FOTO: NBA.com

Sembrava tutto apparecchiato per un ritorno sereno di Rudy Gobert a Salt Lake City, il primo con la canotta dei Minnesota Timberwolves. Il francese, nei giorni scorsi, aveva rilasciato numerose dichiarazioni d’amore per Utah e i Jazz, dalla parte dei quali il sentimento era, ed è, ovviamente reciproco.

“Ho speso 9 anni della mia vita lì e ho generato molti ricordi, ho creato molte relazioni salde con le persone che amo e che mi hanno dato molto negli anni. Sarà strano camminare nell’arena ed entrare nello spogliatoio degli ospiti, ma riceverò probabilmente indietro un sacco di amore e gioia”

“Il mio sogno è sempre stato portare un titolo a Utah. Alcuni non credevano che sarebbe potuto accadere, ed è lecito. Totalmente lecito. Fa parte del loro lavoro fare quello che reputano meglio per la squadra.”


“Adesso sono da un’altra parte, ma questo non cancella il lato umano. Penso che sia qualcosa di più della pallacanestro, ho dato l’anima per questa squadra, questa città e questa organizzazione. Ho versato sangue, sudore e lacrime, molte cose vanno oltre la pallacanestro e il suo business. Ecco perché pensavo che sarei rimasto qui per sempre. Adesso, ho l’opportunità di raggiungere grandi obiettivi altrove, ma sarò sempre grato per questi 9 anni a Utah.”

da un pezzo di Tim MacMahon (ESPN), prima della gara

Oltre a questo, da citare è anche il pre-gara di Gobert, che ha reiterato le frasi sui legami lasciati a Salt Lake City e, soprattutto, ha risposto alle domande su quale fosse l’ex compagno che più avesse voglia di incontrare. La risposta è stata, in maniera molto particolare, Jordan Clarkson, diventato un “meme” dopo l’alterco con Jonathan Kuminga.

Insomma, clima disteso e le migliori premesse per il ritorno di Gobert “a casa”, seppur da avversario. Premesse che sono state assolutamente rispettate, non solo con continue ovazioni da parte del pubblico di casa, ma anche con un bel tributo nel corso del primo timeout che ha distratto, e non poco, il lungo francese dalle parole di coach Chris Finch.

Ovviamente, però, quella tra Jazz e Timberwolves non è una gara normale. Non dopo la trade di questa estate. Grado di competitività e tensione agonistica sono a livelli elevati, soprattutto con in campo ex come Jarred Vanderbilt, energy guy per eccellenza, e Malik Beasley, che nel finale ha avuto anche qualche piccolo screzio con i suoi ex compagni, dopo una tripla segnata davanti alla panchina con tanto di balletto.

Ed è qui che nascono le polemiche. Sul finale, come spiegato nel post-game da coach Finch, i Jazz hanno pressato alto a partita praticamente finita, e la palla è arrivata proprio a Rudy Gobert – che si stava sbracciando comunque per chiamarla. Da lì, il cambio di rotta di tutta la Vivint Arena.

Mentre il coach dei Timberwolves ha spiegato in maniera molto secca l’episodio (“se ci pressate, noi la buttiamo dentro”), la suggestione che si sia trattato di una reazione alle tensioni di poco prima è piuttosto forte. E, ovviamente, la reazione dello stesso Beasley su Twitter non ha tardato ad arrivare:

“La regola non scritta della pallacanestro”

Tweet di Malik Beasley

Come detto, tutto abbastanza nella norma, considerando che anche Jarred Vanderbilt aveva chiuso una schiacciata aperta contro la sua ex squadra in uno degli scontri precedenti a partita già finita. Altro indizio che suggerisce una “semplice” reazione.

Ad ogni modo, sul momento questo si è ritorto contro Rudy Gobert, che non è del tutto nuovo a episodi del genere – scommettiamo quello che volete che chiunque si ricordi la sua schiacciata in campo aperto contro Italbasket. Questo mina in qualche modo i rapporti con Utah e la fanbase dei Jazz? Assolutamente no.

Su The Athletic, Jon Krawczynski e Tony Jones hanno addirittura raccontato di come, l’altro ieri, seduto con la folla di giornalisti per la consueta press conference, il francese stesse assistendo al finale della gara fra la sua ex squadra e Golden State. Anzi, avrebbe addirittura richiamato l’attenzione alla tripla di Beasley, per poi rimanere attonito dopo il game winner di Simone Fontecchio.

Inoltre, la spiegazione del perché del gesto è arrivata, implicitamente e in un primo momento, anche da Gobert stesso, ai microfoni di Katie Storm nel post-partita:

“Amo semplicemente vincere. Voglio vincere ogni singola notte e fare tutto quello che serve per riuscirci. E’ grandioso aver vinto stasera.”

E, infatti, nelle interviste post-partita, il francese – oltre ad aver parlato di quanto emozionante sia stato il suo ritorno (nonostante alcuni fischi sui liberi, che rispetta) e del fatto che, piuttosto che vendere la sua casa lì, preferirà darla in affitto – ha chiarito la sua posizione:

“Mi hanno insegnato di giocare a pallacanestro fino all’ultimo secondo. Da parte mia, non c’era l’intento di mancare di rispetto a nessuno. Quello che mi si sono messi davanti, non avrebbero comunque fatto nulla… ha solo rovinato il mio momento.”

Un competitor, in tutto e per tutto, che ha fatto di questo tipo di “fame” la base per la sua carriera di successo, restando uno dei giocatori più impattanti sul parquet pur con una serie di limiti di mobilità e tocco non indifferenti. Per il francese (e, in parte, per quel che conta, anche secondo gli insegnamenti ricevuti da chi scrive) il modo migliore di mostrare il proprio rispetto sul parquet è, a tutti gli effetti, reagire in maniera proporzionale all’attitudine avversaria. In un momento di pressing, sebbene per alcuni possa suonare strano, chiudere quel layup è una reazione positiva (e rispettosa) all’agonismo avversario.

Rudy Gobert è una vera e propria icona per i tifosi Jazz dell’ultima ora. Arrivato a Salt Lake City dalla Francia come un prodotto estremamente grezzo, si è evoluto alla grande in uno dei migliori difensori della Lega, se non il migliore degli ultimi anni, guadagnandosi anche 3 Defensive Player of the Year Awards e 4 convocazioni all’All-Star Game. Oltre ad essere, al di là di questo, il fulcro del sistema difensivo di coach Quinn Snyder, guidando i Jazz a 6 run Playoffs consecutive con Gordon Hayward prima e Donovan Mitchell poi.

Gobert tra l’altro ha rappresentato anche una delle note liete della gestione recente: scelto con la pick numero 27 al Draft 2013, sarebbe dovuto finire ai Nuggets, allora sotto la supervisione di Tim Connelly, attualmente a Minnesota, che lo scambiò per la numero 46 (Erick Green) e un po’ di cash – al punto da volerlo, pagandolo pesantemente, ai Timberwolves questa estate. In poche parole, il Gobert che conosciamo è nato e cresciuto a Utah, ed è un figlio dei Jazz, in tutto e per tutto.

E non sarà certo un layup in campo aperto a cancellarne la memoria a Salt Lake City.