&roll (1.00), nonostante schierino Robert Williams III, tipico lungo che Oltreoceano chiamano lob threat per il suo atletismo. Per fare un esempio, al primo posto e al secondo posto in questa classifica si piazzano i Phoenix Suns e gli Atlanta Hawks, con rispettivamente 1.31 e 1.28 punti per possesso, in cui la differenza la fanno due creator eccezionali come Chris Paul e Trae Young.

In alcuni momenti delle partite, nelle mani di Tatum e Brown la palla tende a fermarsi, bloccando di conseguenza un attacco che ha bisogno di ritmo e movimento. I Celtics sono quinti per frequenza di isolamenti, e lo stesso Tatum è quinto per numero di isolamenti a partita, 5.5, nonostante sia nella media per efficacia in tale situazione (55esimo percentile) e tiri con il 43% di eFG%.

Chiariamo che non gliene si può certo farne una colpa: semplicemente ha bisogno di giocare in un altro modo, e per farlo la creazione primaria dovrebbe ricadere sulle spalle di qualcun altro. Quando è messo nelle condizioni di operare a difesa già mossa, il prodotto di Duke è praticamente indifendibile.

Risultato di tutto ciò: la squadra di Udoka è momentaneamente al 18esimo posto per offensive rating, dietro a squadre come Spurs, Pacers, Nuggets e Raptors, che certamente dispongono di meno talento offensivo.

E anche in questa stagione, non è stato aggiunto a roster un primary creator.

Obiettivi a breve e medio termine

La scelta di Stevens di non stravolgere la squadra per trovare il compagno perfetto a Tatum è comunque condivisibile. D’altronde, oltre al fatto che siamo ad annata in corso e la squadra sta ultimamente trovando maggiore confidenza, la concorrenza nella Eastern Conference è talmente agguerrita che sarebbe stato comunque complicato immaginare una finestra per la lotta al titolo in questa stagione.

A breve termine, dunque, i Celtics finiranno la stagione facendo affidamento sulla straordinaria difesa che hanno, e sperando nel maggior movimento di palla possibile in attacco. Che la corsa si concluda al Play-In, al primo o al secondo turno, le sorti del futuro prossimo della franchigia non cambieranno.

C’è ancora una base molto solida, e Tatum ha ancora 23 anni. Arriverà quest’estate il momento di spingere il piede sull’acceleratore?