Dopo una stagione straordinaria, Ja Morant e compagni saranno pronti per la post-season?

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La regular season è ormai giunta al termine e, come ogni anno, permette a noi appassionati di soffermarci su numerosi spunti di riflessione in vista sia dei Playoffs, sia della imminente offseason. Ma, come in ogni edizione che si rispetti, vi sono da un lato squadre che non sono riuscite a conseguire gli obiettivi prefissati, dall’altra delle vere e proprie sorprese, in grado di ribaltare completamente i pronostici.

E se, per la prima categoria, l’occhio balza sulla sponda giallo-viola di Los Angeles, il termine “sorpresa” quest’anno fa rima con Memphis. Dai Grizzlies, dopo un’eliminazione a testa alta in cinque gare contro gli Utah Jazz, nessuno si aspettava il secondo seed a ovest e il secondo miglior record della lega, superiore anche a squadre molto più rodate e con esperienza di titolo come i Golden State Warriors. Oltretutto si tratta di un risultato conseguito senza aver applicato stravolgimenti al roster, in favore di trade oculate che fornissero l’opportunità allo young core di mettere in risalto il proprio skillset, in primis quella che ha portato Steven Adams nel Tennessee al posto di Jonas Valanciunas.

Non è quindi frutto del caso l’incredibile stagione di Ja Morant, da top candidate all’MVP, o di Desmond Bane, in grado quasi di raddoppiare il suo apporto statistico rispetto all’anno da rookie, per arrivare a Jaren Jackson Jr., che ha ritrovato la confidenza del primo anno una volta superato l’infortunio al menisco.

Ciononostante, è bene ricordare che il basket dei Playoffs è molto più intenso rispetto a quanto visto in stagione regolare, le marcature si fanno più intense, le conclusioni ad alta rendita vengono limitate il più possibile e vince la serie chi riesce a prepararla meglio, gestendo e reagendo agli imprevisti. Proprio per questo, considerando che l’esperienza in post-season del roster di coach Taylor Jenkins è pari ad una sola fugace apparizione lo scorso anno (fatta eccezione per Steven Adams), i Memphis Grizzlies non partono con il favore del pronostico per vincere la Conference, nonostante il seed molto alto. Tuttavia, questo ovviamente non significa che non possano nuovamente andare oltre le aspettative. Basandosi quindi sugli spunti offerti dalle sfide di regular season, ecco un’analisi di quelli che possono essere i punti di forza e di debolezza che determineranno il cammino della franchigia del “grit and grind”.

Come affermò al tempo Bobby Knight: “Una buona pallacanestro si basa sempre su un’ottima difesa” – e sicuramente non è frutto del caso che una chiave del successo dei Memphis Grizzlies sia il loro quinto posto nel defensive rating (109.6 punti concessi su 100 possessi).

Il vantaggio di cui dispone coach Jenkins è quello di poter contare su uno starting five composto quasi in toto di giocatori sopra il metro e novanta, dotati di ottima mobilità laterale, in grado quindi di cambiare velocemente e di difendere con efficienza su ogni tipo di scorer. Per una guardia con ampio raggio di tiro si affida solitamente l’incarico difensivo a Dillon Brooks, che ha già dimostrato in passato di poter marcare perfettamente tiratori come Stephen Curry.

Per le guardie fisiche, invece, la marcatura può prendersela Desmond Bane grazie alle sue leve e alla sua fisicità, senza dimenticare il sottovalutato apporto difensivo di Ja Morant, soprattutto in situazioni di aiuto. Inoltre, abbinata all’ottimo lavoro sul perimetro, vi è sia la presenza al ferro fornita da un giocatore di esperienza come Steven Adams, sia il lavoro da jolly compiuto da Jaren Jackson Jr., in grado di fornire sia aiuto fuori dall’area, sia (e soprattutto) una rim protection d’élite in aiuto, compito in cui quest’anno si  dimostrato uno specialista, mantenendo il primo posto per stoppate medie a partita in regular season fra i giocatori con più di 50 gare disputate (2.3).

La principale fonte di produzione avversaria diventa quindi l’obbligo a forzare soluzioni fuori ritmo da parte dei singoli per sé o per i propri compagni, atteggiamento che a lungo termine porta a numerosi turnover (15.1 perse forzate a partita, 3° in NBA), oppure ad attaccare il canestro cercando soluzioni a bassa resa, visto il lavoro di Memphis nel pitturato.

Tanti turnover implicano tanti possessi in transizione e, di conseguenza, un’alta possibilità di realizzare conclusioni ad elevata resa. Nel caso dei Memphis Grizzlies, squadra con il quarto pace più alto della lega (100.52), le azioni vengono facilmente convertite a canestro grazie alla rapidità dei giocatori del backcourt (Bane, Brooks, Morant, Jones, Melton) e all’atletismo di quelli del frontcourt (Jackson Jr, Tillman, Williams, Clarke, Tillie), molto spesso serviti con dei lob, dimostrazione di quanto non sia frutto del caso il quinto posto dei Grizzlies in assist per palla persa (1.97).

La squadra allenata da coach Jenkins è prima nella lega per frequenza di possessi iniziati in fase di transizione (18.9%), realizzando 115.8 punti ogni 100 di questi (4° in NBA).

Tuttavia, in ottica Playoffs, il pace delle squadre partecipanti diminuisce drasticamente vista la maggiore intensità e precisione in ogni singola azione offensiva, motivo per cui la franchigia del Tennessee potrebbe trovare più fatica sia nel ricavare azioni in transizione, sia nel convertirle.

Parlando sempre di attacco, potrebbe stupire il netto contrasto tra le percentuali di true shooting dell’intera squadra (55.3%, ventiquattresimi in NBA) abbinate alla quantità di punti segnati di media nel corso delle ottantadue partite, statistica in cui i Memphis Grizzlies sono secondi solo ai Timberwolves.

Si tratta di un successo offensivo che, a prescindere dai punti derivati dalle azioni in transizione, dipende da una importante statistica: quella dei rimbalzi offensivi. In questa categoria, infatti, i Grizzlies sono primi nell’intera lega, con una folle percentuale di tiri sbagliati recuperati del 32.7%, e gran parte di questo successo va attribuito a Steven Adams (16.2% di offensive rebound%, praticamente la metà dell’intera squadra), le cui doti di passaggio nettamente migliorate permettono anche di tentare più conclusioni a canestro in un possesso – motivo per cui si arriva a comprendere le percentuali ribassate nella true shooting, frutto di un volume molto più ampio di tiri.

Avere la statistica dei rimbalzi offensivi a favore nei Playoffs è un fattore cruciale, visti gli equilibri precari dei singoli match di una serie che si possono decidere anche solo per un errore di troppo durante il clutch time. Tuttavia, l’impatto che ha avuto durante la stagione Steven Adams non si ferma di certo qui.

A differenza di un giocatore come Valanciunas, l’ex-Oklahoma City non ha bisogno di avere la palla in mano per dare il suo contributo, ma avvantaggia i compagni per creare situazioni favorevoli alla realizzazione di canestri. Si parla infatti di uno dei migliori screener della lega, terzo per screen assist di media (5.5) e screen assist points (12.0), capace di creare dei matchup in transizione favorevoli per le guardie di Memphis, le quali possono quindi accelerare e segnare canestri approfittando dell’incredibile difficoltà dei lunghi avversari a marcare queste situazioni in drop coverage.

Avere uno degli screener migliori della lega facilità enormemente i compagni, che vedono non solo aumentare le loro cifre statistiche, ma anche progredire nella lettura del gioco e nel modo di segnare. Morant ha raggiunto 27.4 punti di media tenendo medie da MVP, Bane si è confermato essere un candidato valido per il premio di MIP e, conseguentemente alla gravity da loro esercitata, giocatori come Dillon Brooks e Jaren Jackson Jr. trovano canestri facili anche dall’arco, la cui resa sarà fondamentale nel corso dei Playoffs.

Ciò che quindi ha stupito di questa squadra è stata la capacità di migliorare in così poco tempo negli aspetti in cui manifestavano lacune notevoli, ricordando per certi versi ( con le dovute proporzioni) il processo di crescita dei Phoenix Suns all’arrivo di Chris Paul.

Analizzate le caratteristiche del roster in entrambe le fasi, si può quantomeno intuire il percorso che compirà la squadra di coach Taylor Jenkins in questi Playoffs? Tutto dipende, innanzitutto, da un discorso di integrità fisica del roster del Tennessee e di quello delle altre franchigie ma, nella semplificazione che vedrebbe tutti i giocatori sani, i Memphis Grizzlies possono rappresentare la mina vagante della Western Conference.

Sono giovani, non hanno le stesse pressioni di Golden State e Phoenix, e possiedono le caratteristiche per poter puntare almeno al secondo turno di Playoffs, se non ad un’eventuale finale di Conference, visto e considerato che – per esperienza e qualità in tutti i reparti – Phoenix sembra un passo avanti a tutte.

Al primo turno affronteranno i già citati Timberwolves, reduci dalla vittoria al Play-In contro i Clippers, una squadra propendente verso la fase offensiva e ricca di talento, che fa del pace e dello scoring il suo punto di forza. Sarà una serie molto più equilibrata di quanto possano fare intuire i seed, anche se è molto difficile prevedere un upset per la superiorità di Memphis, soprattutto in fase difensiva.